Il modo “imprevedibile” di agire di papa Bergoglio, quindi, non è un caso isolato, un’eccezione, ma ‒ come è accaduto con altri noti gesuiti ‒ è il frutto della spiritualità ignaziana, rinnovata alla luce del Concilio Vaticano II. Come il papa stesso spiega nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il suo pontificato non ha un programma predefinito, ma è di natura sua “imprevedibile”. In conformità con il carisma ignaziano, egli preferisce condurre la Chiesa a «vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza in qualsiasi cultura, in qualsiasi città» (EG, n. 75). Traducendo questa affermazione negli insegnamenti e nei gesti quotidiani di papa Francesco, il cuore del suo messaggio s’identifica con quello del Concilio stesso.

Nella Evangelii gaudium la Chiesa non è la somma di chierici, religiosi e laici, ma è la comunità dei «discepoli missionari». In forza di questo principio il problema non è quale spazio i laici devono occupare nella Chiesa (e quale spazio le donne come laiche nella Chiesa) con la conseguente rivendicazione delle posizioni e dei ruoli di potere che invece ora sono loro negati, ma è quello del processo di costruzione e svolgimento della Chiesa di Dio in cui sono inseriti. Vale per i laici il primo dei principi che papa Francesco ha enunciato per la costruzione di una comunità umana: il tempo è superiore allo spazio. In questa nuova comprensione dei laici, essi vanno collocati non solo nello spazio ma nel tempo, anzi prima di tutto nel tempo, nel processo storico.

Ieri, a Santa Cruz, ho visto il Papa, anzi, di più, ci ha ascoltato e lo abbiamo ascoltato. Senza dubbio è stato un previlegio. È valsa la pena viaggiare per tre giorni in pullman! Un privilegio anche perché abbiamo percepito sul volto e nelle parole del Papa la sua allegria ed il suo impegno reale per gli impoveriti che lottano per avere riconosciuti i loro diritti. Definisco questo incontro come un fatto storico inedito. Per quelli che – come me – da sempre cercano di scoprire e vivere nei poveri il migrante Gesù di Nazareth, è stata una grande gioia essere presente all’incontro con Papa Francesco e scoprire la reale possibilità di un Papa che marcia seguendo le orme di Gesù.

Le parole di Papa Francesco non sono state generiche o di circostanza, morali o di pie esortazioni. Al contrario, in diversi passaggi ha tenuto a precisare i nomi delle classi e settori sociali presenti con i quali stava dialogando: gli indios, le famiglie di contadini senza terra, i riciclatori di cartone (sembrava che parlasse a degli amici del GM di Villa!), delle famiglie senza tetto, delle donne, dei bambini e degli anziani… E ha dialogato riflettendo su quello che tocca la vita di quei miliardi di persone, sia presentando una critica trasparente, serena e radicale di chi sta causando lo sfruttamento, la fame, la mancanza di abitazioni, di terra, di lavoro, sia riflettendo sui diritti di tutti e di tutte che il Papa ha chiamato Fratelli e Sorelle, diritti fondati sulla dignità di ogni persona e non nelle false politiche di chi li annuncia come favori concessi da chi esercita il potere rubato dai cittadini e cittadine sovrani.

Dopo aver attentamente ascoltato le risoluzioni del documento redatto dai 1500 delegati dei movimenti sociali, con estremo rispetto alla pluralità religiosa, culturale e sociale dei presenti – che rappresentavano quaranta paesi – Francesco ha chiesto il permesso di poter suggerire tre priorità per le nazioni che dovranno essere promosse insieme.

«Un dono straordinario per la Chiesa, in particolare a favore dei più poveri». Così, l’arcivescovo di Lucca, mons. Italo Castellani, ha voluto definire fratel Arturo Paoli, religioso missionario, della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo, morto domenica notte, a 102 anni, a San Martino in Vignale. Domani, alle 18, le sue esequie nella cattedrale di Lucca. Il salvataggio di centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, per cui fu riconosciuto “Giusto fra le nazioni”, l’impegno nell’Azione Cattolica in Italia, l’esperienza missionaria a difesa dei deboli in America Latina, dove conobbe il futuro Papa Francesco, sono alcuni tratti della biografia di questo maestro di spiritualità, ricevuto dal Pontefice nel gennaio 2014 a Santa Marta. Al microfono di Fabio Colagrande (Radio Vaticana), don Luigi Verdi, della fraternità di Romena, lo ricorda così:

Quello che mi ha sempre colpito di lui era la leggerezza. Diceva che quello che rende bella la vita è il non portare fardelli: “Non ti posso dire – diceva – che la mia vita sia stata buona. E’ stata anche piena di difficoltà… Però queste avversità mi sono sempre servite ad avanzare, a vedere più in là e soprattutto a liberarmi da tutta la mia pesantezza”. Aveva, per così dire, una grandezza basata sulla leggerezza. La capacità di non farsi avvelenare da niente e poi dava un grande valore all’amore di Dio: “Non siamo noi ad amare Dio – diceva fratel Arturo – ma è Dio che ama noi”. Insisteva sul fatto che Dio non si conquista, ma si accoglie. E sulla tenerezza e la misericordia di Dio, che lui riusciva sempre a far emergere, un po’ come sta facendo Papa Francesco. Lui diceva che noi pensiamo sempre al rapporto con Dio come a qualsiasi altra relazione umana, in cui si costruisce, si fa… In realtà, Dio ha bisogno dell’uomo non tanto per realizzare qualcosa, ma ha bisogno della sua tenerezza, ha bisogno del vuoto dell’uomo, dei limiti dell’uomo, di questa impotenza dell’uomo. Ed è proprio lì che emerge tutta la tenerezza e la misericordia di Dio. E chiaramente, poi, per fratel Arturo era centrale l’attenzione ai poveri. Lui diceva: “Mi convinse a entrare nei Piccoli Fratelli il fatto di stare in mezzo ai poveri”. Era certo che la Chiesa dovesse stare con i poveri e che esistesse solo un cammino alla fine, quello di Gesù, e cioè accorgersi che nella vita le persone hanno bisogno di poche cose: un pezzo di pane, un po’ di affetto, sentirsi a casa da qualche parte. Ultimamente diceva che oggi i poveri sono le prime vittime di un sistema economico disumano e che la giustizia – per lui – esprimeva la necessità di stare dalla loro parte. Era meraviglioso il fatto che non si sentisse troppo vecchio per partecipare: fino a novant’anni partecipava a tutto! E quando era giovane non si sentiva troppo giovane per non guidare, per non dare indicazioni.