Crollano gli steccati all’Avana. Raul Castro preannuncia che tornerà (forse) in grembo alla Chiesa cattolica e la figlia Mariela organizza, contro ogni veto di partito, una variopinta sfilata di omosessuali nel centro della capitale cubana con tanto di matrimoni gay, celebrati da un pastore protestante americano giunto apposta dall’ex territorio nemico degli Stati Uniti.   Quando salta il tappo, tutto diventa possibile. Su tutti i fronti. Il problema è semmai di capire dove andrà esattamente Cuba. Se riuscirà ad avere una fisionomia sociale più europea – attenta al Welfare, proteggendo i diritti acquisiti nel sistema sanitario ed educativo – o se scivolerà in un sistema neoliberista selvaggio, che non merita. L’esperienza della Russia degli oligarchi non è un buon auspicio.

L’esperienza del capitalismo di stato cinese – estremamente efficiente e indubbiamente portatore di grandi conquiste economiche – comporta anche la miseria di centinaia di milioni di cittadini, di cui lo stesso presidente Xi Jinping si preoccupa.

È la grande sfida della “transizione” con cui devono misurarsi i regimi fossilizzati, che intendono fuoriuscire dall’economia pianificata di stato.

 

Ma torniamo alla conversione di Raul. C’è forse un elemento di ingenuità (e un filo di calcolo politico) nella fretta con cui viene annunciata. Però sarebbe sbagliato sottovalutare l’impatto che la personalità di Francesco provoca su persone atee o agnostiche o semplicemente “lontane”. Nella saggezza e nella modestia di papa Bergoglio – sono i due termini impiegati dal presidente cubano – i contemporanei pensanti (per usare un’espressione riferibile al cardinale Martini) colgono due elementi stimolanti: l’acutezza di una riflessione, che abbraccia il senso profondo di fraternità del messaggio evangelico da attuare in una società frammentata, indifferente e spesso crudele dinanzi ai drammi esistenziali di gran parte della popolazione mondiale (Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas est invitava a non avere paura a usare il termine “amore”, sottolineando che non ama Dio chi non si cura al contempo del prossimo) da un lato e la totale semplicità di Francesco il quale più che da papa o vescovo o prete si presenta come discepolo di Cristo per le strade del pianeta.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se un non credente, un laico o un agnostico entri in riflessione faccia a faccia con Bergoglio. Che poi Raul o un altro ritorni a pregare, è forse bene che rimanga nel foro interiore. Non c’è bisogno di illustrarlo in conferenza stampa. La mano destra non sappia ciò che fa la sinistra… Tanto più – il caso della Russia odierna insegna – che la ritrovata concordia con la Chiesa nazionale può anche tingersi di interesse politico. Putin con le candele in mano durante le solenni celebrazioni ortodosse o un eventuale Raul Castro, che torna a prendere la comunione come quando era allievo dei gesuiti, non fanno avanzare automaticamente né la causa del cristianesimo né quella dell’umanesimo laico.
Meglio lo sforzo quotidiano di tradurre in realtà alcune delle riflessioni contenute nell’Evangelii Nuntiandi. Documento molto citato, spesso applaudito: dei cui principi, però, non c’è partito o soggetto sociale in Europa, negli Usa o in America latina che abbia il coraggio di farne la base di un progetto di riforma della società e dell’umana convivenza.
Intanto è giusto che i cubani si godano la splendida domenica del 10 maggio. «Cuba si apra al mondo, il mondo si apra a Cuba», aveva chiesto Giovanni Paolo II nel gennaio 1998. Diciassette anni dopo, il giorno è arrivato. Papa Bergoglio, con finezza, non ha salutato il presidente Raul Castro rimanendo nel suo studio, lo ha accompagnato sino all’auto come si fa con un amico, a cui si augura di guidare sano e salvo.

Marco Politi


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