Per amore della giustizia: forse nessuna idea quanto questa riesce a rendere il messaggio di Francesco, vescovo di Roma «che parla a nome del popolo di Dio pellegrino nel mondo intero» (01/05/15), nella sua complessità. Con la forza e con la parola scevra da ecclesiasticismi e tecnicismi che ne caratterizza lo stile. Non è frequente nel corso di una catechesi sulla famiglia – se poi è pontificia, ancora meno – sentire anche questo registro e ascoltare l’indignazione per la «brutta figura di Adamo» (30/04/15), tentazione degli uomini maschi di attribuire tutte le responsabilità alle donne/Eva. Non è poca cosa: perché è una parte inserita a braccio nella catechesi, che contrasta una questione così diffusa da diventare quasi opinione comune, postulato che non ha bisogno di dimostrazioni. Questa opinio communis percorre certa pubblicistica, non di alto livello ma di larga diffusione, ma anche discorsi più o meno dello stesso tipo anche negli ambienti ecclesiali.

Nella stessa direzione inconsueta vanno gli inviti – le ingiunzioni si potrebbe dire – a maggior giustizia, senza nascondersi dietro sofismi di ogni tipo:

  • «Per questo, come cristiani, dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! lo stesso diritto. La disparità è un puro scandalo! Nello stesso tempo, riconoscere come ricchezza sempre valida la maternità delle donne e la paternità degli uomini, a beneficio soprattutto dei bambini. Ugualmente, la virtù dell’ospitalità delle famiglie cristiane riveste oggi un’importanza cruciale, specialmente nelle situazioni di povertà, di degrado, di violenza familiare».

Tali dati sono sotto gli occhi di tutti, ma spesso la loro segnalazione è riservata a persone e linguaggi che non sono ben visti nella comunità ecclesiale. Li rileva infatti ad esempio Chiara Saraceno in Il lavoro non basta (2015) e vi si riferisce come «differenze di genere e impatto della crisi». Con questo faccio un’osservazione e avanzo una richiesta, che formulo permettendomi di passare al discorso diretto:

Santità, certo che come ha affermato nelle scorse catechesi «la rimozione della differenza è un problema, non una soluzione» (16/04/15). Ma è sicuro che sia corretto limitare l’idea di genere (o gender che dir si voglia) a questo spauracchio di indifferenziazione?

E’ in corso una campagna accanita, che procede per affermazioni abbreviate e semplificate, che cerca di coinvolgere capillarmente diocesi e parrocchie: non mi sembra che porti chiarezza, che aiuti a discernere in questioni così delicate e complesse. Ci sarebbe bisogno di calma per andare in profondità, per “distinguere” prima di tutto gli aspetti implicati e poi per discuterne, senza massificarli e senza schiacciarli negli aspetti più provocatori. E senza ipotecare le parole.

Questa campagna accanita, poi, si accompagna, guarda caso, a posizioni che criticano le Sue affermazioni sulla misericordia, sulla chiesa ospedale da campo, sul dovere di non porsi in condizione di giudizio dell’omosessualità: non vogliono criticarla se non in privato, ma in pubblico trovano una breccia di accesso con lo spauracchio del gender. Santità, guardi che “genere”, da tempo peraltro inviso in ambito ecclesiastico, è utilizzato in molteplici modi, spesso con una carica etica e inclusiva che, sono convinta, le piacerebbe se la potesse ascoltare senza interferenze!

Proviamo, che ne dice, a tornare per un’altra strada (Mt 2,12), anche per questo aspetto? Magari proprio quella che lei stesso insegna, «la via della testimonianza che attrae», «la sola che può essere persuasiva» (30/04/15), perché conforme al vangelo non solo come contenuto ma anche come metodo, portatrice della festa di Cana e della vita in abbondanza.

 

Cristina Simonelli 

Presidente del Coordinamento Teologhe Italiane


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