stop-pena-di-morte

 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Aula del Sinodo Mercoledì, 11 ottobre 2017

 

Signori Cardinali, cari fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Signori Ambasciatori, illustri Professori fratelli e sorelle,

vi saluto cordialmente e ringrazio Mons. Fisichella per le cortesi parole rivoltemi.

Il venticinquesimo anniversario della Costituzione apostolica Fidei depositum, con la quale san Giovanni Paolo II promulgava il Catechismo della Chiesa Cattolica, a trent’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, è un’opportunità  significativa per verificare il cammino compiuto nel frattempo. San Giovanni XXIII aveva desiderato e voluto il Concilio non in prima istanza per condannare gli errori, ma soprattutto per permettere che la Chiesa giungesse finalmente a presentare con un linguaggio rinnovato la bellezza della sua fede in Gesù Cristo. «E’ necessario – affermava il Papa nel suo Discorso di apertura – che la Chiesa non si discosti dal sacro patrimonio delle verità  ricevute dai padri; ma al tempo stesso deve guardare anche al presente, alle nuove condizioni e forme di vita che hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico» (11 ottobre 1962). «Il nostro dovere – continuava il Pontefice – non è soltanto custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità , ma di dedicarci con alacre volontà  e senza timore a quell’opera che la nostra età  esige, proseguendo coì il cammino che la Chiesa compie da quasi venti secoli» (ibid.).

«Custodire» e «proseguire» è quanto compete alla Chiesa per sua stessa natura, perché la verità  impressa nell’annuncio del Vangelo da parte di Gesù possa raggiungere la sua pienezza fino alla fine dei secoli. E’ questa la grazia che è stata concessa al Popolo di Dio, ma è ugualmente un compito e una missione di cui portiamo la responsabilità, per annunciare in modo nuovo e più completo il Vangelo di sempre ai nostri contemporanei. Con la gioia che proviene dalla speranza cristiana, e muniti della «medicina della misericordia» (ibid.), ci avviciniamo pertanto agli uomini e alle donne del nostro tempo per permettere che scoprano l’inesauribile ricchezza racchiusa nella persona di Gesù Cristo.

Nel presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica, san Giovanni Paolo II sosteneva che «esso deve tener conto delle esplicitazioni della dottrina che nel corso dei tempi lo Spirito Santo ha suggerito alla Chiesa. E’ necessario inoltre che aiuti a illuminare con la luce della fede le situazioni nuove e i problemi che nel passato non erano ancora emersi» (Cost. ap. Fidei depositum, 3). Questo Catechismo, perciò, costituisce uno strumento importante non solo perché presenta ai credenti l’insegnamento di sempre in modo da crescere nella comprensione della fede, ma anche e soprattutto perché intende avvicinare i nostri contemporanei, con le loro nuove e diverse problematiche, alla Chiesa, impegnata a presentare la fede come la risposta significativa per l’esistenza umana in questo particolare momento storico. Non è sufficiente, quindi, trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità , la Chiesa possa esprimere le novità  del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce. E’ quel tesoro di «cose antiche e nuove» di cui parlava Gesù, quando invitava i suoi discepoli a insegnare il nuovo da lui portato senza tralasciare l’antico (cfr Mt 13,52).

L’evangelista Giovanni offre una delle pagine più belle del suo Vangelo quando riporta la cosiddetta «preghiera sacerdotale» di Gesù. Prima di affrontare la passione e la morte, Egli si rivolge al Padre manifestando la sua obbedienza nell’aver compiuto la missione che gli era stata affidata. Le sue parole sono un inno all’amore e contengono anche la richiesta che i discepoli siano custoditi e protetti (cfr Gv 17,12-15), Nello stesso tempo, comunque, Gesù prega per quanti nel futuro crederanno in Lui grazie alla predicazione dei suoi discepoli, perché anch’essi siano raccolti e conservati nell’unità  (cfr Gv 17,20-23). Nell’espressione: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3), si tocca il culmine della missione di Gesù.

Conoscere Dio, come ben sappiamo, non è in primo luogo un esercizio teorico della ragione umana, ma un desiderio inestinguibile impresso nel cuore di ogni persona. E’ la conoscenza che proviene dall’amore, perché si è incontrato il Figlio di Dio sulla nostra strada (cfr Lett. enc. Lumen fidei, 28). Gesù di Nazareth cammina con noi per introdurci con la sua parola e i suoi segni nel mistero profondo dell’amore del Padre. Questa conoscenza si fa forte, giorno dopo giorno, della certezza della fede di sentirsi amati, e per questo inseriti in un disegno carico di senso. Chi ama vuole conoscere di più la persona amata per scoprire la ricchezza che nasconde in sé e che ogni giorno emerge come una realtà  sempre nuova.

Per questo motivo, il nostro Catechismo si pone alla luce dell’amore come un’esperienza di conoscenza, di fiducia e di abbandono al mistero. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, nel delineare i punti strutturali della propria composizione, riprende un testo del Catechismo Romano; lo fa suo, proponendolo come chiave di lettura e di applicazione: «Tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento dev’essere orientata alla carità  che non avrà  mai fine. Infatti, sia che si espongano le verità  della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività  morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore. Così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 25).

In questo orizzonte di pensiero mi piace fare riferimento a un tema che dovrebbe trovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica uno spazio più adeguato e coerente con queste finalità  espresse. Penso, infatti, alla pena di morte. Questa problematica non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità  umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte. E’ una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità  personale. E’ in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, «neppure l’omicida perde la sua dignità  personale» (Lettera al Presidente della Commissione Internazionale contro la pena di morte, 20 marzo 2015), perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità  di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità .

Nei secoli passati, quando si era dinnanzi a una povertà  degli strumenti di difesa e la maturità  sociale ancora non aveva conosciuto un suo positivo sviluppo, il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere. Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità  del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità  più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità  nella comprensione del Vangelo. Tuttavia, rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità  personale, ci renderebbe più colpevoli.

Qui non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l’insegnamento del passato, perché la difesa della dignità  della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell’insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole. Lo sviluppo armonico della dottrina, tuttavia, richiede di tralasciare prese di posizione in difesa di argomenti che appaiono ormai decisamente contrari alla nuova comprensione della verità  cristiana. D’altronde, come già  ricordava san Vincenzo di Lérins: «Forse qualcuno dice: dunque nella Chiesa di Cristo non vi sarà  mai nessun progresso della religione? Ci sarà  certamente, ed enorme. Infatti, chi sarà  quell’uomo così maldisposto, così avverso a Dio da tentare di impedirlo?» (Commonitorium, 23.1: PL 50). E’ necessario ribadire pertanto che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità  e dignità  della persona.

«La Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, e tutto ciò che essa crede» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 8). I Padri al Concilio non potevano trovare espressione sintetica più fortunata per esprimere la natura e missione della Chiesa. Non solo nella «dottrina», ma anche nella «vita» e nel «culto» viene offerta ai credenti la capacità  di essere Popolo di Dio. Con una consequenzialità  di verbi, la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione esprime la dinamica diveniente del processo: «Questa Tradizione progredisce […] cresce […] tende incessantemente alla verità  finché non giungano a compimento le parole di Dio (ibid.).

La Tradizione è una realtà  viva e solo una visione parziale può pensare al «deposito della fede» come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà  dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare. Questa legge del progresso secondo la felice formula di san Vincenzo da Lérins: «annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate» (Commonitorium , 23.9: PL 50), appartiene alla peculiare condizione della verità  rivelata nel suo essere trasmessa dalla Chiesa, e non significa affatto un cambiamento di dottrina. Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo. «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri» (Eb 1,1), «non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio» (Dei Verbum, 8). Questa voce siamo chiamati a fare nostra con un atteggiamento di «religioso ascolto» (ibid., 1), per permettere alla nostra esistenza ecclesiale di progredire con lo stesso entusiasmo degli inizi, verso i nuovi orizzonti che il Signore intende farci raggiungere.

Vi ringrazio per questo incontro e per il vostro lavoro; vi chiedo di pregare per me e vi benedico di cuore. Grazie.

 

 

 

images

 

Marco Vergottini

 

Che il Concilio Vaticano II sia un punto di non ritorno sul fronte del vissuto ecclesiale, dell’intelligenza teologica e della coscienza di ogni buon credente (vescovo, presbitero o comune fedele) è un dato di fatto assodato, su cui papa Francesco è ritornato più volte. Tuttavia, da questa franca ammissione nei confronti di un’eredità  ricevuta e accolta con riconoscenza non risulta legittimato quel “luogo comune” che mira a rappresentare l’evento del Vaticano II come una sorta di fulminea “palingenesi” della riforma della Chiesa, quasi essa abbia avuto inizio magicamente con l’11 ottobre 1962. In realtà , un’evidenza palmare che l’ultimo Concilio ha conosciuto una lunga fase di gestazione.

Basti qui riferirsi al contributo pionieristico fornito nella prima metà  del ‘900 dai fautori dei movimenti biblico, liturgico, ecclesiologico, missionario, pastorale ed ecumenico. Oppure al ruolo che hanno giocato nella Chiesa italiana autorevoli ecclesiastici: oltre ai cardinali G. Lercaro e G.B. Montini, basti pensare a vescovi quali E. Bartoletti, F. Costa, E. Guano, nella cui scia hanno potuto poi iscriversi pastori conciliari quali T. Bello, C. Naro, C.M. Martini.

Lo stesso si deve dire di figure di preti quali don Milani, don Zeno, padre Balducci, padre Calati, don Mazzolari o di laici quali Olivelli, Carretto, La Pira, De Gasperi, Moro, Dossetti, Lazzati, Chiara Lubich, Bachelet (tutte le liste ovviamente peccano per difetto). Si tratta di personalità che hanno vissuto e ravvivato la stagione di vita e la coscienza ecclesiale prima del Concilio.

Non diversamente ciò vale per la teologia cattolica europea del ‘900 che ha visto affermarsi nella prima metà  del secolo colossi del calibro di R. Guardini, K. Rahner, H. Urs Von Balthasar, M.-D. Chenu, H. de Lubac, Y. Congar, E. Schillebeeckx e l’elenco potrebbe continuare. E non diversamente il discorso potrebbe forse essere allargato ai domini della riflessione filosofica e della letteratura, se è vero che l’attuale generazione complessivamente non ha raggiunto neppure gli epigoni della precedente.

Tuttavia, nonostante la straordinaria lezione conciliare non abbia ancora ultimato di portare i suoi saporosi frutti, pare poter sommessamente affermare che la generazione postconciliare dei vescovi, dei teologi e dei maggiori rappresentanti del mondo cattolico non sia in grado di competere con quelle straordinarie personalità  sopra richiamate. Sia chiaro il discorso richiederebbe di essere debitamente istruito per interrogarsi sui criteri di reclutamento dell’episcopato, sui nuovi impulsi in atto sul fronte teologico, nonché su un protagonismo dei laici forse più sbandierato che effettivamente praticato. E’ pur vero poi che ogni stagione storica ha il suo spirito epocale, le sue punte di eccellenza, i suoi dinamismi interni al tessuto ecclesiale e i suoi risvolti esterni in termini di dialogo con la cultura circostante. Certamente dopo l’ultima assise hanno avuto un’influenza assolutamente preponderante e pervasiva fenomeni complessi, quali la secolarizzazione, il retaggio del ’68, l’avvento della società  di massa, la caduta delle ideologie (i grandi racconti), l’invasività  dei media e la digitalizzazione, i processi di globalizzazione, le grandi migrazioni e le nuove frontiere del post-umano. E, trasposto in chiave biblica, alla stagione esodica e dei grandi profeti segue la fase della sapienza come virtù del buon governo, che ricerca il senso della misura, che invita a saper cogliere le sfumature, che in ogni occasione sollecita a scegliere fra vero e falso, e – per ultimo – invita a cogliere dentro la proposta contenuta nella Parola di Dio la direzione del bene possibile.

Senza cadere in diagnosi disfattistiche e apocalittiche – che comunque non possono essere compensate da fughe nell’intimismo o nella coltivazione di narcisismi di qualsiasi sorta -, è consolante lasciarsi guidare dalla saggezza maturata nel passato, quando dopo un’età  aurea di geni e di creatività  somma è succeduta un’epoca da iscriversi in un profilo meno esaltante e più ordinario. Può tornare utile riferirsi al celebre asserto che si incontra nel Metalogicon di Giovanni di Salisbury: «diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti»; possiamo, cioè, vedere più lontano non per l’acume della nostra vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo portati in alto dalla statura dei giganti.

La massima restituisce conforto e speranza proprio in quanto gli attori di oggi, seppur nani rispetto ai grandi maestri fondatori del passato, possono persino sopravanzarli, guardare “oltre” e più in profondità  l’orizzonte, onorare così e rivitalizzare quella preziosa eredità  ricevuta come dono. Il nostro tempo, per divenire il nostro kairos, ce lo impone. Nella certezza poi che lo Spirito continua a mandarci uomini e donne che adempiono il compito di farci camminare verso la pienezza del Regno e che comunque: «Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini» (J. Bossuet).

 

fonte: AVVENIRE, Venerdì  15 settembre 2017, p. 3

:Risultati immagini per papa giovanni XXIII

 

«Mi unisco all’appello di monsignor Ricchiuti e trovo come lui irrispettoso coinvolgere papa Giovanni come patrono delle Forze Armate». A monsignor Tommaso Valentinetti, a parlare all’indomani della proclamazione di San Giovanni XXIII come Patrono dell’Esercito. L’arcivescovo di Pescara-Penne, in sintonia con il presidente di Pax Christi, movimento che lui stesso ha guidato dal 2003 al 2009, definisce «un’assurdità  l’accostamento tra la figura di Papa Roncalli e le forze armate, tra il Pontefice dell’Enciclica Pacem in Terris, che denunciò ogni tipo di guerra e invocò il disarmo, e l’esercito. Un’assurdità  anche perché non rappresenta il ensus fidei di tanti credenti che hanno conosciuto il Papa come l’uomo amorevole e il Pontefice finalmente vicino, anche fisicamente, alla gente».

È amareggiato Monsignor Valentinetti che non riesce a tollerare il fatto che «si possa giustificare questa operazione avviata nel lontano 1996 – continua l’arcivescovo – e per questo segnata da innumerevoli difficoltà  e dubbi in seno ecclesiale, con il fatto che l’allora Giuseppe Angelo Roncalli rispose all’obbligo della leva in sostituzione del fratello. Si dimentica, però, che lo stesso Papa, in diverse lettere, descriveva l’esperienza da militare come traumatica, tanto che tornato a casa volle staccare dai suoi abiti e da se stesso tutti i segni del servizio militare. Ed ora cosa fanno? Gli ricuciono addosso una mimetica, inventando un presunto beneplacito della buonanima del cardinale Capovilla. Chi ha conosciuto però l’arcivescovo, tornato alla casa del Padre lo scorso anno, sa benissimo che mai avrebbe potuto tollerare una volontà  tanto contraria al Papa che ha sostenuto e servito».

Anche lìassociazione tra il Papa buono e le missioni di pace dell’Esercito non piace al presule che, però, auspica un cambiamento necessario.  «Spero che, a questo punto, l’intercessione di San Giovanni ribadisce Valentinetti ricordando la lettera enciclica del 1963 e l’opera del Santo Padre  cambi radicalmente la politica militare italiana. Al n. 60 del suo stupendo documento il Pontefice domandava che venisse arrestata la corsa agli armamenti e si riducessero simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già  esistenti. Una richiesta disattesa, ma non si potrà  invocare il nome del Santo protettore senza, quantomeno, adoperarsi perché i rapporti fra le comunità  politiche –  cita ancora l’enciclica al n. 62 – come quelli fra i singoli esseri umani, siano regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità , nella giustizia, nella solidarietà  operante. Che al criterio della pace che si regge ancora sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia!».

 

Orazio La Rocca

 

 

San Giovanni XXIII è il papa della Pacem in Terris, la profetica lettera enciclica sulla pace elevata a collante unico per la promozione dei rapporti tra tutti gli uomini al di là  di scelte politiche e religiose. E’ il pontefice del discorso alla luna e della carezza a tutti i bambini del mondo, ma anche il padre del Concilio Vaticano II, dell’ecumenismo e delle prime aperture all’ebraismo. Non solo. Da oggi, anche “patrono dell’Esercito Italiano”. Un amaro controsenso, all’apparenza difficilmente accettabile, eppure vero.

Papa Roncalli – non a caso rimasto nell’immaginario collettivo come il Papa “buono” – per antonomasia è  stato l’infaticabile fustigatore di guerre, violenze, sopraffazioni e qualsiasi forma di oppressione, della messa al bando della produzione delle armi e della loro commercializzazione. Ora però è stato nominato, a sorpresa, Patrono delle forze armate del nostro Paese.

Il Papa di Pacem in Terris

La proclamazione verrà  fatta solennemente il 12 settembre prossimo nel Palazzo Esercito di via XX Settembre, a Roma. Si tratta, però, di una scelta – promossa dalle componenti ecclesiali vicine agli ambienti militari, seccamente criticata da tutti: credenti e non credenti che da sempre vedono a ragione in Giovanni XXIII il papa che ha sempre operato a favore della pace, sia da pontefice (oltre alla Pacem in Terris, nel 1961 un suo appello scongiurò lo scoppio di una terza guerra mondiale per la crisi esplosa tra Usa ed Urss in seguito alla decisione di Mosca di installare missili nucleari a Cuba) che da nunzio (storico il suo intervento con cui durante la seconda guerra mondiale salvò in Turchia migliaia di ebrei in procinto di partire verso Auschwitz).

Poco d’accordo anche i familiari del Papa

Nomina, comunque, che ha preso in contropiede anche una parte dei familiari del pontefice santificato due anni fa da papa Francesco. Come il pronipote Marco Roncalli, giornalista e scrittore, che, pur senza nascondere di essere “sorpreso”, sostiene che è “una decisione delicata che andrebbe anche spiegata e accompagnata da una strategia pedagogica”.

“Può esserci il rischio – sottolinea Roncalli – di istituzionalizzare dentro l’Esercito il Papa, sottraendogli tutta la sua carica profetica. Per questo capisco chi solleva dubbi e perplessità”. Carica plasmata, in primo luogo, intorno alla promozione giovannea della pace universale, alla condanna delle guerre, degli armamenti e del commercio di qualsiasi ordigno bellico.

I promotori della scelta

Riserve e prudenze che non hanno minimamente sfiorato i promotori della nomina. E così il 12 settembre, in pompa magna, l’Ordinario Militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, consegnerà  la Bolla della proclamazione del papa Buono a Patrono delle Forze Armate stilata dalla Congregazione per il Culto divino al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Danilo Errico. A sua volta, il generale Errico consegnerà  la Croce d’Oro al merito dell’Esercito a monsignor Marcianò.

Emanuele Roncalli, un altro pronipote di Giovanni XXIII, terrà  una prolusione. Nell’occasione sarà  proiettato un filmato sul giovane milite Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Giovanni XXIII, militare di leva, sergente e cappellano militare nella Grande Guerra; e verrà  infine scoperto un suo busto.

Con questa scelta, filtra dagli ambienti dell’Ordinariato, “il Papa della Pacem in Terris vigilerà  su tutte le forze armate impegnate in missioni di pace e interventi umanitari internazionali”.

Marco Roncalli appare più cauto “pur manifestando tutto il mio rispetto per gli uomini che in divisa servono il Paese”. Ma -puntualizza – “voglio leggere la cosa come un esercito nuovo, chiamato davvero al bene pubblico e a presidio della pace. Se penso all’esercito italiano, in coscienza, non posso non pensare a chi rischia di sminare aree inquinate da ordigni, a chi presidia fuori dalle stazioni, dai musei, dai teatri, stadi ed edifici religiosi. A chi opera nelle zone colpite da calamità  e a chi fa da cuscinetto tra paesi in guerra. Se si va in questa direzione la nomina ci sta. Certo, se si dovesse assistere da parte dei nostri soldati ad azioni bellicistiche e di offesa sarebbe grave aver proclamato Patrono chi ha scritto la Pacem in Terris, e magari doveva essere invece eletto a Patrono della pace universale e dell’ecumenismo come volevano anche i fratelli ortodossia”.

Fonte: panorama.it  (11 settembre 2017)

tettamanzi

 

Sabato 5 agosto di mattina intorno alle 10.30, all’età di 83 anni, dopo una lunga malattia, il cardinale Dionigi Tettamanzi. Arcivescovo di Milano dal 2002 al 2011, si è spento nella Villa Sacro Cuore, la Casa di spiritualità della Diocesi, a Triuggio, in Brianza, dove si era ritirato dopo la fine del mandato. Accanto al cardinale c’erano i familiari e Marina, la storica assistente. Martedì 8 agosto, alle 11, si sono tenuti i funerali sempre nella cattedrale presieduti dall’Amministratore apostolico cardinale Angelo Scola e concelebrati – tra i 25 vescovi – dall’Arcivescovo eletto di Milano monsignor Mario Delpini. Il cardinale Tettamanzi, al termine della celebrazione, è stato sepolto in Duomo, sul lato destro della cattedrale, ai piedi dell’altare Virgo Potens dove è presente anche l’urna del beato cardinale Schuster.

 

Marco Garzonio

 

Dionigi Tettamanzi ha puntato su un binomio: che Milano fosse cantiere di socialità e possedesse un’anima. In perfetto stile ambrosiano aveva un’idea del Cristianesimo ispirata al Vangelo delle Beatitudini, all’annuncio fatto per poveri e afflitti, per la giustizia e la pace. La Chiesa per lui doveva spendersi affinché quelle parole divenissero vita effettiva nella città: per cambiarla nei cuori delle persone e nel governo della cosa pubblica. Altrimenti, disse, i cattolici sarebbero diventati «ininfluenti» e «superflui».

Quando Giovanni Paolo II nominò Tettamanzi molti si chiesero come avrebbe retto il confronto con il carisma di Martini. L’unico a non considerare ingombrante la figura del predecessore fu lui. Primo per l’esperienza in tante vicende di uomini e di Chiesa (era stato Segretario della Cei); secondo perché in Diocesi aveva studiato e insegnato, conoscendo gran parte del clero sulla maggioranza del quale pensava quindi di far conto; terzo perché non soffriva di complessi e da uomo intelligente («furbo», dicevano i suoi maestri e compagni di studio) s’era tenuto abbastanza alla larga da cordate e gruppi; quarto, perché, ritenendo che la miglior difesa fosse l’attacco, rimarcò lui le differenze con Martini teorizzando lo schema della «continuità nella diversità». Nel giorno dell’ingresso, 29 settembre 2002, Tettamanzi spiazzò tutti, istituzioni e politica, in particolare gli ex dc che si erano accasati con Berlusconi. Tettamanzi tenne il più laico dei discorsi. Mentre le autorità gli davano il benvenuto e cercavano di ingraziarselo alludendo alla semplicità e alla bonomia del suo carattere (un modo per rimarcare la differenza rispetto a Martini che era stato poco tenero verso i politici) il nuovo Arcivescovo affermò che non si sarebbe lasciato condizionare «da nessun governo, da nessuna critica». È la rivendicazione della libertà del cristiano ispirata ad Ambrogio: «Non si addice a un imperatore soffocare la libertà di parola, né ad un vescovo tacere il proprio pensiero». Tettamanzi disse di pensare ad una «città buona», dove arte della politica è «creare amicizia» un abitare fatto di giustizia e solidarietà, di accoglienza per chi viene da lontano, lavoro, ambiente vivibile sensibilità alla globalizzazione; dove chi fa politica sia credibile per «disinteresse personale ed economico» e dove non sono ammesse «deleghe in bianco ad altri».

La coerenza fu virtù di Tettamanzi: affabilità con tutti (chiamava gli interlocutori per nome e non lasciava rito o cerimonia senza aver stretto un gran numero di mani, con sorrisi e parole per ognuno); cura della liturgia (introdusse riforme, in parte però poi lasciate cadere); rigore nell’etica (in primis quella pubblica); un governo fondato sulla moral suasion più che sul comando autoritario; un’attenzione ai deboli: accolse in Duomo gli operai dell’Alfa (traditi dalle istituzioni); intervenne per i baraccati, i rom, i musulmani senza moschea, le famiglie fiaccate dalla crisi per aiutare le quali istituì il Fondo famiglia e lavoro.

Le prove che dava, il ruolo di Milano, la voglia di contare di parte dei vescovi italiani portarono Tettamanzi sulla soglia del trono di Pietro. Alla morte di Wojtyla i vertici della Cei erano convinti che in Conclave si sarebbe consumato uno scontro tra conservatori (Ratzinger) e progressisti (Martini) che alla fine avrebbe portato a una figura di mediazione per uscire dall’impasse: Tettamanzi.

Uno strettissimo collaboratore del Cardinale ha confidato a chi scrive: «Ci erano state date precise rassicurazioni». I Conclavi sono segreti, ma si sa che contrapposizione vi fu tra Ratzinger e Bergoglio, non con Martini, che si era detto «indisponibile» a una candidatura confidando a chi la pensava come lui che i tempi per un cambiamento non erano maturi; per cui era meglio convergere su un conservatore intelligente, cioè Ratzinger, col quale ci si sarebbe potuti intendere. Presto si pentì. Ma questa è un’altra storia.

L’esperienza del Conclave segnò emotivamente Tettamanzi, ma lo spinse a proseguire in modo sempre più incisivo. Col risultato che fu apprezzato da Benedetto XVI, che lo confermò alla guida della Diocesi per altri due anni respingendone le dimissioni al compimento del 75° compleanno nel 2009, e venne invece tenuto sotto tiro dalla politica. Il centro destra manifestò insofferenza, con una manifestazione della Lega contro il Cardinale a Varese e un ministro della Repubblica che si assunse funzioni da «polizia politica» e si recò in Duomo a verificare se le omelie del presule fossero troppo tolleranti verso l’Islam. Il clamore non scompose Tettamanzi.

Nel discorso di Sant’Ambrogio del 2010 il cardinale dettò una sorta di decalogo per gli amministratori della città.

1. amare e servire la città, «integralmente, nel suo insieme, senza discriminarne una parte»;

2. alleviare «le difficoltà di chi si trova nelle condizioni peggiori», così da evitare che i più deboli siano fagocitati «in percorsi malavitosi e mafiosi»;

3. promuovere la legalità in un’ottica educativa, che vien prima di repressione e vigilanza sul territorio;

4. portare agli elettori argomenti che non siano strumentali alle contrapposizioni e «alla ricerca facile del consenso»;

5. puntare sulle «innumerevoli risorse» e non solo sugli elenchi dei problemi;

6. essere «esemplari, obbedienti alla retta coscienza, all’istanza del bene comune»;

7. non avere conflitti d’interesse, per evitare «danni incalcolabili a chi è già povero e svantaggiato, alle generazioni che verranno dopo di noi, a se stesso e alla propria coscienza»;

8. non limitarsi ad essere «gestori della cosa pubblica», «sorveglianti dello status quo», «rappresentanti di una parte e non di altre»;

9. viversi «sempre più strateghi del futuro della nostra città e del suo benessere complessivo»;

10. nutrire la consapevolezza di non esser soli quando ci si occupa «disinteressatamente degli altri».

Pochi mesi dopo, il «popolo arancione» di Pisapia conquistò Palazzo Marino, l’Espresso definì «episcopati stravaganti» quelli di Martini e Tettamanzi, Benedetto XVI nominò Scola a Milano. Villa Sacro Cuore di Triuggio, casa per esercizi spirituali, divenne il ritiro di Dionigi Tettamanzi, sino a oggi.

Fonte: Corriere della Sera online (5 agosto 2017)

 

rv27223_articolo-inutile-strade

Card. Gualtiero Bassetti

 

Cento anni fa, un modo nuovo di intendere la pace comparve sulla scena pubblica del mondo contemporaneo. E poche affermazioni tratte da documenti pontifici hanno avuto una così grande influenza storica come quella scritta da Benedetto XV il 1° agosto del 1917, quando, a tre anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, si appellò ai «capi dei popoli belligeranti» per fermare un conflitto sanguinoso che «ogni giorno più» appariva «come un’inutile strage». Ancora oggi, a distanza di cento anni, quelle parole risuonano, non solo nel discorso pubblico, ma nella coscienza profonda di ogni persona, come un ammonimento di grande importanza morale e politica. 

 

In quella lettera, che evocava il «suicidio» dell’Europa in cui «una follia universale» stava producendo una orribile carneficina, il Papa chiedeva in modo nettissimo una «pace giusta e duratura» che potesse affermarsi grazie ai più importanti strumenti diplomatici del tempo: la richiesta di un arbitrato internazionale, la reciproca restituzione di alcuni territori e la necessità impellente di un disarmo. Di fatto, Benedetto XV chiedeva di sottomettere la «forza materiale delle armi» alla «forza morale del diritto». 


Quelle parole, come è noto, non mutarono il corso del conflitto mondiale. Tuttavia, si sarebbero rivelate profetiche per almeno due motivi. Innanzitutto, per il giudizio durissimo sulla guerra. I conflitti moderni, infatti, si sarebbero sempre più caratterizzati come delle guerre totali che non avrebbero coinvolto solo gli eserciti ma anche le popolazioni civili, producendo, di fatto, un unico risultato significativo: la morte di milioni di persone innocenti. L’evocazione di «un’inutile strage», da quel momento, è diventata una sorta di grido di dolore verso la guerra moderna e ogni tipo di efferata morte di massa provocata dalla modernità nichilista. E non casualmente, Papa Francesco l’ha richiamata in occasione del G20 per denunciare le inutili stragi di migranti sul Mediterraneo.

 

In secondo luogo, quelle parole segnarono l’inizio dell’elaborazione di una nuova teologia della pace. Una novità che arricchì non solo il magistero della Chiesa ma anche la cultura del mondo occidentale, delineando una sfida che, all’inizio del Novecento, sembrava quasi impossibile da vincere. Quelle parole, invece, aprirono la strada a una nuova primavera della pace. Prima di tutto con un’enciclica di Benedetto XV del 1920, oggi quasi dimenticata, Pacem Dei munus Pulcherrimum, in cui il Papa ribadì con vigore che il «messaggio del cristianesimo» è un «evangelo di pace». E poi con una serie di riflessioni successive che avrebbero portato alla Pacem in terris di Giovanni XXIII nel 1963 — autentica pietra miliare di questa nuova teologia della pace —, alle dichiarazioni del concilio Vaticano ii e alle moltissime affermazioni dei Papi che si sono succeduti sulla Cattedra di Pietro fino a oggi. Una nuova teologia della pace, è bene chiarirlo, che non si fonda sulla base di vaghi propositi ideali, ma su indiscutibili principi evangelici: la giustizia, la carità e l’incalpestabile dignità della persona umana. 


Mai come oggi, questa teologia della pace va difesa con tutte le nostre forze. Va difesa da coloro che, in modo vile e meschino, compiono dei brutali atti terroristici contro l’umanità innocente. Va difesa da chi provoca le guerre per una volontà di potenza, di conquista e per interessi economici. E va sostenuta anche con coloro che nel dibattito pubblico sbeffeggiano la pace come un’idea buonista, frutto di un pensiero debole e in nome di un inevitabile scontro di civiltà. 


Occorre dirlo con chiarezza: cercare la pace non è il prodotto di una civiltà decadente con un’identità fragile. È vero esattamente il contrario: cercare la pace è un esercizio eroico, che richiede un impegno enorme, incessante, quotidiano, e che richiede una forza diversa da quella militare: è la forza della fede; la forza del dialogo; e, come scriveva Benedetto XV, la «forza morale del diritto».

 

Dunque, è questo il tempo di difendere l’impegno per la pace con coraggio, determinazione e mitezza. Cercando di fornirle anche nuovi significati e un rinnovato linguaggio. Con un unico grande obiettivo: superare tutte le inutili stragi del mondo attuale.

card-bassetti

(editoriale pubblicato su: L’Osservatore Romano – 31 Luglio 2017

africa

 

Padre Giulio Albanese

In questi anni di condivisione, nell’ambito del nostro Cenacolo di amici di papa Francesco (di cui questo sito è l’organo), vi è sempre stato grande interesse nei confronti dell’illuminato magistero sociale del pontefice. Per noi tutti, la sua visione e i suoi insegnamenti rappresentano una grande sfida, soprattutto per l’enfasi che egli ha posto in riferimento all’impegno condiviso contro la “cultura dello scarto” e la conseguente “globalizzazione dell’indifferenza”. A questo proposito, è bene sottolineare che per la Chiesa europea si tratta, in gran parte, di osteggiare, il cosiddetto “pensiero debole” occidentale pervaso da una perdurante mentalità coloniale. Basta leggere i giornali nostrani per rendersi conto, ad esempio, di come l’Africa venga puntualmente redarguita, in relazione al fenomeno migratorio, per le sue barbarie, quasi fosse irriducibilmente bocciata dalla Storia, quella delle grandi civilizzazioni. Sì, quasi fosse davvero la metafora del sottosviluppo di ieri, di oggi e di sempre. Come ricordava sensatamente il compianto storico Basil Davidson, questi pregiudizi non giovano alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento, pregiudicando l’incontro. Emblematico è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Davidson, riguardante un etnografo tedesco e viaggiatore di nome Leo Frobenius. Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima di Cristo le coste dell’Africa Occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.

 

san-francesco-giotto-01

Raffaele Cananzi

La stessa urgenza che papa Giovanni XXIII ebbe nell’indire il Concilio, mostra papa Francesco nel seguire il comando di Gesù a San Francesco: “Francesco va’ e ripara la mia Chiesa”. L’esperienza storico-teologica aveva pure suggerito ai Padri conciliari (LG 8) di considerare “Ecclesia semper reformanda”. In questa espressione non è solo la riforma del profilo istituzionale della Chiesa cattolica, non è solo la riforma della curia romana, della decentralizzazione e dello stesso Papato (Evangelii gaudium, n. 32).

La “conversione ecclesiale” tocca strutture ma anche i cuori degli uomini e delle donne che le impersonano. La conversione tocca tutto il popolo di Dio che, camminando nella storia, non è tanto portatore ed esecutore di un progetto ma del “disegno” del “sogno” del Regno che si va realizzando nei tempi e nei modi in cui Dio stesso dispone e lo Spirito suggerisce. Il nome di Francesco indica una riforma interiore profonda che si esprime, nella concretezza dei gesti e delle opere dei credenti, attraverso forme di povertà, di umiltà, di generoso e disinteressato servizio al Vangelo del Signore Gesù.

bimbo

 

 

 Padre Giulio Albanese

 

La questione migratoria è un fenomeno complesso nel villaggio globale, che riguarda tutti, ricchi e poveri. Purtroppo, però, questo approccio olistico non è così  pacifico ed evidente nell’agenda politica internazionale. Per esempio, l’indirizzo dell’Unione Europea, sia nell’ambito delle istituzioni comunitarie come a livello di Stati membri, è sintomatico di una visione politica riduttiva e di parte. Nella migliore delle ipotesi, i leader degli Stati europei sono arrivati a dire “sì” al salvataggio delle vite umane e, spesso, “no” all’accoglienza… Se da una parte è vero che l’integrazione è problematica, e trova resistenze, nell’attuale congiuntura, all’interno di vasti settori dell’opinione pubblica, dall’altra è ancora più chiaro che la povertà  presente nei Paesi di provenienza dei migranti sta generando un flusso di umanità  dolente, spesso ostaggio di circuiti legati alla tratta di esseri umani. Eppure, a pensarci bene, le popolazioni che oggi si muovono da un continente all’altro per guerre, inedia e pandemie rappresentano anche e soprattutto un capitale umano da non sottovalutare per le sue potenzialità .

Ecco che allora ciò che sta avvenendo nel Mediterraneo – nell’antico Mare Nostrum convertito tragicamente in Mare Monstrum – esige capacità  di “governance globale”. Come? Se si vuole che un “qualcosa di importante” venga considerato nel suo giusto valore, dunque non sprecato, non c’è modo migliore che farlo pagare. Questa semplice mossa instaura un circolo virtuoso perché chi non compie alcuno sforzo per affrontare una questione che riguarda l’intera comunità  planetaria (dunque non solo dell’Europa, ma anche dei Paesi africani e mediorientali) viene penalizzato, mentre chi riesce ad apprezzare le risorse umane migranti ottiene un riconoscimento, non solo economico. Pensiamo, allora, a un’autorità  sovranazionale in grado di stabilire un “credito di migrazione massimo” (standard) diviso e ripartito sotto forma di «diritti di migrazione» tra Stati sovrani del Nord e del Sud del mondo (dunque non solo europei, perché il tema è globale). L’idea non è ovviamente quella di “monetizzare” la vita dei migranti: si tratta di una semplificazione; utile tuttavia a fornire la base per una corresponsabilità  di tutti nella gestione di un fenomeno che riguarda tutti.

Il meccanismo è – l’impegno e la sfida – sarebbe quello di accogliere migranti nei propri territori in quantità  pari o superiore alle quote assegnate (secondo criteri da stabilire in sede internazionale). In caso contrario, il governo in questione dovrebbe acquistare i crediti che gli mancano da altri governi che, invece, si siano comportati in maniera più virtuosa di quanto richiesto, e che quindi possano, per così dire, “cedere” i propri crediti “eccedenti”.

Con questo strumento, gli Stati che intendono accogliere i migranti ci guadagnerebbero sia economicamente sia in reputazione. Infatti, sarebbero messi nelle condizioni di trarre un beneficio dalla vendita dei loro crediti, dimostrando all’intero sistema globale di essere in grado di rispettare le regole e addirittura di fare anche meglio. Allo stesso tempo, il riconoscere un ‘credito di migrazione’ darebbe luogo anche a un parallelo riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni uomo o donna migrante (che danno contenuto al legittimo diritto umano di poter scegliere se partire o restare nella propria terra, e di ricevere â – se e quando necessario è appropriata assistenza umanitaria), che potrebbe avere un’articolazione diversa, ad esempio, nel caso di una persona in una situazione particolarmente vulnerabile.

