FOTO G. Routhier

 

Il pontificato di papa Francesco

Alla luce del suo magistero Francesco non ha aperto un nuovo o un contro-dibattito sull’ermeneutica del Vaticano II. Egli si si è tenuto lontano da discussioni oziose e sterili che non fanno avanzare le cose. Piuttosto che parlare del Vaticano II, egli “parlerà Vaticano II” e  “farà Vaticano II”, cioè non elaborerà un discorso sul Vaticano II, a suo riguardo, ma il suo discorso sarà conforme al Vaticano II, secondo il suo stile, e tradurrà in atto il Vaticano II.

A titolo di esempi, la sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium non comporta che 17 note, sulle 217 che conta il documento, che rinviano esplicitamente a un passaggio o a un documento del Vaticano II. L’esame di ciascuna di esse ci mostra che, alla fine, questi rinvii non sono determinanti nell’argomentazione e che essi sono spesso più che altro decorativi. D’altronde, l’esame di queste note ci riserva altre sorprese. È così che si trovano 22 riferimenti a documenti di Conferenze episcopali (di Stati Uniti, Francia, Brasile, Filippine, India) o di assemblee regionali di vescovi (in particolare del CELAM, ma anche dell’Europa).

È così che, piuttosto che fare un lungo discorso sulla collegialità episcopale ‒ troviamo a riguardo un breve ma decisivo sviluppo al n° 32 con la citazione di una mezza frase (8 parole) di Lumen Gentium 23 ‒ il papa valorizza concretamente le conferenze episcopali e le riunioni continentali di vescovi. Questa non è un’eccezione, perché egli ripete lo stesso gesto nella sua enciclica Laudato si’, citando la FABC e il CELAM e dei documenti di conferenze episcopali dell’Africa del sud, della Germania, dell’Argentina, dell’Australia, del Brasile, della Bolivia, del Canada, degli Stati Uniti, del Giappone, della Nuova Zelanda, del Messico, del Paraguay, delle Filippine, del Portogallo, della Repubblica dominicana. Ciò è senza precedenti e non può essere fortuito. C’è qui, senza dubbio, un’intenzione e un gesto volontario. Non soltanto Francesco dice che l’auspicio formulato dal Vaticano II “non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale” (EG 32), ma offre una realizzazione concreta di tale auspicio. È in questo senso che dico che egli “fa Vaticano II” o che “parla Vaticano II”. Egli non apre un nuovo dibattito sull’autorità dottrinale delle conferenze episcopali: la riconosce e l’autorizza. […]

 

Una lettura ecclesiologica dell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium

[…]

Francesco rompe con gli schemi pastorali che fanno degli uni dei soggetti d’azione e degli altri i beneficiari dell’azione dei pastori. Il termine “soggetto”, d’altra parte, ritorna spesso sotto la sua penna: la Chiesa locale è «il soggetto dell’evangelizzazione» (EG 30), come lo è del resto la Chiesa tutta intera, il popolo di Dio («questo soggetto dell’evangelizzazione è ben più di una istituzione organica e gerarchica, poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio» –  EG 111), come lo sono anche «i diversi popoli nei quali è stato inculturato il Vangelo», «soggetti collettivi attivi, operatori dell’evangelizzazione» (EG 122), le conferenze episcopali, che egli si rincresce di non vedere concepite «come soggetti di attribuzioni concrete» (EG 32). Insomma, lungo tutto questo testo, si vedono delle persone o dei gruppi costituiti come soggetti d’azione, riconosciuti come soggetti di iniziativa.

Più specificamente, egli vuole istituire i fedeli laici come soggetti attivi o protagonisti della vita ecclesiale e dell’evangelizzazione. Nel suo discorso di apertura dell’assemblea generale della CEI (18 maggio 2015), egli domanda ai vescovi di permettere questo avvento:

La sensibilità ecclesiale e pastorale si concretizza anche nel rinforzare l’indispensabile ruolo di laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro compe- tono. In realtà, i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo! Hanno invece tutti la necessità del Vescovo Pastore!

