Copertina

 

È la buona notizia che cambia la vita, riempie di gioia, è corona invece di cenere, olio di letizia invece di abito di lutto, canto di lode invece di cuore mesto. È l’evangelo, è la perla preziosa per la quale, pieni di gioia, senza riflettere si vende tutto, è il tesoro nascosto nel campo per il quale si fanno follie pur di poterlo acquistare.

CMM, La Parola che cresce, EDB, Bologna 1981, p. 194.

 

All’appello a scrivere sul cardinale Carlo Maria Martini hanno risposto in centoundici. Centoundici fra cardinali, vescovi, intellettuali, teologi, giornalisti e soprattutto uomini e donne che sono stati segnati dal rapporto con le sue parole, con i suoi scritti, con la sua persona. Alcuni hanno scoperto o impresso una nuova direzione alla propria vita proprio nell’incontro con lui, nell’ascolto del suo magistero episcopale a Milano durato 22 anni, continuato dalle cattedre di Gerusalemme e Gallarate.

La gestazione del libro “Martini e noi”, uscito in coincidenza con il III anniversario della morte, è stata l’occasione per misurare come la lezione del Cardinale sia ancora viva e capace di scaldare i cuori. Cuori pensanti.

Le edizioni Piemme hanno accolto con coraggio la proposta di pubblicare un libro di un gesuita che di nome non fa Jorge Maria Bergoglio, i cui scritti stanno spopolando nel mercato editoriale (non soltanto quello religioso). Del resto a legare i due personaggi di scuola ignaziana ‒ pur nella diversità di temperamento, di formazione e di curriculum ecclesiastico ‒ ci sono molti tratti: la passione per l’evangelo, la parresia, l’invito a uno stile di Chiesa sinodale, la lotta per la giustizia e il perdono, l’attenzione ai poveri.

Il libro si presenta con una trama e un ordito. La trama è costituita da sei “stanze” che ospitano e raggruppano i diversi contributi: 1) L’intellettuale e la polis; 2) Il credente e la vita spirituale; 3) Il biblista e Gerusalemme; 4) Il vescovo e la sua Chiesa; 5) L’uomo del dialogo ecumenico e interreligioso; 6) Il pastore e le forme della comunicazione. L’ordito prevede una scansione in tre momenti: a) un titolo incisivo ed evocativo per ogni pezzo; b) una citazione martiniana a modo di incipit; c) il racconto del “mio Martini” da parte dei diversi autori.

Papa Francesco 2

Dalla “Evangelii Gaudium” si capisce cosa si intende per “Chiesa in uscita missionaria”.   

Uno stile di Chiesa, il kerygma,le donne, i laici, i poveri, la Parola e il linguaggio.

[Andrea Libra]

 

La “Chiesa in uscita missionaria” è una delle novità che maggiormente caratterizzano il servizio di papa Francesco. Secondo alcuni, questa sarebbe addirittura la vera novità del suo pontificato. Si tratta di una categoria decisamente originale attorno alla quale è costruito il programma pastorale consegnato all’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” dove “la riforma della Chiesa in uscita missionaria” per annunciare la gioia del Vangelo è indicata come la prima delle sette questioni sulle quali Francesco intende soffermarsi (n° 17).

Ma quali sono le specificità di una Chiesa in uscita missionaria per annunciare gioiosamente che la salvezza realizzata da Dio è per tutti (n° 113)? Dalla “Evangelii Gaudium” è possibile farne sinteticamente emergere almeno dieci, tutte di straordinaria importanza.

