Nella Evangelii gaudium la Chiesa non è la somma di chierici, religiosi e laici, ma è la comunità dei «discepoli missionari». In forza di questo principio il problema non è quale spazio i laici devono occupare nella Chiesa (e quale spazio le donne come laiche nella Chiesa) con la conseguente rivendicazione delle posizioni e dei ruoli di potere che invece ora sono loro negati, ma è quello del processo di costruzione e svolgimento della Chiesa di Dio in cui sono inseriti. Vale per i laici il primo dei principi che papa Francesco ha enunciato per la costruzione di una comunità umana: il tempo è superiore allo spazio. In questa nuova comprensione dei laici, essi vanno collocati non solo nello spazio ma nel tempo, anzi prima di tutto nel tempo, nel processo storico.

In questo senso già in un convegno del movimento «Chiesa di tutti Chiesa dei poveri» per ricordare i 50 anni dal Concilio, il 15 settembre 2012 noi ponemmo il problema della successione laicale. Non c’è solo una successione apostolica nella Chiesa, c’è anche una successione laicale, che dai discepoli anonimi che Gesù amava, dal discepolo che rimane fino al ritorno di Gesù (Gv 21,22), è giunta fino a noi; e questa successione discepolare non è meno importante dell’altra, perché anch’essa fa parte della tradizione che viene da Gesù e che insieme alla Scrittura porta con sé la divina rivelazione e rende attuale per ogni generazione la parola di Dio.

Nella storia cristiana si è a lungo dimenticato come nella tradizione viva della Chiesa ci fosse anche la tradizione trasmessa dai discepoli. Anzi si è dimenticato che senza i discepoli non ci sarebbe alcuna tradizione, non ci sarebbe un popolo di Dio, e non ci sarebbe nemmeno la Chiesa degli apostoli. Senza le discepole venute alla tomba vuota, gli apostoli non avrebbero avuto l’annunzio della resurrezione, perché la spiegazione di quella tomba vuota l’angelo la diede alle donne dicendo: non è qui, è risorto; perciò furono le discepole, Maria di Magdala, Giovanna (di cui nessuno mai si ricorda), l’altra Maria, le prime a fare l’esegesi, e un’esegesi ispirata, quasi «dettata dallo Spirito santo» (Spiritu sancto dictante) per usare una formula del Tridentino, della pietra rotolata dal sepolcro. E fu il discepolo che Gesù amava quello che riconobbe il Signore risorto sulla riva del lago: ed è sulla parola di quel discepolo che Pietro si gettò nelle acque per raggiungere il Maestro (Gv 21,7). Senza il discepolo, Pietro non si butta: e questo credo che sia il nostro compito di discepoli nei confronti del papa anche oggi.

Questo carisma dei discepoli è ben presente a papa Francesco, che più volte ha ricordato il ruolo che i laici, i semplici battezzati, hanno avuto per la conservazione e la trasmissione della fede in Giappone. Nel XVII secolo, dopo la cacciata dei missionari stranieri, il Giappone era rimasto senza sacerdoti per più di duecento anni. «Quando dopo questo tempo sono tornati di nuovo altri missionari» ha raccontato Francesco «hanno trovato tutte le comunità a posto: tutti battezzati, tutti catechizzati, tutti sposati in Chiesa, e quelli che erano morti, tutti sepolti cristianamente. Non c’era prete… Chi ha fatto questo? I battezzati!» (Omelia a Santa Marta, 17 aprile 2013).

Dunque i laici sono il popolo universale di Dio in mezzo al quale ci sono diversi ministeri e carismi; le differenze tra loro sono meno importanti della condizione comune che li assimila come battezzati e figli ed eredi di Dio.

Di questo vanno tratte tutte le conseguenze, e solo in questa prospettiva si può risolvere il problema della eguaglianza e della pari dignità della donna nella Chiesa.

Raniero La Valle

 

* Estratto dalla relazione tenuta agli studenti del biennio di specializzazione in teologia pastorale della Facoltà teologica del Triveneto (Padova, 6 maggio 2015)


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