Prendiamo allora, Paesi come l’Austria, l’Ungheria o la Polonia che non intendono accogliere richiedenti asilo. In questo caso essi dovrebbero pagare quei Paesi virtuosi che, sulla scena internazionale, si fanno carico della questione migratoria. Qui però l’attenzione non va rivolta solo all’Italia, che oggi è forse il Paese europeo che più di altri, si sta facendo carico delle migrazioni attraverso il Mediterraneo. I flussi migratori riguardano solo marginalmente il Vecchio Continente, se si considera che la maggior parte della mobilità  umana è concentrata nel Sud del mondo. In termini di valore assoluto del contributo economico per abitante, 8 dei 10 primi Paesi che accolgono rifugiati sono in Africa (Sud Sudan, Ciad, Uganda, Burundi, Niger, Ruanda, Mauritania e Camerun) e 2 in Medio Oriente: Libano (quarto) e Giordania (ottava). Si tratta, dunque, di disegnare una road map veritiera, che vada ben al di là  delle narrative pre-elettorali di questo o quello schieramento politico, di questa o quella nazione. Ripetiamocelo, è ora di cambiare logica: dalla globalizzazione dei mercati all’affermazione della globalizzazione dei diritti cardine della persona umana.

 

albanese

Tratta da Avvenire, Domenica 16 Luglio 2017, p. 1

vi-it-art-43368-vescovi_lapresse_05

Il giochino (anche interessato) del totonomine

La Chiesa merita attenzione

non mirati pettegolezzi

 Marco Vergottini 

 

Le vicende di questi ultimi mesi – tanto le votazioni e la nomina del nuovo Presidente della Cei, quanto l’avvicendamento di presuli su sedi episcopali, anche prestigiose – hanno innescato una vera e propria competizione di toto-nomine con la preoccupazione dei maggiori quotidiani e periodici italiani di anticipare ai lettori l’esito finale. In questa linea si sussurra a voce alta l’esistenza di cordate e traffici, di arrampicatori e vincitori.

Che le vicende della Chiesa siano costantemente sulla ribalta della comunicazione pubblica è un fatto assodato da almeno vent’anni nel nostro Paese. La lievitazione dell’interesse non è stata a ben vedere direttamente proporzionale alla raffinatezza dell’osservazione delle dinamiche ecclesiali. Il dato è un poco preoccupante: sarebbe come asserire che a fronte di una crescente domanda di vini di qualità da parte di un pubblico di fruitori sempre più esigente, agli stessi viene propinato un prodotto sempre più scadente e sofisticato, accompagnato però da etichette sempre più accattivanti e seducenti.

Non si tratta certo di voler imporre un qualche divieto alla divulgazione di notizie religiose, o di rimpiangere le condanne alla libertà di pensiero e di stampa risalendo all’enciclica di Gregorio XVI Mirari vos (1832). Nessuno si illude di reclamare la purezza incontaminata del fatto religioso, quasi a voler deprecare moralisticamente una soglia di inaccessibilità al sacro, alla stregua dello “scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”. La comunità cristiana vive nella storia, la fede si incultura e fra Chiesa e comunicazione pubblica esiste un sano principio di scambio e di influsso reciproco – princìpi, questi, che ricorrono più nella Gaudium et spes (1965) che nel decreto Inter Mirifica (1963). Nessuna pretende che la Chiesa possa stare fuori dalla mischia della pubblica opinione, se è vero che lo storico Alberto Melloni pubblicò 25 anni orsono un saggio, “Lo spettatore influente”, ove documentava come le riviste specializzate e i periodici ebbero un influsso rimarchevole sull’agenda dell’ultimo Concilio, già nella fase preparatoria. Come misconoscere poi l’influsso sul buon esito dell’assise, grazie alla copertura quotidiana dei lavori conciliari svolto da due cavalli di razza quali Raniero La Valle (“L’Avvenire d’Italia”) e Henri Fesquet (“Le Monde”), che furono entrambi interpreti dei fermenti innovatori del Vaticano II?

Ora le cose stanno però in modo diverso. Qui non si tratta di idee, di progetti, di sogni di riforma, bensì di indiscrezioni, di voci e pettegolezzi su persone che avrebbero diritto a vedere rispettata la loro privacy, il servizio reso alla Chiesa e ai fratelli, la vocazione.

Càpita così che qualche (troppo) intraprendente vaticanista sbatta in prima pagina di un quotidiano o di un sito-web la notizia data ormai per assodata del nuovo Vicario di Roma, facendo nome e cognome, tratteggiandone la biografia personale e la carriera ecclesiastica… Peccato, però, che il giorno dopo il Papa – a cui compete la potestà della scelta – individui un’altra figura per quell’incarico. È questa forse la tanto sbandierata deontologia professionale? Qualcuno ricorda che in un documento del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica in internet (2002), si raccomandava ai giornalisti che nel dare notizie <la regolamentazione […] e in linea di principio l’auto-regolamentazione è il metodo migliore>? È inevitabile poi chiedersi, visto che il giochino si ripete, se dietro le notizie di nomine (che poi risultano infondate) accreditate invece come sicure non giochino lobby, poteri più o meno occulti, per condizionare la scelta del pontefice.

Quello che ci consola è che Francesco non si lascia condizionare, ma opera il suo discernimento, secondo un sano principio di consultazione e di sinodalità. Può essere di aiuto a noi riascoltare allora la preghiera di padre Arrupe: <Concedici, Signore, di vedere ora tutto con occhi nuovi, / di discernere e mettere alla prova le intuizioni / che ci aiutano a leggere i segni del tempo, / ad assaporare le cose che sono tue / e a comunicarle ad altri. / Donaci la chiarezza della comprensione / che hai donato a sant’Ignazio>.

card-bassetti

Il Cenacolo di Amici di papa Francesco ringrazia il Santo Padre per la nomina di S. Em. il cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo metropolita di Perugia-Città di Catello, a nuovo Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Auguriamo all’amico Cardinale un fecondo ministero apostolico per il bene della Chiesa italiana e del nostro Paese, certi che egli coltiverà il senso della collegialità e della comunione universale dei vescovi italiani, assicurandogli la nostra preghiera, il nostro affetto e la nostra collaborazione.

Proponiamo qui di seguito una riflessione del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata in un volumetto scritto nei mesi appena precedenti alla sua morte, nel quale individuava quattro caratteristiche del Vescovo, “buon pastore”: a) l’integrità; b) la lealtà; c) la pazienza; d) la misericordia.

 

I contatti con i confratelli vescovi, 

in particolare nella Conferenza episcopale

 

Penso che siano molto importanti i contatti tra i singoli vescovi, soprattutto nell’ambito della regione. È necessario che si promuova una vera amicizia tra i vescovi, che ci sia una reale e volenterosa capacità di ascolto reciproco, e di dialogo costante. Bisognerebbe moltiplicare le occasioni di questa comunione. Al di là degli incontri previsti per la Conferenza episcopale regionale (circa quattro all’anno), per due giorni o poco più, occorre che ci sia una comunicazione più viva e sincera, con la possibilità di aiutarsi a vicenda.

Riguardo alla Conferenza episcopale della nazione, le cose sono invece assai diverse a seconda del numero dei vescovi. Una conferenza come quella brasiliana che ha circa 280 vescovi, o quella dell’America del Nord (circa 150 vescovi) e vescovi), non è una realtà facilmente gestibile. Sarà doveroso trovare delle formule con le quali, anche nei grandi numeri ci si possa intendere e si possa ascoltare la voce di tutti.

Negli Stati Uniti ho trovato questo mezzo che mi è parso efficace: dopo l’eventuale relazione i vescovi si riuniscono attorno a tavoli di cinque o sei persone, magari anche nella stessa aula (evitando le perdite di tempo nei lunghi spostamenti) e sottovoce, ciascuno discute su ciò che ha ascoltato. Poi un membro di ogni gruppo riferisce su ciò che è stato detto. Questo modello offre la possibilità di un dialogo reale e che ogni domanda abbia risposta. Lì dove il dialogo risulta più un monologo e dove il Presidente della conferenza offre lui stesso durante la lettura della prolusione, le linee fondamentali delle problematiche, lo svolgimento della riflessione e le modalità di soluzione dei problemi, la collegialità viene a cadere e i vescovi possono vivere null’altro che la frustrazione di una partecipazione passiva.

Soprattutto nelle Conferenze composte di grandi numeri, vi sono uffici preposti all’aiuto dei vescovi nelle loro discussioni. Quando questi uffici oltrepassano i limiti dell’aiuto e diventano direttamente responsabili della pastorale della nazione il rischio di fallimento di una Conferenza è assai grande. A essi tocca esclusivamente il lavoro di ricezione ed elaborazione scritta delle indicazioni dei vescovi. Così saranno realmente degli strumenti concreti per raggiungere gli obiettivi che i vescovi si erano proposti. Uno dei pericoli reali per qualsiasi Conferenza è la degenerazione in struttura burocratica. Il singolo vescovo tenderà a chiudersi in se stesso pensando all’esclusivo impegno per la propria diocesi. Bisogna invece che i vescovi si conoscano, si sostengano a vicenda e si amino con vera carità. Il lavoro delle Conferenze Episcopali sarà solo un aiuto per i singoli vescovi, che corrono il rischio di sentirsi un po’ soli e disarticolati dall’immenso corpo che è la Chiesa. Ricordo di un giovane prete che mi ripeteva le’ parole del suo vescovo durante i colloqui: «quando vieni da me ti concedo tutto il tempo di cui hai bisogno, se io vado a Roma non mi vengono dati neppure cinque minuti».

Il vescovo che non segue attentamente i lavori delle varie Conferenze (regionale nazionale europea o mondiale) rischia di maturare una sindrome da solitudine pastorale e anche di azione personale scollata dalle diocesi limitrofe e dall’intero cammino della Chiesa. Le conseguenze saranno almeno due: il “complesso del padre-padrone” o al contrario il “complesso del pastore solitario” che ha paura e si chiude in se stesso.

Ci si potrebbe domandare quali sono le occasioni offerte ai vescovi per continuare a formarsi come cristiani, in altre parole a una continua conversione. Nel mondo delle imprese sono numerose le offerte di formazione permanente, anche per i dirigenti. Non è possibile elencare qui tutti i processi formativi offerti ai vescovi. Ma non mi pare siano troppi. Quando ero presidente della Consiglio delle Conferenze dei Vescovi Europei (CCE) avevamo organizzato, lontano da Roma, una settimana di aggiornamenti per i vescovi fino a cinque anni di ordinazione. La cosa era stata accolta con viva soddisfazione. I temi principali della vita del vescovo venivano prima discussi dai vescovi stessi e solo dopo c’era una relazione sul tema fatta da un vescovo più anziano. Il secondo incontro lo facemmo a Roma dietro gentile insistenza della Congregazione per i Vescovi. Al nostro programma aggiungemmo alcune presentazioni fatte dai capi di dicastero. Ma a partire dalla terza proposta tutto venne preso in carica dalla Congregazione per i vescovi.

C.M. Martini, Il vescovo, Rosenberg & Sellier, Torino 2011, pp. 81-85.

 

 

 

san-giovanni-in-laterano

 

Al termine degli Esercizi spirituali tenuti ad Ariccia per la Curia Romana, nel pomeriggio del 10 marzo 2017 il papa Francesco, parlando al Consiglio Episcopale della diocesi di Roma e al Consiglio dei Prefetti, ha espresso il desiderio di essere aiutato nel discernimento in ordine alla scelta del nuovo Vicario della diocesi di Roma. Ciò potrà avvenire, anzitutto, con la preghiera allo Spirito Santo da parte di sacerdoti, religiosi e laici, ma anche in forma scritta elencando in una lettera: a) segnalando i bisogni. Le urgenze e le sfide che riguardano il presente e il futuro della Diocesi; b) tratteggiando un “identikit” di un candidato ideale; c) eventualmente, suggerendo uno o più nomi di candidati che potrebbero degnamente svolgere tale ministero.

 

 

Roma, 10 aprile 2017

Alla cortese attenzione della Segreteria Particolare di Papa Francesco.

Tenuto conto della complessità della diocesi di Roma – per la presenza della Santa Sede e dei suoi organismi che hanno influsso non secondario su molte vicende diocesane – il Cenacolo di Amici di Papa Francesco offre umilmente all’attenzione del Santo Padre, del quale ha immensamente apprezzato l’ innovativa e sinodale iniziativa ecclesiale, le seguenti riflessioni.

  • Un pastore umanamente sereno e capace di autonomia pastorale e creatività e inventiva, in modo da sottrarre la diocesi alla vischiosa confusione con la pervasiva presenza vaticana.
  • Un uomo dotato di senso pratico, di risorse organizzative personali, capace di abitare la complessità romana senza timidezza e con discernimento illuminato dalla fede e non dalla diplomazia o dal servilismo.
  • Valorizzi le ricchezze di tanto laicato preparato e motivato: sia italiano che straniero, per una nuova stagione di pastorale multiversale e interculturale. A Roma più che altrove il laicato è asservito al clericalismo più mondano.
  • Non sia preoccupato della occhiuta vigilanza dei dicasteri vaticani, ma abbia saggezza e libertà per prendere iniziative proprie, secondo la identità cristiana propria di Roma, non sovrapponibile alla “logica” del Vaticano.
  • Si assuma con coraggio il compito di esplorare gli orizzonti segnalati da papa Francesco, andando anche più avanti di quanto lui propone, senza restare sempre a rimorchio, e cercare riduzioni comode nell’ispirazione.
  • Abbia a cuore il dialogo con il clero romano, come un corpo di pastori genuini e audaci, e non come ramificazione di influenze vaticane. Combatta con forza la burocratizzazione “similàtea” del Vicariato.
  • In particolare sia in dialogo vero e vigile con le istituzioni formative sia del clero diocesano che di quello dei religiosi e delle religiose: per mettere a beneficio di Roma tante risorse preziose, secondo un giusto indirizzo evangelico.
  • Abbia il coraggio di richiamare tutti (a cominciare dai preti) alla sobrietà evangelica: togliendo lo scandalo di mille istituzioni ecclesiastiche avide di guadagno e visibile scandalo per i valori evangelici.
  • Infine che non abbia il titolo di cardinale: perché c’è già il Papa; ma sviluppi in Roma una pastorale che sia esemplare per il resto del mondo, così da mostrare come si può assecondare creativamente, già da qui, l’ispirazione di Francesco

Il Cenacolo di Amici di Papa Francesco

 

martini-e-laras017

Dispiace davvero che si possa anche solo indugiare nell’idea che papa Francesco nutra sentimenti non fraterni con gli ebrei.  Il Papa, in particolare, del grande viaggio del 2014 in Terra Santa, compiuto con un amico rabbino inserito nel seguito papale; e il papa della successiva struggente preghiera con ebrei e musulmani nei Giardini vaticani. Il Papa costitutivamente dialogante, e anche su questo versante particolarmente vicino al cardinal Martini, da sempre, anche a Buenos Aires, ha dimostrato il più grande amore per i fratelli ebrei e ha condannato il minimo accenno di antisemitismo. Per parte nostra, vorremmo ricordare, anche in occasione di questo spiacevole incidente, la regola aurea del dialogo interreligioso, divenuta il Leitmotiv del pontificato di Francesco, quella riconciliazione delle differenze che vede in queste ultime non un ostacolo bensì una grande possibilità di arricchimento reciproco fra le differenti religioni. E differenti rimangono, sulla base del ceppo santo comune, ebraismo e cristianesimo. [R.L.]

 Publichiamo di seguito  una riflessione della biblista cattolica Rosanna Virgili e un messaggio a Rav Laras del Card. Francesco Ciccopalmerio


Rosanna Virgili

Una reazione davvero imprevedibile è stata quella che il rav Giuseppe Laras – già rabbino capo di Milano e da decenni amico e maestro dei biblisti italiani – ha esternato verso il tema di un Convegno in programma a Venezia dall’11 al 13 Settembre 2017. Iniziativa ormai tradizionale dell’Associazione Biblica Italiana (ABI) e riservata agli studiosi della Bibbia anticotestamentaristi e semitisti, il Convegno in questione aveva per titolo: “Israele, popolo di un Dio geloso. Coerenze e ambiguità di una religione elitaria” e proprio da questa formulazione devono essere sgorgate le diverse perplessità, ma anche gli attacchi, di una parte del mondo ebraico italiano, giunti a sfiorare l’accusa di antisemitismo. A creare malumori è stato soprattutto il testo di presentazione originario del Convegno che recitava così: “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”, quanto sarebbe bastato per motivare eventuali derive fondamentaliste ed elitarie. Un pensiero possibile, ma anche del tutto opinabile. Come si potrebbe, infatti, semplicemente “descrivere” la fede ebraica senza quell’ “Unico” che è il suo Dio e, di conseguenza, quell’unico ed eletto che è il suo popolo Israele? Dovremmo togliere dalla Bibbia ebraica l’intera sua sostanza. “Chi è come te fra gli dèi, Signore? Chi è come Te, maestoso in santità, tremendo nelle imprese, autore di prodigi?” (Es 15,11) recita il Cantico di Mosè. Affermare un concetto è sempre rischio di derive, fa parte delle cose. Ma ciò non comporta la rinuncia al concetto, né, tanto meno, ai fondamenti della propria fede. Per questo le parole con cui il rav Laras scriveva di apprendere (peraltro in una Lettera non indirizzata all’ABI): “con dispiacere e preoccupazione sommi, che questo programma è, in sostanza, la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto, ahimè, da tempo, a fuffa e aria fritta” lascia veramente di stucco. In un’intervista rilasciata ad Avvenire (17 Marzo) il presidente dell’ABI, Luca Mazzinghi (Ordinario di sacra Scrittura presso la Pontificia Università Gregoriana) così si esprime, dando voce al pensiero di tutti i biblisti cattolici associati: “L’aver interpretato, da parte di alcuni il tema del Convegno in chiave antiebraica, va contro ogni nostra intenzione, lo dico con molta forza. Dalla nostra Associazione è sempre stata assente ogni ombra di antisemitismo, che noi ripudiamo nel modo più assoluto. Aggiungo che molti dei nostri membri sono impegnati in prima persona nel dialogo ebraico-cristiano. Personalmente ho sempre insegnato ai miei studenti l’amore per il popolo ebraico e per le sue Scritture”. E in merito al prosieguo della lettera di Laras: “Registro con dolore che uomini come Martini e il loro magistero in relazione a Israele, in seno alla Chiesa cattolica, siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica”, Mazzinghi replica: “Ho grande stima per Laras che nel 2012 abbiamo invitato alla nostra Settimana Biblica Nazionale, proprio per commemorare il Cardinale Martini”. Dunque si tratta di una polemica i cui fondamenti “semplicemente non esistono”. E, da parte nostra, non possiamo che essere d’accordo. Resta da chiedersi come mai la stampa (anche laica) abbia dato tanta risonanza a questa polemica e caricato persino su Papa Francesco la volontà/responsabilità di una ruggine con la Comunità ebraica. Davvero difficile provare la verosimiglianza di tale ipotesi! E siccome i fatti contano più delle parole – ancor più nell’era delle post-verità! – l’ABI, ha deciso di modificare il titolo del suo Convegno a Venezia che, ora, è questo: “Popolo di un ‘Dio geloso! (Es 3,14): coerenze e ambivalenze della religione dell’antico Israele”. Se occorreva un segno di verità e sensibilità, oltre che di rilancio del dialogo con gli ebrei italiani, non è mancato.

 

Messaggio per il Rabbino Giuseppe Laras – Card. Francesco Coccopalmerio

 

Stimatissimo e carissimo Rev. Laras,

di ritorno a Roma dagli Esercizi spirituali e da altri due pressanti impegni, trovo la Sua e-mail del 6 marzo scorso, della quale però avevo già avuto notizia due giorni prima da parte del caro Vittorio. Sono rimasto – come ovvio – molto dispiaciuto. Non sono purtroppo un competente a livello professionale o scientifico di problemi di esegesi biblica (però – come ovvio – conosco le Scritture di Israele perché leggo e prego ogni giorno su tali testi) e non posso quindi formulare un giudizio adeguato su quanto espresso dagli organizzatori del Convegno ABI. Posso dirLe soltanto che, avendo sentito telefonicamente alcuni di tali organizzatori, sono sicuro – e, in questo  senso, voglio rassicurare Lei e tutti gli Amici ebrei – che non c’era in loro nessuna intenzione che possa far pensare ad atteggiamenti di antisemitismo. Se però – al di là delle intenzioni – il modo di esprimersi avesse potuto ingenerare qualche impressione contraria, essi erano disposti a cambiare il testo da loro formulato.

Carissimo Rabbino, credo che il dialogo ebraico-cristiano o, con parole meno formali, la nostra fraterna amicizia, abbia ormai fatto passi – diciamo – da giganti, si sia così consolidata, sia diventata così necessaria a noi come a voi, che è, ormai, da considerarsi irrevocabile, insomma così forte di essere capace di resistere a qualsiasi azione contraria. Noi veneriamo e amiamo il popolo della eterna alleanza, il popolo di Dio, il popolo di Israele, che è – lo ripetiamo sempre – nostra radice santa. E ugualmente veneriamo e  amiamo, leggiamo, studiamo e preghiamo le Scritture del popolo di Israele. Gesù, ebreo, ha nutrito per primo la Sua anima di tale cibo spirituale. E quello che Gesù ci ha insegnato sull’identità di Dio, sul Suo amore immenso per noi e sulla necessità di imitare tale amore, lo ha attinto dall’assidua meditazione delle Scritture di Israele. E l’indimenticato uomo di Dio, cioè il Cardinale Martini, che ha tanto creduto e ha tanto lavorato per la crescita e il consolidare dell’amicizia tra i due popoli di Dio, continua a intercedere dal Cielo perché questo tesoro si mantenga nella sua integrità.

Stimatissimo Rabbino, La lascio con il desiderio di rivederLa e prego l’Altissimo per il Suo prezioso servizio e anche per la Sua salute.

Un abbraccio con tanto affetto, Suo

+ Francesco Cardinale Coccopalmerio

 

 

quaresima-e-pasqua-con-papa-francesco1

Manuela Orrù

Lo scorso 1 marzo, Mercoledì delle Ceneri, proseguendo il ciclo di catechesi sulla speranza cristiana, Papa Francesco ci ha parlato della Quaresima come cammino di speranza. Un cammino impegnativo, sulla strada della conversione dalla schiavitù alla libertà sempre da rinnovare, ma un cammino ricco, pieno di speranza, in cui -ha spiegato il Papa- “la speranza stessa si forma” (UG 1 marzo 2017). Visto da questa prospettiva l’attraversamento del deserto non è un affannoso e disperato vagare, ma il ‘luogo’ dove la fatica, le prove, le tentazioni, le illusioni e i miraggi, sono condizioni dell’esistenza di ogni essere umano atte a forgiare una speranza salda, forte, costruita nella certezza della fede. La speranza, dunque, non è riconducibile ad un facile ottimismo o a un banale provvidenzialismo, ma è esperienza di profondo discernimento per trovare una direzione e un senso alla nostra vita. Non ci è data senza il nostro ‘si’ al piano che Dio ha previsto per noi, richiede esercizio. Occorre esercitarsi alla speranza, come ci ha insegnato il nostro Padre Abramo di cui San Paolo dice “credette, saldo nella speranza contro ogni speranza ” (Rm 4,18). Sempre in bilico tra promesse ripetute e indecisioni, animato da una fede che lo costringe a proseguire, ad attendere, ad affidarsi nonostante il dubbio. Perché la nostra speranza -sottolinea Francesco- non si regge su ragionamenti, previsioni e rassicurazioni umane, ma “si radica nella fede e proprio per questo è capace di andare oltre ogni speranza. Sì, perché non si fonda sulla nostra parola, ma sulla Parola di Dio” (UG 29 marzo 2017).

padre_marco_malagola_big

Marco Malagola[i]

È stato l’incontro più emozionante della mia vita quello con papa Francesco. Il mio sogno di vederlo si è finalmente avverato. Ormai novantenne, potrò chiudere gli occhi sereno e felice. L’udienza è avvenuta nello studio dell’Aula Paolo VI. Lui, seduto su una modesta poltrona, io seduto sulla stessa normale poltrona. Il papa mi guardava, mi guardava sorridendo. Come va? Cosa mi racconta? “Padre Francesco ‒ cominciai ‒ oggi è il giorno più bello e sarà il giorno più ricordato della mia vita.  Prima di tutto vengo a dirle il mio vivissimo grazie a nome della gente che riscopre in lei la gioia di sentirsi cristiana e amata. Vengo da una famiglia che ha dato tre figli al Signore nella vita religiosa. Mia Mamma era la Mamma dei poveri. Mio Papà scopriva alle volte le proprie camicie e i propri vestiti sulla pelle della povera gente”.

La mia vita è stata arricchita di grazia su grazia a cominciare dagli anni trascorsi in Segreteria di Stato vicino a papa Giovanni XXIII.  E il papa: “Mi parli, mi racconti di papa Giovanni che è tuttora l’ispiratore del mio umile servizio”. E io comincio a raccontare di quella sera che il suo segretario mons. Capovilla mi pregò di chiedere in archivio un certo documento per il Pontefice. Dopo un po’ lo stesso segretario mi chiede se il documento fosse stato trovato. Rispondo di no, “ma le assicuro che il documento si troverà”. Ancora pochi minuti e il papa in persona mi telefona: “Padre, con quel suo tipico accento bergamasco, ma quel documento, ‘va o viene’?”. Io rispondo: “Santità, mi risulta che l’archivista lo sta cercando disperatamente, ma vedrà che il documento salterà fuori”. E lui, cos’ha detto? “Sì, rispondo io, lo si sta cercando disperatamente”. “Ah no figliolo, ma non sai che le parole ‘disperato, disperazione, disperatamente’ non si trovano nel vocabolario cristiano?”

E poi ancora su papa Giovanni: “cosa diceva, cosa diceva?”. Diceva che la bontà la si percepisce e la si comunica con uno spontaneo permanente sorriso sul volto. Diceva che “Dio è tutto, io niente”. Pensi papa Francesco che nel museo dell’ateismo a Mosca, visitato in continuazione dalle scolaresche russe per l’indottrinamento ateistico, in una delle stanze del museo, con mio grande e incredibile sorpresa e stupore vidi la fotografia di Giovanni XXIII con sotto la scritta in russo “Un uomo di pace”. Evidentemente il Kremlino non aveva dimenticato la mediazione di papa Giovanni per risolvere la crisi di Cuba dell’ottobre 1962. E aggiungevo: Quel papa “Era la bontà fatta persona”.

Desiderava che gli raccontassi della mia esperienza missionaria in Papua Nuova Guinea e come mi fossi avvicinato a quelle primitive tribù ancorate all’età della pietra.  Cominciai a raccontargli che quella mia decennale esperienza missionaria fu la più arricchente della mia vita.

Non potevo non raccontargli questa bella storia. Un giorno, mentre ritornavo dalla visita ad alcuni dei miei lontani villaggi, esausto e sfinito da una lunga camminata percorsa in un mare di fango, procedevo barcollando dalla stanchezza. Non ne potevo più. A un tratto, ecco apparire nel mezzo della giungla, un bambinello sui 4-5 anni, mezzo nudo, solo. Sembrava mi aspettasse. Impossibile un così piccolo bambino nel fitto di quella giungla. Mi guardò e mi supplicò, in gergo: “Lascia che ti asciughi il volto”. Si tolse lo straccetto che gli cingeva i fianchi e mi asciugò il volto. Una carezza! Ma non finì lì. Poi aggiunse: “Lascia che ti aiuti a portare questa cosa”. Lasciai fare. Rivedo le sue manine pizzicare alle spalle il mio zaino. Ma era piccolo, non ce l’avrebbe fatta e lo zaino era pesante. Infatti non ce la fece. Poi scomparve. Miracolo? Non lo so, ma gli angeli esistono. Non ho più dimenticato quel piccolo misterioso bambino, i suoi teneri gesti di pietà; proprio così, come la Veronica che ha asciugato il volto di Gesù. Non so dimenticare quel mio piccolo cireneo guineano.

Uno tra i più commoventi momenti della mia missionaria fu quando un capo tribù mi si avvicinò all’orecchio sussurrò: “Parlami del tuo Dio”.  Papa Francesco sembrava estremamente interessato di conoscere la religione della mia gente. Per essi nessuno nasce ateo. Gli raccontai di aver scoperto addirittura una verosimile liturgia sacramentale nella loro religione naturale animista, un vero e proprio culto liturgico che si avvicinava al significato dei nostri sacramenti: al battesimo, che lava e purifica, alla cresima che conferma e fortifica, al matrimonio che unisce e consolida. Un vero parallelismo liturgico tra fede naturale e fede cristiana.

Forse sembrerà strano quando dico che il Battesimo, oltre che essere il sacramento per eccellenza del cristiano, è pure un rito che la natura stessa dell’uomo postula e richiede. In missione vivendo tra popolazioni primitive dove nessun messaggio religioso era giunto loro dall’esterno, è stata una grande sorpresa per me quando, un giorno, entrando in un villaggio, ho assistito a una commovente celebrazione battesimale. E quando ne chiesi la spiegazione al capo tribù mi fu data questa risposta: “I nostri antenati hanno avvertito che nel lontano passato qualcosa si era rotto, che un patto e un’alleanza si erano frantumati e così hanno pensato che fosse naturale che ogni creatura che si affacciava alla vita dovesse essere lavata e purificata nell’acqua”. Battesimo naturale! Ho pensato al cosiddetto peccato originale di cui ci parla la Chiesa. Quante lezioni da quei primitivi della Papua Nuova Guinea! Ricordo la scena che vidi all’entrare in un villaggio. Il capo tribù faceva scorrere gocce d’acqua sul corpo di ogni piccolo neonato sostenuto dalle braccia della mamma. Quelle gocce d’acqua erano ritenute purificatrici e liberatorie.  I primitivi non possono fare a meno di dare a tutti i componenti dell’esistenza un profondo senso di sacrale religiosità. I cannibali non l’hanno mangiato? mi ha chiesto il papa. Quando gli parlai che la mia comunità di Torino è molto attiva e impegnata nel servizio dei poveri, oltre un centinaio, con una mensa quotidiana. Bravi francescani mi disse. E ancora. Sa che mio papà ha alloggiato per qualche tempo nei pressi della stazione di Porta Susa?

Gli parlai e consegnai a papa Francesco la documentazione di un incontro da me organizzato su Giorgio La Pira. “Ah! disse il papa Quanto abbiamo bisogno di persone come La Pira”.

papa Francesco, papa dell’ascolto, non finiva mai di guardarmi ed ascoltarmi. Il colloquio si andava snodando in un clima di familiare ed affettuosa semplicità. Non ricordo esattamente ma credo che ci siamo dati anche del Tu. Che dirvi? L’emozione è stata tanta. Ho scoperto un cuore di Mamma prima ancora di un cuore di Padre. A volte mi scappava di chiamarlo “Papa Francesco”, altre volte “Padre Francesco”. Alla fine papa Francesco mi abbracciò. Mi benedisse. Si concluse così il più bell’incontro della mia vita.  Entrambi ci salutammo con un bel Ciao.

 

[i]  Marco Malagola è frate minore, novantenne e vive a Torino. È stato il Segretario del Card. Angelo Dell’Acqua, Sostituto alla Segreteria di Stato ai tempi di Giovanni XXIII. È poi stato il primo missionario in Papua Nuova Guinea. Ha rappresentato successivamente l’Ordine francescano presso l’ONU di Ginevra e dopo presso le istituzioni europee a Bruxelles. Dopo questi mandati, ha lasciato la diplomazia ed ha vissuto lunghi anni presso la Custodia di Terra Santa.

 

Papa cardinali

 

 

Sono principalmente dodici: individualità; pastoralità; missionarietà; razionalità; funzionalità; modernità; sobrietà; sussidiarietà; sinodalità; cattolicità; professionalità; gradualità.

1- Individualità (Conversione personale)

Torno a ribadire l’importanza della conversione individuale senza la quale saranno inutili tutti i cambiamenti nelle strutture. La vera anima della riforma sono gli uomini che ne fanno parte e la rendono possibile. Infatti, la conversione personale supporta e rafforza quella comunitaria.

Esiste un forte legame di interscambio tra l’atteggiamento personale e quello comunitario. Una sola persona può portare tanto bene a tutto il corpo o potrebbe danneggiarlo e farlo ammalare. E un corpo sano è quello che sa recuperare, accogliere, fortificare, curare e santificare le proprie membra.

2- Pastoralità (Conversione pastorale) 

Richiamando l’immagine del pastore (cfr Ez 34,16; Gv 10,1-21) ed essendo la Curia una comunità di servizio, «fa bene anche a noi, chiamati ad essere Pastori nella Chiesa, lasciare che il volto di Dio Buon Pastore ci illumini, ci purifichi, ci trasformi e ci restituisca pienamente rinnovati alla nostra missione. Che anche nei nostri ambienti di lavoro possiamo sentire, coltivare e praticare un forte senso pastorale, anzitutto verso le persone che incontriamo tutti i giorni. Che nessuno si senta trascurato o maltrattato, ma ognuno possa sperimentare, prima di tutto qui, la cura premurosa del Buon Pastore». Dietro le carte ci sono persone. L’impegno di tutto il personale della Curia deve essere animato da una pastoralità e da una spiritualità di servizio e di comunione, poiché questo è l’antidoto contro tutti i veleni della vana ambizione e dell’illusoria rivalità. In questo senso il beato Paolo VI ammonì: «Non sia pertanto la Curia Romana una burocrazia, come a torto qualcuno la giudica, pretenziosa ed apatica, solo canonistica e ritualistica, una palestra di nascoste ambizioni e di sordi antagonismi, come altri la accusano; ma sia una vera comunità di fede e di carità, di preghiera e di azione; di fratelli e di figli del Papa, che tutto fanno, ciascuno con rispetto all’altrui competenza e con senso di collaborazione, per servirlo nel suo servizio ai fratelli ed ai figli della Chiesa universale e della terra intera».

3- Missionarietà (Cristocentrismo)

È il fine principale di ogni servizio ecclesiastico ossia quello di portare il lieto annuncio a tutti i confini della terra, come ci ricorda il magistero conciliare, perché «ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo».

4- Razionalità

Sulla base del principio che tutti i Dicasteri sono giuridicamente pari tra loro, risultava necessaria una razionalizzazione degli organismi della Curia Romana, per evidenziare che ogni Dicastero ha competenze proprie. Tali competenze devono essere rispettate ma anche distribuite con razionalità, con efficacia ed efficienza. Nessun Dicastero, dunque, può attribuirsi la competenza di un altro Dicastero, secondo quanto fissato dal diritto, e d’altra parte tutti i Dicasteri fanno riferimento diretto al Papa.

5- Funzionalità

L’eventuale accorpamento di due o più Dicasteri competenti su materie affini o in stretta relazione in un unico Dicastero serve per un verso a dare al medesimo Dicastero una rilevanza maggiore (anche esterna); per altro verso la contiguità e l’interazione di singole realtà all’interno di un unico Dicastero aiuta ad avere una maggiore funzionalità (ne sono esempio i due attuali nuovi Dicasteri di recente istituzione).La funzionalità richiede anche la revisione continua dei ruoli e dell’attinenza delle competenze e delle responsabilità del personale e conseguentemente l’effettuazione di spostamenti, di assunzioni, di interruzioni e anche di promozioni.

6- Modernità ‎(Aggiornamento)

Ossia la capacità di leggere e di ascoltare i “segni dei tempi”. ‎ In questo senso, «provvediamo sollecitamente a che i Dicasteri della Curia Romana ‎siano conformati alle situazioni del nostro tempo e si adattino alle necessità della Chiesa universale». Ciò era richiesto dal Concilio Vaticano II: «I Dicasteri della Curia Romana siano organizzati in modo conforme alle ‎necessità dei tempi, dei paesi e dei riti, specialmente per quanto riguarda il loro numero, il loro ‎nome, le loro competenze, i loro metodi di lavoro ed il coordinamento delle loro attività». ‎

7- Sobrietà

In questa prospettiva sono necessari una semplificazione e uno snellimento della Curia: accorpamento o fusione di Dicasteri secondo materie di competenza e semplificazione interna di singoli Dicasteri; eventuali soppressioni di Uffici che non risultano più rispondenti alle necessità contingenti. Inserimento nei Dicasteri o riduzione delle commissioni, accademie, comitati ecc., tutto in vista della indispensabile sobrietà necessaria per una corretta e autentica testimonianza.

8- Sussidiarietà

Riordinamento di competenze specifiche dei diversi Dicasteri, spostandole, se necessario, da un Dicastero ad un altro, per raggiungere l’autonomia, il coordinamento e la sussidiarietà nelle competenze e l’interconnessione nel servizio.

In questo senso, risulta anche necessario il rispetto dei principi della sussidiarietà e della razionalizzazione nel rapporto con la Segreteria di Stato e all’interno della stessa – tra le sue diverse competenze – affinché nell’adempimento delle proprie mansioni essa sia l’aiuto diretto e più immediato del Papa. Ciò anche per un migliore coordinamento dei vari settori dei Dicasteri e degli Uffici della Curia. La Segreteria di Stato potrà espletare questa sua importante funzione proprio nella realizzazione dell’unità, dell’interdipendenza e del coordinamento delle sue sezioni e dei suoi diversi settori.

9- Sinodalità

Il lavoro della Curia dev’essere sinodale: abituali le riunioni dei Capi Dicastero, presiedute dal Romano Pontefice; regolari udienze “di tabella” dei Capi Dicastero; consuete riunioni interdicasteriali. La riduzione del numero dei Dicasteri permetterà incontri più frequenti e sistematici dei singoli Prefetti con il Papa ed efficaci riunioni dei Capi dei Dicasteri, visto che non possono essere tali quelle di un gruppo troppo numeroso.

La sinodalità dev’essere vissuta anche all’interno di ogni Dicastero, dando particolare rilevanza al Congresso e maggiore frequenza almeno alla Sessione ordinaria. All’interno di ogni Dicastero è da evitare la frammentazione che può essere determinata da vari fattori, come il moltiplicarsi di settori specializzati, i quali possono tendere ad essere autoreferenziali. Il coordinamento tra di essi dovrebbe essere compito del Segretario o del Sotto-Segretario.

10- Cattolicità

Tra i collaboratori, oltre ai sacerdoti e consacrati/e, la Curia deve rispecchiare la cattolicità della Chiesa con l’assunzione di personale proveniente da tutto il mondo, di diaconi permanenti e fedeli laici e laiche, la cui scelta dev’essere attentamente effettuata sulla base della loro ineccepibile vita spirituale e morale e della loro competenza professionale. È opportuno prevedere l’accesso a un numero maggiore di fedeli laici specialmente in quei Dicasteri dove possono essere più competenti dei chierici o dei consacrati. Di grande importanza è inoltre la valorizzazione del ruolo della donna e dei laici nella vita della Chiesa e la loro integrazione nei ruoli-guida dei Dicasteri, con una particolare attenzione alla multiculturalità.

