Quest’anno si è celebrato il centenario della nascita di Etty Hillesum, la cui eredità spirituale e letteraria è unanimemente riconosciuta, seppur discussa. Ne parliamo con Laura Boella, professoressa ordinaria di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano, nonché grande studiosa del pensiero femminile del ‘900.

Tu inserisci Etty Hillesum nel novero delle donne «imperdonabili» del ‘900. Che cosa significa questa espressione?

Imperdonabile in Etty è l’atteggiamento assunto di fronte alla persecuzione. Si potrebbe anche dire è lo stare in attesa della ghigliottina con contegno e culto della forma, dello stile, della parola. Etty è imperdonabile perché rifiutò di cercare una via di salvezza personale, accettando di farsi “campo di battaglia”, volendo ospitare dentro di sé i problemi del tempo per non rendere ancora più inospitale il mondo, aggiungendogli un pizzico di odio.

Passività e compassione due aspetti in apparenza opposti, eppur concomitanti del mondo interiore di Etty. Qual è la sua risposta alla tragedia della Shoah? Come si coniuga con la convinzione che questa vita è bella e piena di significato?

Le lettere che scrive dal campo di transito di Westerbork non parlano dell’esperienza di perdita dell’umanità, attanagliata dal dramma della Shoah. Forse sono reticenti per non turbare gli amici e i parenti. Il loro tema di fondo sono i sentimenti di odio, di rancore, di paura, e insieme la persistente fiducia nell’umano, nella bellezza, nella verità e nell’amicizia. Sempre nelle Lettere di Etty compare questo passaggio; «Il mio dottore si arrabbia tutte le volte che arrivo da lui con un gran sorriso sulla faccia, secondo lui è imperdonabile che si rida di questi tempi».