  1. Tutti siamo Chiesa! In primo luogo va detto che la Chiesa non è limitata ai presbiteri, ai vescovi o al Vaticano. La Chiesa sono tutti i fedeli! È popolo in cammino verso Dio (n° 111). Tutti i battezzati sono la Chiesa. Tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione implica un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati (n° 120).
  2. Più spazio alle donne. Nella Chiesa c’è bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva (n° 103). Le rivendicazioni dei legittimi diritti delle donne, a partire dalla ferma convinzione che uomini e donne hanno la medesima dignità, pongono alla Chiesa domande profonde che la sfidano e che non si possono superficialmente eludere (n° 104). È urgente accogliere e offrire spazi alle donne nella vita della Chiesa, tenendo conto delle specifiche e mutate sensibilità culturali e sociali. È necessario studiare criteri e modalità nuovi affinché le donne si sentano non ospiti, ma pienamente partecipi dei vari ambiti della vita ecclesiale (Discorso del 7 febbraio 2015).
  3. Chiesa non autoreferenziale. La Chiesa in uscita missionaria evita la malattia spirituale dell’autoreferenzialità; non si chiude in se stessa, nella parrocchia, nella cerchia di chi la pensa allo stesso modo, ma si apre all’incontro con gli altri, anche con chi la pensa diversamente o professa un’altra fede (Discorso del 18 marzo 2013). E’ una comunità di discepoli che prendono l’iniziativa per andare incontro ai “lontani”, per intercettare ai crocicchi delle strade gli “esclusi”, per accorciare le distanza con la gente (n° 24). In essa tutto viene pensato in chiave di missione: si tratta non di aspettare che la gente venga, ma di andarla a cercare là dove vive per ascoltare, benedire e camminare insieme, cogliendone l’odore, fino a restare impregnati delle sue gioie e delle sue speranze, delle sue tristezze e delle sue angosce (Messaggio alla Fuci del 14 ottobre 2014).
  4. Gerarchia delle verità. Nella Chiesa in uscita missionaria il Vangelo è annunciato non per imporre nuovi obblighi, ma per condividere una gioia, per segnalare un orizzonte di bellezza, per offrire la partecipazione ad un banchetto desiderabile (n° 14). Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere, ma si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario (n° 35). Per raggiungere questo obiettivo è soprattutto necessario tenere in debita considerazione un criterio proposto dal Concilio Vaticano II ma spesso dimenticato e trascurato: la gerarchia delle verità, che vale tanto per i dogmi di fede quanto per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale (n° 36).
  5. Primato della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. E’ indispensabile che la parola di Dio diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale (n° 174). Lo studio della Sacra Scrittura deve essere una porta aperta a tutti i credenti. È fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede. L’evangelizzazione richiede la familiarità con la Parola di Dio e questo esige che le diocesi, le parrocchie e tutte le aggregazioni cattoliche propongano uno studio serio e perseverante della Bibbia, come pure ne promuovano la lettura orante personale e comunitaria (n° 175).
  6. Dimensione sociale del kerygma. La Chiesa in uscita è consapevole che la religione non deve limitarsi all’ambito privato e non esiste solo per preparare le anime per il cielo. Dio desidera la felicità dei suoi figli e delle sue figlie anche su questa terra, benché tutti siano chiamati alla pienezza eterna (n° 182). Una fede autentica, mai comoda e individualista, implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore (n° 183). Dio, in Cristo, redime non solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli esseri umani e il cuore del Vangelo rimanda ad una intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana (n° 178).
  7. Opzione per i poveri. Cristiani e comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società. Questo suppone che siano docili e attenti ad ascoltare il loro grido e soccorrerli (n° 187). C’è un segno che non deve mai mancare tra i cristiani: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via (n° 195). Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la fede cristiana e i poveri (n° 48). Una Chiesa povera e per i poveri (n° 198) è una Chiesa che pratica una volontaria semplicità nella propria vita – nelle sue stesse istituzioni, nello stile di vita dei suoi membri – per abbattere ogni muro di separazione, soprattutto dai poveri (Udienza del 3 giugno 2015).
  8. Linguaggio chiaro. Nella Chiesa in uscita missionaria non solo si usa un linguaggio semplice, chiaro e diretto che i destinatari sono in grado di comprendere o che hanno bisogno di sentirsi dire (n° 154), ma soprattutto si usa un linguaggio positivo ed attraente perché in grado di offrire speranza, di orientare verso il futuro e di liberare dalla negatività (n° 159). Nelle scelte pastorali e nell’elaborazione dei documenti deve prevalere non l’aspetto teoretico/dottrinale astratto utile solo ad alcuni studiosi e specialisti, ma lo sforzo di tradurre le une e gli altri in proposte concrete e comprensibili per tutti, anche per rafforzare l’indispensabile ruolo dei laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono (discorso del 18 maggio 2015 alla Cei).
  9. Teologia che odora di popolo e di strada. Nella Chiesa in uscita la teologia da tavolino (n° 133) che si esaurisce nella disputa accademica o che guarda l’umanità da un castello di vetro deve essere sostituita da una teologia che odora di popolo e di strada in grado di versare olio e vino sulle ferite degli uomini e delle donne di oggi. La misericordia, che non è solo un atteggiamento pastorale ma è la sostanza stessa del Vangelo di Gesù, va declinata nelle varie discipline teologiche (dogmatica, morale, spiritualità, diritto e così via). La Chiesa in uscita ha bisogno non di teologi da museo che accumulano dati e informazioni sulla Rivelazione senza sapere che cosa farsene. Ad essa servono teologi capaci di costruire attorno a sé umanità, di trasmettere la divina verità cristiana in dimensione veramente umana (lettera del 3 marzo 2015 alla Pontificia Università Cattolica Argentina).
  10. Chiesa che benedice e vivifica. La Chiesa in uscita è la comunità che si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Per testimoniare Gesù Cristo è pronta al martirio. Però il suo sogno non è di circondarsi di nemici, ma piuttosto che la parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice (n°24). Nella Chiesa in uscita l’identità cristiana non è né occultata (n° 79) né ostentata (n° 95), ma testimoniata in modo sempre rispettoso e gentile (n° 128). All’atteggiamento del nemico che punta il dito e condanna o del principe che guarda gli altri in modo sprezzante (n° 271) viene preferito uno stile fraterno e sororale che diventa attraente e luminoso (n° 99) agli occhi di tutti, in quanto in grado di illuminare e benedire, vivificare e sollevare, guarire e liberare (n° 273).