11- Professionalità

È indispensabile che ogni Dicastero adotti una politica di formazione permanente del personale, per evitare l’“arrugginirsi” e il cadere nella routine del funzionalismo‎.

Dall’altra parte, è indispensabile l’archiviazione definitiva della pratica del promoveatur ut amoveatur. Questo è un cancro.

12- Gradualità (discernimento)

La gradualità è il frutto dell’indispensabile discernimento che implica processo storico, scansione di tempi e di tappe, verifica, correzioni, sperimentazione, approvazioni ad experimentum. Dunque, in questi casi non si tratta di indecisione ma della flessibilità necessaria per poter raggiungere una vera riforma.

 

Estratto dal Discorso del Santo Padre Francesco

In occasione della presentazione degli auguri natalizi della Curia romana

Sala Clementina Giovedì, 22 dicembre 2016

Cfr. http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/december/documents/papa-francesco_20161222_curia-romana.html

poverta

 

Giulio Albanese

 

La questione del debito rappresenta una vera e propria spada di Damocle sul destino dei Paesi poveri o impoveriti che dir si voglia. In effetti, è sempre più evidente che i governi in grado di onorare regolarmente le obbligazioni assunte alle scadenze pattuite nei confronti dei creditori internazionali, siano una sparuta minoranza nella cornice della globalizzazione dei mercati. Si tratta di un fenomeno – quello dell’insolvenza – determinato, in gran parte, dalla struttura usurocratica dell’economia planetaria, legata alla speculazione finanziaria. Questa, nell’arco degli ultimi vent’anni, ha decisamente preso il sopravvento sull’economia reale, determinando la crescita del cosiddetto debito aggregato nei Paesi in via di sviluppo o comunque “a rischio”. Per non parlare del fatto che il crescente potere del “sistema bancario ombra”- sul quale circola un numero indicibile di prodotti tossici al di fuori dei controlli e delle regole bancarie vigenti – risulta essere, alla prova dei fatti, in flagrante violazione di tutti i diritti umani. E cosa dire poi delle commodity (materie prime, fonti energetiche in primis) nei Paesi del Sud del mondo, il cui valore è fortemente condizionato dalla speculazione finanziaria, dalle fluttuazioni incontrollate dei mercati monetari e da regole del commercio internazionale sicuramente pregiudizievoli o addirittura inesistenti? Tutto questo, in pratica, è sintomatico di un sistema economico-finanziario senza regole, cioè all’insegna della deregulation.

Tenendo conto di questo scenario, è stata messa a punto una strategia d’intervento davvero ambiziosa da parte di un gruppo qualificato di giuristi ed esperti di economia italiani dell’Unità di ricerca ‘Giorgio La Pira’ del CNR, del Centro di studi giuridici latinoamericani dell’Università di Roma Tor Vergata e del Centro di ricerca ‘Renato Baccari’ del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari.  Essi hanno chiesto formalmente che, con il sostegno della Santa Sede e anche di Governi dei Paesi coinvolti nella grave crisi economico-finanziaria mondiale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite giunga a formulare quanto prima una richiesta di parere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sui principi e sulle regole applicabili al debito internazionale, nonché al debito pubblico e privato, al fine della rimozione delle cause delle perduranti violazioni dei principi generali del diritto e dei diritti dell’uomo e dei popoli, cogenti, come risultanti specialmente nella Carta di Sant’Agata de’ Goti (una dichiarazione su usura e debito internazionale che risale al 29 settembre 1997) e da numerose risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu. Da rilevare che qui si tratta di fare davvero tesoro, in modo perspicace, della grande tradizione del diritto romano e del diritto canonico, per la quale “l’usura pecuniae in fructu non est’” ove è evidente, come nella teologia morale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, l’uso dell’antica giurisprudenza e legislazione anche per le pene agli usurai, colpiti da infamia. Questo indirizzo è sempre più attuale e lo è ancora maggiormente ove si pensi alla necessità, da papa Francesco messa tante volte in evidenza in più circostanze nel suo illuminato magistero, di rivedere su basi etiche il sistema della finanza globale a fronte di pericolose ideologie, che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune. 

 

 

Foto p. Francesco

Giovanni Cereti

 

L’intervista che papa Francesco ha dato alla giornalista Stefania Falasca del quotidiano Avvenire e che è stata pubblicata da questo giornale venerdì 18 novembre, come l’analoga intervista concessa poi a TV 2000, meritano un’attenta riflessione sul pensiero del Vescovo di Roma alla conclusione del Giubileo della Misericordia. L’indicazione di fondo delle due interviste, sempre nella prospettiva della misericordia, è quella di camminare nella fede e nell’amore, insieme ai fratelli e alle sorelle di tutte le chiese, verso la piena manifestazione del Regno di Dio.

Già altre volte papa Francesco aveva parlato della testimonianza di fede nel Signore Gesù che i cristiani devono rendere insieme, e ne aveva dato per primo l’esempio. Ogni forma di proselitismo, di ricerca di nuovi fedeli pescando nel giardino degli altri anche con mezzi discutibili, viene condannata come contraria alla testimonianza di amore che dobbiamo rendere alle altre chiese cristiane. La Chiesa deve diventare attraente per la luce di Cristo che essa riflette, così come la luna è illuminata dal sole, secondo un’espressione già cara ai Padri della chiesa. La Chiesa deve attrarre a Cristo grazie all’amore fattivo che si vive in essa: ‘guardate come si amano’.

Anche l’unità fra i cristiani si farà camminando insieme nell’amore, camminando insieme nella triplice dimensione, della preghiera, delle opere di carità, e del dialogo sulla fede che confessiamo insieme. E’ una indicazione che richiama con altre parole ciò che si diceva quando si parlava delle diverse vie per ristabilire la piena comunione: l’ecumenismo spirituale (la preghiera e il perdono reciproco), l’ecumenismo secolare (il servizio della carità, l’impegno per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato), l’ecumenismo pastorale (il camminare insieme, in particolare nella meditazione della Scrittura e nelle famiglie interconfessionali), l’ecumenismo dottrinale (il dialogo teologico nelle Chiese e fra le Chiese).

This HO picture provided by Vatican newspaper L'Osservatore Romano show Pope Francis closes the Holy Door at Saint Peter's Basilica to mark the end of the Jubilee of Mercy at the Vatican, 20 November 2016. 
ANSA/OSSERVATORE ROMANO EDITORIAL USE ONLY

Bruno Secondin 

 

Sorprese non ne sono mancate durante questo Giubileo della misericordia, concluso ieri con la chiusura della porta santa della Basilica di San Pietro. Già lo stesso annuncio, nella primavera del 2015, aveva colto tutti di sorpresa. Ma quello che è avvenuto durante l’intero periodo della celebrazione ha superato ogni illusione di partenza ‒ espressa da molti, anche autorevoli osservatori ‒ che fosse un Giubileo in tono minore, più di intimismo devoto che di esperienza ecclesiale creativa. Con gesti inediti, come le visite ai centri della marginalità dei venerdì della misericordia; con i suoi viaggi presso le periferie più estreme, si pensi solo a Lesbo, o all’apertura della porta santa anticipata di una settimana a Bangui; con l’invenzione dei missionari della misericordia e la convocazione dei senza dimora o dei carcerati per vivere insieme il Giubileo, e mille altre iniziative sorprendenti, Francesco ha dato alla cultura della misericordia il vero spessore della vita, mandando in tilt ogni pia abitudine.

 

puzzle

 

Raffaele Luise

«Il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso sono un cammino che si fa insieme tra la gente: cristiana, musulmana, ebrea, induista, buddhista, bahai e di ogni altra etnia o religione. Un cammino che alimenta e insieme sopravanza i rigidi tracciati delle pur necessarie discussioni tra i teologi».
L’ Anno Santo della Misericordia si chiude, ma ci lascia, con queste parole di papa Francesco,  straordinarie indicazioni di percorso, per costruire una società cosmopolita e pacifica: la visita a Lesbo tra gli immigrati di Francesco assieme a Bartolomeo I e a Hieronymos, l’incontro, il primo dopo mille anni,  a Cuba tra Francesco e Kirill, il viaggio “luterano” del papa a Lund, la visita di Francesco nel tempio valdese a Torino, le visite di Bergoglio nelle moschee di Istanbul e a Bangui nel giorno d’ apertura dell’ Anno giubilare. Una potente tessitura di dialoghi che, lungi dallo svendere l’identità cristiana e cattolica, la fanno invece fiorire, perché ‒ ci ricorda papa Francesco ‒ la nostra è religione della Parola, e dunque ha inciso in sé stessa come elemento costitutivo questo dinamismo di dialogo.
Ora, l’Anno Santo si conclude, e proprio sul suo limitare, ci consegna un altro piccolo ma prezioso segno: la “camminata” interreligiosa di un  popolo multicolore  di trecento persone, tra religiosi e laici:  cattolici, musulmani, bahai, buddhisti, induisti, provenienti da Giappone, Myanmar, India, Pakistan, Afghanistan, Turchia, Stati Uniti, Algeria, Kenya, Rwanda, Malta, Polonia, Croazia, Belgio, Inghilterra e Italia, che la sera di venerdì 18 novembre si è snodata da Castel Sant’Angelo lungo via della Conciliazione, fino alla tomba di Giovanni Paolo II. Ed è stato davvero emozionante vedere tanti musulmani, ragazzi e ragazze con l’hijab, bahai, buddhisti e induisti, fusi in un gruppo compatto con i cattolici, pregare insieme con le parole delle diverse tradizioni culturali e religiose lo stesso Dio della pace, ed onorare insieme il papa della profezia di Assisi. E intonare con una sola voce, alla fine, davanti alla tomba di Wojtyla l’invocazione ebraica “Hevenu shalom aleichem”, mentre venivano consegnati 12 lumi ai diversi rappresentanti religiosi.  Nelle diverse ” stazioni” della processione, lungo la via della Conciliazione e in piazza San Pietro, con il salmodiare del canto cristiano “Misericordes  sicut Pater” si sono intrecciate le parole di Ghandi e quelle recenti pronunciate dal leader musulmano libanese  Mohammad Sammak nell’Incontro interreligioso di ottobre ad Assisi con papa Francesco: «Compito dei musulmani è oggi quello di difendere e purificare la nostra fede dalle criminali strumentalizzazioni jihadiste».
Un segno piccolo ma straordinario questa processione interreligiosa, organizzata dal padre Peter Baekelmans del Sedos, da Religions for Peace Italia e dalle Unioni dei Superiori maggiori, maschili e femminili, degli Ordini religiosi, e alla quale hanno partecipato anche alcuni membri del Cenacolo di amici di papa Francesco, soprattutto perché nata dal basso e tra le diverse genti religiose, che sono poi le condizioni imprescindibili perché il dialogo cresca e metta radici tra una umanità che sembra impennarsi sull’orlo dell’abisso.

muri insanguinati

 

 

Raffaele Luise

«C’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e che minaccia l’intera umanità.  Di questo terrorismo base si alimentano i terrorismi derivati come il narco-terrorismo, il terrorismo di Stato e quello che è erroneamente chiamato terrorismo etnico o religioso». Parole fortissime che papa Francesco aveva pronunciato durante la conferenza stampa in volo verso la Polonia lo scorso 31 luglio, e che ha ribadito nel corso dell’Incontro con i movimenti popolari del mondo in Vaticano il 5 novembre, in un discorso che si segnala come uno dei più belli del pontificato. Un dominio dell’”economia che uccide”, come aveva scritto in Evangelii gaudium, divenuto oggi dittatura economico-sociale diffusa a livello globale, come espressione concreta di quel paradigma tecnocratico che governa il mondo, che Francesco aveva condannato nella Laudato Si’.
“Ma nessuna tirannia ‒ ha rincarato il pontefice davanti ai movimenti popolari ‒ si sostiene senza sfruttare e moltiplicare le nostre paure”. Toccando così quello che è lo Zeitgeist (lo spirito del tempo) di questo inizio di millennio dominato da una “paura liquida”, come ha osservato Baumann.  Un sentimento che nasce quando il presente ti sgomenta, il futuro ti spaventa. E quando gli altri, tutti gli altri, ti appaiono come una minaccia, come un esercito invasore, per dirla con Michele Ainis. Nasce da qui la paura dei poveri e degli impoveriti dei Paesi ricchi che li spinge a rifiutare accoglienza e a scacciare i più poveri, che fuggono dai loro Paesi sconvolti da fame e guerra. E così si alzano «muri ‒ ha detto il papa ai movimenti popolari ‒ che rinchiudono alcuni ed esiliano altri. Cittadini murati, terrorizzati da un lato; esclusi, esiliati, ancora più terrorizzati dall’altro».
Muri insanguinati ‒ ha proseguito Francesco ‒ che proiettano un’ombra fosca sullo stesso destino della democrazia. Perché, sentendosi minacciati dagli immigrati, sul piano del lavoro, della prosperità e della sicurezza, i cittadini della fortezza Europa, giungono a negare i diritti fondamentali agli stranieri, pensando in questo modo di difendere i propri diritti. Ma sottovalutando nello stesso tempo il paradosso drammatico che si viene a creare, e che Michele Ainis sintetizza nella domanda: “Può esistere un’entità politica antidemocratica verso l’esterno, che si conservi democratica al suo interno?”. Il populismo e la xenofobia   fanno così scivolare i sistemi democratici verso la “democratura” (come la definiva Predrag Matvejevic) e verso la chiusura nazionalista, come ci mostra il panorama inquietante dell’ Europa dell’ Est.

 

Card. Kasper

 

 

 Si illumina il cardinale Kasper quando gli chiedo del viaggio “luterano” di papa Francesco. Sul volto il sorriso di chi ha visto realizzarsi un sogno. Un sogno che il cardinale tedesco ha contribuito potentemente a costruire nei lunghi anni al vertice del Pontificio Consiglio per il dialogo ecumenico. 
     Kasper: «È stato un evento storico questa prima celebrazione insieme ai Luterani dell’anniversario della Riforma di Martin Lutero, che in passato è stato sempre vissuto tra le polemiche e in un clima di contrapposizione. A Lund abbiamo potuto ammirare con emozione il carisma di questo Papa che non si limita a parlare del dialogo ecumenico, ma lo pratica con una tale intensità di rapporti umani da mandare in soffitta definitivamente le antiche critiche del monaco agostiniano al papa additato come Anticristo. Ancora una volta Francesco ci ha mostrato che l’ecumenismo si costruisce edificando rapporti di fiducia e di amicizia. In Svezia il Papa ha dato un impulso importantissimo al risveglio del movimento ecumenico, che nel decennio scorso aveva segnato il passo. E questo è di fondamentale importanza, anche se da un punto di vista strettamente teologico possiamo dire che non è cambiato nulla, perché la Dichiarazione congiunta, che pure ha finalmente riconosciuto il grande dono spirituale e teologico rappresentato dalla Riforma di Lutero, ha praticamente ripreso la Dichiarazione di Augsburg del 1999 sulla giustificazione, che è stata una pietra miliare sul cammino ecumenico, ma che non ha purtroppo prodotto molti frutti concreti. Questo cammino va ora continuato, ed è stato molto importante che a Lund si sia progettata una Dichiarazione cattolico-luterana su “Chiesa, Eucaristia e Ministero”, che richiederà due tre anni, e che è stata in qualche modo già preparata da una Commissione della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti che ha elaborato una sintesi di tutti i dialoghi tra cattolici e luterani prodottisi su questo tema negli ultimi due decenni. Per quanto riguarda la prossima Dichiarazione possiamo sperare se non in un consenso pieno almeno in un accordo abbastanza ampio sui nodi cruciali del primato petrino e dell’ospitalità eucaristica. Ci auguriamo che quel Documento giunga finalmente a conclusioni concrete e non si limiti a mere dichiarazioni. Se lo aspettano le genti della Riforma, sia i luterani che i cattolici della mia Germania e dei Paesi del centro-nord ma anche dell’est Europa. Soluzioni che tocchino la vita concreta della Chiesa e delle Chiese, soprattutto per quanto riguarda l’Eucaristia. Lund rappresenta una novità nella storia ecumenica, anche se non è un evento isolato, che offre un impulso a procedere sul cammino dell’ unità effettiva e  conferisce una nuova speranza in tanti ambienti ecclesiali dove negli ultimi tempi si era radicato un diffuso scetticismo».

elisabetta della trinita

Bruno Secondin ocarm

 

C’è una famosa frase di Dionigi Areopagita che viene sempre citata quando si parla delle esperienze mistiche e dell’influsso della grazia che opera nel mistico: non solum discens sed patiens divina (De div. Nom. , II,9).

Tommaso spiega questa sentenza dicendo che l’anima “non solo è nello stato di chi riceve la conoscenza delle cose divine, ma anche di chi, amandole, si unisce ad esse con l’affetto”.  Così si evidenzia che l’esperienza mistica si pone più nel campo dell’affetto che tende ad appropriarsene e lasciarsi attrarre, che dell’intelletto che si ferma alla conoscenza.

 

Cosa succede in realtà in questo pati divina?

C’è una costellazione di fenomeni che si associano in questa situazione, che è dominata dal protagonismo di Dio, ma implica insieme una passività recettiva, una tensione del desiderio: ferita d’amore, estasi, illuminazione, infusione, inabitazione, purificazione, visione, incontro, fidanzamento spirituale, unione trasformante, ecc.

Giovanni della Croce riassume tutto questo nella frase: “Qui tu mi mostrerai quel che l’anima mia da te pretende” (CS, strofa 38). Tutto il lessico della mistica viene qui in evidenza, perchè vi appaiono una gran varietà di esperienze, descritte dai mistici con le parole più diverse.

Si può parlare dell’azione di Dio, che è il principale attore di questa situazione: è lui che fa “patire”, sono le “divine cose” che entrano in gioco da protagoniste: e allora si metterà in luce la sua bontà, la sua misericordia, la sua sapienza, la sua santità, la sua purità, la sua vita pulsante, ecc. O le varie fasi delle purificazioni: e doni che arricchiscono l’anima, la dolcezza della sua presenza, la simbologia del suo agire (come creatore, o sposo, o fuoco ardente, o luce, ecc.). Non di rado, si spiega anche il ruolo delle singole persone della Trinità nell’intimità personale.

Oppure si può dar enfasi alla reazione della creatura: come vive questa passività e patibilità e soprattutto come si rivela questo “patire”: nel corpo, nei sensi, nelle facoltà, nell’anima, nelle purificazioni profonde, nella illuminazione, nella gioia e nel dolore. Sono le grandi testimonianze di molti maestri mistici, che ci hanno descritto minuziosamente i vari momenti e i vari passaggi della loro avventura mistica. A volte anche sentendosi chiamati a fare della loro esperienza lo schema guida per tutti…

Colpiscono la profondità, la trasparenza e la mitezza con le quali il cardinale Francesco Coccopalmerio, “Ministro” vaticano della Giustizia, legge ed analizza dall’interno il capitolo ottavo dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, quello che sin dal titolo, «Accompagnare, discernere e integrare la fragilità» ‒ e dedicato alle situazioni “cosiddette” irregolari di tante relazioni matrimoniali e di coppia ‒ ha sollevato opposizioni e dure critiche sia all’interno della Chiesa sia fuori, che vanno crescendo e diffondendosi anche sui mass media. 
Proprio per l’acutezza dell’ermeneutica e per la trasparenza dell’analisi filologica utilizzate dal cardinale Coccopalmerio ‒ capace di far dialogare in profondità i passaggi più rilevanti dell’esortazione con i testi di riferimento del Vaticano II e della Familiaris consortio di Giovanni Paolo II da una parte, e con la grande tradizione dall’altra, in primis con i fondamenti delineati da Tommaso d’Aquino ‒ ne consigliamo l’attenta lettura ai tanti che ne hanno frainteso il senso e il significato.
Chiunque abbia una visione disinteressata e pura di cuore, potrà comprendere, leggendo queste pagine del cardinale Coccopalmerio, come la magistrale esortazione di papa Francesco costituisca una chiara, coraggiosa e geniale riaffermazione della purezza della dottrina cattolica in tema di matrimonio e di famiglia (dottrina com’è  noto delineatasi nel corso del secondo millennio cristiano), considerata come parola vivente che tramanda il fuoco della tradizione, e in quanto tale capace di confrontarsi e di illuminare le sfide del tempo presente, illuminando aspetti nuovi dell’ infinita ricchezza contenuta nel Vangelo. «Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi ‒ scrive papa Francesco nell’esortazione (n. 3), e ribadisce con forza il Cardinale ‒ ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano».

Perla e chiave di lettura dall’Esortazione rimane ‒ osserva il cardinale Coccopalmerio ‒ la considerazione secondo la quale la norma generale non può rendere ragione di tutte le circostanze particolari di vita di una persona, ma che ‒ prosegue citando san Tommaso ‒ «più si scende nel particolare, tanto più aumenta l’indeterminazione» (Amoris laetitia, 304). La stessa Commissione Teologica Internazionale aveva affermato che «La legge naturale non può essere presentata come un insieme costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione» (Amoris laetitia, 305).
In termini più laici potremmo dire che la legge non mette mai al riparo dai rischi della realtà, e che per questo bisogna dilatare l’orizzonte dalla giustizia, dal giudizio, alla misericordia, in cui consiste la pienezza della stessa giustizia.
È questo quello che emerge, con trasparenza, dalla riflessione del Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi. Come si fa, allora, a parlare di “confusione” dottrinale da parte di papa Francesco? Certo, il cammino pastorale, teologico e spirituale, intrapreso da Bergoglio è un cammino d’altura, che esige da parte di tutti, e in primis dai Pastori, una radicale conversione pastorale, che è anche conversione spirituale e culturale. E questo non è sempre facile. (Raffaele Luise)

amoris-laetitia-bis

 

 

Card. Francesco Coccopalmerio

 

Il Capitolo ottavo della Esortazione Apostolica Postsinodale Amoris laetitia è intitolato in modo significativo: “Accompagnare, discernere e integrare la fragilità”.

Credo risulti utile offrire in questa sede non una riflessione teoretica a partire dai testi dell’Esortazione, bensì una lettura dei testi stessi, che ci consenta, da una parte, di svolgere una riflessione teoretica sui vari punti del documento e, dall’altra, di conoscere in forma diretta e perciò di gustare in originale i testi del documento stesso.

La lettura dei testi sarà, dunque, una lettura guidata, che, tuttavia, seguirà non l’ordine numerico dei paragrafi del Capitolo ottavo, bensì il susseguirsi degli argomenti che abbiamo sotto specificato. Compresi, però, i singoli testi nella logica degli argomenti, sarà forse più facile  rileggerli poi e comprenderli secondo l’ordine numerico.

Ciò premesso, mi pare utile distinguere e presentare sei argomenti:

  1. L’esposizione della dottrina della Chiesa relativamente a matrimonio e famiglia;
  2. L’atteggiamento pastorale della Chiesa verso quelle persone che si trovano in situazioni non regolari;
  3. Le condizioni soggettive o condizioni di coscienza delle diverse persone nelle diverse situazioni non regolari e il connesso problema della ammissione ai sacramenti della Penitenza e della Eucaristia;
  4. La relazione tra dottrina, norma generale e persone singole in situazioni particolari;
  5. La integrazione, cioè la partecipazione alla vita della Chiesa e anche alla ministerialità della Chiesa da parte delle persone che si trovano in situazioni non regolari;
  6. L’ermeneutica della persona in Papa Francesco.

 

lo vuole il cuore

don Sergio Mercanzin

 

29 Giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo.
È pomeriggio.

Sull’autostrada per Avezzano, il cardinale Coccopalmerio,
– per i tanti che gli vogliono bene semplicemente Cocco –

e io sfrecciamo su un’ auto vaticana;
alla guida, gentile e discreto, uno dei tre autisti del papa.
Nel fresco dell’abitacolo, il cardinale e io, tiriamo fuori il cellulare,
per parlare con… Dio!
Cioè per recitare il breviario, grazie ad una comodissima applicazione,
che ti risparmia di saltare da una parte all’altra del vecchio breviario cartaceo.
Dopo il breviario, il rosario, che l’autista recita devotamente insieme a noi.
Siamo diretti al carcere di Avezzano.
Ci aspetta un detenuto, assistito dalla onlus LO VUOLE IL CUORE, fondata dal cardinale.

MATRIMONIO imm

Papa Francesco, in base all’esortazione finale del Sinodo approvato dai vescovi (2015), ha riconosciuto la possibilità di accedere alla comunione durante la messa per i divorziati come pure per le persone che convivono stabilmente o che si trovano in situazioni simili. Questa possibilità, certamente, c’è stata sempre per i separati o divorziati che non hanno contratto una nuova unione; e, da lungo tempo, per coloro che, pure con un rapporto stabile, si astengono dalle relazioni sessuali (Familiaris consortio).

In Amoris laetitia il Papa, senza cambiar la dottrina tradizionale sulla unità e la indissolubilità del matrimonio sacramentale, introduce però un cambiamento nella disciplina di accesso alla comunione eucaristica. Non aggiunge eccezioni, come quella della astensione dai rapporti sessuale. In cambio, stabilisce orientamenti generali che dovrebbero applicarsi a tutti casi e offre alcuni criteri che bisognerebbe considerare.

Gli orientamenti generale sono tre: a) volontà di integrazione di tutti, b) necessità di un accompagnamento e c) discernimento in coscienza. Quest’ultimo può apparire nuovo, però appartiene alla più autentica e antica tradizione della Chiesa. Il Vangelo di Gesù è un appello al cuore delle persone che solo può essere accolto liberamente, senza coazione, senza paura. In Amoris laetitia il Papa ha sottolineato l’importanza del dovuto rispetto ai laici che devono prendere decisioni che hanno a che fare con le loro vite in retta coscienza; cioè, in ultima istanza, soli davanti a Dio (AL 42, 222, 264, 298, 302, 303). Lo fa anche in modo autocritico: «Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL 37). D’altra parte, queste persone debbono credere che la grazia di Dio mai mancherà loro per crescere in umanità (AL 291, 297, 300, 305); e che possono contare sempre sull’amore incondizionato di Dio (AL 108 y 311).

Prima di questo, però, il Papa chiede ai cattolici che si trovano in queste tali situazioni irregolari che abbiano un accompagnamento pastorale. Lo fa in questi termini: «Invito i fedeli che stanno vivendo situazioni complesse ad accostarsi con fiducia a un colloquio con i loro pastori o con laici che vivono dediti al Signore. Non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri, ma sicuramente riceveranno una luce che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale» (AL 312).

La volontà di Francesco è di integrare tutti (AL 297). Si vedrà come certamente non lo si può fare in maniera irresponsabile. Questa integrazione, pensiamo, ha senso solo quando le stesse persone vogliono integrarsi il più possibile nella vita ecclesiale, e non semplicemente rivendicare la comunione come un diritto perduto.

Il Papa offre una serie di criteri perché queste persone possano integrarsi il più possibile nella vita ecclesiale. Questi criteri appaiono un po’ sparsi nel capitolo ottavo. Qui li spieghiamo e anche raccogliamo quello che in loro può rimanere implicito. Probabilmente non sono gli unici, però sono i principali. In ogni caso si deve considerare:

  • Il grado di consolidamento (AL 298) e stabilità del nuovo rapporto (AL 293).
  • La profondità dell’affetto (AL 293).
  • Una volontà provata di fedeltà (298).
  • La intenzione e la prova di un impegno cristiano (AL 298).
  • La responsabilità verso i figli del primo matrimonio (AL 293, 298 y 300).
  • La sofferenza e la confusione che ha potuto provocare ai figli il fallimento del primo matrimonio (AL 298).
  • La responsabilità verso i figli del nuovo vincolo affettivo (AL 293).
  • La situazione del coniuge quando è stato abbandonato (AL 300).
  • Le conseguenze che ha la nuova relazione per il resto della famiglia e la comunità ecclesiale (AL 300).
  • L’esempio che si dà ai giovani che si preparano al matrimonio (AL 300).
  • La capacità di superare delle prove (AL 293).

Sarà specialmente importante:

  • Un riconoscimento della irregolarità della nuova situazione (AL 298).
  • Una convinzione seria circa l’irreversibilità della nuova situazione (AL 298).
  • Un riconoscimento della colpa – se c’è stata – nel fallimento del primo matrimonio (AL 300).
  • Una conoscenza della serietà dei compromessi della unità e fedeltà del primo matrimonio, come pure delle esigenze di verità e di carità della Chiesa (AL 300).

È necessario ricordare che il testo citato sopra indica che l’accompagnamento richiesto può farlo anche una persona laica fedele al Signore. Questo faciliterà l’aiuto in questo discernimento a chi ha avuto una esperienza traumatica con qualche prete durante la celebrazione del sacramento della riconciliazione o a chi ritiene che un sacerdote non sia il migliore interlocutore che lo possa accompagnare.

Questa possibilità pastorale che Amoris laetitia riconosce a coloro che attualmente non possono ricevere la comunione a messa deve essere pensata come il rovescio del desiderio della stessa Chiesa di comunicare con loro. La Chiesa accetta che si comunichino perché Lei vuole, e ha bisogno, di comunicare con loro, con le loro sofferenze, con i loro sforzi per andare avanti, con i loro apprendimenti dolorosi e con la loro crescita spirituale. Questo è il tono generale della esortazione di papa Francesco. Da parte nostra possiamo aggiungere che se la gerarchia ecclesiastica, i coniugi e le famiglie ben costituite non avessero niente da imparare dai divorziati uniti in nuovi vincoli e dalle loro seconde famiglie; se si scartasse l’idea che loro, proprio in circostanze turbolenti della vita, possano aver avuto una esperienza spirituale che può esser ispiratrice per gli altri cristiani, alla comunione eucaristica mancherebbe qualcosa di fondamentale.

Jorge Costadoat S.J.

Centro Teológico Manuel Larraín (Cile)

 

 

perugino_009_maria_maddalema_1490

Pietro Perugino, Maria Maddalena (Galleria Palatina – Firenze)

Manuela Orrù

È ancora buio quando Maria di Magdala si reca al sepolcro. Con questa immagine, che apre il capitolo 20 del Vangelo di Giovanni, avvertiamo tutta la partecipazione della discepola prediletta al dramma della morte del suo Maestro. Il sole deve ancora sorgere, tutto è avvolto dalle tenebre, ma lei non può più attendere, deve andare, è sola nel suo dolore e nella sua solitudine.

“Donna perché piangi?”. Le parole dell’ Angelo la scuotono appena mentre è ancora china verso la tomba vuota, dopo che Pietro e l’altro discepolo, che lei era corsa a chiamare, se ne sono andati. Hanno portato via il corpo del suo Signore e non sa dove l’hanno posto. Gli altri sono tornati a casa, senza “comprendere”. Lei rimane. Lo cerca, vuole “sapere”. Stava e piangeva – è scritto nel Vangelo. In questo suo stare, c’è tutta l’attesa, il desiderio irrazionale del cuore di ritrovare ciò che è perduto; c’è la persistenza dell’azione, ben espressa dai verbi al participio, che si traduce in un’attenzione vigile, in un’attesa non passiva. La risposta a quella domanda muta non tarda ad arrivare. Il suo attendere, il suo persistere dinanzi a quel sepolcro vuoto, incontrano la Verità nel momento in cui si volta, prima ancora di udire il suono delle parole: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Non lo riconosce subito Maria. Gesù è lì, esperienza del “non ancora”, attende di “essere visto”, “Riconosciuto”. Lei crede sia il custode del giardino, ma già nel suo voltarsi, nel volgere lo sguardo dal sepolcro al giardino, memoria simbolica dell’Eden perduto, lascia che si compia in lei quella trasformazione, quella conversione, che è il messaggio pasquale della Resurrezione, condizione ritrovata delParadeisos, il paradiso originario, meta verso cui tende il nostro andare. Ed è allora che Lui la chiama per nome e finalmente lei lo “vede”: “Rabbunì, Maestro mio!”. Lui che veniva cercato all’esterno, la ispirava a cercarlo dentro di sé. Lei che cercava il corpo di un morto trova la Vita.

 

papa-russo-light-674x1024

 

don Sergio MERCANZIN

 

Alcune sere fa mi sono trovato a presentare il romanzo «Il destino del papa russo» di Mauro Mazza – giornalista e scrittore – nella sede del prestigioso Museo Crocetti sulla via Cassia a Roma.

Questo suo secondo romanzo, che si legge davvero d’un fiato, racconta del conclave dopo papa Francesco, che elegge non un cardinale, ma il vescovo russo cattolico di San Pietroburgo che diventa papa Metodio.

Coetaneo, concittadino e amico di Putin, il papa russo si avvale di questa amicizia e della propria nazionalità per procedere finalmente ad adempiere la richiesta della Madonna di Fatima di consacrare la Russia al suo cuore immacolato, non più contro o senza ma con la Chiesa ortodossa russa.

La consacrazione diventa quindi una tappa importante verso l’unità delle due Chiese, la cattolica e la ortodossa.

Ci sono però poteri forti e occulti che tramano contro papa Metodio, al punto che…, finale che naturalmente non anticipo e non svelo.

 

 

porta-santa

 

Raniero La Valle

 

“Il papa rema”: ma per andare dove? Questa domanda, cruciale per il nostro sito, è una domanda che riguarda tutta la Chiesa e la storia del mondo. E la risposta che emerge da tutto il corso di questi tre anni di pontificato, ed è apparsa con particolare evidenza in occasione del conferimento a papa Francesco del premio Carlo Magno, è che egli rema per far uscire la Chiesa dal regime di cristianità, o meglio dalla falsa convinzione che viga ancora il regime di cristianità, che invece è irrevocabilmente concluso. Si tratta del regime di cui Carlo Magno è stato il massimo emblema. La “Chiesa in uscita” deve uscire da questo non luogo (non più esistente), per ripartire dal Vangelo e ritrovare il cristianesimo. È questa l’interpretazione che dell’evento del 6 maggio scorso e del discorso rivolto in quell’occasione da papa Francesco ai leaders europei fa la Civiltà cattolica in edicola con la data dell’11 giugno, attraverso un articolo del suo direttore Antonio Spadaro[1]; e poiché questi sostiene per la seconda volta una tesi già avanzata quattro mesi fa[2], deve trattarsi, dati i rapporti della rivista col papa, di una tesi attendibile. La cosa è di straordinaria bellezza e di grande importanza.

Tra i miei ricordi dei discorsi che correvano tra i Padri conciliari e i teologi durante il Vaticano II, c’è l’idea, diventata allora una specie di luogo comune, secondo cui col Concilio la Chiesa dovesse uscire, o stesse uscendo, dall’età costantiniana, che sarebbe l’età cominciata 1700 anni fa con l’imperatore Costantino, autore con l’imperatore Licinio delle norme che legittimarono il cristianesimo (il cosiddetto e forse inesistente “editto di Milano”[3]); quel Costantino sponsor del Concilio di Nicea, esaltato da Eusebio di Cesarea come “l’imperatore caro a Dio”, e iniziatore di quel vero e proprio Impero cristiano che sarebbe poi stato instaurato da Teodosio.

Quello che ora succede è che il papa stesso, sulla scia del teologo gesuita tedesco Erich Przyawra, da lui citato nei suoi discorsi sull’Europa, riconosce e proclama che è finito il regime di cristianità. Cristianità è una parola che mette insieme cristianesimo e società, cioè pretende che cristianesimo e società siano una sola ed unica cosa, facciano un sistema in cui è il cristianesimo che dà forma e legge alla società, non la società che interagisce e dialoga con il cristianesimo.

Per dirla con lo storico austriaco Friedrich Heer, ricordato dalla Civiltà cattolica, la cristianità è “quel processo avviato con Costantino in cui si attua, pur con varie modalità storiche, un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa”; un processo che supponeva la Chiesa come la realizzazione stessa del Regno di Dio sulla terra, e quindi faceva della Chiesa la vera sovrana terrena.

114543614-cb06f994-0b82-4021-a46f-b495590858af

Cardinale Jean-Louis Tauran

  1. Ponti, non muri.

Papa Francesco solitamente contrappone due immagini, quella della costruzione dei ponti e quella della costruzione dei muri, che permettono di misurare tutta la distanza tra l’Europa che papa Francesco sogna e quella esistente. Il recente conferimento del premio Carlo Magno è stata per lui un’occasione per ricordare all’Europa la sua vocazione umanistica, che è vocazione all’apertura e alla solidarietà. Nel ricevere il premio, Francesco ha detto che “l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, essa gli arreca meschinità […]. La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa”.

  1. Il precedente paolino.

Per comprendere lo stile “dialogante” di papa Francesco sarebbe interessante qui fare riferimento a un precedente che risale molto indietro nel tempo, addirittura alla prima generazione cristiana. Quando l’Apostolo Paolo giunse a Roma, in attesa di essere giudicato dall’imperatore al quale si era appellato per sfuggire a un tentativo di omicidio a Gerusalemme, gli fu concesso di abitare per conto suo, benché con un soldato di guardia (At 28,16).

Il dettaglio interessante narrato da Luca è che, già dopo tre giorni dal suo arrivo a Roma , egli fece chiamare i notabili dei Giudei e avendo fissato con lui un giorno, molti andarono da lui, nel suo alloggio. Dal mattino alla sera egli esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai Profeti. Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano (cfr At 28,17a.23-24).

Come Paolo, papa Francesco è giunto a Roma, in qualche modo “prigioniero del Vangelo”, e fin dall’inizio del pontificato, ha iniziato il dialogo con i seguaci delle altre tradizioni religiose: “La Chiesa cattolica è consapevole dell’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose – questo voglio ripeterlo: promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose”[1]. Per lui il dialogo dell’amicizia non implica nulla di superficiale o buonista. Si tratta piuttosto di “una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose” (Evangelii Gaudium 250).

  1. Dialogo come incontro di pensieri.

Lo scorso 4 maggio, ai partecipanti ad un incontro di studio organizzato dal nostro Dicastero con il Royal Institute for Interfaith Studies di Amman, papa Francesco ha detto che “il dialogo è uscire da se stessi, con la parola, e ascoltare la parola dell’altro. Le due parole si incontrano, i due pensieri si incontrano. E’ la prima tappa di un cammino. Dopo questo incontro della parola, i cuori si incontrano e incomincia un dialogo di amicizia, che finisce con la stretta delle mani. Parola, cuore, mani. E’ semplice! Lo sa fare un bambino… Perché non farlo noi? E questo è – piccolo, piccolo, piccolo – il passo della costruzione, dell’amicizia, della società. Tutti abbiamo un Padre comune: siamo fratelli. Andiamo su questa strada, che è bello!”. E sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso il 23 maggio, nello storico incontro con Ahmed al-Tayyeb, grand imam dell’Università Al-Azhar del Cairo: “Il nostro incontro è il messaggio”. Una stretta di mano che ha fatto il giro del mondo, a significare il rinnovato impegno comune delle autorità e dei fedeli delle grandi religioni per la pace nel mondo, il rifiuto della violenza e del terrorismo, l’attenzione alla situazione dei cristiani nel vicino Oriente.

