La novità dell’incontro del Papa con la Tavola valdese a Torino non sta nel fatto che egli sia andato a trovare cristiani di altre confessioni e sia entrato in un luogo dove si celebrano altri culti, perché questo lo aveva già fatto quando era andato in visita alla comunità pentecostale di Caserta, o al Fanar di Istanbul o quando nelle Filippine è entrato in un tempio buddista.

La novità non sta neanche nella sua concezione dell’ecumenismo come di un processo di diversità riconciliate che sono accomunate dalla stessa origine ma non tendono all’uniformità, perché questa idea dell’unità della Chiesa l’aveva già espressa più volte.

Ci sono invece quattro novità di alto significato che conviene registrare perché non siano più perdute nel cammino ulteriore della Chiesa.

La prima è che ai Valdesi ha chiesto perdono come Chiesa. Quando Giovanni Paolo II in vista del Giubileo del 2000, nella sua lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente aprì la serie delle richieste di perdono, distinse accuratamente tra la Chiesa e i figli della Chiesa, perché la Chiesa non poteva avere peccato così da avere qualcosa da farsi perdonare mentre i figli della Chiesa potevano chiedere perdono per i loro peccati passati e presenti senza che fosse “la Chiesa” a doversi convertire. Papa Francesco, la cui vera rivoluzione sta nell’aver cambiato il linguaggio della Chiesa (ma nella Chiesa la parola è carne) non fa bizantinismi, e dice: «da parte della Chiesa cattolica vi chiedo perdono. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!».

L’altra novità è che ciò di cui riconosciamo di dover essere perdonati è di avere avuto nella storia contro i non cattolici atteggiamenti e comportamenti non solo “non cristiani” ma “persino non umani”. E questo è un buon promemoria in un tempo in cui in nome di un Dio sbagliato l’umanità stessa di innumerevoli persone è gettata nella fornace dell’intolleranza e della violenza.

La terza novità è che il Papa non solo ha ripetuto il suo dolore per il conflitto tra le diverse espressioni cristiane, ma lo ha letto come un conflitto senza causa, ossia ha tolto alla guerra, alle contese e alle violenze commesse tra fratelli in nome della propria fede il loro fondamento, in quanto la diversità non può essere ragione di conflitto. E lo ha sostenuto ricordando che nemmeno nella Chiesa nascente, nel momento massimamente rivelativo della natura della Chiesa quale è raccontato nel Nuovo Testamento, c’era uniformità: “non tutte le comunità cristiane avevano lo stesso stile, né un’identica organizzazione interna. Addirittura all’interno della stessa piccola comunità si potevano scorgere diversi carismi e perfino nell’annuncio del Vangelo vi erano diversità e talora contrasti”. Perciò si può essere diversi senza essere nemici e anche senza essere divisi.

La quarta novità è che proprio dopo una sollecitazione del Moderatore valdese perché le comunità separate siano riconosciute come Chiese (cosa che la Congregazione romana per la fede aveva negato dopo il Concilio) Papa Francesco almeno quattro volte, con ovvietà, ha chiamato i suoi interlocutori “Chiesa valdese”. E perfino il macigno della mancata partecipazione alla mensa comune di cattolici e valdesi, che fa dell’eucarestia uno strumento di divisione e di potere per cui uno è preso e l’altro è lasciato, è stato attraversato e reso leggero quando il Papa ha ricordato che i valdesi hanno offerto alla chiesa di Pinerolo il vino per celebrare la Pasqua e la chiesa  di Pinerolo ha offerto alla Chiesa valdese il pane per celebrare la Santa Cena. Ebbene, di quale “transustanziazione” sono stati segno, cioè sacramento, quel pane e quel vino messi in comune tra le due Chiese?

 Raniero La Valle


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