Mentre il cammino del Sinodo ordinario entra nel vivo‎, con l’elaborazione dell’Instrumentum laboris, e mentre alcuni episcopati si stanno collocando contro la linea aperturista del papa e dei settori più sensibili della Curia, è utile chiedersi che cosa si aspetti il popolo di Dio (ma non solo) dalla chiusura del percorso sinodale, quasi un piccolo concilio  di martiniana memoria ‒ sul tema  della famiglia. Emergono tre questioni cruciali, nella più vasta problematica della famiglia a livello globale, che il Sinodo ordinario dovrebbe affrontare: la questione di grande valenza pratica e simbolica della comunione ai divorziati risposati, la questione delle unioni omosessuali e il problema della contraccezione con la connessa necessità di un esame finalmente coraggioso dell’Humanae vitae.

Sul primo punto, il più dibattuto al Sinodo straordinario‎, ancora nella messa celebrata a San Giovanni in Laterano per il Corpus Domini, papa Francesco ha ripetuto l’appello che la comunione e i sacramenti non sono premio ai giusti, ma viatico per chi sbaglia, cade e vuole rialzarsi. C’è in queste (ripetute) parole tutta un’ecclesiologia ispirata alla misericordia e all’abbraccio con il mondo, capace di ridare vita a un corpo stanco e in grave crisi che per troppo tempo si è trincerato dietro al giuridicismo, al dottrinalismo e al devozionismo e alla pura difesa dell’apparato ecclesiastico, a detrimento dell’autentica Tradizione che custodisce il fuoco e non la cenere. Su questo punto vivissima è l’attesa che il Papa, nel contesto più ampio dell’Anno della misericordia, marchi un qualche cambiamento concreto che metta al riparo il percorso sinodale dal rischio del fallimento, magari accogliendo la linea penitenziale indicata dal cardinale Kasper.

Ma il processo sinodale è banco di prova del pontificato riformatore di Francesco anche per quanto riguarda la questione delle unioni gay. Anche su questo tema sensibile viva  è l’attesa‎ , soprattutto dopo il referendum irlandese, che la Chiesa cancelli l’insegnamento del “disordine” che contrassegnerebbe costitutivamente la persona omosessuale e riconosca, con più decisione del Sinodo straordinario, la legittimità delle unioni gay, pur ribadendo la loro non assimilabilità al matrimonio “costituzionale” e le riserve in tema di adozioni e nei confronti del ricorso alla fecondazione “in vitro” e alla scandalosa pratica dell’utero in affitto.

Infine, la questione della contraccezione, argomento su cui principalmente si è consumato il divorzio del magistero della Chiesa con l’ethos ‎ della modernità, e che a dispetto di questa centralità è stato praticamente assente finora all’interno del processo sinodale. Non è assolutamente pensabile, pertanto, che non lo si affronti adeguatamente in un Sinodo che parla della famiglia! Si impone, dunque, la necessità di riprendere la discussione sull’Humanae vitae, che negli ultimi anni è come caduta in oblio. Questo è un punto essenziale, come aveva intravisto la commissione di esperti voluta da Paolo VI in vista dell’enciclica, ma del cui verdetto non si tenne conto; e come ha in qualche modo ammesso lo stesso relatore generale al Sinodo straordinario, il cardinale Erdö, quando  esprimeva la possibilità di una riproposta positiva del messaggio dell’Humanae vitae «attraverso un’ermeneutica storica adeguata, che sappia cogliere i fattori storici e le preoccupazioni che hanno retto la sua stesura da parte di Paolo VI», rimarcando che «la norma morale da essa ricordata si attua alla luce della legge della gradualità».

A riguardo il popolo di Dio si aspetta una decisione coraggiosa, pur se tardiva, che per lo meno avvii un processo che porti al superamento del divieto della contraccezione, recuperando comunque dell’enciclica l’imprescindibile appello alla generazione responsabile.

Raffaele Luise


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