Per comprendere meglio in che senso il magistero di Papa Francesco non è solo un magistero di dialogo, ma un magistero “dialogante”, si può citare quanto ha affermato Eugenio Scalfari nel corso della serata “Processo al potere” al Teatro Eliseo a Roma: “Questo Papa non è guerriero, è rivoluzionario […]. Lui nomina anche nei posti più alti persone che non gli assomigliano e che lo combattono[…]. Io ho detto al Papa: la fede unisce, ma nel Sinodo, dove sono tutti uomini di fede, poi non convergono su alcuni punti, e alcuni di questi lei li ha messi in testa. E lui mi ha risposto: ‘sì, perché la prima cosa da fare tra noi cristiani è ascoltare e farsi ascoltare’. Cose che poi ho trovato scritte sull’Osservatore Romano: le norme vanno rispettate e mai abbandonate, però quando si applicano si lavora con discernimento, caso per caso”[2].

raimon_panikkar

di Raniero La Valle

 

Discorso tenuto a San Gregorio al Celio il 9 aprile 2016 in occasione della presentazione dell’Opera Omnia di Raimundo Panikkar.

 

Che rapporto c’è tra Raimundo Panikkar e papa Francesco?

Noi stiamo vivendo una grande rivoluzione della fede che si sviluppa lungo un arco di 50 anni, dal Concilio ad oggi. Essa ha per teatro l’umanità e tutta la Chiesa, e ha tra i suoi protagonisti, insieme a molti altri, Panikkar, le grandi acquisizioni dei teologi, anche romani, la nuova sapienza del papa emerito Benedetto XVI e, naturalmente la potenza dell’annuncio evangelico di papa Francesco. E dunque in questo tempo speciale di una rivoluzione della fede che dobbiamo collocare anche il rapporto tra Panikkar e Francesco. E se questo tempo speciale, questo Kairòs, lo facciamo partire dal Concilio è perché lì è cominciata, non nella clandestinità ma gridata sui tetti, la rivoluzione della fede. Come ha scritto il gesuita Karl Rahner facendo un primo bilancio sul significato permanente del Vaticano II nel 1979, a quindici anni dalla sua conclusione, “la Chiesa in questo Concilio è diventata nuova trasformandosi in una Chiesa a dimensione mondiale e pertanto è in grado di rivolgere al mondo un annuncio, che benché resti in fondo sempre lo stesso annuncio di Cristo, è più libero e coraggioso di prima, un annuncio nuovo. In tutti e due i termini, nell’annunciatore come nell’annuncio, è avvenuto qualcosa di nuovo, di irreversibile, di permanente” (Karl Rahner, Il significato permanente del Vaticano II, Il Regno – documenti, 3,1980). In realtà nel Concilio si sono viste cose mai viste prima, così come cinquant’anni dopo si sono viste cose mai viste prima nel pontificato di papa Francesco.

Ciò basterebbe, da solo, a stabilire un legame strettissimo tra il Concilio, come lo ha visto il gesuita Karl Rahner, e il pontificato come lo sta esercitando il gesuita Bergoglio.

 

Il “senso dei fedeli”

             Per esempio tra le cose del Concilio che non si erano mai viste prima c’è l’espressione “sensus fidei”, sensus fidelium, cioè il senso dei fedeli.

Questa espressione, come ha rilevato la Commissione teologica internazionale, (Il sensus fidei nella vita della Chiesa, 2014) compare per la prima volta nel Vaticano II, ma la realtà che essa indica era ben presente nella tradizione; e la sua evocazione da parte del Concilio ne fa un’espressione gravida di conseguenze per il futuro.

E’ così importante il sensus fidei che proprio richiamandosi al senso dei fedeli delle loro Chiese i vescovi della Commissione preparatoria del Concilio non vollero che fosse messa all’ordine del giorno del Vaticano II la dottrina secondo la quale i bambini morti senza battesimo non possono andare in Paradiso; da ciò non solo conseguì l’abolizione del limbo, ma si aprì la strada alla prima grande rivoluzione della fede: la caduta cioè dell’assioma secondo il quale la Chiesa cattolica è l’unica via che gli uomini hanno per la salvezza e per la conoscenza di Dio.

Nel pontificato di Bergoglio questa rivoluzione ha raggiunto la sua massima evidenza quando nel popolo di Dio, tradizionalmente identificato con la Chiesa, egli ha incluso anche indiani e musulmani, che è una delle cose “mai viste prima” di questo pontificato.

Perciò io vorrei ora concentrare l’attenzione su tre di queste grandi rivoluzioni della fede che sono in corso, e in confronto a queste vedere i rapporti tra Panikkar e papa Francesco.

15/05/2013 Città del Vaticano, piazza San Pietro, udienza generale del Mercoledì di papa Francesco

José M. Castillo

 

La Doctora Elske Rasmussen se lamentaba, hace sólo unos días, de los que (cardenales, obispos, curas, frailes…) se empeñan en defender que “el papa sólo está autorizado a repetir lo que ha dicho el Magisterio anterior, especialmente desde Pio XII hasta Benedicto XVI”. O sea – si yo me he enterado bien – , los “hombres de Iglesia”, que le hacen frente al papa Francisco, son personas que, quizá sin darse cuenta de lo que realmente están haciendo, lo que en realidad defienden es una “Iglesia atascada”, no en el barro y en el fango de un camino impracticable, por el que no se puede avanzar ni se va a ninguna parte, sino una “Iglesia atascada”, no en un camino embarrado, sino en algo peor: en un tiempo y una cultura que ya no existen. Porque eso, a fin de cuentas, es la Iglesia de Pío XII, la de Juan Pablo II y la que defendió (mientras pudo) Benedicto XVI.

El fondo del asunto, a mi modo de ver, está en esto: la preocupación central y determinante de la Iglesia, ¿debe estar puesta y mantenerse en la fidelidad al Magisterio y sus verdades o tiene que estar en el sufrimiento del pueblo y sus carencias? En la respuesta que se dé a esta pregunta, en eso está la clave que explica la diferencia y la distancia que se palpa entre el papado de Benedicto XVI y el de Francisco. Por supuesto, es importante en la Iglesia defender y mantener el Magisterio de nuestros mayores. Pero, ¿no es más apremiante remediar el sufrimiento de los inocentes?

No se trata de quitarle la razón a un papa, para dársela a otro. El asunto es más grave y más determinante. Porque, a fin de cuentas, lo que estamos viviendo en la Iglesia, con los roces y fricciones entre los defensores del papado anterior y los entusiastas de Francisco, es la reproducción – a pequeña escala – del enfrentamiento entre los “Maestros de la Ley”, defensores de sus tradiciones religiosas, y el comportamiento de Jesús, que curaba enfermos, daba de comer a los pobres y se hizo amigo de pecadores y publicanos y pecadores. Es evidente que Jesús no fue un hombre ejemplar en su tiempo. Pero tan cierto como eso es que, los “ejemplares” (de entonces y de ahora) pronto quedan arrumbados en el baúl de los recuerdos, mientras que, como bien ha hecho notar el profesor Reyes Mate, siempre queda en pie el certero enunciado de Theodor W. Adorno: “Hacer hablar al sufrimiento es la condición de toda verdad”. Lo que me lleva a mí a terminar haciéndome una pregunta capital: ¿Qué verdad pueden defender los que, cuando les conviene, dejan de lado el sufrimiento?

En esto, me parece a mí, está la grandeza, la novedad y la actualidad de la “Amoris laetitia”, la visión nueva (y todavía desconocida) de la familia, que nos presenta el papa Francisco.

amoris-laetitia-bis

 

Padre Giulio Albanese


C
hi legge senza pregiudizi l’esortazione apostolica post sinodale Amoris laetitia, sull’amore della famiglia di Papa Francesco, si accorgerà immediatamente che siamo di fronte ad un testo autenticamente missionario. Le ragioni sono molteplici e meritano uno spazio di approfondimento. Anzitutto siamo di fronte ad un testo aperto all’universalità, consegnando una straordinaria lezione di vita a credenti e non credenti. Non solo perché, partendo dai presupposti evangelici di una Chiesa inclusiva, apre con chiarezza e determinatezza, nel nome della misericordia, la porta dei sacramenti ai cosiddetti “irregolari della fede”, richiedendo un discernimento caso per caso. Ma anche perché Amoris laetitia coglie appieno le sfide dell’inculturazione del Vangelo. Non a caso il Papa scrive che “non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero”. Dunque, per alcune questioni “in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale […] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato” (AL 3).

In questa prospettiva, è evidente lo sforzo del Pontefice di rendere attuativa l’ecclesiologia che egli ebbe a predicare fin dall’inizio del suo mandato petrino, incentrata sulla dialettica tra centro e periferia, unità nella diversità. Come dimenticare, ad esempio, quello che egli disse nel corso dell’Udienza Generale del 9 ottobre 2013: “La Chiesa è cattolica, perché è la ‘Casa dell’armonia’ dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza. Pensiamo all’immagine della sinfonia, che vuol dire accordo, armonia, diversi strumenti suonano insieme; ognuno mantiene il suo timbro inconfondibile e le sue caratteristiche di suono si accordano su qualcosa di comune. Poi c’è chi guida, il direttore, e nella sinfonia che viene eseguita tutti suonano insieme in armonia, ma non viene cancellato il timbro di ogni strumento; la peculiarità di ciascuno, anzi, è valorizzata al massimo! È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà. Non siamo tutti uguali e non dobbiamo essere tutti uguali. Tutti siamo diversi, differenti, ognuno con le proprie qualità”. Si tratta, inutile nasconderselo, di una sfida che dal Concilio Vaticano II ad oggi non sempre ha trovato un felice riscontro nell’azione pastorale. Ecco perché nell’esortazione apostolica sulla famiglia, il Santo Padre pone da subito l’esigenza di un discernimento, per superare la sterile contrapposizione tra ansia di cambiamento e applicazione pura e semplice di norme astratte. Scrive a questo proposito: “I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche” (AL 2).

3 Anni (1)
José M. Castillo

 

Hace tres años, cuando faltaban sólo unos días para que Benedicto XVI renunciara al papado, un importante personaje (de los que tienen mando en Roma) me dijo: “La Iglesia no puede caer más abajo de lo que ya está”. Y creo que quien me dijo eso tenía razón. Baste pensar que, desde los últimos años de Pablo VI hasta el día que tomó posesión Francisco, la Iglesia ha estado prácticamente sin gobierno. Más de 30 años. Juan Pablo II gestionó su pontificado con vistas a sus continuos viajes por el mundo entero. Benedicto XVI se dedicó a sus estudios y sus escritos. ¿Quién gobernaba de facto? Los cardenales que presidían las Congregaciones de la Curia. Hombres, con frecuencia, enfrentados entre ellos. De forma que los conflictos intestinos entre curiales ocuparon gran parte del tiempo y de las preocupaciones que se vivieron en el Vaticano, mientras que la Iglesia se veía urgida por asuntos muy graves, muchos de ellos inaplazables. No le faltaba razón al gran historiador de Cambridge, John Cornwell, cuando el año 2000, refiriéndose al pontificado de Juan Pablo II, escribió esto: “La tesis de este libro (un estudio importante sobre Pío XII) es que cuando el papado crece en importancia a costa del pueblo de Dios, la Iglesia católica decae en influencia moral y espiritual, en detrimento de todos nosotros”.

Y así fue. De ahí el conclave intenso y rápido que eligió a un jesuita, con talante franciscano, para suceder a Ratzinger. Con el desenlace final de un obispo que vino “del fin del mundo”, y que apareció en el balcón principal de la plaza de San Pedro, para decirle a la gente que él era el obispo de Roma. Y que allí estaba, antes que para bendecir, para ser bendecido por el pueblo. Se acababa de cerrar una larga etapa en la historia de la Iglesia. Y se abría otra, cargada de interrogantes y de ilusiones.

¿Qué balance se puede hacer de los tres años transcurridos  en el todavía breve papado de Francisco? Hay un hecho claro. Francisco se comportó, desde el primer momento, de manera que enseguida provocó  atracción y rechazo. Gran atracción, en la opinión pública general. Gran rechazo, en  grupos concretos y localizados. Precisando más: “atracción”, en las masas populares, especialmente entre gentes maltratadas por la vida y por la sociedad opulenta; “rechazo”, sobre todo en sectores importantes de la Curia Vaticana, en buena parte del episcopado mundial, entre los curas y frailes más conservadores y en los grupos cristianos más integristas y fanáticos.

La explicación de este contraste (“atracción – rechazo”) está en que Francisco es un obispo tan creyente como humano.  Y es ambas cosas, en una cultura y una sociedad, en la que el poder opresor pierde fuerza y está siendo sustituido por el poder seductor. Hoy la religión ya no oprime ni mete miedo. A la religión no le queda ya otro poder que la capacidad de seducir a los nuevos esclavos de la sociedad industrial, opulenta y capitalista. Y resulta que Francisco ha tomado tan en serio el Evangelio, que ejerce una irresistible atracción ante los pobres, los enfermos, los niños, los ancianos, los presos de las cárceles, los refugiados, los que no tienen papeles ni techo, los “nadies”. Mientras que, paradójicamente, este hombre tan “espiritual”, no es clerical y detesta lo ostentoso del poder y la gloria.

Así las cosas, a nadie le tendría que sorprender el fuerte rechazo que el papa Francisco encuentra en la Curia Vaticana. Porque la Curia, junto a los integristas religiosos, siguen creyendo en el poder de los dogmas y las leyes. Por eso una notable mayoría de curiales son expertos en el poder opresor. Lo  que lleva consigo una importante dificultad para vivir de acuerdo con el Evangelio. Se comprende por qué precisamente en el Vaticano (y en los colectivos integristas religiosos) es donde se encuentra el rechazo más directo, y quizás más fuerte, contra el papa Francisco.

Sin duda alguna, el papa Francisco ha inaugurado una nueva etapa en la historia del papado. Una etapa que se caracteriza por un hecho tan sencillo como sorprendente. Un papa que ejerce el papado, no desde el poder de la religión, sino desde la ejemplaridad del Evangelio. En esto se centra y se resume la genialidad del papa Francisco.

Y sin embargo, todavía hay que preguntarse: ¿Qué le falta a este papa en su nueva forma de ejercer el papado? Le falta modificar, a fondo y por completo, la gestión de la Curia Vaticana. Es evidente que eso no se puede hacer en cuatro días. Ni siquiera en dos o tres años. Como también es cierto que Francisco está trabajando a fondo en este complicado asunto. Por eso, lo que nos atrevemos a pedirle es que – lo antes que pueda – convierta el enorme y solemne tinglado de la Curia en una Comisión Consejera Mundial del Obispo de Roma, “cabeza del Colegio Episcopal” (LG 22), recuperando el gobierno sinodal de la Iglesia, tal como se hizo durante el primer milenio de su historia. ¡Por favor, papa Francisco!, no abandone el papado dejando su obra magistral sin el complemento decisivo que aún le falta.

GUADALUPE

Padre Josè R. de la Torre, Grosseto

 

Papa Francesco ha voluto visitare la grande nazione (terra) del Messico. In lingua “Nahuatl” (quella parlata dagli aztechi), la parola Messico vuol dire Luna, per la sua conformazione geografica, perché significa anche la “terra di mezzo”, dato che unisce l’America del nord con quella del sud. Di questo erano coscienti i popoli indigeni che abitavano appunto nel Messico; tra i più conosciuti: gli Aztechi (popolo guerriero e molto ben organizzato), i Cicimecas e altri. Per questo motivo, all’epoca della conquista (1521) da parte degli Spagnoli guidati dal capitano Hernàn Cortèz, ignari di aver trovato una terra importante, si sono resi conto che questa terra era stata sempre ambita da tutti coloro che la attraversarono. Basta pensare che in duecento anni di indipendenza dalla Spagna (1810 – 2010) nel Messico ci sono stati cinque tentativi di riconquista da parte di diverse “dominatori”: gli spagnoli, i francesi, gli americani, i rivoluzionari messicani e i Cristeros.

Il Messico attuale dal 1935 ad oggi ha cominciato il suo cammino di crescita e di sviluppo grazie ad un periodo di relativa tranquillità. È un paese sostanzialmente giovane, perché è ancora in fase di dialogo tra tutte le componenti raziali e culturali dalle quali è composto (il Messico è sette volte l’Italia e attualmente ci sono 120.000.000 di messicani). La popolazione messicana per la maggioranza è una popolazione giovane.

Papa Francesco, lui stesso lo ha detto, è andato in Messico come “Missionario di Pace e Misericordia” (dal 12 al 18 Febbraio 2016) e non come un “conquistatore”. È il terzo Papa che visita il Messico, al seguito di San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto VI. Tutti i Papi sono stati sempre ricevuti con tanto affetto e venerazione da parte di tutto il popolo messicano (il 90% dei messicani è cattolico).

 

logo colomba

 

 

Anne Soupa, présidente de la CCBF

 

La vocation de la Conférence catholique des baptisé-e-s francophones (CCBF) est de sensibiliser les baptisés, de les écouter et de faire connaître leur « sens  de la foi », et de contribuer par toute action à l’annonce de l’évangile et à la construction de l’Église de demain. Le propre de ces actions est d’associer le plus grand nombre possible de nos membres, car c’est en forgeant que l’on devient forgeron, et en agissant que l’on devient baptisé. C’est donc peu de dire qu’elle a salué avec enthousiasme l’élection du pape François, et qu’elle cherche, encore plus maintenant, à ce que ses entreprises rejoignent les orientations qu’il promeut, en particulier celles d’une Église synodale. Cet article, à la suite d’un précédent, (Ce sont les baptisés qui font l’Église), entend donner un aperçu des différents projets et réalisations qui sont à l’actif de cette jeune association.

Un part de nos actions consiste à donner la parole aux catholiques. Dans cette optique, en 2014, nous avons mis en ligne sur notre site les questionnaires préalables au Synode sur la famille (la Conférence des évêques de France ne les mettant pas, nous avons dû aller les chercher sur le site du diocèse de Cayenne, en Guyane), puis nous avons collationné les réponses, les avons exploitées et avons offert la synthèse à signatures (5000 recueillies). Ce service a été très apprécié. Nous avons aussi, à deux reprises, lancé un appel à soutenir l’action du pape.

En septembre 2015, la CCBF a organisé une conférence-débat à Paris menée par le frère Timothy Radcliffe et le Père Gilles Routhier sur un sujet méconnu et important, celui du « sensus fidei» des fidèles. Outre que la conférence a été très suivie et qu’ainsi croît la conviction que le baptisé est « digne de foi », nous sommes heureux d’avoir ouvert la réflexion sur une matière qui devrait être essentielle pour demain[1]. Nous entendons d’ailleurs contribuer à la prolonger.  D’autres conférences, en ligne, régulières, brèves, avec un débat en direct, verront sans doute le jour au cours de l’année.

Certains de nos projets sont modestes mais ils permettent déjà à notre association d’acquérir une histoire commune et ils donnent une place à tous nos adhérents. Ainsi le projet « Mémoire de prêtres », s’applique à recueillir, par le biais d’interviews, la parole de prêtres âgés qui sont riches d’une cinquantaine d’années de ministère. De quoi témoignent-ils ? Où est le cœur de leur vie ? Une cinquantaine d’interviews ont déjà été menées à bien et commencent à être mises en ligne sur notre site.

Ainsi le « Prix littéraire de la Conférence » fait lire qui le veut et voter qui le veut pour désigner le livre de son choix. Le premier prix vient d’être attribué à Mgr Jean-Paul Vesco pour son livre Tout amour est indissoluble, dans lequel il fait une proposition d’ordre juridique qui permet de sortir de l’impasse en ce qui concerne les divorcés remariés.

Kirill - Francesco

Enzo Bianchi

Quando in una persona, in un cristiano vi sono una convinzione profonda, una santa risolutezza e una capacità di abbassarsi, allora l’impossibile può diventare realtà. Papa Francesco – va riconosciuto e sarà ricordato nella storia delle relazioni tra le Chiese cristiane – rende possibile ciò che per decenni era rimasta soltanto un’ipotesi, un desiderio, sui quali dominava però la logica della dilazione: «I tempi non sono ancora maturi, occorre lasciare allo Spirito di decidere il quando…», si diceva.
Perché questo incontro tra il Vescovo di Roma, che è anche Patriarca d’Occidente, e il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia non è stato possibile finora? Per rispondere a questa domanda occorre avere una buona memoria e uno sguardo non piegato alla logica politica che cerca solo le ragioni del potere o di una “santa alleanza” diventata urgente in un mondo che non conosce più la cristianità, ma anzi in molte nazioni conosce la persecuzione dei cristiani. In papa Francesco e nel patriarca Kirill c’è la consapevolezza che i cristiani divisi, separati e sovente in opposizione sono una contraddizione al Vangelo, una situazione che talvolta rende sterile l’evangelizzazione. Kirill è un vescovo convinto della necessità dell’ecumenismo, e di questo ha dato testimonianza anche prima di diventare patriarca, sia al Consiglio ecumenico delle Chiese, sia con la sua presenza a molte iniziative della Chiesa cattolica in vista della pace. 

logo colomba

Anne Soupa, présidente de la CCBF

La Conférence catholique des baptisé-e-s francophones (CCBF) est née d’une intuition forte : se donner le baptême comme pierre de fondation. Un jour précis, cette évidence s’est imposée à nous. Qui étions-nous, les uns et les autres ? Des laïcs, des prêtres, des diacres, des religieux et des religieuses… Tous des baptisés. Car l’Église, peuple de ceux qui croient et annoncent la Résurrection du Christ est bien une « société de baptisés », par analogie avec le nom de « Société de fidèles » qu’elle portait jusqu’au 17e siècle. Par cet ancrage dans le baptême, la CCBF a gagné une identité forte et exigeante : elle accueille quiconque, elle refuse le clivage entre clercs et laïcs, autant qu’un rapport mimétique entre eux, et surtout, elle vit de la spiritualité du baptême, qui fait de chaque baptisé un prêtre, un prophète et un roi.

La CCBF s’est donné pour vocation de susciter la conscience des baptisés : annonce de l’Évangile, construction de l’Église… leur responsabilité est grande et elle est encore trop peu sollicitée, surtout en France où les communautés ont été autrefois « gâtées » par la présence de nombreux prêtres, et où elles ont tardé à se prendre en main, ce qu’elles doivent apprendre aujourd’hui.

Notre association, ardente et convaincue, est née  en 2009, à l’initiative de Christine Pedotti et de moi-même, toutes deux écrivains et journalistes. Toutes deux engagées, Christine dans la catéchèse de jeunes, moi dans la vulgarisation biblique. En ce temps-là, l’Église était trop souvent « un bureau de douane », pliant sous la férule de la Loi, une grosse machine autoréférentielle, arcboutée sur son identité, plus soucieuse de ses structures que de la faim spirituelle de son temps. Devant la lassitude de beaucoup de catholiques, la main sur la porte de sortie, nous avons lancé un slogan qui a fait mouche : « Ni partir ni se taire ». Combien de personnes en souffrance avons-nous accueillies entre 2009 et la fin du pontificat de Benoît XVI ? Trop peu, car nous n’étions pas connus, mais… nous l’avons fait. Au sein de groupes de parole, de permanences d’accueil, semaine après semaine, nous avons écouté et avons patiemment tenté de convertir le ressentiment en ouverture vers l’avenir.

Les divorcés remariés ont raconté, non seulement leur exclusion des sacrements (et celle de leurs enfants, au baptême) mais aussi les jugements à l’emporte pièce qui pesaient sur eux et la manière sournoise dont ils ont été écartés de leur service paroissial ou éducatif. Les personnes homosexuelles ont fait état des jugements ineptes et sans appel dont ils étaient l’objet, et de trop nombreux laïcs, victimes du  nouveau mot d’ordre : « Re-cléricaliser ! », ont été mis brusquement à l’écart, comme si leur service était « de trop » dans notre Église !

Afrika
José M. Castillo

Cuando el papa Francisco visitó la isla de Lampedusa, donde se concentraban miles de refugiados, que venían huyendo de las hambrunas, de la violencia y la muerte, que tanto sufrimiento vienen causando, no sólo en los países del Magreb, sino en gran parte de África, el papa gritó: “¡Che vergogna!”, “¡Qué vergüenza!”.

Los motivos de esta vergüenza vienen de lejos. Europa ha  sido demasiado cruel con África. Lo he recordado más de una vez. Ya en 1454, el papa Nicolás V le concedió al rey de Portugal el “derecho de invadir, conquistar y someter a perpetua esclavitud a las gentes que habitan en África” (Bula “Romanus Pontifex”, n. 5. Bull. Rom. V, 113). Esta decisión fue renovada por León X (1516) y Pablo III (1534). Así quedó “justificado” el colonialismo de Europa sobre África durante siglos. A partir de Carlos V, los flamencos de su corte recibían toda clase de títulos y, entre ellos, las licencias para conducir esclavos negros  a las colonias americanas. Hoy resulta imposible calcular las “piezas de indias” (así se les llamaba), que eran embarcados en Luanda y, los que sobrevivían a la travesía del Atlántico eran vendidos sobre todo en el mercado de Cartagena de Indias. Los negros morían pronto y sólo en casos excepcionales soportaban  siete años continuos de trabajo. Este fue el gran negocio de holandeses, belgas, ingleses, portugueses, etc durante los siglos  del 17 al 19.

En el s. 20, el negocio de minerales, maderas, piedras preciosas… ha sido incalculable, entre otras razones porque, en gran medida, se ha hecho de forma clandestina. En todo caso, el famoso coltán, el oro, plata, cobre, zinc, galio, germanio, cerio, lantano, estaño, niquel, diamante, cobalto, uranio, magneso, tunsteno… han enriquecido con millones y millones de ganancias  a los comerciantes de medio mundo, especialmente de Europa. Insisto en el negocio del coltán, que hace posible el peso liviano de nuestros teléfonos móviles. El coltán se extrae, en cantidad y calidad, en Ruanda y en el noreste del Congo.

Así, Europa ha disfrutado de África cuanto le ha interesado. Y además es un continente que los europeos hemos utilizado como “patio de recreo”, para cazerías, turismo, aventuras, etc.  Y ahora, cuando los africanos, a causa de la violencia que han tenido que soportar, se mueren de hambre o se matan entre ellos, en guerras para las que Europa les vende los armamentos que necesitan para terminar de destrozarse del todo. Y estando así las cosas, cuando algunos quieren venirse a Europa, les ponemos vallas de seis metros, con concertinas en las que queden lisiados. Por no hablar de los que mueren en el Mediterráneo.

Ayer se ha publicado, en Religión Digital, la noticia de la expulsión del jesuita Esteban Velázquez que, en Nador, se dedicaba a ayudar a los africanos que quieren pasar a Europa, buscando trabajo, dignidad y paz. No entro aquí a analizar este caso concreto. Me limito a decir que Esteban Velázquez es un hombre honrado, coherente y honesto de forma ejemplar. Las críticas e insultos, que Esteban recibe de algunos, retratan a quienes maltratan a un hombre que ha tomado en serio su propia humanidad, la nuestra y, sobre todo, la de quienes se ven peor tratados por la vida.

Bangui

 

padre Giulio Albanese

Papa Francesco ha rilanciato, in più circostanze, l’urgenza, nella Chiesa, di affermare il cosiddetto radicalismo evangelico, soprattutto in riferimento al tema della povertà. Questo naturalmente preoccupa i suoi detrattori, cioè i fautori della Chiesa Costantiniana i quali non gradiscono affatto, ad esempio, l’indirizzo decentrato, dalla parte degli “ultimi”, impresso da Bergoglio al Giubileo della Misericordia. Il fatto stesso che l’Anno Santo sia iniziato a Bangui, in periferia, la dice lunga. Personalmente, chi scrive, non dimenticherà mai le parole di solidarietà che Francesco ha rivolto agli abitanti della capitale centrafricana, lo scorso 29 novembre, in occasione dell’apertura della Porta Santa della cattedrale locale. La sua è stata una presenza disarmante, da vero e proprio “casco blu di Dio”, in un contesto segnato da soprusi, violenze e tanta miseria. D’altronde, un papa come Francesco non poteva (e non può) restare indifferente di fronte a cosi tanta umanità dolente. Quando incontrò per la prima volta i giornalisti nell’aula Nervi, poco dopo la sua elezione, il 16 marzo 2013, spiegò per quale motivo avesse fatto la scelta di chiamarsi Francesco. “Perché lui – spiegò – ha incarnato la povertà. Io voglio una Chiesa povera per i poveri”.  Da questo punto di vista, dobbiamo ammettere che il pontefice argentino non ha fatto altro che rilanciare una questione che emerse a chiare lettere al termine della prima sessione del Concilio Vaticano II, con l’intervento in aula del cardinal Giacomo Lercaro. Secondo questo grande pastore del Novecento, la povertà non poteva essere un tema aggiuntivo rispetto agli altri, non un “qualunque tema, ma in un certo senso dell’unico tema del Vaticano II”: la povertà, disse, è il “mysterium magnum” della Chiesa. In effetti, i documenti conciliari utilizzano diverse volte il termine “poveri” (42) e “povertà” (21) in vari lemmi e accezioni, ma nel corpus dottrinale del Vaticano II la prospettiva della cosiddetta “ecclesia pauperum”  (“Chiesa dei poveri”) è un qualcosa che riguarda prevalentemente la pastorale e la morale e non tanto il “mysterium magnum”, così come indicato dal compianto arcivescovo di Bologna.  

 

Quadri-Ritratti-Silvia-donna afghana

 

José M. Castillo

 

La violencia contra la mujer no tendrá solución, en las religiones, mientras la sociedad, en cada país y en cada cultura, no deje resuelto y zanjado para siempre el problema de la igualdad de derechos y garantías entre la mujer y el hombre. Dicho más claramente, mientras las mujeres no tengan los mismos derechos y las mismas garantías que los hombres, la violencia contra las mujeres seguirá haciendo los estragos que viene realizando desde hace miles de años. Como igualmente se puede afirmar que el día que la sociedad suprima las desigualdades (en dignidad y derechos) entre las mujeres y los hombres, ese día las religiones no tardarán en reconocer, aceptar y poner en práctica la igualdad de los que por, por su condición de género, son diferentes.

Las sociedades mediterráneas del siglo primero eran, como es sabido, sociedades en las que la propiedad pertenecía al patriarcado. Solamente el “paterfamilas” tenía la propiedad, no sólo de los bienes, sino además de las personas en el grupo familiar. El padre era el propietario, el jefe, el amo, el que concentraba todos los derechos. La mujer, los hijos y los esclavos no tenían más remedio que vivir sometidos al patriarca. De ahí que las religiones, lo mismo en Israel que en Egipto, en Grecia o en Roma, eran religiones patriarcales, machistas y justificantes de todas las desigualdades que se derivaban del modelo de familia patriarcal.

Es verdad que, según los evangelios, Jesús tuvo un trato excepcional de respeto, delicadeza y aceptación de la mujer, fuera cual fuese su origen o su conducta. Pero bastantes años antes que los evangelios (según la redacción que la Iglesia ha aceptado como canónica o auténtica), se empezaron a conocer las cartas de Pablo y las llamadas deutero-paulinas (Ef y Col) hasta las pastorales. Y en estos documentos se acepta y se impone el sometimiento y el silencio de la mujer en la sociedad, en la familia y en la Iglesia. Como igualmente sabemos que Pablo aceptó la condición de los esclavos y el sometimiento al emperador (Rom 13, 1-7). Por eso, la Iglesia prohibió la esclavitud cuando eso ya estaba prohibido en la sociedad, aunque – por desgracia – las autoridades religiosas se callan, tantas veces, ante las nuevas formas de esclavitud vigentes en este momento. Por no hablar de los silencios jerárquicos ante las dictaduras políticas.

La lucha, en defensa de los derechos y de la dignidad de la mujer, tiene que ser ante todo una lucha política, jurídica, social y laboral. Mientras las mujeres no tengan la misma autonomía económica que los hombres, las mujeres seguirán aguantando amenazas, insultos, palizas y hasta la misma muerte. Si esta situación no se resuelve, la violencia contra la mujer no tiene solución. Los clérigos seguirán diciendo cosas acertadas (y quizá algunas desacertadas) sobre este asunto. Como es igualmente cierto que en las iglesias se oyen bellos sermones sobre los derechos humanos. Pero la pura verdad es que nos creeremos los discursos eclesiásticos (sobre toda clase de dignidades y derechos) el día que la Iglesia modifique su Derecho Canónico de forma que en él quepan los Derechos Humanos, todos los derechos, concretamente los de la mujer.

Papa 1 gennaio 2016

Basilica Vaticana
Venerdì, 1° gennaio 2016

 

Abbiamo ascoltato le parole dell’apostolo Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4).

Che cosa significa che Gesù nacque nella “pienezza del tempo”? Se il nostro sguardo si rivolge al momento storico, possiamo restare subito delusi. Roma dominava su gran parte del mondo conosciuto con la sua potenza militare. L’imperatore Augusto era giunto al potere dopo cinque guerre civili. Anche Israele era stato conquistato dall’impero romano e il popolo eletto era privo della libertà. Per i contemporanei di Gesù, quindi, quello non era certamente il tempo migliore. Non è dunque alla sfera geopolitica che si deve guardare per definire il culmine del tempo.

È necessaria, allora, un’altra interpretazione, che comprenda la pienezza a partire da Dio. Nel momento in cui Dio stabilisce che è giunto il momento di adempiere la promessa fatta, allora per l’umanità si realizza la pienezza del tempo. Pertanto, non è la storia che decide della nascita di Cristo; è, piuttosto, la sua venuta nel mondo che permette alla storia di giungere alla sua pienezza. È per questo che dalla nascita del Figlio di Dio inizia il computo di una nuova era, quella che vede il compimento della promessa antica. Come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente» (1,1-3). La pienezza del tempo, dunque, è la presenza di Dio in prima persona nella nostra storia. Ora possiamo vedere la sua gloria che risplende nella povertà di una stalla, ed essere incoraggiati e sostenuti dal suo Verbo fattosi “piccolo” in un bambino. Grazie a Lui, il nostro tempo può trovare la sua pienezza. Anche il nostro tempo personale troverà la sua pienezza nell’incontro con Gesù Cristo, Dio fatto uomo.

cammino

 

Manuela Orrù

 

“Esci”. Esortativo. Così Dio si rivolse ad Abramo, a Mosè, a Elia. Il racconto biblico è la storia di un lungo cammino, quello del popolo di Dio verso la Terra Promessa, la Gerusalemme Celeste. Un popolo nomade, viandante, pellegrino. “Esci”. È il Signore che chiama. La sua voce ha qualcosa di “seducente”, risponde ad un anelito profondo, a un movimento che è prima interiore. “Agere sequitur esse”, “l’agire segue l’essere” scriveva San Tommaso.

Il pellegrinaggio è strutturale nella Bibbia. Con la cacciata del primo uomo dal Paradiso terrestre e il suo ingresso nella storia, comincia il lungo cammino dell’Umanità sulla via del ritorno. La storia della Salvezza è la risposta continua all’errare dell’uomo sulla Terra. È la risposta alla domanda di Dio: «Caino, dov’è tuo fratello?». È la risposta al primo omicida, Caino, che chiede a Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

La storia della Salvezza ricomincia con Abramo, il primo grande pellegrino a cui Dio promette la terra di Canaan, e prosegue con Mosè che libera il popolo di Israele dalla schiavitù del faraone egizio, guidandolo verso la libertà.  Promessa che si adempirà solo sette secoli dopo l’uscita di Abramo dalla terra dei Caldei, con l’ingresso del popolo ebraico nella Terra Promessa.

Nel frattempo solo cammino. E un agire di Dio non sempre comprensibile all’uomo, che nella sua fragilità, ha bisogno di certezze. Ma i nostri progetti, non sono i Suoi progetti. Lo sa bene Abramo sul monte Moriah, prima dell’arrivo dell’Angelo che ferma la sua mano già tesa a colpire il figlio Isacco, il figlio della Promessa. E lo sa anche Mosè, che guidò per quarant’anni il popolo nel suo esodo dall’Egitto, per arrivare a vedere la Terra Promessa “solo da lontano”. “Cammino di esuli verso la patria”, adoratori ostinati del vitello d’oro con la tentazione di allontanarsi dal sentiero, sempre in agguato.

Dunque perché rispondere alla chiamata? Perché partire? È il Signore che chiama e l’uomo si mette in cammino agendo sotto la spinta della Parola. Laddove la meta non è un luogo, ma lo spazio di un incontro, l’incontro con Dio e con il Suo volto di Misericordia. «Tu nella tua misericordia non li hai abbandonati nel deserto: la colonna di nube che stava su di loro non ha cessato di guidarli durante il giorno per il loro cammino e la colonna di fuoco non ha cessato di rischiarar loro la strada su cui camminavano di notte» (Ne 9,19). Il vero protagonista del pellegrinaggio è dunque Dio, il Dio che accoglie e che sempre rinnova la sua Alleanza con l’uomo che lo cerca. Il Dio che ha mandato il Suo Figlio prediletto, Gesù, l’uomo che cammina, come ha detto più volte Papa Francesco. Che è al nostro fianco ad indicarci la Via.

Durante il periodo natalizio, ripetiamo spesso una frase che troviamo nel prologo del Vangelo di Giovanni: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Il testo originale recita: «il Verbo si fece carne e mise la tenda in mezzo a noi». Il popolo che abita in tende è un popolo in cammino. «Abramo abitava in tende, aspettando la città dalle salde fondamenta» (Eb 11,9-10), ed era proprio una tenda il Tabernacolo di Mosè nel deserto. Con la nascita di Gesù, attraverso l’Incarnazione, il Figlio di Dio entra nella Storia e diventa Emmanuele, Dio con noi. Con l’Incarnazione, Gesù diventa un nostro compagno nel pellegrinaggio quotidiano sulla Via dell’Amore e del perdono. Perché la misericordia non è soltanto di Dio, ma anche dei suoi figli. Anzi diventa il criterio distintivo per riconoscerli.

