Ama la tua casa comune come te stesso. Così si potrebbe sintetizzare l’Enciclica di Papa Francesco “Laudato si’ – sulla cura della casa comune”. Tra i tanti temi trattati, il clima è tra quelli in maggiore evidenza. Cosa c’entra il clima con il concetto di “casa comune”?

Che i cambiamenti climatici rappresentino una sfida per l’intera umanità è ormai fuori discussione. La terra si sta scaldando con una rapidità che verosimilmente non ha precedenti nella storia dell’uomo (circa un grado nell’ultimo secolo). Francesco rileva correttamente il vasto consenso scien­tifico (quasi unanimità, aggiungerei) sulle cause umane di questo riscaldamento, attraverso l’emissione di gas serra dall’uso dei combustibili fossili e dalla deforestazione. Se le emissioni continueranno a crescere, le temperature saliranno di altri 2-5 gradi nel corso di questo secolo, con conseguente ulteriore innalzamento del livello dei mari e aumento degli eventi meteorologici estremi. Mentre alcune aree potrebbero beneficiare di tali cambiamenti, a soffrire le conseguenze più negative sarebbero le aree tropicali e in generale i Paesi poveri, meno capaci di adattarsi. Si parla già di migranti climatici e di conflitti innescati o esasperati dagli impatti dei cambiamenti climatici sulle risorse naturali. La posta in gioco è il futuro che lasciamo ai nostri figli, in termini di possibilità di sviluppo, qualità della vita, disuguaglianze, confitti.

L’Enciclica sta avendo grande eco nella comunità scientifica (ad esempio, i recenti editoriali delle prestigiose riviste Nature e Science). E’ stata apprezzata la sintesi scientificamente corretta di temi complessi e l’approccio sistemico utilizzato: “il mondo è una trama di relazioni”, sottolinea Francesco, e nel suo ruolo di custode responsabile l’uomo dovrà affrontare i problemi globali valutando attentamente tutte le interazioni.  Soprattutto, è stato lodato il coraggio di un linguaggio forte e chiaro, capace – si spera – di raggiungere orecchie “di buona volontà” finora sorde o disinteressate a questi temi.

La Chiesa, sottolinea Francesco, non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invi­ta ad un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune.

In questo contesto, la scienza ha un ruolo fondamentale nel capire gli aspetti quantitativi del problema. Ad esempio, che un aumento della temperatura globale entro i due gradi (rispetto all’epoca pre-industriale) sarebbe gestibile; oltre tale soglia, entreremmo in un’area sconosciuta, con forti rischi di impatti catastrofici, almeno a livello locale. La scienza fornisce indicazioni sul taglio di emissioni globali necessario per rimanere entro i due gradi (molti scienziati sostengono che ormai tale soglia sarà inevitabilmente superata) ed offre una serie di opzioni tecniche ed economiche a tal fine.  Quello che la scienza non può dire è come distribuire gli sforzi: questo è compito della politica.

Francesco giustamente si rammarica del fallimento della politica internazionale sul clima. Anni di mega-conferenze hanno prodotto pochissimo, tuttavia occorre riconoscere la sfida climatica richiede un livello di cooperazione e di fiducia mai sperimentata prima a livello internazionale. La sfida consiste nel superare gli attuali orizzonti della politica e dell’economia, dove l’interesse immediato di pochi può prevalere sul bene comune di lungo periodo. Non è una sfida facile.

L’enciclica ricorda che nel cambiamento climatico ci sono responsabilità differenziate. E’ proprio questo il nodo politico da sciogliere. Il primo principio della convenzione Onu sui cambiamenti climatici (UNFCCC), stipulata nel 1992, recita che i paesi “devono proteggere il sistema climatico a beneficio della presente e delle future generazioni, su una base di equità e in rapporto alle loro comuni ma differenziate responsabilità e alle rispettive capacità”. Il punto è: come definire l’equità? Come definire le rispettive responsabilità nell’aver causato il problema e nelle capacità nel risolverlo?

Il primo vero accordo sul clima, il Protocollo di Kyoto (1997), aveva risolto queste domande in modo semplice, attribuendo impegni di riduzione delle emissioni solo ai paesi più industrializzati. Se questo primo passo andava nella giusta direzione, nel giro di pochi anni divenne chiaro la totale insufficienza dell’approccio: ormai i paesi in via di sviluppo emettono il 60% delle emissioni di gas serra globali e, senza un loro coinvolgimento diretto, ogni azione sarà vana. Ma come coinvolgerli? C’è chi sostiene che le emissioni pro-capite di gas serra debbano essere il principale criterio da seguire, con paesi come l’India (circa 2 t CO2/anno) a livelli molto inferiori a quelli cinesi (8 t/anno), europei (9 t/anno) o statunitensi (circa 20 t/anno). Altri chiedono di valutare non solo le emissioni attuali, ma quelle cumulate nel tempo, assegnando una maggiore “responsabilità storica” ai paesi industrializzati. E non si può dimenticare che già oggi molti paesi poveri soffrono di un problema causato essenzialmente dai paesi ricchi.

L’appuntamento decisivo sarà a Parigi, il prossimo dicembre, dove ci si aspetta di raggiungere un accordo globale sul clima che comprenda la mitigazione (cioè la riduzione delle emissioni globali), l’adattamento (cioè azioni per affrontare le inevitabili conseguenze dell’aumento di temperatura) e impegni credibili di aiuti economici ai paesi in via di sviluppo (per favorirne uno sviluppo meno inquinante e la possibilità di adattamento). Sebbene ci siano segnali di impegni più ambiziosi rispetto al passato, gli sforzi annunciati finora non sembrano essere ancora sufficienti per limitare i rischi di andare oltre i due gradi.

In ultima analisi, le controversie politiche sono riconducibili a un unico nodo: la dimensione etica legata all’equità intra- e inter-generazionale. Per questo motivo l’enciclica di Francesco è un contributo importante, che si spera possa scuotere il dibattitto e spingere verso decisioni coraggiose a Parigi.

Infine, la battaglia contro i cambiamenti climatici non si vince solo con conferenze tra capi di stato. Come giustamente sottolineato da Francesco, anche le scelte fatte dalle comunità locali (associazioni, città, …) e dai i singoli cittadini consumatori-risparmiatori possono fare la differenza, direttamente o indirettamente. Inoltre, conclude l’Enciclica, a nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica: un capitalismo fondato sul profitto a breve termine ed un consumismo eccessivo. Come dire: la sfida epocale dei cambiamenti climatici ha bisogno anche di noi. Ed è una grande opportunità di conversione umana.

Giacomo Grassi

L’autore lavora presso il Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea e fornisce supporto tecnico-scientifico alle negoziazioni internazionali sul clima.

NB Le opinioni espresse sono unicamente quelle dell’autore e non possono in alcun caso essere considerate come una posizione ufficiale della Commissione Europea.


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