Andrea Lebra

(pubblicato su Settimana n° 27 del  12 luglio 2015)

Lux lucet in tenebris

Intervista a Paolo Naso (a cura di Raffaele Luise)

 

Paolo Naso, sono sconcertato. Davvero i valdesi rifiutano la richiesta di perdono del Papa per gli ottocento anni di persecuzioni inflitte loro dalla chiesa cattolica?

Assolutamente no. Il senso del messaggio del Sinodo valdo-metodista, e quindi della massima autorità della chiesa valdese, è che tutti, cattolici e evangelici, debbono chiedere il perdono di Dio. In questo senso non c’è affatto una chiusura rispetto alle parole e ai gesti di papa Francesco, ma, al contrario, c’è l’incoraggiamento e la disponibilità a scrivere insieme una nuova storia delle relazioni tra le nostre chiese. È questo il cuore del messaggio, e ci stupisce e ci preoccupa che non sia stato colto da alcuni osservatori che invece hanno preferito interpretare una risposta di apertura e di fraternità come un “niet” indispettito e polemico”.

Ma quali parole del messaggio del Sinodo si sono prestate a un tale grave fraintendimento?

‎Non lo so, ma posso immaginare che qualcuno ‒ non certo la stampa cattolica ‒ non abbia capito quel passaggio in cui il Sinodo scrive che i valdesi di oggi non possono sostituirsi a quanti hanno pagato col sangue la fedeltà alla loro fede, né possono perdonare al posto loro.

Ma questo è del tutto ovvio. Si tratta di una questione di buon senso prima che teologica. Nel senso che le vittime e i carnefici delle persecuzioni del passato, dal momento che sono morti, sono affidati al perdono di Dio‎?

È chiaro. Ma in un orizzonte più largo, tutte le chiese e tutte le religioni hanno responsabilità gravissime nell’aver combattuto e ucciso nel nome di Dio. Per questo, tutte devono chiedere perdono e per questo tutte sono chiamate a una conversione. Non a caso il testo inviato al Papa si conclude con la citazione di un celebre versetto dell’Apocalisse, in cui si afferma: «Ecco io faccio nuova ogni cosa».

Si è trattato, quindi, di una tempesta scatenata attorno al misunderstanding di un’ovvietà?

Sì, certo. È un’ovvietà, come lei ricordava, che la parola del perdono compete a chi ha subito persecuzioni e violenze, non ai loro eredi storici. ‎Agli eredi storici compete un altro impegno: quello di scrivere ‒ come hanno fatto papa Francesco e il Sinodo ‒ una nuova storia guidati insieme dall’azione dello Spirito Santo.

Immagine San Francesco

[Intervista di Raffaele Luise a S. E. mons. Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi]

«Nella sua sintesi straordinaria dei diversi saperi della modernità, l’enciclica Laudato Si’ può costituire un “tavolo dialogico” con persone di tutte o di nessuna religione, non solo in tema ecologico, ma sul tema stesso della fede». Lo afferma il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino in un suo commento all’enciclica di papa Francesco.

In cosa consiste, monsignor Sorrentino, il valore primo della Laudato Si’?

  • Al centro c’è la riscoperta del creato come dono di Dio e casa comune di tutte le creature. Due dimensioni che aiutano l’uomo moderno a superare lo spirito di puro possesso della natura e ‎quell’antropocentrismo radicale che in definitiva hanno generato sia il grido della Terra sia il grido dei poveri che l’enciclica fa propri. A questi atteggiamenti il papa contrappone una nuova visione che fa perno sull’ascolto, sull’accoglienza e sulla custodia.

Un cambiamento radicale di atteggiamento nei confronti del creato e dei poveri?

  • Sì, e in questo papa Francesco fa appello sia alla ragione che alla fede, mostrando direi quasi in modo operativo quanto la fede aiuti lo sguardo della ragione, in una sintesi ‎ culturale che sa collegare in profondità le ragioni tecno-scientifiche della difesa dell’ambiente con una potente teologia della creazione e con le ragioni politiche ed economiche della difesa dei poveri e degli scartati. Una nuova sintesi che pone e richiede una vera e propria “conversione‎ ecologica”.