In questo senso acquistano particolare valore le parole di Papa Francesco nella Bolla di Indizione Misericordiae Vultus:

«Il pellegrinaggio è un segno peculiare nell’Anno Santo, perché è icona del cammino che ogni persona compie nella sua esistenza. La vita è un pellegrinaggio e l’essere umano è viator, un pellegrino che percorre una strada fino alla meta agognata. Anche per raggiungere la Porta Santa a Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio. Esso sarà un segno del fatto che anche la misericordia è una meta da raggiungere e che richiede impegno e sacrificio. Il pellegrinaggio, quindi, sia stimolo alla conversione: attraversando la Porta Santa ci lasceremo abbracciare dalla misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi.»

(Misericordiae vultus, 14)

PREGARE PER IL PAPA

BY 25 dicembre 2015 Articoli

Gesù Bambino

di Giuseppe Grampa

 

Papa Francesco non si stanca, a conclusione di ogni suo intervento pubblico, di chiedere preghiere per lui. La richiesta, che a qualcuno poteva e può sembrare come un pio devozionalismo, è stata avvalorata in pienezza dagli ultimi ‘voli di corvi’ sul Vaticano. Papa Francesco non sta facendo un’operazione di “cosmesi” superficiale nella vita della Chiesa e nell’organizzazione del suo governo centrale, ma un’azione profonda di cambiamento e di conversione. Questo suo impegno tenace ed esemplare non ha mancato di sollevare incomprensioni ed opposizioni crescenti.

Il Papa avverte che il nuovo corso richiede – prima che provvedimenti organizzativi e attuativi – radicale conversione del cuore. La preghiera che sollecita con insistenza è perché ci si renda conto tutti che siamo di fronte ad un impegno di natura anzitutto spirituale, di cambiamento della mentalità, delle abitudini e delle scelte esistenziali, il cui successo dipende dall’apertura degli uomini all’azione dello Spirito Santo. Sta in questa visione di fede la ragione profonda della sua insistenza nel domandare preghiere per sé e per la Chiesa.

“Pregate per me” è il suo invito costante, perché  solo la preghiera e  l’ascolto della Parola danno vita, rinnovano ed indicano la strada.

 

Curia romana 2015

 

 

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di rivolgervi gli auguri più cordiali di un santo Natale e felice Anno Nuovo, che si estendono anche a tutti i collaboratori, ai Rappresentanti Pontifici, e particolarmente a coloro che, durante l’anno scorso, hanno terminato il loro servizio per raggiunti limiti di età. Ricordiamo anche le persone che sono state chiamate davanti a Dio. A tutti voi e ai vostri familiari vanno il mio pensiero e la mia gratitudine.

Nel mio primo incontro con voi, nel 2013, ho voluto sottolineare due aspetti importanti e inseparabili del lavoro curiale: la professionalità e il servizio, indicando come modello da imitare la figura di san Giuseppe. Invece l’anno scorso, per prepararci al sacramento della Riconciliazione, abbiamo affrontato alcune tentazioni e “malattie” – il “catalogo delle malattie curiali” – che potrebbero colpire ogni cristiano, ogni curia, comunità, congregazione, parrocchia e movimento ecclesiale. Malattie che richiedono prevenzione, vigilanza, cura e, purtroppo, in alcuni casi, interventi dolorosi e prolungati.

Alcune di tali malattie si sono manifestate nel corso di questo anno, causando non poco dolore a tutto il corpo e ferendo tante anime.

Sembra doveroso affermare che ciò è stato – e lo sarà sempre – oggetto di sincera riflessione e decisivi provvedimenti. La riforma andrà avanti con determinazione, lucidità e risolutezza, perché Ecclesia semper reformanda.

Tuttavia, le malattie e perfino gli scandali non potranno nascondere l’efficienza dei servizi, che la Curia Romana con fatica, con responsabilità, con impegno e dedizione rende al Papa e a tutta la Chiesa, e questa è una vera consolazione. Insegnava sant’Ignazio che «è proprio dello spirito cattivo rimordere, rattristare, porre difficoltà e turbare con false ragioni, per impedire di andare avanti; invece è proprio dello spirito buono dare coraggio ed energie, consolazioni e lacrime, ispirazioni e serenità, diminuendo e rimuovendo ogni difficoltà, per andare avanti nella via del bene»[1].

Sarebbe grande ingiustizia non esprimere una sentita gratitudine e un doveroso incoraggiamento a tutte le persone sane e oneste che lavorano con dedizione, devozione, fedeltà e professionalità, offrendo alla Chiesa e al Successore di Pietro il conforto delle loro solidarietà e obbedienza, nonché delle loro generose preghiere.

Per di più, le resistenze, le fatiche e le cadute delle persone e dei ministri rappresentano anche delle lezioni e delle occasioni di crescita, e mai di scoraggiamento. Sono opportunità per tornare all’essenziale, che ‎significa fare i conti con la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, di Dio, del prossimo, del sensus Ecclesiae e del sensus fidei.

Di questo tornare all’essenziale vorrei parlarvi oggi, mentre siamo all’inizio del pellegrinaggio dell’Anno Santo della Misericordia, aperto dalla Chiesa pochi giorni fa, e che rappresenta per essa e per tutti noi un forte richiamo alla gratitudine, alla conversione, al rinnovamento, alla penitenza e alla riconciliazione.

In realtà, il Natale è la festa dell’infinita Misericordia di Dio. Dice sant’Agostino d’Ippona: «Poteva esserci misericordia verso di noi infelici maggiore di quella che indusse il Creatore del cielo a scendere dal cielo e il Creatore della terra a rivestirsi di un corpo mortale? Quella stessa misericordia indusse il Signore del mondo a rivestirsi della natura di servo, di modo che pur essendo pane avesse fame, pur essendo la sazietà piena avesse sete, pur essendo la potenza divenisse debole, pur essendo la salvezza venisse ferito, pur essendo vita potesse morire. E tutto questo per saziare la nostra fame, alleviare la nostra arsura, rafforzare la nostra debolezza, cancellare la nostra iniquità, accendere la nostra carità»[2].

Quindi, nel contesto di questo Anno della Misericordia e della preparazione al Santo Natale, ormai alle porte, vorrei presentarvi un sussidio pratico per poter vivere fruttuosamente questo tempo di grazia. Si tratta di un non esaustivo “catalogo delle virtù necessarie” per chi presta servizio in Curia e per tutti coloro che vogliono rendere feconda la loro consacrazione o il loro servizio alla Chiesa.

G. Ferrari Fuga in Egitto

GAUDENZIO FERRARI, Fuga in Egitto

Varallo, Chiesa della Madonna delle Grazie, Parete Gaudenziana, 1513

*************

Sua Ecc. mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara

Omelia per l’apertura del Giubileo

 

Carissimi, abbiamo varcato la “Porta della Speranza”.

Entrare dalla porta della speranza

L’apertura della Porta Santa della Cattedrale ci fa sostare in silenzio e preghiera in comunione con il Santo Padre, papa Francesco, e con tutta la Chiesa universale, quando, oggi, tutte le cattedrali del mondo hanno aperto la “Porta Santa”.

Se noi osserviamo la porta della nostra Cattedrale, noteremo tre caratteristiche singolari: è la porta che ha “la soglia più bassa”, “il passaggio più largo” e “il portale più alto”. Questi tre elementi, assolutamente singolari (e che è difficile trovare in altre cattedrali), hanno richiamato a me – e vorrei suggerirlo anche a voi – tre modi per “entrare” e per “uscire” da quella porta.

Una porta c’è per entrare nello spazio intimo della casa; una porta c’è per entrare nello spazio più ampio di una Chiesa; e una volta, c’era, addirittura, una porta per entrare nello spazio protetto della Città. Ma una porta c’è anche per uscire nel rischio del mondo, nell’incontro con l’altro, nel servizio alla società. E noi lo abbiamo fatto, dopo un mese di immagini terribili, di preoccupazioni, di paure, di angosce per gli eventi di morte che hanno attraversato il cielo d’Europa.

Vorrei richiamare, allora, questi tre aspetti, collegandoli con tre momenti che ciascuno di noi può e deve vivere, quando verrà da solo, in un giorno che vi suggerisco di dedicare, con almeno mezza giornata di tempo, per passare personalmente attraverso questa porta che è “Porta di Speranza e Porta di Misericordia”.

 

 Nell’ottobre di quest’anno è uscito per i tipi di Garzanti, Testimone della Misericordia. Il mio viaggio con Francesco, un libro-intervista a cura di Raffaele Luise al Cardinale Walter Kasper, fedele collaboratore del pontefice e ispiratore del tema della misericordia, vero fulcro dell’intero magistero di papa Bergoglio. Proponiamo un breve stralcio della conversazione, tratto dalle pagine 43 e 44.

 

R. Luise – Parliamo dei suoi rapporti con papa Francesco, cardinale Kasper. E indubbio che siete legati da una profonda sintonia.

W. Kasper – Ho conosciuto Bergoglio prima che diventasse papa, quando sono stato a Buenos Aires. Mi avevano raccontato del suo rapporto con il clero, della sua prossimità e della sua affabilità con i poveri delle borgate povere, le Villas miserias, e, conoscendolo di persona, ne avevo ricavato un’impressione di forte simpatia. Poi l’ho rivisto durante le Congregazioni generali prima del conclave, e numerose volte da pontefice. E una persona che possiede una buona teologia, e non è affatto un buonista, ma un uomo che ha sviluppato un ‘ampia pratica spirituale e pastorale, prima come provinciale dei gesuiti e poi come vescovo. Conosce in profondità la vita e i problemi degli uomini e ha una straordinaria empatia per le persone, che si sprigiona immediatamente in ogni incontro. Ci lega una profonda visione della Chiesa e un’altissima considerazione per la centralità della misericordia. Ma io non mi considero il teologo del papa, come alcuni dicono. Si tratta piuttosto di una vicinanza spirituale e anche teologica, perché molti aspetti dell’ecclesiologia che mi erano cari ora li ritrovo praticati da Francesco. E per me emozionante, sul finire della mia carriera, vedere che papa Francesco provi a realizzare alcune idee che ho profondamente meditato e ardentemente desiderato. E così mi sento spiritualmente e umanamente molto vicino a lui, soprattutto nella preghiera, che Francesco non smette mai di chiedere per la sua missione: voglio sostenere anche con l’orazione il suo immenso sforzo di riforma della Chiesa e del papato. Un’impresa che richiede in grande coraggio e la capacità di dire anche cose molto scomode. E lui è un riformatore coraggioso.

R. Luise – E anche molto determinato.

W. Kasper – Sì, anche molto determinato, questo è chiaro. È un gesuita. Papa Francesco lo si può comprendere soltanto a partire dalla spiritualità ignaziana. Non è uno che torna indietro, ma prima si concede del tempo per la decisione, e ascolta davvero gli altri.

Giubileo-Misericordia-Il-Papa-ha-aperto-la-Porta-Santa-a-Bangui_articleimage

Padre Giulio Albanese

 

Duemila anni fa il «Verbo», cioè la Parola forte di Dio, si fece carne in Palestina. Si tratta di un mistero salvifico che ha cambiato la Storia dell’umanità e che papa Francesco ha reso quanto mai attuale durante il suo recente viaggio apostolico in Africa (prima in Kenya, poi in Uganda e infine nella Repubblica Centrafricana), inaugurando l’Anno Santo della Misericordia a Bangui.

Tra le diverse chiavi di lettura,  ce ne è una che accomuna i cattolici, i fedeli di altre confessioni cristiane e di religioni diverse e anche i  i non credenti:  la consapevolezza di aver assistito, nel breve volgere di meno di una settimana,  dal 25 al 30 novembre, a un  avvenimento storico con il quale misurarsi per l’impatto della predicazione del papa e per l’accentuata riflessione sui temi  ispirati alle sue due encicliche: Evangelii gaudium e Laudato si’.  Ma soprattutto per alcuni gesti,  il più significativo dei quali è stato  voler far partire, in anticipo, l’Anno giubilare in  un luogo che appartiene ai cosiddetti bassifondi della storia.

Francesco ha infatti aperto la prima Porta santa non a San Pietro in Vaticano, ma nella cattedrale della capitale centrafricana (per inciso, dedicata all’Immacolata Concezione di Maria, nella cui memoria liturgica, l’8 dicembre, la bolla d’indizione fissa l’inizio del Giubileo della Misericordia).  E subito dopo ha percorso le vie della città insieme con l’iman musulmano, quasi a dire al mondo che per la prima volta in oltre settecento anni nella storia giubilare (un istituto ebraico veterotestamentario, quello del Giubileo, di natura politica prima ancora che religiosa,  trasferito dell’esperienza cristiana nel 1300 da Bonifacio VIII) possono riconoscersi nell’Anno Santo della Misericordia non solo i cattolici, anche i fedeli di religioni diverse, insieme naturalmente ai cristiani delle altre confessioni.

Lo stesso Francesco, al suo rientro a Roma, ha dichiarato che la tappa centroafricana, nel cuore del continente, geografico e non solo, «…era in realtà la prima nella mia intenzione, perché quel paese sta cercando di uscire da un periodo molto difficile, di conflitti violenti e tanta sofferenza nella popolazione. Per questo ho voluto aprire proprio là, a Bangui, con una settimana di anticipo, la prima Porta Santa del Giubileo della Misericordia, come segno di fede e di speranza per quel popolo, e simbolicamente per tutte le popolazioni africane, le più bisognose di riscatto e di conforto».

papa-Francesco-apre-la-Porta-Santa

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

 

Piazza San Pietro

Martedì, 8 dicembre 2015

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

 

Tra poco avrò la gioia di aprire la Porta Santa della Misericordia. Compiamo questo gesto – come ho fatto a Bangui – tanto semplice quanto fortemente simbolico, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, e che pone in primo piano il primato della grazia. Ciò che ritorna più volte in queste Letture, infatti, rimanda a quell’espressione che l’angelo Gabriele rivolse a una giovane ragazza, sorpresa e turbata, indicando il mistero che l’avrebbe avvolta: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28).

La Vergine Maria è chiamata anzitutto a gioire per quanto il Signore ha compiuto in lei. La grazia di Dio l’ha avvolta, rendendola degna di diventare madre di Cristo. Quando Gabriele entra nella sua casa, anche il mistero più profondo, che va oltre ogni capacità della ragione, diventa per lei motivo di gioia, motivo di fede, motivo di abbandono alla parola che le viene rivelata. La pienezza della grazia è in grado di trasformare il cuore, e lo rende capace di compiere un atto talmente grande da cambiare la storia dell’umanità.

La festa dell’Immacolata Concezione esprime la grandezza dell’amore di Dio. Egli non solo è Colui che perdona il peccato, ma in Maria giunge fino a prevenire la colpa originaria, che ogni uomo porta con sé entrando in questo mondo. E’ l’amore di Dio che previene, che anticipa e che salva. L’inizio della storia di peccato nel giardino dell’Eden si risolve nel progetto di un amore che salva. Le parole della Genesi riportano all’esperienza quotidiana che scopriamo nella nostra esistenza personale. C’è sempre la tentazione della disobbedienza, che si esprime nel voler progettare la nostra vita indipendentemente dalla volontà di Dio. E’ questa l’inimicizia che attenta continuamente la vita degli uomini per contrapporli al disegno di Dio. Eppure, anche la storia del peccato è comprensibile solo alla luce dell’amore che perdona. Il peccato si capisce soltanto sotto questa luce. Se tutto rimanesse relegato al peccato saremmo i più disperati tra le creature, mentre la promessa della vittoria dell’amore di Cristo rinchiude tutto nella misericordia del Padre. La parola di Dio che abbiamo ascoltato non lascia dubbi in proposito. La Vergine Immacolata è dinanzi a noi testimone privilegiata di questa promessa e del suo compimento.

Questo Anno Straordinario è anch’esso dono di grazia. Entrare per quella Porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente. E’ Lui che ci cerca! E’ Lui che ci viene incontro! Sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre invece che sono perdonati dalla sua misericordia (cfr Agostino, De praedestinatione sanctorum 12, 24)! Sì, è proprio così. Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore, di tenerezza. Abbandoniamo ogni forma di paura e di timore, perché non si addice a chi è amato; viviamo, piuttosto, la gioia dell’incontro con la grazia che tutto trasforma.

Oggi, qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo. Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio. Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio. Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano.

 

Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20151208_giubileo-omelia-apertura.html

Dove sono i leoni

BY 26 novembre 2015 Articoli

papa_aereo (1)

 

Raniero La Valle

Il papa va a Bangui ad aprire l’anno santo della misericordia e siccome le grandi idee hanno bisogno di simboli concreti il papa, per significare l’ingresso in questo anno di misericordia, aprirà una porta. Ma per lo stupore di tutte le generazioni che si sono succedute dal giubileo di Bonifacio VIII ad oggi, la porta che aprirà non sarà la porta “santa” della basilica di san Pietro, ma la porta della cattedrale di Bangui, il posto, ai nostri appannati occhi occidentali, più povero, più derelitto e più pericoloso della terra.

Ma si tratta non solo di cominciare un anno di misericordia. Che ce ne facciamo di un anno solo in cui ritorni la pietà? Quello che il papa vuol fare, da quando ha messo piede sulla soglia di Pietro, è di aprire un’età della misericordia, cioè di prendere atto che un’epoca è finita e un’altra deve cominciare. Perché, come accadde dopo l’altra guerra mondiale e la Shoà, e Hiroshima e Nagasaki, abbiamo toccato con mano che senza misericordia il mondo non può continuare, anzi, come ha detto in termini laici papa Francesco all’assemblea generale dell’ONU, è compromesso “il diritto all’esistenza della stessa natura umana”. Il diritto!

Di fronte alla gravità di questo compito, si vede tutta la futilità di quelli che dicono che, per via del terrorismo, il papa dovrebbe rinunziare ad andare in Africa (“dove sono i leoni” come dicevano senza curarsi di riconoscere alcun altra identità le antiche carte geografiche europee) e addirittura dovrebbe revocare l’indizione del giubileo, per non dare altri grattacapi al povero Alfano.

Ma il papa, che ha come compito peculiare del suo ministero evangelico di “aprire la vista ai ciechi”, ci ha spiegato che il vero mostro che ci sfida, che è “maledetto”, non è il terrorismo, ma è la guerra. Il terrorismo è il figlio della guerra e non se ne può venire a capo finché la guerra non sia soppressa. La guerra si fa con le bombe, il terrorismo con le cinture esplosive. Non c’è più proporzione, c’è una totale asimmetria, le portaerei e i droni non possono farci niente. Possiamo nei bla bla televisivi o governativi fare affidamento sull’”intelligence”, ma si è già visto che è una bella illusione.

Questo vuol dire che per battere il terrorismo occorre di nuovo ripudiare quella guerra di cui, dal primo conflitto del Golfo in poi, l’Occidente si è riappropriato mettendola al servizio della sua idea del mercato globale, e che da allora ha provocato tormenti senza fine, ha distrutto popoli e ordinamenti, suscitato torture e vendette, inventato fondamentalismi e trasformato atei e non credenti in terroristi di Dio.

Daniel 7, 13-14      Apoc. 1, 5-8    Jean 18, 33b-37

 

Le 13 novembre dernier, à l’annonce de l’attentat terroriste à Paris, à la description du massacre, des victimes, dans la crainte pour les nôtres, dans la colère, peut-être nous sommes-nous souvenu de l’épisode tragique, insoutenable que raconte Elie Wiesel dans son récit intitulé « La Nuit ». Vous le connaissez sans doute : il s’agit du moment où deux hommes et un enfant sont pendus par les nazis dans le camp de Buchenwald. L’enfant, contrairement aux adultes, n’en finit pas de mourir et Wiesel entend quelqu’un derrière lui demander : « Où est le Bon Dieu, où est-il ? » et une seconde fois : « Où donc est Dieu ? ». Et l’auteur ajoute : « Où Il est ? Le voici – il est pendu ici, à cette potence… »

Où était Dieu le 13 novembre à Paris ? Où était-il la veille à Beyrouth ? Où était-il avant-hier à Bamako ?. Ce ne sont pas des questions académiques, c’est la révolte de nos cœurs. Si Dieu existe, s’il est amour, que fait-il devant nos drames ? Dans les psaumes, nous trouvons plusieurs fois cette injonction : « Dieu, sors de ton silence ! »

Aujourd’hui, fête du Christ-Roi, l’Eglise nous fait regarder Jésus devant Pilate. Il arrive après une nuit sans sommeil, des interrogatoires avec voies de fait par des juges décidés à le perdre. Il arrive, ayant échoué dans sa mission de préparer le peuple et la terre d’Israël à être les prémices et les auteurs du Royaume de Dieu son Père. Il a subi l’hostilité des chefs de ce peuple qui auraient dû être les premiers à l’accueillir et à le seconder. Il a vécu l’instabilité des foules, désireuses de guérison miraculeuse et de victoire sans combat contre leurs oppresseurs. Jusqu’au dernier moment, il avait compté sur le soutien des disciples qui l’avaient suivi, qu’il avait formés, auxquels il avait ouvert son coeur mais qui au dernier moment se sont enfuis, après que l’un d’entre eux ait manigancé son arrestation. Le voici devant Pilate, absolument seul, sachant que rien ne le sauvera du massacre préparé, désiré, obtenu d’ennemis vraiment aveuglés par la haine. Et du coté de Dieu son Père, qu’il avait supplié avec des larmes de sang, rien. Regardons-Le. Ne détournons pas les yeux.« O vous qui passez par le chemin, voyez s’il est douleur semblable à ma douleur ».

Parigi

ORAZIO LA ROCCA

“Maledetti!”. Difficile immaginare che una parola tanto terribile un giorno l’avremmo potuto ascoltare anche dalla voce di un pontefice regnante. Maledire, cioè augurare il male assoluto per qualcuno che si è reso responsabile di peccati atroci contro i suoi simili, specialmente contro indifesi ed innocenti, non ha fatto mai parte del pubblico linguaggio papale. Stando almeno alla storia della Chiesa cattolica degli ultimi secoli. Nel suo genere, un vero e proprio tabù della semantica pontificia, che papa Francesco, al contrario dei suoi predecessori, ha avuto il coraggio di rompere in maniera solenne, decisa e con una forza espressiva non comune, parlando – per di più – dalla cattedra che forse predilige di più, l’altare dell’Ospizio di Santa Marta in cui abita dove ogni mattina celebra la sua seguitissima Messa.

Pur nella solennità del rito, Jorge Mario Bergoglio non ha nascosto la sua profonda indignazione, scosso dagli attentati di Parigi, e dalla lunga via Crucis di sangue e morte che ormai da troppo tempo sta insanguinando il mondo per mano del terrorismo islamico. Tragedie sulle quali ha già fatto sentire nei giorni precedenti la sua voce di compassione e misericordia per le vittime, e di condanna per gli attentatori, ai quali ha ricordato, tra l’altro, che «uccidere in nome di Dio è una bestemmia atroce!».

15/05/2013 Città del Vaticano, piazza San Pietro, udienza generale del Mercoledì di papa Francesco

«Il ritorno a Cristo e al Vangelo è stato il filo conduttore del discorso che il Papa ci ha rivolto. Nel ripensare la dimensione di una Chiesa, che come ha ricordato Francesco è ‘semper reformanda’, è necessario ripartire dal principio che ci costituisce, ci fa Chiesa e ci rigenera». Ad affermarlo è Serena Noceti, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, vicepresidente dell’Associazione teologica italiana (Ati) e delegata al 5° Convegno nazionale ecclesiale di Firenze.

Il cuore del Vangelo

«Questo principio che ci riforma, come ha sottolineato Francesco è la Parola di Gesù» ricorda la teologa. «Dunque non è una dottrina, ma una realtà e un farsi carne che possiamo contemplare. E lo sguardo è stato rimandato al giudizio finale e alla carne di Cristo segnata dalla passione, la carne di un uomo che si è fatto vicino a noi. È stato il cuore del Vangelo a risuonare tra le volte di S. Maria del Fiore, ribadito con parole intense, ma comprensibili per tutti, vicine».

“Farsi carne”

L’umanesimo cristiano – ha spiegato Francesco a Firenze, prendendo spunto dal tema del Convegno della Chiesa italiana, – ha i tratti dei sentimenti di Gesù: umiltà, disinteresse e beatitudine. «Vuol dire – spiega la Noceti – ripartire da quello sguardo sul mistero di Cristo che la Lettera ai Filippesi in particolare ci presenta. Questo ‘stare nella carne’, vivere fino in fondo il processo dell’abbassarsi. Per comprendere, come ha detto il Papa, che la Gloria di Dio non coincide con la nostra sovraesaltazione o il nostro porci al centro».

«Importante poi – nel discorso papale – questa triparatizione: umiltà, disinteresse, beatitudine, che costituisce una critica radicale a quelle forme di narcisismo e autocompiacimento, quella logica della ricerca del successo, che sembra invece la parola d’ordine nel contesto attuale. Direi che alla Chiesa – aggiunge la Noceti – è richiesta soprattutto la prospettiva del ‘farsi carne’. Invito che assume anche un sapore critico nei confronti di uno stile che invece spesso si concentra sull’affermazione personale, l’affermazione di un tornaconto o ancora un’allegria che non ha la radice, la semplicità e la forza della vera beatitudine evangelica, quella dei poveri di spirito».

Le due tentazioni

«La lettura poi delle due tentazioni, dalle quali ha messo in guardia la Chiesa italiana: pelagianesimo e gnosticismo, è stata estremamente lucida», aggiunge la prof. Noceti.  «Questi due poli, quello della sicurezza individuata nella norma e nel conservatorismo, nella progettazione astratta, e quello del soggettivismo di base, della chiusura in se stessi, sono i veri due mali della Chiesa italiana, ma direi anche della cultura italiana. Sono due modelli soteriologici, quindi di salvezza, che rimandano a due modelli di relazione con Dio e con le persone».

Un popolo di santi e esploratori

«È stato bello che il Papa abbia contrapposto a questi due rischi due prospettive che corrispondono allo stile della presenza cristiana in Italia: quella degli esploratori e quella dei santi», aggiunge la Noceti. «Mi è piaciuta questa immagine dell’esploratore capace di pensare e cercare luoghi diversi nei quali dobbiamo confrontarci con la fragilità e l’incertezza. Poi la dimensione della santità non pensata come lontana dalla nostra vita, ma legata a processi di immanenza, incarnazione. Dobbiamo ascoltare lo Spirito e superare l’individualismo immergendoci nella realtà». «Per il Papa la riforma della Chiesa ‒ conclude la teologa ‒ è soprattutto un appello alla conversione rivolto a tutti noi, non solo alle strutture ecclesiali».

(Fabio Colagrande)

 Fonte: http://it.radiovaticana.va/news/2015/11/11/il_papa_a_firenze_noceti,_invito_a_tornare_al_vangelo/1186033

Papa Francesco 2

 

Dio ha mandato il Figlio non per condannare ma per salvare
Cari fratelli e sorelle, nella cupola di questa bellissima Cattedrale è rappresentato il Giudizio universale. Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è “Ecce Homo”. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. Un angelo gli porta la spada, ma Gesù non assume i simboli del giudizio, anzi solleva la mano destra mostrando i segni della passione, perché Lui ha «ha dato sé stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,6). «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).

Gesù, con il suo volto misericordioso, è il nostro umanesimo
Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono. Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Se non ci abbassiamo non vediamo il volto umiliato di Gesù
Guardando il suo volto che cosa vediamo? Innanzitutto il volto di un Dio «svuotato», di un Dio che ha assunto la condizione di servo, umiliato e obbediente fino alla morte (cfr Fil 2,7). Il volto di Gesù è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Dio – che è «l’essere di cui non si può pensare il maggiore», come diceva sant’Anselmo, o il Deus semper maior di sant’Ignazio di Loyola – diventa sempre più grande di sé stesso abbassandosi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto. Non vedremo nulla della sua pienezza se non accettiamo che Dio si è svuotato. E quindi non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto.

Tre tratti dell’umanesimo cristiano
Non voglio qui disegnare in astratto un «nuovo umanesimo», una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni. Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.

a) L’umiltà
Il primo sentimento è l’umiltà.«Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre.

b) Disinteresse
Un altro sentimento di Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil2,4), chiede ancora san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco ed è tanto soddisfatto di sé stesso, allora non ha più posto per Dio. Evitiamo, per favore, di «rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli» (Esort. ap.Evangelii gaudium, 49).

Fede è rivoluzionaria
Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. La nostra fede è rivoluzionaria per un impulso che viene dallo Spirito Santo. Dobbiamo seguire questo impulso per uscire da noi stessi, per essere uomini secondo il Vangelo di Gesù. Qualsiasi vita si decide sulla capacità di donarsi. È lì che trascende sé stessa, che arriva ad essere feconda.

c) La beatitudine
Un ulteriore sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo. Nelle beatitudini il Signore ci indica il cammino. Percorrendolo noi esseri umani possiamo arrivare alla felicità più autenticamente umana e divina. Gesù parla della felicità che sperimentiamo solo quando siamo poveri nello spirito. Per i grandi santi la beatitudine ha a che fare con umiliazione e povertà. Ma anche nella parte più umile della nostra gente c’è molto di questa beatitudine: è quella di chi conosce la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco che si possiede; la ricchezza del sacrificio quotidiano di un lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore verso le persone care; e anche quella delle proprie miserie, che tuttavia, vissute con fiducia nella provvidenza e nella misericordia di Dio Padre, alimentano una grandezza umile.

Avere il cuore aperto
Le beatitudini che leggiamo nel Vangelo iniziano con una benedizione e terminano con una promessa di consolazione. Ci introducono lungo un sentiero di grandezza possibile, quello dello spirito, e quando lo spirito è pronto tutto il resto viene da sé. Certo, se noi non abbiamo il cuore aperto allo Spirito Santo, sembreranno sciocchezze perché non ci portano al “successo”. Per essere «beati», per gustare la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, è necessario avere il cuore aperto. La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: «Gustate e vedete com’è buono il Signore» (Sal 34,9)!

Non essere ossessionati dal potere
Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

Meglio una Chiesa ferita per essere uscita per le strade che una Chiesa malata
Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49).

La tentazione pelagiana
Però, sappiamo che le tentazioni esistono, le tentazioni da affrontare sono tante. Ve ne presento almeno due. Non vi spaventate! Questo non sarà un elenco di tentazioni come quelle 15 che ho detto alla Curia! La prima di esse è quella pelagiana. Essa spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte, anche è inutile cercare soluzioni nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.

La Chiesa è “semper reformanda”
La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.

Una Chiesa libera e aperta
La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22).

La tentazione dello gnosticismo
Una seconda tentazione da sconfiggere è quella dello gnosticismo. Essa porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione e dei suoi sentimenti» (Evangelii gaudium, 94). Lo gnosticismo non può trascendere.

No agli intimismi
La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.

Don Camillo e Peppone
La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». Vicinanza alla gente e preghiera, vicinanza alla gente e preghiera!, sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte.

Popolo e pastori insieme
Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa? Spetta a voi decidere, eh!: popolo e pastori insieme. Io oggi semplicemente vi invito ad alzare il capo e a contemplare ancora una volta l’Ecce Homo che abbiamo sulle nostre teste. Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando «il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù?

Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare
Possiamo immaginare questo Gesù che sta sopra le nostre teste dire a ciascuno di noi e alla Chiesa italiana alcune parole. Potrebbe dire: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,34-36). Ma potrebbe anche dire: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato» (Mt 25,41-43). Mi viene in mente il prete che ha accolto questo giovanissimo prete che ha dato testimonianza.

Gesù mangia e beve con i peccatori
Le beatitudini e le parole che abbiamo appena lette sul giudizio universale ci aiutano a vivere la vita cristiana a livello di santità. Sono poche parole, semplici, ma pratiche. Due pilastri: le beatitudini e le parole del giudizio finale. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio! E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc 2,16; Mt 11,19); contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cfr Lc 7,36-50); sentiamo la sua saliva sulla punta della nostra lingua che così si scioglie (Mc7,33). Ammiriamo la «simpatia di tutto il popolo» che circonda i suoi discepoli, cioè noi, e sperimentiamo la loro «letizia e semplicità di cuore» (At2,46-47).

I vescovi siano pastori
Ai vescovi chiedo di essere pastori, non di più, pastori: sia questa la vostra gioia: ‘Sono pastore’. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente.

Non predicatori di complesse dottrine, puntare all’essenziale
Ma che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo. Ho espresso questa mia preoccupazione pastorale nella esortazione apostolica Evangelii gaudium (cfr nn. 111-134).

Inclusione sociale dei poveri
A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.

Opzione per i poveri
L’opzione per i poveri è «forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 42) ci ricordava San Giovanni Paolo II. Questa opzione «è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà» (Benedetto XVI, Discorso alla Sessione inaugurale della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi) diceva Papa Benedetto. I poveri conoscono bene i sentimenti di Cristo Gesù perché per esperienza conoscono il Cristo sofferente. «Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (Evangelii gaudium, 198).

Chiesa italiana sia protetta da ogni surrogato di potere
Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza.

La Chiesa riconosce i suoi figli abbandonati
Siamo qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità! Penso allo Spedale degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano, presentando l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano una medaglia spezzata. Noi abbiamo l’altra metà. Perché la Chiesa madre, la Chiesa madre in Italia ha l’altra metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati, e questo da sempre è una delle vostre virtù perché ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti.

Capacità di dialogo e incontro, ma non è negoziare
Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e diincontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. «Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (Evangelii gaudium, 227).

Umanesimo autentico è amore che accoglie e salva
Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’«Ecce homo» di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva.

Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità
La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media… La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

Necessario esodo per autentico dialogo
Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze: è fratello.

I credenti sono cittadini
Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini. E lo dico qui a Firenze, dove arte, fede e cittadinanza si sono sempre composte in un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta. La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose.

Ai giovani: mettetevi al lavoro per una Italia migliore

Faccio appello soprattutto «a voi, giovani, perché siete forti», come diceva l’Apostolo Giovanni (1 Gv 1,14). giovani, superate l’apatia. Che nessuno disprezzi la vostra giovinezza, ma imparate ad essere modelli nel parlare e nell’agire (cfr 1 Tm 4,12). Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni.

Non costruire muri ma ospedali da campo

Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfrMt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo.

***

Una Chiesa col volto di mamma che comprende e innova con libertà
Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.

Approfondire Evangelii gaudium

Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sopra le tre o quattro priorità che avete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.

Affidati a Maria

Vi affido a Maria, che qui a Firenze si venera come “Santissima Annunziata”. Nell’affresco che si trova nella omonima Basilica – dove mi recherò tra poco –, l’angelo tace e Maria parla dicendo «Ecce ancilla Domini». In quelle parole ci siamo tutti noi. Sia tutta la Chiesa italiana a pronunciarle con Maria. Grazie.

 

Fonte: http://it.radiovaticana.va/news/2015/11/10/papa_a_convegno_chiesa_italiana/1185623

15/05/2013 Città del Vaticano, piazza San Pietro, udienza generale del Mercoledì di papa Francesco

Testo di sostegno a papa Francesco, nato durante i lavori del II Congresso Continentale di Teologia: «La Chiesa che cammina con lo Spirito a partire dei poveri» (Belo Horizonte, Brasile dal 26 al 30 ottobre 2015), a cui hanno preso parte 300 partecipanti del Latinoamerica, degli USA e di altri paesi europei.

 

Caro papa Francesco,

siamo molti in America Latina, in Brasile e in Caraibe e altri parti del mondo che seguiamo preoccupati la stretta opposizione e gli attacchi che ti fanno minoranze conservatrici potenti dentro e fuori della Chiesa. Assistiamo perplessi a qualcosa di inusitato negli ultimi secoli: la ribellione di alcuni cardinali conservatori contro il tuo modo di condurre il Sinodo e, soprattutto, la Chiesa Universale.

La lettera strettamente personale, a te diretta, è trapelata alla stampa, come era successo prima con la tua enciclica Laudato si’, violando i principi di un giornalismo etico.

Tali gruppi conservatori pretendono un ritorno al modello di Chiesa del passato, concepita come una fortezza chiusa piuttosto che come “un ospedale di campagna con porte aperte ad accogliere qualsiasi persona che bussi”; Chiesa che dovrà “cercare e accompagnare l’umanità di oggi non a porte chiuse il che tradirebbe se stessa e la sua missione e, invece di essere un ponte, diventerebbe una barriera”. Queste sono state le tue parole coraggiose.

Gli atteggiamenti pastorali del tipo di Chiesa proposto nei tuoi discorsi e nei tuoi gesti simbolici si caratterizzano per l’amore caloroso, per l’incontro vivo tra persone e il Cristo presente tra noi, per la misericordia senza limiti, per la “rivoluzione della tenerezza” e per la conversione pastorale. Questa implica che il pastore abbia “odore di pecora” perché convive con lei e l’accompagna lungo tutto il percorso.

Ci dispiace che tali gruppi conservatori sappiano al massimo dire no. Vorremmo ricordare a questi fratelli le cose più ovvie del messaggio di Gesù. Lui non è venuto a dire no. Al contrario Lui è venuto a dire . San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi ci ricorda che “Il Figlio di Dio è stato sempre …perché tutte le promesse di Dio sono  in Gesù” (2 Cor 1,20).

di S. Ecc. mons. Bruno Forte

chagall7

Marc Chagall, Il ritorno del figliuol prodigo

Lettera pastorale per l’anno 2015-2016

 

  1. Il giubileo della misericordia, indetto da Papa Francesco per l’anno 2015-2016, impegna tutta la Chiesa a fare un’esperienza rinnovata e profonda della misericordia divina e ad annunciarla con nuovo slancio e audacia. Si tratta di riscoprire il cuore stesso del Vangelo: “Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth…” (Papa Francesco, Misericordiae Vultus, Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, 11 Aprile 2015, 1). Di questa buona novella abbiamo tutti immensa necessità: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato” (ib., 2). Dedico perciò la lettera per l’anno pastorale 2015-2016 alla divina misericordia, fermandomi sulla parabola con cui Gesù ha voluto presentarla nella maniera più viva e toccante: la parabola del Padre misericordioso e dei due figli (Luca 15,11-32).
  2. Il Padre di misericordia. Il Dio che Gesù ci ha rivelato è il Padre, che con infinita misericordia accoglie il peccatore pentito e lo rende libero. Il racconto presentatoci nel capitolo 15 del Vangelo secondo Luca ci narra la storia di questo incontro: sebbene questo testo venga generalmente chiamato “la parabola del figliuol prodigo”, bisogna riconoscere che il protagonista centrale della narrazione non è il figlio perduto e ritrovato, ma il padre, verso il quale i due figli convergono. Nei tratti di questi due, il figlio più giovane e il figlio maggiore, qualcuno ha voluto riconoscere la figura del popolo della nuova alleanza e quella del popolo della prima alleanza, Israele: in questa luce, i due popoli appaiono accomunati nello stesso abbraccio del Dio vivente, il Padre di misericordia. La parabola narra la storia del “ritorno a casa” del figlio perduto. Nell’ebraico biblico l’idea di conversione è resa con “shuv”, che vuol dire ritorno (“teshuva” è conversione, pentimento): colui da cui si ritorna nella parabola è il padre, figura del Dio che Gesù annuncia. È un Dio che sovverte ogni presunzione umana, un Dio “differente”: riscoprire il Suo volto è importante non solo per riconoscere la verità più profonda della nostra esistenza, ma anche perché in un’ora come l’attuale, in cui la religione è da alcuni accostata alla violenza fondamentalista, appare più che mai urgente comprendere come il Dio che è misericordia mai e poi mai potrà giustificare una qualsiasi forma di violenza dell’uomo sull’uomo. Sono diversi i tratti di questo Dio, che si lasciano cogliere nella parabola.