[…]

Conclusione

Ho svolto una lettura troppo rapida, avrei potuto mettere in evidenza alcuni altri aspetti rispetto ai quali ci sono analogie tra il suo programma di pontificato formulato nella Evangelii Gaudium e il Concilio Vaticano II. Da una parte, c’è la connessione stretta che egli stabilisce tra evangelizzazione e riforma, legame che si allarga rendendo ancora più esplicita un’intuizione del Concilio che è restata sottosviluppata, così come il legame tra i poveri, l’evangelizzazione e la riforma.

Bisognerebbe esaminare diversi aspetti del suo pontificato. Tra questi, un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta al ramo ecumenico. Ordinato prete dopo il Vaticano II, egli ha integrato da molti anni la dimensione ecumenica nel suo ministero. Questo risulta per lui naturale e, visibilmente, non appreso o affettato. Lo stesso vale per i rapporti interreligiosi. L’apprendistato è stato fatto lungo tutta la sua vita, attraverso gli incontri con le persone. In ogni caso, ciò che è messo in risalto, sono le persone e i legami personali e non la dottrina o le discussioni dottrinali. Questo ci porta a dire che, come nel Vaticano II, lo stile pastorale (o stile evangelizzatore o missionario, come lo svilupperà in EG 18, 27, 33, 35 e 75), più che la regolazione teologica, è messo al primo piano. Allo stesso modo, egli va al “cuore del Vangelo” e ha integrato il criterio della gerarchia delle verità messo in campo dal Vaticano II. Questo richiamo del Vaticano II non rappresenta una citazione decorativa di Evangelii Gaudium (n. 36), ma è strutturante, non soltanto di questo passaggio, ma anche dello sviluppo sull’omelia.

Non appartenendo al mondo europeo, malgrado le radici italiane della sua famiglia e il carattere europeo di Buenos Aires, egli è più naturalmente attento alle culture del mondo (EG 30, 41), come lo è stato il Vaticano II, primo concilio di una Chiesa dalle dimensioni mondiali. Egli vede egualmente l’economia mondiale a partire da un altro punto di vista che quello predominante nei paesi del Nord.

In definitiva, come il Vaticano II, probabilmente è soprattutto con il suo stile, stile di vita e stile pastorale, che Francesco segna la Chiesa. La parola “stile” ritorna a 24 nell’Esortazione apostolica, 11 volte per parlare di stile di vita, ma più volte per evocare lo stile pastorale, specialmente quando parla dello stile di Gesù, il suo stile di vita e il suo stile pastorale, due aspetti che sono legati.

Inoltre, come il Vaticano II, è nel suo rapporto agli altri, rapporto alle persone, innanzi tutto, persone alle quali egli concede la priorità, rapporto al mondo, ai poveri, alle culture, ai non credenti, ai credenti non cristiani, ai cristiani non cattolici, ecc. In terzo luogo, è con il suo insegnamento, insegnamento libero, autentico, che egli è autorevole, in ragione proprio della sua libertà ed autenticità. È ancora in ragione dell’attenzione che egli porta al popolo di Dio e a una concezione decentralizzata della Chiesa. Infine, e non ancora appieno (tranne nei domini dell’economia del Vaticano e delle questioni di pedofilia), in ragione delle decisioni strutturanti che egli prende, impegnando il diritto. Se non andasse fin là, il soffio rinnovatore che egli dona attualmente alla Chiesa rischierebbe di essere senza futuro. Senz’altro conta il fatto che sono le Chiese locali che sono chiamate a prendere il testimone, perché, alla fine, sono esse che costituiscono i soggetti primi dell’evangelizzazione e, a questo titolo, sono chiamate a “entrare in un deciso processo di discernimento, di purificazione e di riforma” (EG 30). Ancora una volta, il papa non può tutto e la nuova fase della recezione del Vaticano II appartiene alle Chiese locali.

Gilles Routhier

(Université Laval – Québec)

 Dalla relazione «Francesco. Una nuova fase di recezione ed ermeneutica del Concilio» (22 agosto 2015), tenuta nel quadro della Settimana Teologica di Camaldoli 2015, Tempo di riforma per una Chiesa sinodale, promossa dal Monastero di Camaldoli in collaborazione con l’Associazione Teologica Italiana ( www.teologia.it )

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