Romchamp

Raniero La Valle

Il Sinodo dei vescovi si conclude aprendo alla misericordia e prefigurando la conversione del papato in una chiesa sinodale

Sorpresa! Per quella novità che viene dallo Spirito, tanto cara a papa Francesco, o forse per le astuzie della storia, la vera questione che ha dominato il Sinodo non è stata la famiglia ma la riforma del papato, e perciò della Chiesa. E mentre sul primo tema la minoranza immobilista si è presentata ben agguerrita e in rimonta rispetto alla precedente fase sinodale, sulla riapertura della questione del primato e della figura della Chiesa si è trovata spiazzata, in conflitto con se stessa e soccombente.

Il risultato è stato straordinario sia sotto il primo che sotto il secondo profilo. Quanto al primo, la famiglia e la coppia umana, assunte nella molteplicità delle loro situazioni, non sono state destinatarie di lusinghe e condanne, com’era fino ad ora, ma solo di misericordia: i divorziati risposati non sono più considerati pubblici peccatori, ma «sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti» e si vedrà come «possano essere superate» le diverse «forme di esclusione» di cui oggi sono gravati, in ambito liturgico e in ogni altra dimensione ecclesiale; non è vero, come dicono gli antipapa, che la comunione non è stata nemmeno nominata, lo è stata invece nella forma della negazione della negazione: «non sono scomunicati», dunque avranno l’eucarestia. E quanto alla pillola anticoncezionale, l’Humanae vitae di Paolo VI viene citata in tutte le sue sagge motivazioni ma la sua proibizione dei mezzi ««non naturali» per la paternità responsabile viene lasciata cadere, e di fatto abrogata. Come aveva scritto papa Francesco nel suo programma Evangelii Gaudium, «ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita. San Tommaso d’Aquino sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio “sono pochissimi”. Citando sant’Agostino, notava che i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione “per non appesantire la vita ai fedeli” e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando “la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”». Perciò il papa ricordava «ai sacerdoti che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile». (EG n.43,44)

Quanto alla riforma del papato e della Chiesa, la regola da onorare è che nella Chiesa «nessuno può essere “elevato” al di sopra degli altri» e la novità è che essa è sì una piramide, come è stata rappresentata finora ma, ha detto Francesco, è «una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della sua base», dove il «vertice» non è solo il papa, ma è anche il Sinodo, è il governo collegiale della Chiesa universale; e il  principio è che rispetto all’astrattezza delle dottrine e delle norme è il discernimento che guida le scelte dei pastori e dei fedeli, e la decisione sulla scelta morale da fare nella situazione data non si prende a Roma, ma nel profondo della coscienza di ciascuno in cui Dio dimora come in un tempio. Ecco una Chiesa in cui è bello vivere.

termine-sinodo1

 

Care Beatitudini, Eminenze, Eccellenze, cari fratelli e sorelle,

vorrei innanzitutto ringraziare il Signore che ha guidato il nostro cammino sinodale in questi anni con lo Spirito Santo, che non fa mai mancare alla Chiesa il suo sostegno.

Ringrazio davvero di cuore S. Em. il Cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, S. Ecc. Mons. Fabio Fabene, Sotto-segretario, e con loro ringrazio il Relatore S. Em. il Cardinale Peter Erdő e il Segretario Speciale S. Ecc. Mons. Bruno Forte, i Presidenti delegati, gli scrittori, i consultori, i traduttori, i cantori e tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente e con totale dedizione alla Chiesa: grazie di cuore! E vorrei anche ringraziare la Commissione che ha fatto la relazione: alcuni hanno passato la notte in bianco.

Ringrazio tutti voi, cari Padri Sinodali, Delegati Fraterni, Uditori, Uditrici e Assessori, Parroci e famiglie, per la vostra partecipazione attiva e fruttuosa.

Ringrazio anche gli “anonimi” e tutte le persone che hanno lavorato in silenzio contribuendo generosamente ai lavori di questo Sinodo.

Siate sicuri tutti della mia preghiera, affinché il Signore vi ricompensi con l’abbondanza dei suoi doni di grazia!

Mentre seguivo i lavori del Sinodo, mi sono chiesto: che cosa significherà per la Chiesa concludere questo Sinodo dedicato alla famiglia?

Certamente non significa aver concluso tutti i temi inerenti la famiglia, ma aver cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto.

Sicuramente non significa aver trovato soluzioni esaurienti a tutte le difficoltà e ai dubbi che sfidano e minacciano la famiglia, ma aver messo tali difficoltà e dubbi sotto la luce della Fede, averli esaminati attentamente, averli affrontati senza paura e senza nascondere la testa sotto la sabbia.

Significa aver sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione della famiglia e del Matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana.

Significa aver ascoltato e fatto ascoltare le voci delle famiglie e dei pastori della Chiesa che sono venuti a Roma portando sulle loro spalle i pesi e le speranze, le ricchezze e le sfide delle famiglie di ogni parte del mondo.

Significa aver dato prova della vivacità della Chiesa Cattolica, che non ha paura di scuotere le coscienze anestetizzate o di sporcarsi le mani discutendo animatamente e francamente sulla famiglia.

Significa aver cercato di guardare e di leggere la realtà, anzi le realtà, di oggi con gli occhi di Dio, per accendere e illuminare con la fiamma della fede i cuori degli uomini, in un momento storico di scoraggiamento e di crisi sociale, economica, morale e di prevalente negatività.

Significa aver testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri.

Significa anche aver spogliato i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite.

Significa aver affermato che la Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori.

Significa aver cercato di aprire gli orizzonti per superare ogni ermeneutica cospirativa o chiusura di prospettive, per difendere e per diffondere la libertà dei figli di Dio, per trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile.

Nel cammino di questo Sinodo le opinioni diverse che si sono espresse liberamente – e purtroppo talvolta con metodi non del tutto benevoli – hanno certamente arricchito e animato il dialogo, offrendo un’immagine viva di una Chiesa che non usa “moduli preconfezionati”, ma che attinge dalla fonte inesauribile della sua fede acqua viva per dissetare i cuori inariditi1.

E – aldilà delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo – quasi! – per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione. In realtà, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale –come ho detto, le questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa – ogni principio generale ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato2. Il Sinodo del 1985, che celebrava il 20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, ha parlato dell’inculturazione come dell’«intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo, e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture umane»3. L’inculturazione non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, poiché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture4.

Abbiamo visto, anche attraverso la ricchezza della nostra diversità, che la sfida che abbiamo davanti è sempre la stessa: annunciare il Vangelo all’uomo di oggi, difendendo la famiglia da tutti gli attacchi ideologici e individualistici.

E, senza mai cadere nel pericolo del relativismo oppure di demonizzare gli altri, abbiamo cercato di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio che supera i nostri calcoli umani e che non desidera altro che «TUTTI GLI UOMINI SIANO SALVATI» (1 Tm 2,4), per inserire e per vivere questo Sinodo nel contesto dell’Anno Straordinario della Misericordia che la Chiesa è chiamata a vivere.

Cari Confratelli, l’esperienza del Sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono. Ciò non significa in alcun modo diminuire l’importanza delle formule: sono necessarie; l’importanza delle leggi e dei comandamenti divini, ma esaltare la grandezza del vero Dio, che non ci tratta secondo i nostri meriti e nemmeno secondo le nostre opere, ma unicamente secondo la generosità illimitata della sua Misericordia (cfr Rm 3,21-30; Sal 129; Lc 11,37-54). Significa superare le costanti tentazioni del fratello maggiore (cfr Lc 15,25-32) e degli operai gelosi (cfr Mt 20,1-16). Anzi significa valorizzare di più le leggi e i comandamenti creati per l’uomo e non viceversa (cfr Mc 2,27).

In questo senso il doveroso pentimento, le opere e gli sforzi umani assumono un significato più profondo, non come prezzo dell’inacquistabile Salvezza, compiuta da Cristo gratuitamente sulla Croce, ma come risposta a Colui che ci ha amato per primo e ci ha salvato a prezzo del suo sangue innocente, mentre eravamo ancora peccatori (cfr Rm 5,6).

Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore (cfr Gv 12,44-50).

Il beato Paolo VI, con parole stupende, diceva: «Possiamo quindi pensare che ogni nostro peccato o fuga da Dio accende in Lui una fiamma di più intenso amore, un desiderio di riaverci e reinserirci nel suo piano di salvezza […]. Dio, in Cristo, si rivela infinitamente buono […]. Dio è buono. E non soltanto in sé stesso; Dio è – diciamolo piangendo – buono per noi. Egli ci ama, cerca, pensa, conosce, ispira ed aspetta: Egli sarà – se così può dirsi – felice il giorno in cui noi ci volgiamo indietro e diciamo: Signore, nella tua bontà, perdonami. Ecco, dunque, il nostro pentimento diventare la gioia di Dio»5.

Anche san Giovanni Paolo II affermava che «la Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia […] e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e dispensatrice»6.

Anche Papa Benedetto XVI disse: «La misericordia è in realtà il nucleo centrale del messaggio evangelico, è il nome stesso di Dio […] Tutto ciò che la Chiesa dice e compie, manifesta la misericordia che Dio nutre per l’uomo. Quando la Chiesa deve richiamare una verità misconosciuta, o un bene tradito, lo fa sempre spinta dall’amore misericordioso, perché gli uomini abbiano vita e l’abbiano in abbondanza (cfr Gv 10,10)»7.

Sotto questa luce e grazie a questo tempo di grazia che la Chiesa ha vissuto, parlando e discutendo della famiglia, ci sentiamo arricchiti a vicenda; e tanti di noi hanno sperimentato l’azione dello Spirito Santo, che è il vero protagonista e artefice del Sinodo. Per tutti noi la parola “famiglia” non suona più come prima del Sinodo, al punto che in essa troviamo già il riassunto della sua vocazione e il significato di tutto il cammino sinodale8.

In realtà, per la Chiesa concludere il Sinodo significa tornare a “camminare insieme” realmente per portare in ogni parte del mondo, in ogni Diocesi, in ogni comunità e in ogni situazione la luce del Vangelo, l’abbraccio della Chiesa e il sostegno della misericordia di Dio!

Grazie!

____________________________

1 Cfr Lettera al Gran Cancelliere della “Pontificia Universidad Católica Argentina” nel centesimo anniversario della Facoltà di Teologia, 3 marzo 2015.

2 Cfr Pontificia Commissione Biblica, Fede e cultura alla luce della Bibbia. Atti della Sessione plenaria 1979 della Pontificia Commissione Biblica, LDC, Leumann 1981; Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 44.

3 Relazione finale (7 dicembre 1985): L’Osservatore Romano, 10 dicembre 1985, 7.

4 «In forza della sua missione pastorale, la Chiesa deve mantenersi sempre attenta ai mutamenti storici e all’evoluzione delle mentalità. Non certamente per sottomettervisi, ma per superare gli ostacoli che si possono opporre all’accoglienza dei suoi consigli e delle sue direttive» (Intervista al Card. Georges Cottier ne La Civiltà Cattolica, 3963-3964, 8 agosto 2015, p. 272).

Omelia, 23 giugno 1968: Insegnamenti VI (1968), 1177-1178.

6 Enc. Dives in misericordia, 13. Disse anche: «Nel mistero pasquale … Dio ci appare per quello che è: un Padre dal cuore tenero, che non si arrende dinanzi all’ingratitudine dei suoi figli ed è sempre disposto al perdono» (Giovanni Paolo II, Regina Coeli, 23 aprile 1995: Insegnamenti XVIII, 1 [1995], 1035). E così descriveva la resistenza alla misericordia: «La mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende, altresì, ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo» (Lett. Enc. Dives in misericordia [30 novembre 1980], 2).

7 Regina Coeli, 30 marzo 2008: Insegnamenti IV, 1 (2008), 489-490; e parlando del potere della misericordia afferma: «È la misericordia che pone un limite al male. In essa si esprime la natura tutta peculiare di Dio – la sua santità, il potere della verità e dell’amore» (Omelia nella Domenica della Divina Misericordia, 15 aprile 2007: Insegnamenti III, 1 [2007], 667).

8 Un’analisi acrostica della parola “famiglia” ci aiuta a riassumere la missione della Chiesa nel compito di: Formare le nuove generazioni a vivere seriamente l’amore non come pretesa individualistica basata solo sul piacere e sull’“usa e getta”, ma per credere nuovamente all’amore autentico, fecondo e perpetuo, come l’unica via per uscire da sé, per aprirsi all’altro, per togliersi dalla solitudine, per vivere la volontà di Dio, per realizzarsi pianamente, per capire che il matrimonio è lo «spazio in cui si manifesta l’amore divino; per difendere la sacralità della vita, di ogni vita; per difendere l’unità e l’indissolubilità del vincolo coniugale come segno della grazia di Dio e della capacità dell’uomo di amare seriamente» (Omelia nella Messa di apertura del Sinodo, 4 ottobre 2015: L’Osservatore Romano, 5-6 ottobre 2015, p. 7) e per valorizzare i corsi prematrimoniali come opportunità di approfondire il senso cristiano del Sacramento del matrimonio; Andare verso gli altri perché una Chiesa chiusa in sé stessa è una Chiesa morta; una Chiesa che non esce dal proprio recinto per cercare, per accogliere e per condurre tutti verso Cristo è una Chiesa che tradisce la sua missione e la sua vocazione; Manifestare e diffondere la misericordia di Dio alle famiglie bisognose, alle persone abbandonate, agli anziani trascurati, ai figli feriti dalla separazione dei genitori, alle famiglie povere che lottano per sopravvivere, ai peccatori che bussano alle nostre porte e a quelli lontani, ai diversamente abili e a tutti coloro che si sentono feriti nell’anima e nel corpo e alle coppie lacerate dal dolore, dalla malattia, dalla morte o dalla persecuzione; Illuminare le coscienze, spesso accerchiate da dinamiche dannose e sottili, che cercano perfino di mettersi al posto di Dio creatore: tali dinamiche devono essere smascherate e combattute nel pieno rispetto della dignità di ogni persona; Guadagnare e ricostruire con umiltà la fiducia nella Chiesa, seriamente diminuita a causa dei comportamenti e dei peccati dei propri figli; purtroppo la contro-testimonianza e gli scandali commessi all’interno della Chiesa da alcuni chierici hanno colpito la sua credibilità e hanno oscurato il fulgore del suo messaggio salvifico; Lavorare intensamente per sostenere e incoraggiare le famiglie sane, le famiglie fedeli, le famiglie numerose che nonostante le fatiche quotidiane continuano a dare una grande testimonianza di fedeltà agli insegnamenti della Chiesa e ai comandamenti del Signore; Ideare una rinnovata pastorale famigliare che si basi sul Vangelo e rispetti le diversità culturali; una pastorale capace di trasmettere la Buona Novella con linguaggio attraente e gioioso e di togliere dai cuori dei giovani la paura di assumere impegni definitivi; una pastorale che presti una attenzione particolare ai figli che sono le vere vittime delle lacerazioni famigliari; una pastorale innovativa che attui una preparazione adeguata al Sacramento matrimoniale e sospenda le pratiche vigenti che spesso curano più l’apparenza di una formalità che un’educazione a un impegno che duri per tutta la vita; Amare incondizionatamente tutte le famiglie e in particolare quelle che attraversano un momento di difficoltà: nessuna famiglia deve sentirsi sola o esclusa dall’amore o dall’abbraccio della Chiesa; il vero scandalo è la paura di amare e di manifestare concretamente questo amore.

José María Castillo

Papa Francesco lo ha detto senza giri di parole: è necessaria ed urgente la “conversione del papato”. Non si tratta, certo, del fatto che il papa si converta. Francesco non ha detto questo riferendosi ad una persona – il papa – ma affermando che è un’istituzione – il papato – quello che deve cambiare, cioè organizzarsi in un altro modo e funzionare in maniera diversa da come sta funzionando già da parecchi secoli.

Lo stesso Francesco ha spiegato ieri, nel Sinodo dei Vescovi, in cosa deve consistere questo cambiamento. Quello che il papa vede urgente da cambiare nella Chiesa è l’esercizio del potere. Concretamente, l’esercizio del potere da parte del papato. Si tratta di “decentralizzare” il modo di governare. Perché la Chiesa ritorni ad essere governata come lo è stata durante quasi mille anni, fino al secolo X. Durante quei secoli, il governo ordinario delle Chiese locali, regionali e nazionali era esercitato dai Sinodi di ogni regione o di ogni paese. Solo in circostanze straordinarie e per questioni che non si potevano risolvere nell’ambito locale interveniva il vescovo di Roma, che per secoli si è rifiutato di farsi chiamare “papa”, tema sul quale insiste con parole forti papa Gregorio I, San Gregorio Magno (s. VI).

 

Papa sta benissimo

 

di Orazio La Rocca

 

 “Mettere in dubbio la salute del Santo Padre è certamente un maldestro tentativo di condizionare in qualche modo i lavori del Sinodo. Come è successo nei giorni scorsi con la pubblicazione di una lettera privata inviata al Papa da 13 cardinali, ma sulla quale sono emersi tanti dubbi. Un testo riservato che anche gli stessi firmatari hanno smentito. Ora si lancia l’allarme per lo stato fisico di papa Francesco. Voci allarmistiche che la Santa Sede ha subito smentito col portavoce papale, padre Federico Lombardi. Ma il Papa, e tantomeno i padri sinodali, non si faranno condizionare in alcun modo da queste manovre”.

 Il cardinale Walter Kasper, tedesco, 82 anni il 5 marzo scorso, è uno dei porporati più vicini a papa Francesco, di cui ha “sposato” in pieno le tesi aperturiste per i nuclei familiari in difficoltà (divorziati risposati, coppie di fatto, unioni gay…) nell’ambito del Sinodo sulla famiglia che si concluderà sabato prossimo. Teologo di fama, presidente emerito del Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani, il porporato reagisce con sufficienza alla notizia apparsa su QN in merito ad un presunto tumore benigno che avrebbe colpito Bergoglio alla testa. “Il Papa sta benissimo, come lo vediamo tutti i giorni, chi avanza dubbi sulla sua salute – ripete con sicurezza – lo fa per altri motivi. Ma il Santo Padre non si impressiona per queste manovre. Va avanti per la sua strada al servizio della Chiesa universale”.

  Cardinale Walter Kasper, un tumore alla testa del Papa, benché benigno, non dovrebbe essere comunque una cosa semplice. Ma lei non sembra preoccupato.

  “Non sono un medico. Su questa storia non posso dare certamente un giudizio di merito. Ma padre Lombardi ha già risposto esaurientemente smentendo ogni cosa. Stando però a quello che ho letto, se vera non dovrebbe essere una cosa grave. Si parla di tumore benigno curabile. Ma è tutto da verificare. La Santa Sede ha subito smentito la notizia, definendola infondata. Ma al di là di una smentita così netta, basta vedere ogni giorno il Santo Padre per rendersi conto come sta”.

  E come sta il Papa?

  “Il Santo Padre secondo me sta benissimo. Lavora tutti i giorni. Non si ferma mai. Non sta mai senza fare niente. Si alza all’alba e va a dormire a notte inoltrata. Incontra quasi tutti i giorni capi di Stato, regnanti, premier, rappresentanti delle istituzioni, ma soprattutto la gente comune nelle udienze generali, dove tiene sempre interessanti catechesi. A quasi 79 anni forse dovrebbe riguardarsi un pochino. A questa età qualche acciacco ci potrà pur essere. Ma costringerlo a fermarsi un po’ è praticamente impossibile”.

 Ma allora è forse lecito pensare che quanti avanzano dubbi sulla salute del Papa forse lo fanno per condizionarlo, specialmente ora che è alla vigilia della chiusura di un Sinodo sulla famiglia tanto atteso. Non crede?

 “Temo proprio di sì. Credo proprio che si tratta solo di polveroni lanciati per tentare di condizionare i lavori solidali. Ma non ci riusciranno. Nessuno riuscirà a manipolare il Santo Padre e tutti i padri sinodali. I lavori, anche con posizioni differenti e a volte contrapposte, si stanno svolgendo senza nessun condizionamento. E il Santo Padre è molto sereno perché lui vede in tutto questo la vera realizzazione della sinodalità della Chiesa, come lui stesso ha confidato l’altro giorno nello storico discorso sui 50 anni dell’istituzione del Sinodo da parte di Paolo VI”.

 Mancano solo tre giorni alla conclusione del Sinodo. Ci saranno sorprese? I divorziati risposati saranno ammessi alla Comunione?

  “Io come ho sempre detto mi auguro tanto che la Chiesa si apra sempre di più verso chi soffre. La Misericordia è un bene che ci viene da Gesù Cristo. Ma occorrerà aspettare la conclusione dei lavori sinodali e i discorsi che il Santo Padre pronunzierà sabato sera e domenica prossima. Spero molto in quel che papa Francesco dirà”.

Foto BASSETTI

Intervista al card. Gualtiero Bassetti

di Fabio Colagrande

Libertà e parresia

«Ci sono sensibilità diverse, però c’è una grande armonia nelle discussioni fondamentali, nei principi, come stiamo verificando in questi ultimi giorni di lavoro. Quindi, sta venendo fuori, a mio avviso, una ricchezza di materiale che verrà messa poi nelle mani del Santo Padre in modo che possa compiere un discernimento più ampio». Il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, padre sinodale, appena uscito dalla sala dove si svolgono i lavori di uno dei ‘circoli minori’ di lingua italiana, commenta a caldo il clima del Sinodo ordinario dei vescovi sulla famiglia, giunto ormai alla fase finale. «Bisogna ricordare la differenza fra Concilio ecumenico e Sinodo», spiega il porporato. «Il primo ha una facoltà deliberativa mentre il Sinodo è solo propositivo. Da ciò dipende la grande libertà che abbiamo nelle nostre discussioni, visto che la decisione finale è rimessa nella mani del Papa. E’ stato lui stesso a raccomandarci la ‘parresia‘ proprio perché questa rende più facile il compito che dovrà assumersi». «A me sembra – continua Bassetti – che in questo Sinodo ci sia una comunione di fondo che è data proprio dalla collegialità fra i vescovi, dal rapporto dei presuli con i sacerdoti e con i laici. Però, al tempo stesso, c’è anche questa grande libertà che, grazie a Dio, ci fa discutere».

Più integrazione e accompagnamento    

«A proposito del tema delle cosiddette famiglie ferite, affrontato nella terza parte dell’Instrumentum laboris, i percorsi da sviluppare per aiutarle, già accennati nel testo, sono due: l’accompagnamento e l’integrazione». «Però – spiega – bisogna fare ancora molto per svilupparli, perché il documento non stabilisce cosa realizzare in concreto per consentire l’integrazione». «C’è per esempio un allargamento dall’integrazione, finora solo sul piano della carità, quindi del volontariato, anche a livello liturgico e catechetico”. «Qui – spiega il porporato – il campo si allarga tanto perché anche un divorziato-risposato, che ha riconosciuto i suoi sbagli, potrebbe diventare un insegnante di religione o un testimone della fede cattolica». «Anche a livello dell’accompagnamento siamo molto indietro», aggiunge Bassetti. «Oggi prepariamo i giovani alla cresima e poi li perdiamo tutti. Solo alcuni tornano per la preparazione al matrimonio e cercano magari di non farla nemmeno tutta. E poi, in quel caso, gli si impartisce un sacramento che è impegnativo quanto quello dell’ordine perché ha un grande impatto sociale e di testimonianza».

Giovani: manca educazione alla sessualità

«Qui bisognerebbe cambiare il sistema – spiega l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve – e accompagnare i ragazzi non solo prima della cresima, ma anche dopo, coinvolgendo le famiglie. Anche affrontando con i ragazzi tutti i problemi dell’affettività e della sessualità, cosa che in Italia non si fa». «Ormai in questo campo – spiega Bassetti – siamo al livello del ‘fai da te’. La scuola spesso non se ne occupa e se deve occuparsene nei modi che sappiamo è meglio che non lo faccia. I genitori lo danno per scontato, quando addirittura non provocano guai. Le parrocchie lo danno per scontato ugualmente e il risultato è che i giovani non sono accompagnati». «La Chiesa – conclude il cardinale – deve accompagnare i giovani fino al matrimonio, e soprattutto preoccuparsi di più di accompagnare le giovani coppie di sposi. Perché i disastri avvengono proprio nei primi anni, è lì che si crea un’impostazione sbagliata».

L’invito di Isaia

Infine, secondo il card. Bassetti, con i due Sinodi e il Giubileo della misericordia che seguirà, il Papa ha avviato un percorso che proseguirà a lungo. «Non si torna indietro», commenta il porporato. «Il Sinodo che sfocia nel Giubileo è un tale gesto di apertura verso tutti che realizza il brano di Isaia: ‘O voi tutti che siete assetati, venite alle acque’. La Chiesa ha questo bellissimo deposito di grazia e lo vuole veramente mettere in mano ai suoi figli. E anche chi non ha niente è accolto lo stesso».

Fonte: http://it.radiovaticana.va/news/2015/10/19/sinodo,_bassetti_%C3%A8_un_nuovo_corso,_non_si_torna_indietro/1180427

 

Pubblichiamo l'edizione integrale di uno dei maggiori testi pronunciati dall'attuale Pontefice, in occasione della commemorazione 50° anniversario dell'istituzione del Sinodo dei Vescovi. Si tratta una riflessione in cui vien tracciata una rinnovata ecclesiologia nella scia del Vaticano II, che apre nuove vie alla riscoperta del mistero della Chiesa "popolo di Dio".
Aula Paolo VI 
Sabato, 17 ottobre 2015

Papa 17 ottobre 2015

Beatitudini, Eminenze, Eccellenze, Fratelli e Sorelle,

mentre è in pieno svolgimento l’Assemblea Generale Ordinaria, commemorare il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi è per noi tutti motivo di gioia, di lode e di ringraziamento al Signore. Dal Concilio Vaticano II all’attuale Assemblea, abbiamo sperimentato in modo via via più intenso la necessità e la bellezza di “camminare insieme”.

In tale lieta circostanza desidero rivolgere un cordiale saluto a Sua Eminenza il Cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale, con il Sotto-Segretario Sua Eccellenza Monsignor Fabio Fabene, gli Officiali, i Consultori e gli altri Collaboratori della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, quelli nascosti, che fanno il lavoro di ogni giorno fino a tarda serata. Insieme a loro, saluto e ringrazio della loro presenza i Padri sinodali e gli altri Partecipanti all’Assemblea in corso, nonché tutti i presenti in quest’Aula.

In questo momento vogliamo anche ricordare coloro che, nel corso di cinquant’anni, hanno lavorato al servizio del Sinodo, a cominciare dai Segretari Generali che si sono succeduti: i Cardinali Władysław Rubin, Jozef Tomko, Jan Pieter Schotte e l’Arcivescovo Nikola Eterović. Approfitto di tale occasione per esprimere di cuore la mia gratitudine a quanti, vivi o defunti, hanno contribuito con un impegno generoso e competente allo svolgimento dell’attività sinodale.

Fin dall’inizio del mio ministero come Vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell’ultima assise conciliare[1]. Per il Beato Paolo VI, il Sinodo dei Vescovi doveva riproporre l’immagine del Concilio ecumenico e rifletterne lo spirito e il metodo[2]. Lo stesso Pontefice prospettava che l’organismo sinodale «col passare del tempo potrà essere maggiormente perfezionato»[3]. A lui faceva eco, vent’anni più tardi, San Giovanni Paolo II, allorché affermava che «forse questo strumento potrà essere ancora migliorato. Forse la collegiale responsabilità pastorale può esprimersi nel Sinodo ancor più pienamente»[4]. Infine, nel 2006, Benedetto XVI approvava alcune variazioni all’Ordo Synodi Episcoporumanche alla luce delle disposizioni del Codice di Diritto Canonico e del Codice dei Canoni delle Chiese orientalipromulgati nel frattempo[5].

Dobbiamo proseguire su questa strada. Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio.

***

Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”. Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica.

Dopo aver ribadito che il Popolo di Dio è costituito da tutti i battezzati chiamati a «formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo»[6], il Concilio Vaticano II proclama che «la totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo (cfr 1 Gv 2,20.27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il Popolo, quando “dai Vescovi fino agli ultimi Fedeli laici” mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale»[7]. Qual famoso infallibile “in credendo”.

images L. Boff

Intervista di Raffaele Luise

Sul Pentagono campeggia la scritta: “Un solo mondo, un solo impero”. Papa Francesco invece dice: “Un solo mondo, una casa comune”. ‎Comincia così il colloquio con Leonardo Boff, uno dei padri della teologia della liberazione, ora da lui definita come “ecoteologia della liberazione”, a due passi dal Vaticano.
D: Chi è papa Francesco?
È una benedizione di Dio per il mondo e per la Chiesa‎. Più che un nome è un “progetto” che abbraccia Chiesa e mondo, incentrato sulla cultura dell’incontro tra i popoli, di dialogo complessivo e globale, di convivenza e di pace. Francesco di Roma vuole far rivivere la visione di Francesco d’Assisi di una chiesa povera, umile, amica della natura, aperta agli ultimi e ai vulnerabili. La Chiesa della misericordia e dell’amore incondizionato, della sororità e della fraternità con gli uomini e con le creature, dal filo d’erba alle stelle, unite nella lode di Dio. Francesco rappresenta il seme di un mondo nuovo, memore del fatto che Dio non ha piantato alberi ma sparso semi che dentro hanno tutto: radici, rami, fiori e frutti. Appunto un mondo “nuovo”. E il papa non si limita a parlarne in astratto, ma ci mostra come esso può essere con la sua rivoluzione della tenerezza, e interrogando severamente il paradigma cinico e insensibile della tecnocrazia. Collocandosi sempre dalla parte dei vulnerabili, e raccogliendo in modo sistematico il grido della Terra e dei poveri. Nella sua visione dell’ecologia integrale, Francesco coniuga intimamente la giustizia sociale e la giustizia ecologica, i due amori crocifissi, sollecitandoci a far risorgere la Terra. In questo senso, la Laudato Si’’ è un prezioso manuale di ecologia globale, che tiene insieme l’ambiente, il sociale, il mentale e lo spirituale. Il papa non è un ambientalista: il senso vero della sua enciclica sta nella restaurazione e nella fioritura della casa comune.

José M. Castillo

 

Quando mancano solo poche ore all’inizio del Sinodo della Famiglia, crescono e salgono di tono nella Chiesa le voci allarmate che parlano di “scisma bianco”, “scisma rosso” (Jorge Costadoat). O chi, come è il caso del cardinale Kasper, arriva ad insinuare che stiamo entrando in uno “scisma pratico”, ossia (se ho capito bene) uno scisma che nessuno formula in teoria, ma che nella pratica quotidiana della vita funziona dividendo i cattolici e spaccando la Chiesa.

Per questo, ora più che mai, è il momento di chiedersi: cosa può fare il papa in questa questione, poiché le cose stanno così?

Come è logico, si dovrà aspettare e vedere come si svolgerà il Sinodo e soprattutto dovremo sapere quello che, dopo il Sinodo, dice e decide il papa. Ma è proprio per questo, per segnalare quello che, secondo la mia modesta opinione, considero come la cosa più opportuna che il papa potrebbe – e forse dovrebbe – fare nella situazione che stiamo vivendo nella Chiesa in questo momento. Per questo oso presentare la proposta seguente.

 

FOTO SINODO bis

Raffaele Luise

«I Padri sinodali si vanno lentamente orientando verso l’accoglimento della visione di Papa Francesco, ribadita ancora una volta domenica scorsa all’apertura dell’importante assise‎, di una Chiesa cioè non società-fortezza, che si chiude, ma società-famiglia, che si apre con misericordia alla situazione concreta vissuta dalle famiglie del mondo». Ce lo hanno confidato, ieri sera, alcuni autorevoli Padri sinodali, che erano rimasti molto delusi e preoccupati all’ascolto della Relazione introduttiva del cardinale Erdő, che sembrava chiudere piuttosto che aprire la discussione sulle risposte da dare alla crisi posta a tema del Sinodo.

1570510_Articolo

A cura di Fabio Colagrande

Al di là di quanto si legge su alcuni media, il clima che si sta vivendo al Sinodo è di grande fraternità: è quanto afferma il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

D.- È giusta questa lettura, Eminenza?

R.– Direi che innanzitutto c’è molta fraternità, soprattutto nei circoli minori: adesso che ci si conosce meglio si parla molto liberamente – e questo è un grande valore perché il Papa ce l’ha richiamato fortemente – e valorizzando più facilmente le opinioni degli altri, anche se sono diverse dalle tue. Questa mi sembra una cosa molto buona. Poi, speriamo che le cose continuino con questa libertà e fraternità.

D.– Il Papa, nella Santa Messa inaugurale, ha detto che una Chiesa con le porte chiuse tradirebbe se stessa: sentite anche l’impegno di essere uniti, alla vigilia del Giubileo della Misericordia?

R.– Ma certamente! Guardi, questa dell’apertura delle porte, di cui è simbolo anche l’apertura della Porta Santa nel Giubileo, è fondamentale per la Chiesa. Certamente, la Chiesa ha una dottrina che deve mantenere ferma, però se guarda direttamente alla dottrina e poi alla persona, può aver più difficoltà a capire la persona; se invece guarda direttamente alla persona e alle sue sofferenze, alle sue necessità concrete, poi trova nella dottrina una luce per venire incontro alla persona. Ma guardando direttamente alla persona, alle sue sofferenze, alle sue necessità concrete, si trova quello stimolo che invece non si ha guardando più astrattamente solo e direttamente alla dottrina.

D.– Si può dire che è un Sinodo pastorale e non dottrinale? E’ giusta questa definizione?

R.– Io non contrapporrei “dottrinale” a “pastorale”, perché la dottrina è per la persona, per il bene della persona e la pastorale è il bene della persona. A volte, però, la dottrina deve tener conto della situazione della persona, o meglio: deve diventare luce per dare una risposta alle necessità concrete. Quindi, si potrebbe dire: contrapponiamo dottrina astratta a pastorale, ma non dottrina a pastorale. La dottrina deve servire, nel suo nucleo profondo, a illuminare e a risolvere i problemi concreti.

Raffaele Luise

Don Sergio Mercanzin

Marco Vergottini

 

Una delle novità intervenute con i due Sinodi sulla famiglia ‒ quello straordinario del 2014 e quello ordinario che inizierà fra pochi giorni ‒ è stata la scelta di avviare un’ampia consultazione delle Chiese locali sulle questioni affrontate da parte dei Padri in assemblea. Per questo motivo come battezzati, intendiamo offrire ‒ in punta di piedi, senza sicumera, in spirito di piena parresìa evangelica ‒ alcune considerazioni sul prossimo Sinodo.

 

  1. Leggiamo in Misericordiae vultus che «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia… La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole». Questo appello ci sollecita come credenti a confidare che, anche nelle prove in cui pare di non vedere più alcuna via d’uscita, Dio sa aprire una via nuova. La misericordia di Dio è affidabile, a condizione che ‒ donne e uomini, pastori e fedeli ‒ siamo disposti ad affidarci a essa.
  2. Nei confronti di quanti tendono a leggere la post-modernità in chiave esclusivamente negativa, occorre vedere i germi di speranza che sono al suo interno. Il più largo accesso alla cultura, ad esempio, porta a essere maggiormente responsabili sulle decisioni riguardanti la famiglia e la generazione. I progressi della medicina con la capacità di curare le malattie, compresa l’infertilità e l’uso delle biotecnologie, sono sicuramente un luogo in cui leggere la volontà di Dio di esprimere, attraverso la creatività dell’uomo a cui Egli ha affidato il mondo, la potenza e la gioia amorosa della Sua forza creatrice.
  3. L’appello che taluni settori ecclesiastici fanno alla “legge naturale” come soluzione di molte questioni in tema di sessualità e legame matrimoniale rischia l’ambiguità, in quanto non si può parlare di “natura” se non all’interno di una realtà sociale, culturale, economica, religiosa. La persona umana è libertà che accoglie la propria struttura corporea, il suo rapportarsi agli altri, alla storia, alla cultura, al contesto sociale e politico, alla religione. Non si può pensare alla natura della donna e dell’uomo come a qualcosa che si realizzi al di fuori della storia, nel senso che non c’è accesso all’universale antropologico (natura) se non a partire dalle differenti esperienze culturali e personali. Tutto ciò ha delle evidenti ripercussioni su molti temi presenti nel Sinodo, quale quello del matrimonio, delle famiglie, degli anticoncezionali, degli omosessuali ecc.
  4. Se la Chiesa è madre, tutti i suoi figli (in quanto battezzati) fanno parte della comunità e niente deve poterli escludere da essa. Tutta la storia della salvezza mostra l’amore fedele di Dio per il popolo; un amore che ancora oggi è disposto a perdonare. Tale perdono suscita una risposta della persona umana al dono gratuito di Dio e spinge alla conversione; rimette in cammino, anche se talora il cammino deve fare i conti con situazioni che non possono cambiare (per esempio, divorziati risposati).
  5. La santa Chiesa è anche la Chiesa dei peccatori, che talvolta si presenta coi panni della prostituta infedele e che sempre deve percorrere la via della conversione, del rinnovamento e della riforma (LG 8; UR 4). Ciò vale per lo stesso matrimonio cristiano. Si tratta di un grande mistero in relazione a Cristo e alla Chiesa (Efesini 5, 32). Non sempre è dato realizzare nella vita questo mistero in modo pieno, ma sempre soltanto in forma frammentaria. In questo senso il matrimonio dei credenti è sotto molti aspetti un segno incompleto e vulnerabile dell’alleanza. I coniugi permangono in cammino e si ritrovano sotto la legge della gradualità (Familiaris consortio, 34). Hanno sempre bisogno della conversione e della riconciliazione e sono sempre di nuovo rinviati al Dio ricco di misericordia.
  6. Circa l’indissolubilità del matrimonio, il messaggio di Gesù racchiuso in Marco 10,11-12 costituisce l’annuncio del dono e l’invito a seguire la logica e la radicalità del Regno, piuttosto che risultare soltanto un codice prescrittivo e normativo. È in questa luce che andrebbero comprese le parole di Matteo 19, 9: se non in caso di porneia e quelle dell’apostolo Paolo (1 Corinti 7, 10-16) a proposito dei matrimoni dei convertiti, dove è messa in luce una chiara distinzione tra le parole di Gesù e le applicazioni concrete che in quel preciso momento si pongono.
  7. L’esclusione dei divorziati risposati dall’eucaristia pone dei problemi; essa, infatti, non è un premio per i perfetti, ma un sostegno per il cammino della vita. Inoltre, escludendoli dall’accesso all’eucarestia, si nega ai divorziati risposati una testimonianza importantissima nei confronti dei figli. Se la Chiesa nella storia dei primi secoli ha voluto accogliere nel suo seno i cosiddetti “lapsi” – cioè coloro che, sotto la minaccia delle persecuzioni, hanno rinnegato il battesimo, compiendo atti di adorazione verso gli déi pagani – non si vede il motivo per non approntare un itinerario di penitenza e di riammissione ai sacramenti per i divorziati risposati.
  8. A riguardo della contraccezione, l’attuale situazione realizza nei fatti una doppia verità morale: una oggettiva (la legge) e una soggettiva (la pratica pastorale). Il messaggio dell’Humanae vitae circa il valore della sessualità come grammatica dell’amore coniugale e il nesso imprescindibile tra sponsalità e generazione deve essere nuovamente riscoperto. L’accoglienza del figlio, nel rispetto della qualità dialogica della relazione di coppia, esige una decisione responsabile che non può essere garantita a priori da nessun metodo contraccettivo. Un metodo cosiddetto naturale può essere accompagnato da un egoismo della coppia, così come un metodo considerato artificiale può mantenere un’apertura alla fecondità. Il compito vero è, dunque, quello di educare la coscienza a riconoscere quell’appello, che essa non si dà e che è la voce di Dio, che la chiama a volere il bene.
  9. Se una coppia di persone omosessuali decide di vivere la propria relazione affettiva in modo fedele, non si può valutare a priori questa decisione come negativa sotto il profilo morale, perché il discernimento deve necessariamente fare i conti con le possibilità effettive di un soggetto e queste sono legate alla sua storia e al suo vissuto, personale e culturale. La comunità cristiana deve accogliere al suo interno, senza discriminazioni, coloro che hanno un orientamento omosessuale e decidono di seguire il Signore Gesù.
  10. Che cosa potranno dire e decidere i padri sinodali? Forse non potranno risolvere tutte le questioni aperte. Quello che pare di poter raccomandare è che il Sinodo dei Vescovi e l’intera comunità cristiana sappiano “abitare le domande” delle famiglie e delle donne e degli uomini del nostro tempo, Sapendo che il primato è di Cristo e ciò che conta è la relazione con Lui. Se poi il Signore Gesù accende un fuoco che purifica e non spegne il lucignolo fumigante, consegue che la Chiesa debba essere tanto franca nell’ammonire, quanto pronta a guarire, poiché salus animarum suprema lex.

 

Raffaele Luise

Emozione e commozione hanno tenuto incollati alle panche della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami‎ i fortunati spettatori della musicopera «Il primo Papa – La libertà di essere uomo», scritta e diretta da Tony Labriola e Stefano Govoni, rappresentata in anteprima mondiale lo scorso 30 settembre.

Due ore di musica rock sinfonica e spettacolo con 16 attori in scena, oltre 20 canzoni, costumi storici e proiezioni suggestive. Molto felice la scelta della chiesa di san Giuseppe, all’interno del foro romano, che sovrasta il carcere Mamertino, in cui fu rinchiuso san Pietro prima di essere crocifisso a testa in giù. E proprio nell’antico carcere romano è ambientato il Musical, che mette in scena la vita del primo Papa raccontata nientemeno che da Gesù.

Una scelta felice, come felice è stata l’articolazione del racconto in una catena di feedback, che hanno raggiunto l’acme nello scontro drammatico e vocalmente avvincente tra l’imperatore Nerone e Pietro, interpretato dalla voce fantastica di Simone Sibillano. Un’invenzione artistica di grande spessore, come pure quella del dialogo “come tra due amici” tra l’imperatore e l’Apostolo, seduti sul gradino della scena. Non alla stessa altezza drammatica la caratterizzazione di San Paolo e quella di Giuda, apparsi francamente fragili. C’è stata qua e là qualche ingenuità “catechistica”, ma nell’insieme lo spettacolo ha saputo rappresentare, soprattutto nelle parti cantate, la profonda e umanissima figura di San Pietro. Entro qualche settimana lo spettacolo verrà diffuso in CD, impreziosito dalla recitazione del “Padre Nostro” cantato da Albano nella versione italiana e intercalato dalla voce di papa Francesco.

Conceptual symbol of a green Earth globe with multiracial human hands around it. Isolated on white background. Unity and world peace concept.

 

Rosino Gibellini

 

L’enciclica sull’ecologia (Pentecoste 2015) di papa Francesco inizia poeticamente e teologicamente con l’invocazione francescana «Laudato si’, mi’ Signore», ed esprime il tema con coinvolgente espressività «sulla cura della casa comune».

Si divide in sei capitoli per 246 paragrafi, che ripercorriamo con brevità essenziale.

  1. Il primo capitolo è descrittivo della crisi ecologica, o ambientale, e raccoglie i dati delle varie analisi note all’opinione pubblica. La parola che interviene è quella di inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’atmosfera. Non si può essere indifferenti: «Bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettono di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza» (52). E si conclude con una osservazione teologica: «Se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina» (61).
  2. Il secondo capitolo è il capitolo teologico, che svolge una teologia ecologica, proponendo con forza l’idea di un Creatore. La teologia ecologica è espressa come «il Vangelo della creazione». Il mondo esiste per l’atto creativo di Dio. Esso non è un cosiddetto “colpetto iniziale”, secondo l’espressione usata dal deismo per descrivere l’inizio del divenire del mondo, ma è da intendere nella linea dell’immanenza della Trascendenza al mondo: l’atto creativo è genesiaco; inoltre è continuo per sostenere l’essere e il divenire del mondo; ed è aperto escatologicamente a un “destino di pienezza”, espresso nella formula: “Dio tutto in tutti” (1 Cor 15,28). Su questa dimensione si riconosce che ha portato il suo contributo il paleontologo francese Teilhard de Chardin. Forse, è la prima volta che il controverso scienziato è presente ufficialmente in una Enciclica.
Raffaele Luise
‎I dieci giorni che hanno cambiato la storia dei viaggi pontifici. Potremmo definire così, parafrasando il titolo di un libro famoso, la storica visita di Bergoglio a Cuba e Stati Uniti, un capolavoro di profezia e diplomazia che ha creato un discrimine, un prima e un dopo nei viaggi papali e nel magistero itineranti dei pontefici in epoca moderna. Andare a Cuba per incoraggiarne e rafforzarne l’apertura al mondo, chiedendo – come ha poi ribadito con Obama – la fine del “bloqueo”, e nel contempo esprimendo sincero rispetto per Fidel Castro e la profonda capacità di tenerezza di cui è ricco il popolo cubano (e quella di Francesco è una rivoluzione delle tenerezza), è stata già un’impresa altissima, ma l’aver voluto entrare negli Usa dalla porta sudamericana è stato un atto di creatività straordinario: il papa di Lampedusa si è rifatto immigrato, anzi due volte immigrato (dall’Occidente in Sud America e da li’ negli Usa) per dare al suo appello all’accoglienza e all’integrazione  la massima potenza simbolica. Che è poi fiorita prodigiosamente nella tappa nordamericana. Dove, in tre momenti che rimarranno nella storia della chiesa in America, ha addirittura innestato il tema dell’immigrazione nelle profondità del sogno americano, che anzi  arrivato a rinverdire dall’opacità in cui l’ha gettato il fondamentalismo politico dei Bush e dei Repubblicani, ricordando al “Paese  dei liberi e dei coraggiosi”, costruito da generazioni di immigrati da tutto il pianeta, che ora quel sogno di libertà deve fiorire  nell’accoglienza dei nuovi immigrati e nell’ edificazione del bene comune contro ogni discriminazione sociale.

«A tutti casa, lavoro, terra. E libertà spirituale» | Chiesa | www.avvenire.it

 

«Rispettare e applicare la Carta delle Nazioni Unite con trasparenza e sincerità. Oggi il panorama mondiale ci presenta molti falsi diritti, e nello stesso tempo, ampi settori senza protezione, vittime di un cattivo esercizio del potere: l’ambiente naturale e il vasto mondo di donne e uomini esclusi». Papa Francesco intervenendo oggi all’Onu, nel settantesimo anniversario della sua attività, ribadisce la sua importanza e il rispetto degli articoli della sua Carta costituzionale per la promozione della sovranità del diritto fondato sulla giustizia, la pace e lo sviluppo dell’umanità.

Il ruolo importante che la Chiesa riconosce all’Onu
«Tutti i miei predecessori – ha affermato il Papa – ricordando le visite all’ONU degli ultimi pontefici – non hanno risparmiato espressioni di riconoscimento per l’Organizzazione, considerandola la risposta giuridica e politica adeguata al momento storico, caratterizzato dal superamento delle distanze e delle frontiere ad opera della tecnologia e, apparentemente, di qualsiasi limite naturale all’affermazione del potere. Una risposta imprescindibile dal momento che il potere tecnologico, nelle mani di ideologie nazionalistiche o falsamente universalistiche, è capace di produrre tremende atrocità». «È sicuro» afferma inoltre il Papa «che, benché siano molto gravi i problemi non risolti, è però evidente che se fosse mancata tutta quella attività internazionale, l’umanità avrebbe potuto non sopravvive all’uso incontrollato delle sue stesse potenzialità».
Francesco ricordando l’esperienza di questi 70 anni, al di là di tutto quanto è stato conseguito, afferma che ciò dimostra che la riforma e l’adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso l’obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione, una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni. La necessità di una maggiore equità, vale soprattutto per gli organi con effettiva capacità esecutiva, il Consiglio di Sicurezza, gli Organismi finanziari e i gruppi o meccanismi specificamente creati per affrontare le crisi economiche. Questo aiuterà a limitare qualsiasi sorta di abuso specialmente nei confronti dei Paesi in via di sviluppo.
«Gli organismi finanziari internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza».

L’imperativo della giustizia
«Dare a ciascuno il suo, secondo la definizione classica di giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali. La distribuzione di fatto del potere (politico, economico, militare, tecnologico, ecc.) tra una pluralità di soggetti e la creazione di un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli interessi, realizza la limitazione del potere. L’ambiente naturale e il vasto mondo di donne e uomini esclusi sono due settori intimamente uniti tra loro, che le relazioni politiche ed economiche preponderanti hanno trasformato in parti fragili della realtà». Per questo è necessario affermare con forza i loro diritti, consolidando la protezione dell’ambiente e ponendo termine all’esclusione.

«Diritto all’ambiente» per fermare l’esclusione
Il Papa si sofferma in particolare sul diritto all’ambiente. «Anzitutto occorre affermare che esiste un vero “diritto dell’ambiente” per una duplice ragione. In primo luogo perché come esseri umani facciamo parte dell’ambiente. Qualsiasi danno all’ambiente, pertanto, è un danno all’umanità. In secondo luogo, perché ciascuna creatura, specialmente gli esseri viventi, ha un valore in sé stessa, di esistenza, di vita, di bellezza e di interdipendenza con le altre creature».

L’abuso e la distruzione dell’ambiente – come ha più volte ribadito il Papa – sono associati ad un inarrestabile processo di esclusione. «Il mondo chiede con forza a tutti governanti una volontà effettiva, pratica, costante, fatta di passi concreti e di misure immediate per preservare e migliorare l’ambiente naturale e vincere quanto prima il fenomeno dell’esclusione sociale ed economica, con tutte le sue conseguenze».

– L’Adozione dell’Agenfa 2030 per lo Sviluppo sostenibile dovrà cercare soluzioni più urgenti ed efficaci
Per il Papa la molteplicità e la complessità dei problemi richiede di non limitarsi all’esercizio burocratico di redigere lunghe enumerazioni di buoni propositi – mete, obiettivi e indicatori statistici –, o credere che un’unica soluzione teorica e aprioristica darà risposta a tutte le sfide. Non bisogna perdere di vista, in nessun momento, che l’azione politica ed economica, è efficace solo quando è concepita come un’attività prudenziale, guidata da un concetto perenne di giustizia e che tiene sempre presente che, prima e aldilà di piani e programmi, ci sono donne e uomini concreti, uguali ai governanti, che vivono, lottano e soffrono, e che molte volte si vedono obbligati a vivere miseramente, privati di qualsiasi diritto».

Per uno sviluppo umano integrale
Affinché questi uomini e donne concreti possano sottrarsi alla povertà estrema, bisogna consentire loro di essere degni attori del loro stesso destino. Lo sviluppo umano integrale e il pieno esercizio della dignità umana non possono essere imposti. Devono essere costruiti e realizzati da ciascuno, da ciascuna famiglia, in comunione con gli altri esseri umani e in una giusta relazione con tutti gli ambienti nei quali si sviluppa la socialità umana». Questo suppone ed esige il diritto all’istruzione. Il Papa afferma che l’educazione così concepita è la base per la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile e per il risanamento dell’ambiente. Quindi «I governanti devono fare tutto il possibile affinché tutti possano disporre della base minima materiale e spirituale per rendere effettiva la loro dignità e per formare e mantenere una famiglia, che è la cellula primaria di qualsiasi sviluppo sociale. Questo minimo assoluto, a livello materiale ha tre nomi: casa, lavoro e terra; e un nome a livello spirituale: libertà dello spirito, che comprende la libertà religiosa, il diritto all’educazione e gli altri diritti civili».

Evitare la guerra promuovere i negoziati
«La guerra – afferma Francesco – è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente». Nelle guerre e nei conflitti esseri umani diventano materiale di scarto mentre non si fa altro che enumerare problemi, strategie e discussioni. «Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli».

A questo fine è necessario «assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, come proposto dalla Carta delle Nazioni Unite, vera norma giuridica internazionale fondamentale». L’esperienza dei 70 anni di esistenza delle Nazioni Unite, mostrano tanto l’efficacia della piena applicazione delle norme internazionali come l’inefficacia del loro mancato adempimento. Pertanto il Papa ribadisce che se si rispetta e si applica la Carta delle Nazioni Unite con trasparenza e sincerità, senza secondi fini, come un punto di riferimento obbligatorio di giustizia e non come uno strumento per mascherare intenzioni ambigue, si ottengono risultati di pace.

«Un’etica e un diritto basati sulla minaccia della distruzione reciproca, e potenzialmente di tutta l’umanità costituiscono» afferma Francesco «una frode verso tutta la costruzione delle Nazioni Unite, che diventerebbero “Nazioni Unite dalla paura e dalla sfiducia”».

Applicare alla lettera il Trattato sulle armi nucleari
Francesco chiede l’impegno per un mondo senza armi nucleari «applicando pienamente il Trattato di non proliferazione, nella lettera e nello spirito, verso una totale proibizione di questi strumenti». A questo proposito il Papa riprende il recente accordo sulla questione nucleare in Iran «una regione sensibile dell’Asia e del Medio Oriente». «Questa è una prova» afferma «delle possibilità della buona volontà politica e del diritto, coltivati con sincerità, pazienza e costanza». Ed esprime l’augurio «perché questo accordo sia duraturo ed efficace e dia i frutti sperati con la collaborazione di tutte le parti coinvolte».

Responsabilità della Comunità internazionale in Medio Oriente e Nord Africa
Le prove delle conseguenze negative di interventi politici e militari non coordinati tra i membri della comunità internazionale sono in Medio Oriente e in Nord Africa. «Non posso – afferma il Papa – non reiterare i miei ripetuti appelli in relazione alla dolorosa situazione di tutto il Medio Oriente, del Nord Africa e di altri Paesi africani. «Queste realtà devono costituire un serio appello ad un esame di coscienza di coloro che hanno la responsabilità della conduzione degli affari internazionali. Non solo nei casi di persecuzione religiosa o culturale, ma in ogni situazione di conflitto, come in Ucraina, in Siria, in Iraq, in Libia, nel Sud-Sudan e nella regione dei Grandi Laghi».

Contrastare la guerra del narcotraffico
Molte delle nostre società vivono un altro tipo di guerra con il fenomeno del narcotraffico. Per il Papa è «una guerra “sopportata” e debolmente combattuta». Il narcotraffico per sua stessa natura si accompagna alla tratta delle persone, al riciclaggio di denaro, al traffico di armi, allo sfruttamento infantile e al altre forme di corruzione. «Corruzione che è penetrata nei diversi livelli della vita sociale, politica, militare, religiosa, ha generato, in molti casi, una struttura parallela che mette in pericolo la credibilità delle nostre istituzioni».

In conclusione Papa Francesco riprende le parole finali del discorso pronunciato all’Onu cinquant’anni da Paolo VI (Discorso ai Rappresentanti degli Stati, 4 ottobre 1965).
«La casa comune di tutti gli uomini deve continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità universale e sul rispetto della sacralità di ciascuna vita umana, di ciascun uomo e di ciascuna donna; dei poveri, degli anziani, dei bambini, degli ammalati, dei non nati, dei disoccupati, degli abbandonati, di quelli che vengono giudicati scartabili» afferma Francesco.

Termina quindi con la preghiera che l’Onu «renda sempre un servizio efficace all’umanità, un servizio rispettoso della diversità e che sappia potenziare, per il bene comune, il meglio di ciascun popolo e di ciascun cittadino».

FONTE: http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/papa-onu-discorso-new-york.aspx

CONGRESSO

Washington – Giovedì, 24 settembre 2015

Sono molto grato per il vostro invito a rivolgermi a questa Assemblea Plenaria del Congresso nella “terra dei liberi e casa dei valorosi”. Mi piace pensare che la ragione di ciò sia il fatto che io pure sono un figlio di questo grande continente, da cui tutti noi abbiamo ricevuto tanto e verso il quale condividiamo una comune responsabilità.

Ogni figlio o figlia di una determinata nazione ha una missione, una responsabilità personale e sociale. La vostra propria responsabilità come membri del Congresso è di permettere a questo Paese, grazie alla vostra attività legislativa, di crescere come nazione. Voi siete il volto di questo popolo, i suoi rappresentanti. Voi siete chiamati a salvaguardare e a garantire la dignità dei vostri concittadini nell’instancabile ed esigente perseguimento del bene comune, che è il fine di ogni politica.

Una società politica dura nel tempo quando si sforza, come vocazione, di soddisfare i bisogni comuni stimolando la crescita di tutti i suoi membri, specialmente quelli in situazione di maggiore vulnerabilità o rischio. L’attività legislativa è sempre basata sulla cura delle persone. A questo siete stati invitati, chiamati e convocati da coloro che vi hanno eletto.

Il vostro è un lavoro che mi fa riflettere sulla figura di Mosè, per due aspetti. Da una parte il patriarca e legislatore del popolo d’Israele simbolizza il bisogno dei popoli di mantenere vivo il loro senso di unità con gli strumenti di una giusta legislazione. Dall’altra, la figura di Mosè ci conduce direttamente a Dio e quindi alla dignità trascendente dell’essere umano. Mosè ci offre una buona sintesi del vostro lavoro: a voi viene richiesto di proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano.

Oggi vorrei rivolgermi non solo a voi, ma, attraverso di voi, all’intero popolo degli Stati Uniti. Qui, insieme con i suoi rappresentanti, vorrei cogliere questa opportunità per dialogare con le molte migliaia di uomini e di donne che si sforzano quotidianamente di fare un’onesta giornata di lavoro, di portare a casa il pane quotidiano, di risparmiare qualche soldo e – un passo alla volta – di costruire una vita migliore per le proprie famiglie. Sono uomini e donne che non si preoccupano semplicemente di pagare le tasse, ma, nel modo discreto che li caratterizza, sostengono la vita della società. Generano solidarietà con le loro attività e creano organizzazioni che danno una mano a chi ha più bisogno.

Vorrei anche entrare in dialogo con le numerose persone anziane che sono un deposito di saggezza forgiata dall’esperienza e che cercano in molti modi, specialmente attraverso il lavoro volontario, di condividere le loro storie e le loro esperienze. So che molti di loro sono pensionati, ma ancora attivi, e continuano a darsi da fare per costruire questo Paese. Desidero anche dialogare con tutti quei giovani che si impegnano per realizzare le loro grandi e nobili aspirazioni, che non sono sviati da proposte superficiali e che affrontano situazioni difficili, spesso come risultato dell’immaturità di tanti adulti. Vorrei dialogare con tutti voi, e desidero farlo attraverso la memoria storica del vostro popolo.

La mia visita capita in un momento in cui uomini e donne di buona volontà stanno celebrando gli anniversari di alcuni grandi Americani. Nonostante la complessità della storia e la realtà della debolezza umana, questi uomini e donne, con tutte le loro differenze e i loro limiti, sono stati capaci con duro lavoro e sacrificio personale – alcuni a costo della propria vita – di costruire un futuro migliore. Hanno dato forma a valori fondamentali che resteranno per sempre nello spirito del popolo americano. Un popolo con questo spirito può attraversare molte crisi, tensioni e conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per andare avanti e farlo con dignità. Questi uomini e donne ci offrono una possibilità di guardare e di interpretare la realtà. Nell’onorare la loro memoria, siamo stimolati, anche in mezzo a conflitti, nella concretezza del vivere quotidiano, ad attingere dalle nostre più profonde riserve culturali.

Vorrei menzionare quattro di questi Americani: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton.

 

bergoglio a Cuba

 

Abbiamo ascoltato nel Vangelo come i discepoli avevano paura di interrogare Gesù quando parlava della sua passione e della sua morte. Li spaventava e non potevano comprendere l’idea di vedere Gesù soffrire sulla croce. Anche noi siamo tentati di fuggire dalle nostre croci e dalle croci degli altri, di allontanarci da chi soffre. Al termine della Santa Messa, in cui Gesù si è nuovamente donato a noi con il suo corpo e sangue, rivolgiamo ora il nostro sguardo alla Vergine, nostra Madre. E le chiediamo che ci insegni a stare vicino alla croce del fratello che soffre. Che impariamo a vedere Gesù in ogni uomo sfinito sulla strada della vita; in ogni fratello affamato o assetato, che è spogliato o in carcere o malato. Insieme alla Madre, sotto la croce, possiamo capire chi è veramente “il più grande”, e che cosa significa essere uniti al Signore e partecipare alla sua gloria.

Impariamo da Maria ad avere il cuore sveglio e attento alle necessità degli altri. Come ci ha insegnato alle Nozze di Cana, siamo solleciti nei piccoli dettagli della vita, e non smettiamo di pregare gli uni per gli altri, perché a nessuno manchi il vino dell’amore nuovo, della gioia che Gesù ci offre.

In questo momento mi sento in dovere di rivolgere il mio pensiero all’amata terra di Colombia, «consapevole dell’importanza cruciale del momento presente, in cui, con sforzo rinnovato e mossi dalla speranza, i suoi figli stanno cercando di costruire una società pacifica». Che il sangue versato da migliaia di innocenti durante tanti decenni di conflitto armato, unito a quello di Gesù Cristo sulla Croce, sostenga tutti gli sforzi che si stanno facendo, anche qui in questa bella Isola, per una definitiva riconciliazione. E così la lunga notte del dolore e della violenza, con la volontà di tutti i colombiani, si possa trasformare in un giorno senza tramonto di concordia, giustizia, fraternità e amore, nel rispetto delle istituzioni e del diritto nazionale e internazionale, perché la pace sia duratura. Per favore, non possiamo permetterci un altro fallimento in questo cammino di pace e riconciliazione. Grazie a Lei, Signor Presidente, per tutti ciò che fa in questo lavoro di riconciliazione.

Vi invito ora ad unirci nella preghiera a Maria, per mettere tutte le nostre preoccupazioni e aspirazioni presso il Cuore di Cristo. E in modo particolare la preghiamo per coloro che hanno perso la speranza, e non trovano motivi per continuare a lottare; per quanti soffrono l’ingiustizia, l’abbandono e la solitudine; preghiamo per gli anziani, i malati, i bambini e i giovani, per tutte le famiglie in difficoltà, perché Maria asciughi le loro lacrime, li consoli con il suo amore di Madre, restituisca loro la speranza e la gioia. Madre santa, ti affido questi tuoi figli di Cuba: non abbandonarli mai!

Dopo la Benedizione finale:

E, per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie!

Domenica, 20 settembre 2015

Tratto da:

w2.vatican.va/content/francesco/it/angelus/2015/documents/papa-francesco_angelus-cuba_20150920.html

Forse oggi non è ancora chiaro come la missione della Chiesa e quella del popolo ebraico possono arricchirsi e integrarsi reciprocamente senza venir meno a ciò che l’una e l’altra hanno di essenziale e di irrinunciabile. C’è tuttavia un obiettivo finale: quando saremo un unico popolo e il Signore ci benedirà dicendo: «Benedetto sia l’Egitto mio popolo, la Siria opera delle mie mani, Israele mia eredità». Dice san Paolo che le promesse di Dio sono senza pentimento!

C.M. MARTINI, Israele, radice santa, ITL–Vita e Pensiero, Milano 1993, p. 64

 

Card. Francesco Coccopalmerio

Mi dà gioia partecipare a questa raccolta di testimonianze in ricordo e in onore del tanto amato cardinale Carlo Maria Martini. Lo considero e lo prego ogni giorno come chi si rivolge a un padre spirituale. Tale egli fu per me, che per ventidue anni gli sono stato collaboratore nella curia della diocesi di Milano e poi negli anni seguenti fino alla sua morte gli sono stato vicino come amico e come figlio. Tanti sono stati gli insegnamenti e gli esempi di Martini. Per la mia testimonianza ne scelgo uno che credo – specie oggi – particolarmente significativo.

Tra i messaggi più preziosi che il Cardinale ci ha lasciato possiamo senz’altro considerare l’amore per il popolo di Israele: egli ce lo ha insegnato, sia con la parola che con l’esempio.

La sua testimonianza poggia su basi, scritturistiche e teologiche, chiare e sicure. Spontaneo è il riferimento a Romani 9-11, dove Paolo, al contrario di quanto possa apparire a un’impressione immediata e superficiale, non conduce un discorso contrario al popolo ebraico, ma testimonia, da una parte, i suoi sentimenti di traboccante passione, di amore e di dolore ed esprime, dall’altra, la sua visione teologico-storica di piena valorizzazione e completo riacquisto del popolo di Dio che è anche il suo popolo.

Foto Sinodo

Intervista a mons. Bruno Forte

A cura di Fabio Colagrande:

Le due Lettere “Motu Proprio” di Papa Francesco, che riformano il processo canonico di nullità matrimoniale, possono essere lette come una nuova sottolineatura del primato della misericordia di Dio. A sostenerlo è mons. Bruno Forte, teologo, arcivescovo di Chieti-Vasto e segretario speciale del prossimo Sinodo ordinario dedicato alla famiglia.

– Mi sembra che la riforma del processo canonico vada inserita nella più generale opera di riforma della Chiesa alla luce del Vangelo che Papa Francesco sta portando avanti. Ecco perché non esiterei a dire che si tratta anzitutto di una riforma in senso evangelico, nel senso cioè di dare sottolineatura al primato della misericordia di Dio, alla prossimità alle situazioni umane, alla ricerca di vie ispirate insieme alla giustizia e alla carità. Dal punto di vista delle soluzioni giuridicamente proposte, mi sembra che alcune siano di grande importanza. La prima è che una sola sentenza basti per la dichiarazione della nullità, mentre finora era obbligatorio che ci fosse una doppia sentenza conforme. Questo da una parte riduce molto i tempi, dà molta più serenità alle coppie che non devono restare in lunghe attese, e certamente semplifica il processo canonico. Poi, anche il ruolo centrale del vescovo che diventa il punto di riferimento – anche in questo campo – dei suoi fedeli. Mi sembra che qui ci sia un riconoscimento della ecclesiologia del Vaticano II, del valore della sacramentalità dell’episcopato, del valore della collegialità episcopale.

Un altro aspetto della riforma di Papa Francesco è quella di tempi più veloci e costi più bassi, snellimento e scelta della gratuità. Che significato ha?

– Per me, un significato molto molto grande. Proprio in quanto moderatore di un tribunale ecclesiastico regionale, mi rendo conto come a volte la giustizia lenta sia ingiusta, non sia giustizia. Dunque è assolutamente necessario che i tempi siano contenuti, in modo da dare serenità a persone che a volte hanno atteso per anni una risposta importante per la loro coscienza. Dall’altra parte, la gratuità più ampia possibile consente a tutti, specialmente ai poveri, di affidarsi al giudizio della Chiesa e di fidarsi di essa perché ne hanno bisogno: è un principio assolutamente necessario su cui Papa Francesco insiste e che rende più possibile, proprio per questo maggiore carattere pastorale, questa maggiore vicinanza del giudice al fedele, che la riforma stabilisce.

Quanto questa riforma di Papa Francesco recepisce delle istanze che sono maturate durante il Sinodo straordinario e durante tutto il percorso che sta portando al nuovo Sinodo ordinario sulla famiglia?

– Credo moltissimo. Perché è stata unanime da parte di tutti i vescovi del mondo questa richiesta che si abbreviassero e semplificassero i processi per la nullità matrimoniale e si mettesse in luce anche questo principio, il più possibile ampio, di gratuità, di prossimità alla gente. Mi sembra che Papa Francesco abbia esattamente scelto, in questa direzione. Quindi questa riforma – naturalmente, con l’autorità che ha il Vescovo successore di Pietro e quindi con il suo discernimento ultimo –  è voce anche di tutto l’episcopato che si era espresso in questa direzione.

Quindi che tipo di influenza potrà avere questa riforma sulla prossima discussione sinodale, secondo lei?

– Di fatto, semplifica molto il lavoro, perché molti punti che sarebbero stati nuovamente ripresi sono stati, con questa riforma, approvati, risolti; e dall’altra parte, naturalmente, c’è il grande lavoro che poi spetta a tutti i vescovi del mondo: l’applicazione della riforma a partire da quell’8 dicembre prossimo in cui essa diventerà di fatto operativa. E occorre attrezzarsi, occorre anche su questo, forse, come vescovi, aiutarsi gli uni con gli altri per trovare le vie più adeguate per corrispondere allo spirito e alle norme delle nuove procedure.

Da Radio Vaticana 9 settembre 2015

 

Aldo Maria Valli

Circa il ruolo dei laici, papa Francesco ha espresso con chiarezza il proprio pensiero nel discorso alla Cei del 18 maggio 2015, quando  ha chiesto di «rinforzare» l’«indispensabile ruolo» dei laici perché si assumano «le responsabilità che a loro competono» e ha detto che «non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo». A proposito del clericalismo, è significativa la battuta di Francesco rivelata da monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei: «Il clericalismo è come il tango, lo si balla sempre in due. Non esistono laici clericali o clericalizzati che non abbiano l’appoggio di qualche prete e non c’è un prete clericale che non abbia qualche laico che muore dalla voglia di fare il prete!».

Nel messaggio inviato al convegno (marzo 2014) dei responsabili delle aggregazioni laicali, promosso dalla diocesi di Roma sul tema «La missione dei laici cristiani nella città», il papa spiega che «i fedeli laici, in virtù del battesimo, sono protagonisti nell’opera di evangelizzazione e promozione umana». È una posizione da sempre sostenuta dalla Chiesa dopo il concilio Vaticano Il. Lo rileva il papa stesso quando dice che il protagonismo del laicato «è un elemento fondamentale che appartiene agli insegnamenti del concilio Vaticano II» e che «ogni membro del popolo di Dio è inseparabilmente discepolo e missionario». Il concetto è ribadito nell’udienza generale del 26 giugno 2013, quando Francesco dice che «la Chiesa non è un intreccio di cose e di interessi, ma è il tempio dello Spirito Santo, il tempio in cui Dio opera, il tempio in cui ognuno di noi con il dono del battesimo è pietra viva». «Questo ci dice che nessuno è inutile nella Chiesa, nessuno e secondario, nessuno e anonimo: tutti formiamo e costruiamo la Chiesa. Tutti siamo necessari per costruire questo tempo». E ancora: «Tutti siamo uguali agli occhi di Dio. Qualcuno potrebbe dire: signor papa, ma lei è più importante… No! Sono uno di voi!».

Copertina

 

È la buona notizia che cambia la vita, riempie di gioia, è corona invece di cenere, olio di letizia invece di abito di lutto, canto di lode invece di cuore mesto. È l’evangelo, è la perla preziosa per la quale, pieni di gioia, senza riflettere si vende tutto, è il tesoro nascosto nel campo per il quale si fanno follie pur di poterlo acquistare.

CMM, La Parola che cresce, EDB, Bologna 1981, p. 194.

 

All’appello a scrivere sul cardinale Carlo Maria Martini hanno risposto in centoundici. Centoundici fra cardinali, vescovi, intellettuali, teologi, giornalisti e soprattutto uomini e donne che sono stati segnati dal rapporto con le sue parole, con i suoi scritti, con la sua persona. Alcuni hanno scoperto o impresso una nuova direzione alla propria vita proprio nell’incontro con lui, nell’ascolto del suo magistero episcopale a Milano durato 22 anni, continuato dalle cattedre di Gerusalemme e Gallarate.

La gestazione del libro “Martini e noi”, uscito in coincidenza con il III anniversario della morte, è stata l’occasione per misurare come la lezione del Cardinale sia ancora viva e capace di scaldare i cuori. Cuori pensanti.

Le edizioni Piemme hanno accolto con coraggio la proposta di pubblicare un libro di un gesuita che di nome non fa Jorge Maria Bergoglio, i cui scritti stanno spopolando nel mercato editoriale (non soltanto quello religioso). Del resto a legare i due personaggi di scuola ignaziana ‒ pur nella diversità di temperamento, di formazione e di curriculum ecclesiastico ‒ ci sono molti tratti: la passione per l’evangelo, la parresia, l’invito a uno stile di Chiesa sinodale, la lotta per la giustizia e il perdono, l’attenzione ai poveri.

Il libro si presenta con una trama e un ordito. La trama è costituita da sei “stanze” che ospitano e raggruppano i diversi contributi: 1) L’intellettuale e la polis; 2) Il credente e la vita spirituale; 3) Il biblista e Gerusalemme; 4) Il vescovo e la sua Chiesa; 5) L’uomo del dialogo ecumenico e interreligioso; 6) Il pastore e le forme della comunicazione. L’ordito prevede una scansione in tre momenti: a) un titolo incisivo ed evocativo per ogni pezzo; b) una citazione martiniana a modo di incipit; c) il racconto del “mio Martini” da parte dei diversi autori.

Papa Francesco 2

Dalla “Evangelii Gaudium” si capisce cosa si intende per “Chiesa in uscita missionaria”.   

Uno stile di Chiesa, il kerygma,le donne, i laici, i poveri, la Parola e il linguaggio.

[Andrea Libra]

 

La “Chiesa in uscita missionaria” è una delle novità che maggiormente caratterizzano il servizio di papa Francesco. Secondo alcuni, questa sarebbe addirittura la vera novità del suo pontificato. Si tratta di una categoria decisamente originale attorno alla quale è costruito il programma pastorale consegnato all’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” dove “la riforma della Chiesa in uscita missionaria” per annunciare la gioia del Vangelo è indicata come la prima delle sette questioni sulle quali Francesco intende soffermarsi (n° 17).

Ma quali sono le specificità di una Chiesa in uscita missionaria per annunciare gioiosamente che la salvezza realizzata da Dio è per tutti (n° 113)? Dalla “Evangelii Gaudium” è possibile farne sinteticamente emergere almeno dieci, tutte di straordinaria importanza.

  1. Tutti siamo Chiesa! In primo luogo va detto che la Chiesa non è limitata ai presbiteri, ai vescovi o al Vaticano. La Chiesa sono tutti i fedeli! È popolo in cammino verso Dio (n° 111). Tutti i battezzati sono la Chiesa. Tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione implica un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati (n° 120).
  2. Più spazio alle donne. Nella Chiesa c’è bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva (n° 103). Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere (n° 104). È urgente accogliere e offrire spazi alle donne nella vita della Chiesa, tenendo conto delle specifiche e mutate sensibilità culturali e sociali. È necessario studiare criteri e modalità nuovi affinché le donne si sentano non ospiti, ma pienamente partecipi dei vari ambiti della vita ecclesiale (Discorso del 7 febbraio 2015).
  3. Chiesa non autoreferenziale. La Chiesa in uscita missionaria evita la malattia spirituale dell’autoreferenzialità; non si chiude in se stessa, nella parrocchia, nella cerchia di chi la pensa allo stesso modo, ma si apre all’incontro con gli altri, anche con chi la pensa diversamente o professa un’altra fede (Discorso del 18 marzo 2013). E’ una comunità di discepoli che prendono l’iniziativa per andare incontro ai “lontani”, per intercettare ai crocicchi delle strade gli “esclusi”, per accorciare le distanza con la gente (n° 24). In essa tutto viene pensato in chiave di missione: si tratta non di aspettare che la gente venga, ma di andarla a cercare là dove vive per ascoltare, benedire e camminare insieme, cogliendone l’odore, fino a restare impregnati delle sue gioie e delle sue speranze, delle sue tristezze e delle sue angosce (Messaggio alla Fuci del 14 ottobre 2014).
  4. Gerarchia delle verità. Nella Chiesa in uscita missionaria il Vangelo è annunciato non per imporre nuovi obblighi, ma per condividere una gioia, per segnalare un orizzonte di bellezza, per offrire la partecipazione ad un banchetto desiderabile (n° 14). Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere, ma si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario (n° 35). Per raggiungere questo obiettivo è soprattutto necessario tenere in debita considerazione un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la gerarchia delle verità, che vale tanto per i dogmi di fede quanto per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale (n° 36).
  5. Primato della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. E’ indispensabile che la parola di Dio diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale (n° 174). Lo studio della Sacra Scrittura deve essere una porta aperta a tutti i credenti. È fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede. L’evangelizzazione richiede la familiarità con la Parola di Dio e questo esige che le diocesi, le parrocchie e tutte le aggregazioni cattoliche propongano uno studio serio e perseverante della Bibbia, come pure ne promuovano la lettura orante personale e comunitaria (n° 175).
  6. Dimensione sociale del kerygma. La Chiesa in uscita è consapevole che la religione non deve limitarsi all’ambito privato e non esiste solo per preparare le anime per il cielo. Dio desidera la felicità dei suoi figli e delle sue figlie anche su questa terra, benché tutti siano chiamati alla pienezza eterna (n° 182). Una fede autentica, mai comoda e individualista, implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore (n° 183). Dio, in Cristo, redime non solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli esseri umani e il cuore del Vangelo rimanda ad una intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana (n° 178).
  7. Opzione per i poveri. Cristiani e comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società. Questo suppone che siano docili e attenti ad ascoltare il loro grido e soccorrerli (n° 187). C’è un segno che non deve mai mancare tra i cristiani: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via (n° 195). Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la fede cristiana e i poveri (n° 48). Una Chiesa povera e per i poveri (n° 198) è una Chiesa che pratica una volontaria semplicità nella propria vita – nelle sue stesse istituzioni, nello stile di vita dei suoi membri – per abbattere ogni muro di separazione, soprattutto dai poveri (Udienza del 3 giugno 2015).
  8. Linguaggio chiaro. Nella Chiesa in uscita missionaria non solo si usa un linguaggio semplice, chiaro e diretto che i destinatari sono in grado di comprendere o che hanno bisogno di sentirsi dire (n° 154), ma soprattutto si usa un linguaggio positivo ed attraente perché in grado di offrire speranza, di orientare verso il futuro e di liberare dalla negatività (n° 159). Nelle scelte pastorali e nell’elaborazione dei documenti deve prevalere non l’aspetto teoretico/dottrinale astratto utile solo ad alcuni studiosi e specialisti, ma lo sforzo di tradurre le une e gli altri in proposte concrete e comprensibili per tutti, anche per rafforzare l’indispensabile ruolo dei laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono (discorso del 18 maggio 2015 alla Cei).
  9. Teologia che odora di popolo e di strada. Nella Chiesa in uscita la teologia da tavolino (n° 133) che si esaurisce nella disputa accademica o che guarda l’umanità da un castello di vetro deve essere sostituita da una teologia che odora di popolo e di strada in grado di versare olio e vino sulle ferite degli uomini e delle donne di oggi. La misericordia, che non è solo un atteggiamento pastorale ma è la sostanza stessa del Vangelo di Gesù, va declinata nelle varie discipline teologiche (dogmatica, morale, spiritualità, diritto e così via). La Chiesa in uscita ha bisogno non di teologi da museo che accumulano dati e informazioni sulla Rivelazione senza sapere che cosa farsene. Ad essa servono teologi capaci di costruire attorno a sé umanità, di trasmettere la divina verità cristiana in dimensione veramente umana (lettera del 3 marzo 2015 alla Pontificia Università Cattolica Argentina).
  10. Chiesa che benedice e vivifica. La Chiesa in uscita è la comunità che si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Per testimoniare Gesù Cristo è pronta al martirio. Però il suo sogno non è di circondarsi di nemici, ma piuttosto che la parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice (n°24). Nella Chiesa in uscita l’identità cristiana non è né occultata (n° 79) né ostentata (n° 95), ma testimoniata in modo sempre rispettoso e gentile (n° 128). All’atteggiamento del nemico che punta il dito e condanna o del principe che guarda gli altri in modo sprezzante (n° 271) viene preferito uno stile fraterno e sororale che diventa attraente e luminoso (n° 99) agli occhi di tutti, in quanto in grado di illuminare e benedire, vivificare e sollevare, guarire e liberare (n° 273).

Andrea Lebra

(pubblicato su Settimana n° 27 del  12 luglio 2015)

Lux lucet in tenebris

Intervista a Paolo Naso (a cura di Raffaele Luise)

 

Paolo Naso, sono sconcertato. Davvero i valdesi rifiutano la richiesta di perdono del Papa per gli ottocento anni di persecuzioni inflitte loro dalla chiesa cattolica?

Assolutamente no. Il senso del messaggio del Sinodo valdo-metodista, e quindi della massima autorità della chiesa valdese, è che tutti, cattolici e evangelici, debbono chiedere il perdono di Dio. In questo senso non c’è affatto una chiusura rispetto alle parole e ai gesti di papa Francesco, ma, al contrario, c’è l’incoraggiamento e la disponibilità a scrivere insieme una nuova storia delle relazioni tra le nostre chiese. È questo il cuore del messaggio, e ci stupisce e ci preoccupa che non sia stato colto da alcuni osservatori che invece hanno preferito interpretare una risposta di apertura e di fraternità come un “niet” indispettito e polemico”.

Ma quali parole del messaggio del Sinodo si sono prestate a un tale grave fraintendimento?

‎Non lo so, ma posso immaginare che qualcuno ‒ non certo la stampa cattolica ‒ non abbia capito quel passaggio in cui il Sinodo scrive che i valdesi di oggi non possono sostituirsi a quanti hanno pagato col sangue la fedeltà alla loro fede, né possono perdonare al posto loro.

Ma questo è del tutto ovvio. Si tratta di una questione di buon senso prima che teologica. Nel senso che le vittime e i carnefici delle persecuzioni del passato, dal momento che sono morti, sono affidati al perdono di Dio‎?

È chiaro. Ma in un orizzonte più largo, tutte le chiese e tutte le religioni hanno responsabilità gravissime nell’aver combattuto e ucciso nel nome di Dio. Per questo, tutte devono chiedere perdono e per questo tutte sono chiamate a una conversione. Non a caso il testo inviato al Papa si conclude con la citazione di un celebre versetto dell’Apocalisse, in cui si afferma: «Ecco io faccio nuova ogni cosa».

Si è trattato, quindi, di una tempesta scatenata attorno al misunderstanding di un’ovvietà?

Sì, certo. È un’ovvietà, come lei ricordava, che la parola del perdono compete a chi ha subito persecuzioni e violenze, non ai loro eredi storici. ‎Agli eredi storici compete un altro impegno: quello di scrivere ‒ come hanno fatto papa Francesco e il Sinodo ‒ una nuova storia guidati insieme dall’azione dello Spirito Santo.

Immagine San Francesco

[Intervista di Raffaele Luise a S. E. mons. Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi]

«Nella sua sintesi straordinaria dei diversi saperi della modernità, l’enciclica Laudato Si’ può costituire un “tavolo dialogico” con persone di tutte o di nessuna religione, non solo in tema ecologico, ma sul tema stesso della fede». Lo afferma il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino in un suo commento all’enciclica di papa Francesco.

In cosa consiste, monsignor Sorrentino, il valore primo della Laudato Si’?

  • Al centro c’è la riscoperta del creato come dono di Dio e casa comune di tutte le creature. Due dimensioni che aiutano l’uomo moderno a superare lo spirito di puro possesso della natura e ‎quell’antropocentrismo radicale che in definitiva hanno generato sia il grido della Terra sia il grido dei poveri che l’enciclica fa propri. A questi atteggiamenti il papa contrappone una nuova visione che fa perno sull’ascolto, sull’accoglienza e sulla custodia.

Un cambiamento radicale di atteggiamento nei confronti del creato e dei poveri?

  • Sì, e in questo papa Francesco fa appello sia alla ragione che alla fede, mostrando direi quasi in modo operativo quanto la fede aiuti lo sguardo della ragione, in una sintesi ‎ culturale che sa collegare in profondità le ragioni tecno-scientifiche della difesa dell’ambiente con una potente teologia della creazione e con le ragioni politiche ed economiche della difesa dei poveri e degli scartati. Una nuova sintesi che pone e richiede una vera e propria “conversione‎ ecologica”.

FOTO G. Routhier

 

Il pontificato di papa Francesco

Alla luce del suo magistero Francesco non ha aperto un nuovo o un contro-dibattito sull’ermeneutica del Vaticano II. Egli si si è tenuto lontano da discussioni oziose e sterili che non fanno avanzare le cose. Piuttosto che parlare del Vaticano II, egli “parlerà Vaticano II” e  “farà Vaticano II”, cioè non elaborerà un discorso sul Vaticano II, a suo riguardo, ma il suo discorso sarà conforme al Vaticano II, secondo il suo stile, e tradurrà in atto il Vaticano II.

A titolo di esempi, la sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium non comporta che 17 note, sulle 217 che conta il documento, che rinviano esplicitamente a un passaggio o a un documento del Vaticano II. L’esame di ciascuna di esse ci mostra che, alla fine, questi rinvii non sono determinanti nell’argomentazione e che essi sono spesso più che altro decorativi. D’altronde, l’esame di queste note ci riserva altre sorprese. È così che si trovano 22 riferimenti a documenti di Conferenze episcopali (di Stati Uniti, Francia, Brasile, Filippine, India) o di assemblee regionali di vescovi (in particolare del CELAM, ma anche dell’Europa).

È così che, piuttosto che fare un lungo discorso sulla collegialità episcopale ‒ troviamo a riguardo un breve ma decisivo sviluppo al n° 32 con la citazione di una mezza frase (8 parole) di Lumen Gentium 23 ‒ il papa valorizza concretamente le conferenze episcopali e le riunioni continentali di vescovi. Questa non è un’eccezione, perché egli ripete lo stesso gesto nella sua enciclica Laudato si’, citando la FABC e il CELAM e dei documenti di conferenze episcopali dell’Africa del sud, della Germania, dell’Argentina, dell’Australia, del Brasile, della Bolivia, del Canada, degli Stati Uniti, del Giappone, della Nuova Zelanda, del Messico, del Paraguay, delle Filippine, del Portogallo, della Repubblica dominicana. Ciò è senza precedenti e non può essere fortuito. C’è qui, senza dubbio, un’intenzione e un gesto volontario. Non soltanto Francesco dice che l’auspicio formulato dal Vaticano II “non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale” (EG 32), ma offre una realizzazione concreta di tale auspicio. È in questo senso che dico che egli “fa Vaticano II” o che “parla Vaticano II”. Egli non apre un nuovo dibattito sull’autorità dottrinale delle conferenze episcopali: la riconosce e l’autorizza. […]

 

Recensione di: Perle del Concilio dal tesoro del Vaticano II, a cura di M. Vergottini, EDB, Bologna 2012.

Perle del concilio

Parole per il futuro

Solo la creatività che è frutto di un grande e disinteressato entusiasmo poteva trovarsi alle radici di questo autentico “omaggio” al Vaticano II che Marco Vergottini ha pazientemente costruito individuando 365 “perle” del Concilio, una per ogni giorno dell’anno, e affidandone il commento a teologi, biblisti, scrittori, studiosi in genere, artisti, cardinali e vescovi, uomini e donne, che formano una stupefacente polifonia di voci davvero “a servizio” del Vaticano II. E basta scorrere queste “perle” per accorgersi, se ancora ce ne fosse bisogno, della statura davvero immensa dei testi conciliari, della loro profezia, del vento nuovo che hanno immesso nella Chiesa. Tutte, in un modo o nell’altro, parlano sorprendentemente non del passato, ma del futuro, in tutte affiora quella passione per il domani della chiesa della quale noi oggi viviamo e siamo profondamente grati. Per altro, lo stesso successo editoriale della pubblicazione che in autunno, dopo aver venduto quasi quattromila copie, verrà riproposta in edizione economica, sta lì a dire con forza che il concilio Vaticano II è davvero al centro dell’attenzione dei nostri contemporanei.

«È necessario che venga favorito quel gusto saporoso e vivo della Sacra Scrittura» chiede Sacrosanctum Concilium 24. «Il magistero però non sta sopra alla parola di Dio, ma la serve» risponde Dei Verbum 10. E ancora, con il vivo senso di dover davvero cambiare strada, Gaudium et Spes 19 ammette: «Nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti». E aggiunge, al n. 43: «La chiesa sa bene quando deve continuamente maturare in forza dell’esperienza dei secoli». Si potrebbe continuare all’infinito, ma quel che emerge con chiarezza, in queste “perle”, così come negli appassionati commenti e approfondimenti che vi sono dedicati, è che ci stiamo finalmente mettendo di fronte al Concilio non come a una materia di discussione e di confronto, a una serie di testi da vagliare e purgare, ma come a una sorgente limpida di vita e di spiritualità cristiana. Come scrive il compianto card. Carlo Maria Martini nell’introduzione, firmata insieme allo stesso Vergottini, «vale la pena lasciarsi guidare nell’esercizio di lettura da una beatitudine che invita a rilegare insieme il tempo – il passato da custodire, il presente da onorare e il futuro che ci attende: “Beato chi coltiva in cuor suo una memoria carica di speranza”» (p. 13). Dopo tutto, non è proprio il Concilio il “dono” dello Spirito santo per la chiesa di oggi e di domani? Era ora che si cominciasse a interiorizzarlo e a viverlo!

Il tesoro della rivelazione

Tre delle perle, con i relativi commenti, sono state selezionate anche dal direttore della nostra rivista, Carmelo Mezzasalma. E ci è sembrato molto opportuno, nell’ambito di questi ampi approfondimenti dedicati proprio al concilio Vaticano II, farne memoria speciale, riportando il commento a Dei Verbum 26, dove si esprime l’auspicio che «il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini». Così ha commentato il nostro direttore: «Nelle espressioni conclusive della Dei Verbum, il Concilio esplode in quest’affermazione di augurio e quasi di esultanza parlando del “tesoro” della rivelazione che è in grado di riempire il vuoto del cuore umano. L’espressione, volontaria o involontaria, allude alla parabola del tesoro del campo per il quale il contadino vende tutto pur di attingere a quel tesoro che ha trovato, inspiegabilmente, durante la fatica del suo lavoro […]. Di fatto, in un mondo spesso duro e crudele, molti sono coloro che attendono la buona novella di salvezza e sperano di trovare quel “tesoro” del Regno di Dio tra noi che è, appunto, la Divina Rivelazione contenuta nei sacramenti e nella Parola di Dio. È Gesù, dopo tutto, che cerchiamo come un tesoro e che abbiamo sognato di trovare lungo le peregrinazioni del nostro vivere o nelle veglie tristi dei nostri fallimenti. Scavando continuamente nella Sacra Scrittura e avvicinandoci a Lui nei sacramenti poiché il vuoto delle nostre esistenze – sia pure in tempi di consumismo o delle allettanti promesse dei postmoderno – è troppo pesante da sopportare. Dunque, la nostra povertà estrema che può essere colmata solo da un tesoro: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Gesù è il cuore della rivelazione che Romano Guardini commenta in maniera stupenda: il Salvatore non dice “io vi mostro la via”, ma “io sono la Via”; non dichiara “io vi insegno la verità”, ma “io sono la Verità”; non afferma “io vi porto la vita”, ma “io sono la Vita”. Sì, non potrebbe esserci augurio più grande e profondo che quello di trovare in Gesù quel tesoro che la Chiesa offre, nella sua missione e nel suo insegnamento, a tutti i figli degli uomini che camminano su pietre malferme o nei campi aridi dell’incredulità o del dubbio sul senso della vita» (Perle del Concilio, p. 64).

Alessandro Andreini

 

Tratto da: Chiamati alla scuola del Concilio, Edizioni Feeria – Comunità di San Leolino 2014, pp. 147-151.

 

I migranti quasi ogni giorno continuano a morire nel Mediterraneo e a sbarcare sulle coste italiane. Papa Francesco quasi ogni giorno si appella a “credenti, non credenti e uomini di buona volontà” al dovere “dell’accoglienza”, richiamando all’ordine in primo luogo le istituzioni italiane ed internazionali. Incurante che, quasi ogni giorno, ben determinate forze politiche italiane – a partire dalla Lega, affiancata da gruppi di estrema destra e, ultimi arrivati, dai militanti del Movimento 5Stelle di Beppe Grillo – invocano politiche più “decise” per arginare gli sbarchi, prendendo di mira proprio gli appelli papali. Critiche, a volte condite anche con espressioni volgari e gratuite, alle quali il Pontefice argentino – usando una “tattica” pastorale evidentemente maturata negli anni vissuti accanto ai poveri delle favelas argentine – risponde con eleganza e determinazione («Respingere gli immigrati è un atto di guerra») accentuando sempre di più i suoi richiami al «dovere di ogni cristiano e ogni uomo e donna di buona volontà» ad aiutare chi vive nel bisogno e chi “bussa alle nostre porte” per sfuggire a massacri e sfruttamenti di ogni genere.

Senza farsi intimidire dalle critiche leghiste e dai richiami dei grillini, Francesco continua a battere il tasto della “solidarietà e dell’accoglienza”, ogni giorno, nelle udienze pubbliche, nelle omelie mattutine nella Messa di Santa Marta e nei documenti ufficiali. Come nella recente enciclica sull’ambiente, nella quale oltre a difendere la natura, ha invitato istituzioni e semplici cittadini a farsi carico dei bisogni degli ultimi, immigrati in testa. Ma – ancora di più – come nel tema della Giornata mondiale della pace del primo gennaio prossimo che la Sala Stampa vaticana ha già anticipato martedì scorso, documento che fin da titolo trasuda sentimenti bergogliani totalmente in difesa di bisognosi e migranti. Il pontefice, significativamente, lo ha voluto intitolato «Vinci l’indifferenza e conquisti la pace», con chiarissime allusioni all’attuale situazione socio-politica internazionale, fatta di piaghe che opprimo oltre sessanti milioni di persone in fuga (dalla Siria, ma non solo…), costringono oltre 100 milioni di cristiani a scappare dalle loro terre, opprimono milioni di giovani, bambini e bambini – “gli schiavi” del ventunesimo secolo – vittime di tratta e di traffici di esseri umani. Altroché lamentele leghiste e grilline – dicono in Vaticano i collaboratori di Francesco. «Qui il dramma è planetario», specificano nell’entourage papale, e «girare lo sguardo dall’altra parte è peccato mortale per i cristiani e grave omissione umanitaria per qualsiasi persona».

Dati alla mano, l’arcivescovo Konrad Krajewski, responsabile dell’Elemosineria Apostolica, scelto proprio da Bergoglio a gestire gli interventi umanitari per bisognosi e senza fissa dimora che gravitano intorno al Vaticano, sull’Osservatore Romano, il quotidiano vaticano, ha specificato che «la carità non fa differenza di colore, razza o religione. Va incontro a chi è nel bisogno in qualunque momento e occasione». Una precisazione in perfetta sintonia con il messaggio della Giornata mondiale della pace 2016, che invita, tra l’altro, “uomini, enti, ed istituzioni” a combattere prima di tutto “l’indifferenza nei confronti di chi soffre”, perché equivale a “combattere le gravissime questioni che affliggono la famiglia umana come il fondamentalismo e i suoi massacri, le persecuzioni a causa della fede e dell’etnia, le violazioni della libertà e dei diritti dei popoli, lo sfruttamento e la schiavizzazione delle persone, la corruzione ed il crimine organizzato, le guerre e il dramma dei rifugiati e dei migranti forzati”. Così parlò papa Francesco, con buona pace di chi non lo ascolta, di chi non lo vuole ascoltare e di chi non lo capisce.

Orazio La Rocca

* Pubblicato sui quotidiani del Gruppo Espresso (13 agosto 2015)

15/05/2013 Città del Vaticano, piazza San Pietro, udienza generale del Mercoledì di papa Francesco

Papa Francesco, a sentire lui, è venuto a fare una cosa tanto improbabile, quanto originale, che per poterla dire si è visto costretto a inventare un termine che non c’era: è venuto per «misericordiare». L’espressione traduce l’espressione latina miserando quale ritorna nel suo motto episcopale, che recita «miserando atque eligendo», in riferimento alla vocazione di Matteo, quando Gesù vede un pubblicano seduto al banco delle imposte, «guardandolo con amore (miserando) e scegliendolo (eligendo)» gli dice: «Seguimi».

Questo è un papa che si inventa le parole. Per esempio, per riferirsi all’ingiustizia che nel mondo ha coniato l’espressione inequidad (inequità), che in spagnolo come tale non esiste. Si tratta di un termine che a suo giudizio suona più capace di injusticia per rappresentare la situazione generalizzata di povertà e discriminazione in cui versa molta parte dell’umanità.

I neologismi servono a Francesco per dar conto di una realtà che sporge oltre alle parole fin qui utilizzate nel linguaggio comune, oppure gli servono per forzare a far nascere una realtà che ancora non c’è e non si vede all’orizzonte, o per suscitare un’attesa e una speranza ancora irrealizzate. È il caso della parola primerear (qualcosa come “primeggiare”), che nello slang di Buenos Aires significa arrivare per primi, acchiappare qualcosa prima degli altri, anticipare l’altro anche a costo di suonargliele prima di essere colpiti; orbene, nel linguaggio di Bergoglio acquista invece una connotazione positiva, significa “precedere nell’amore”. Proprio come fa Dio che ti ama per primo, quanto neanche te lo aspetti.

Papa Fran­ce­sco aveva già detto, dopo un’ennesima strage di migranti al largo di Lam­pe­dusa: «È una ver­go­gna». Que­sta ver­go­gna non ha fatto che ripe­tersi, per mesi, e c’è anche qual­cuno che si ral­le­gra per­ché l’Europa adesso mostre­rebbe un po’ più di sen­si­bi­lità, c’è per­fino una nave irlan­dese che par­te­cipa alle ope­ra­zioni di tumu­la­zione nel Medi­ter­ra­neo di cen­ti­naia e cen­ti­naia di pro­fu­ghi, men­tre una parte ne salva.

Intanto la Fran­cia sigilla la fron­tiera di Ven­ti­mi­glia, l’Inghilterra sta­bi­li­sce una linea Magi­not all’ingresso dell’Eurotunnel della Manica, l’Ungheria alza un muro e l’Italia è tutta con­tenta per­ché ha posto fine all’unica cosa buona che era riu­scita a fare, l’operazione «Mare Nostrum», ed è rien­trata nei ran­ghi dell’Europa per­ché sia chiaro che la vita negata ai pro­fu­ghi non è una scelta solo dell’Italia, ma è un sacri­fi­cio col­let­tivo che tutta l’Europa offre a se stessa avendo ces­sato di essere umana.

Ed ecco che il papa Fran­ce­sco dà il nome alla cosa: respin­gere i pro­fu­ghi è guerra, e cac­ciare via da un Paese, da un porto, da una sponda i migranti abban­do­nati al mare, è vio­lenza omicida.

Lo dice nell’anniversario del delitto fon­da­tore di que­sta fase della moder­nità, lo dice nei giorni di Hiro­shima e Nagasaki.

«I divorziati risposati non sono scomunicati e nella Chiesa non vanno mai trattati come tali». Papa Francesco sa benissimo che questa sua frase – come tante altre pronunciate in quasi tutti i suoi interventi pubblici – è destinata a rinfocolare lo scontro all’interno delle gerarchie ecclesiastiche tra favorevoli e contrari all’ammissione ai sacramenti di quei cristiani che, dopo aver divorziato, danno vita ad una nuova unione coniugale. Parole cadute – ieri mattina – come macigni di fuoco su una piazza San Pietro già flagellata da soffocanti raggi di sole agostano. Prima udienza pubblica del mercoledì dopo la pausa di luglio e prima apertura di quella che può essere considerata la campagna d’autunno in vista dell’atteso Sinodo sulla famiglia di ottobre. E l’effetto non è stato da poco perché Bergoglio – pur senza dire cose apparentemente nuove – ha toccato i tasti più spinosi su cui si confronteranno i padri sinodali. Già altre volte, il papa argentino ha parlato apertamente di volere una Chiesa «aperta e accogliente, specialmente per chi soffre e vive nel disagio», proprio come «un ospedale da campo pronto a curare malati, feriti e bisognosi». Metafora – quella della Chiesa-ospedale da campo – con cui il papa in più occasioni ha fatto intendere che nel popolo cristiano chi ha bisogno di “cure” sono prima di tutto i membri di famiglie spezzate, divorziati costretti a stare lontani dai sacramenti se conviventi con nuovi partner, ma anche figli di divorziati chiamati a sopportare pesi ingiusti e a volte persino umilianti. Situazioni che il gesuita Jorge Mario Bergoglio asceso al soglio di Pietro conosce benissimo essendo stato sempre vicino proprio a quelle famiglie spezzate che vivono nelle favelas argentine.

«La Chiesa del primo millennio predicava il matrimonio monogamico ma esercitava la misericordia nei confronti di coloro che non erano riusciti a realizzare questo ideale. I divorziati-risposati erano sottoposti alla penitenza pubblica, ma, dopo un anno o due, venivano riammessi alla piena comunione ecclesiale ed aucaristica».  Ad affermarlo è il teologo don Giovanni Cereti, che, nel recente libro Matrimonio e misericordia (Edizioni Dehoniane Bologna), riprende e sintetizza circa quarant’anni di studi da lui dedicati a un tema che resta fra i più dibattuti in vista del prossimo Sinodo sulle famiglia.

Un tema dibattuto

La possibilità che i divorziati e risposati “accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia”, appoggiata dall’autore di questo saggio, è infatti prevista – com’è noto – dal paragrafo 52 della relazione conclusiva (Relatio Synodi) del Sinodo straordinario sulla famiglia del 2014. Il testo non ha ricevuto la maggioranza qualificata dei due terzi dei voti e dunque non è stato approvato dai padri sinodali, ma è stato pubblicato e inserito nell’Instrumentum laboris del Sinodo di quest’anno e resta dunque un’ipotesi di lavoro. Diverse e autorevoli sono le pubblicazioni che si contrappongono alla tesi propugnata da Cereti in questo come in altri suoi precedenti lavori. Di esse si dà conto nell’appendice bibliografica del volume delle Dehoniane.

Il modo “imprevedibile” di agire di papa Bergoglio, quindi, non è un caso isolato, un’eccezione, ma ‒ come è accaduto con altri noti gesuiti ‒ è il frutto della spiritualità ignaziana, rinnovata alla luce del Concilio Vaticano II. Come il papa stesso spiega nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il suo pontificato non ha un programma predefinito, ma è di natura sua “imprevedibile”. In conformità con il carisma ignaziano, egli preferisce condurre la Chiesa a «vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza in qualsiasi cultura, in qualsiasi città» (EG, n. 75). Traducendo questa affermazione negli insegnamenti e nei gesti quotidiani di papa Francesco, il cuore del suo messaggio s’identifica con quello del Concilio stesso.

Nella Evangelii gaudium la Chiesa non è la somma di chierici, religiosi e laici, ma è la comunità dei «discepoli missionari». In forza di questo principio il problema non è quale spazio i laici devono occupare nella Chiesa (e quale spazio le donne come laiche nella Chiesa) con la conseguente rivendicazione delle posizioni e dei ruoli di potere che invece ora sono loro negati, ma è quello del processo di costruzione e svolgimento della Chiesa di Dio in cui sono inseriti. Vale per i laici il primo dei principi che papa Francesco ha enunciato per la costruzione di una comunità umana: il tempo è superiore allo spazio. In questa nuova comprensione dei laici, essi vanno collocati non solo nello spazio ma nel tempo, anzi prima di tutto nel tempo, nel processo storico.

Ieri, a Santa Cruz, ho visto il Papa, anzi, di più, ci ha ascoltato e lo abbiamo ascoltato. Senza dubbio è stato un previlegio. È valsa la pena viaggiare per tre giorni in pullman! Un privilegio anche perché abbiamo percepito sul volto e nelle parole del Papa la sua allegria ed il suo impegno reale per gli impoveriti che lottano per avere riconosciuti i loro diritti. Definisco questo incontro come un fatto storico inedito. Per quelli che – come me – da sempre cercano di scoprire e vivere nei poveri il migrante Gesù di Nazareth, è stata una grande gioia essere presente all’incontro con Papa Francesco e scoprire la reale possibilità di un Papa che marcia seguendo le orme di Gesù.

Le parole di Papa Francesco non sono state generiche o di circostanza, morali o di pie esortazioni. Al contrario, in diversi passaggi ha tenuto a precisare i nomi delle classi e settori sociali presenti con i quali stava dialogando: gli indios, le famiglie di contadini senza terra, i riciclatori di cartone (sembrava che parlasse a degli amici del GM di Villa!), delle famiglie senza tetto, delle donne, dei bambini e degli anziani… E ha dialogato riflettendo su quello che tocca la vita di quei miliardi di persone, sia presentando una critica trasparente, serena e radicale di chi sta causando lo sfruttamento, la fame, la mancanza di abitazioni, di terra, di lavoro, sia riflettendo sui diritti di tutti e di tutte che il Papa ha chiamato Fratelli e Sorelle, diritti fondati sulla dignità di ogni persona e non nelle false politiche di chi li annuncia come favori concessi da chi esercita il potere rubato dai cittadini e cittadine sovrani.

Dopo aver attentamente ascoltato le risoluzioni del documento redatto dai 1500 delegati dei movimenti sociali, con estremo rispetto alla pluralità religiosa, culturale e sociale dei presenti – che rappresentavano quaranta paesi – Francesco ha chiesto il permesso di poter suggerire tre priorità per le nazioni che dovranno essere promosse insieme.

«Un dono straordinario per la Chiesa, in particolare a favore dei più poveri». Così, l’arcivescovo di Lucca, mons. Italo Castellani, ha voluto definire fratel Arturo Paoli, religioso missionario, della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo, morto domenica notte, a 102 anni, a San Martino in Vignale. Domani, alle 18, le sue esequie nella cattedrale di Lucca. Il salvataggio di centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, per cui fu riconosciuto “Giusto fra le nazioni”, l’impegno nell’Azione Cattolica in Italia, l’esperienza missionaria a difesa dei deboli in America Latina, dove conobbe il futuro Papa Francesco, sono alcuni tratti della biografia di questo maestro di spiritualità, ricevuto dal Pontefice nel gennaio 2014 a Santa Marta. Al microfono di Fabio Colagrande (Radio Vaticana), don Luigi Verdi, della fraternità di Romena, lo ricorda così:

Quello che mi ha sempre colpito di lui era la leggerezza. Diceva che quello che rende bella la vita è il non portare fardelli: “Non ti posso dire – diceva – che la mia vita sia stata buona. E’ stata anche piena di difficoltà… Però queste avversità mi sono sempre servite ad avanzare, a vedere più in là e soprattutto a liberarmi da tutta la mia pesantezza”. Aveva, per così dire, una grandezza basata sulla leggerezza. La capacità di non farsi avvelenare da niente e poi dava un grande valore all’amore di Dio: “Non siamo noi ad amare Dio – diceva fratel Arturo – ma è Dio che ama noi”. Insisteva sul fatto che Dio non si conquista, ma si accoglie. E sulla tenerezza e la misericordia di Dio, che lui riusciva sempre a far emergere, un po’ come sta facendo Papa Francesco. Lui diceva che noi pensiamo sempre al rapporto con Dio come a qualsiasi altra relazione umana, in cui si costruisce, si fa… In realtà, Dio ha bisogno dell’uomo non tanto per realizzare qualcosa, ma ha bisogno della sua tenerezza, ha bisogno del vuoto dell’uomo, dei limiti dell’uomo, di questa impotenza dell’uomo. Ed è proprio lì che emerge tutta la tenerezza e la misericordia di Dio. E chiaramente, poi, per fratel Arturo era centrale l’attenzione ai poveri. Lui diceva: “Mi convinse a entrare nei Piccoli Fratelli il fatto di stare in mezzo ai poveri”. Era certo che la Chiesa dovesse stare con i poveri e che esistesse solo un cammino alla fine, quello di Gesù, e cioè accorgersi che nella vita le persone hanno bisogno di poche cose: un pezzo di pane, un po’ di affetto, sentirsi a casa da qualche parte. Ultimamente diceva che oggi i poveri sono le prime vittime di un sistema economico disumano e che la giustizia – per lui – esprimeva la necessità di stare dalla loro parte. Era meraviglioso il fatto che non si sentisse troppo vecchio per partecipare: fino a novant’anni partecipava a tutto! E quando era giovane non si sentiva troppo giovane per non guidare, per non dare indicazioni.

Il nuovo libro intervista al maestro Olmi da parte di Marco Manzoni (Bompiani 2015)

 

Domanda: Il teologo  ed esponente del dialogo interreligioso Raimon Pannikar, che hai conosciuto bene, ha detto due frasi che volevo riportarti per chiederti un commento. La prima frase è: “Lo spirito della religione è lo spirito della libertà. La parola religione deriva dal latino religare; lega, ma anche slega, libera”. E la seconda: “Chi non sa piangere, non sa pregare”. Cosa ti evocano queste due immagini di Ramon Pannikar?

OLMI: Molto spesso la religione è vissuta come una sorta di inquadramento dentro una convenzione di comportamenti e di modalità. La religione è configurata in una serie di princìpi, ma se a questi princìpi tu ottemperi solo per spirito di disciplina non è vera religione. un conto è praticare la convivenza civile per disciplina perché sei obbligato a fare così, un conto è praticarla perché hai educato te stesso al piacere di essere rispettoso delle regole. Se ogni volta che sei rispettoso lo fai perché lo decidi tu, e non per disciplina, ecco, questo ti slega. Perché la religione sleghi occorre che chi vive una religiosità la viva dentro di sé, nella propria interiorità. Riguardo all’altra frase di Pannikar a proposito del pianto credo che la gioia ti procura sofferenza nel momento in cui pensi che ti possa essere tolta. Mentre la sperimenti, ogni tanto hai degli istanti in cui dico.”Oddio, speriamo che non mi capiti nulla, che tutto questo continui”.

Il pianto interviene dopo che la gioia ti è stata sottratta e rappresenta il sentimento che ha capito il suo valore ancora più in profondità. Questo non vuol dire che per dare valore alla gioia dobbiamo piangere. No. Però, poiché sappiamo che la gioia ci viene data e ci viene tolta, ne comprendiamo di più il significato nel momento in cui ci viene tolta, quindi nel momento in cui si piange. Pannikar, un amico pieno di gioia. Lo ricordo così: gioioso, festoso. La sua era la gioia dell’innamorato sorpreso dal fatto che l’istante in cui sa di essersi innamorato si accorge di esserlo ancora più di prima. La gioia è proprio questo meccanismo di continua e sorprendente crescita del sentimento d’amore. Qualche volta l’amore viene relegato, come la religione, in una serie di comportamenti e gestualità stereotipati: “Oh, ciao, cara, come va, hai passato bene la giornata?”. “Si, bene”. Sono le regole dettate da un comportamento esteriore che dovrebbe manifestare il sentimento. In realtà, il comportamento continua anche quando il sentimento non c’è più, ed è un’ipocrisia imperdonabile. Ho avuto la fortuna di bisticciare almeno due o tre volte al giorno con mia moglie, ed è il modo per mettere alla prova il nostro sentimento d’amore, che in quarantacinque anni si è viva via trasformato, come il fiume. Anche l’amore nasce come un bambino gioioso, poi man mano trova il suo percorso, procede e alla fine anche il fiume più piccolo diventa il mare. Quindi, pensa che soddisfazione poter arrivare al mare.

 

Estratto dal libro-intervista:  Ermanno Olmi, «Il primo sguardo», a  cura di Marco Manzoni, Bompiani, Milano 2015 (pagg. 31-32)

Prima parte: Conversazioni con E. Olmi. Seconda parte: La poetica di Olmi (schede di tutti i suoi film)

La pubblicazione dell’estratto avviene per gentile concessione di Bompiani Edizioni.

Non riesco più a celebrare la Messa senza pensare ai divorziati risposati o comunque a tutte quelle coppie che la Chiesa considera “irregolari”.

E mi capita in due momenti solenni ed essenziali della Messa.

  • al momento della consacrazione, alle parole «per voi e per tutti» (meno male che non è tornato, come si rischiava, il «per molti» o «per una moltitudine»).

E può dare i brividi pensare che ripeti le parole di Gesù a distanza di due mila anni e con gli stessi effetti!

Per tutti!

  • E poi al momento della comunione, quando tutti, di nuovo tutti, a cominciare dal celebrante, dichiarano pubblicamente «non sono degno».

Quindi, l’eucaristia è destinata a tutti. Tutti significa tutti, anche i divorziati risposati o Gesù li escludeva?

È destinata a tutti, anche se tutti, non solo gli sposati “irregolari”, ne sono indegni.

*** ESCLUSIVA IN ITALIANO del testo pubblicato in Stimmen der Zeit (2015/7), pp. 435-445

     1.  Un problema spinoso e complesso

La questione dell’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti non è un problema nuovo e non è un problema tedesco. La discussione attorno a tale questione si sviluppa da anni a livello internazionale.[1] Papa Giovanni Paolo II si è pronunciato in proposito nell’esortazione apostolica Familiaris Consortio (FC) (1982) (n. 84) a favore della prassi ecclesiale vigente. Nell’esortazione Reconciliatio et paenitentia (1984) (n. 34) ha ribadito espressamente questa posizione. Essa è entrata nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1993) (n. 1650) e nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994.[2] Papa Benedetto l’ha confermata nella sua esortazione apostolica Sacramentum caritatis (SC) del 2007 (n. 29).

Papa Giovanni Paolo II ha parlato di una questione difficile e quasi insolubile, papa Benedetto di un problema difficile e spinoso. Non è quindi sorprendente che la discussione sulla questione da allora non si sia placata. Essa non riguarda solo i cristiani che ne sono toccati immediatamente, ma anche molti cristiani praticanti e impegnati che sono sposati da cinquant’anni o più, non hanno mai pensato al divorzio, ma sperimentano ora dolorosamente il problema nei loro figli e nipoti. I loro figli, a loro volta, nella maggior parte dei casi solo con difficoltà riescono a trovare la via che li conduce ai sacramenti, se i loro genitori non possono dare loro l’esempio. Non c’è quasi nessuna famiglia che non sia toccata da questi problemi. È dunque comprensibile che il problema sia avvertito come scottante da molti pastori e confessori, teologi e vescovi.

Come ci si poteva attendere, la questione si è accesa di nuovo ed è stata oggetto di controversie alla vigilia e nel corso del Sinodo straordinario dei Vescovi del 2014.[3] Il Sinodo ordinario del 2015 deve portare a termine la discussione delle questioni e presentarle al papa perché prenda una decisione. Nelle considerazioni seguenti cerco soltanto di chiarire e di approfondire la problematica, per quanto mi è possibile.