«La Chiesa del primo millennio predicava il matrimonio monogamico ma esercitava la misericordia nei confronti di coloro che non erano riusciti a realizzare questo ideale. I divorziati-risposati erano sottoposti alla penitenza pubblica, ma, dopo un anno o due, venivano riammessi alla piena comunione ecclesiale ed aucaristica».  Ad affermarlo è il teologo don Giovanni Cereti, che, nel recente libro Matrimonio e misericordia (Edizioni Dehoniane Bologna), riprende e sintetizza circa quarant’anni di studi da lui dedicati a un tema che resta fra i più dibattuti in vista del prossimo Sinodo sulle famiglia.

Un tema dibattuto

La possibilità che i divorziati e risposati “accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia”, appoggiata dall’autore di questo saggio, è infatti prevista – com’è noto – dal paragrafo 52 della relazione conclusiva (Relatio Synodi) del Sinodo straordinario sulla famiglia del 2014. Il testo non ha ricevuto la maggioranza qualificata dei due terzi dei voti e dunque non è stato approvato dai padri sinodali, ma è stato pubblicato e inserito nell’Instrumentum laboris del Sinodo di quest’anno e resta dunque un’ipotesi di lavoro. Diverse e autorevoli sono le pubblicazioni che si contrappongono alla tesi propugnata da Cereti in questo come in altri suoi precedenti lavori. Di esse si dà conto nell’appendice bibliografica del volume delle Dehoniane.

L’importanza di un percorso di conversione

Don Cereti insiste da decenni per una riforma sul tema del divorzio e del nuovo matrimonio che superi l’attuale sistema dei tribunali ecclesiastici. «È un sistema – sottolinea – che non implica alcun percorso di conversione personale che è invece previsto nel sistema penitenziale da me auspicato». Non a caso, le sue tesi sono state citate dal card. Walter Kasper nell’intervento al Concistoro del febbraio 2014 che ha riaperto la discussione ecclesiale pubblica sul tema.

Un metodo già utilizzato, la prova di Nicea

«Di fronte alle obiezioni di chi sosteneva che questo metodo non fosse mai stato utilizzato nella storia della Chiesa ho potuto dimostrare che la Chiesa dei primi secoli, pur predicando il matrimonio indissolubile, concedeva a chi avesse fallito la possibilità di pentirsi ed essere assolto». La prova – secondo lo studioso – sarebbe nel canone 8 del concilio di Nicea (352) dove si offriva agli eretici “novaziani”, anche detti “càtari” o “puri”, la possibilità di rientrare nella Chiesa cattolica a condizione che accettassero “di ammettere alla comunione ecclesiale e eucaristica” due categorie: gli apostati e coloro che vivono in seconde nozze. «Per tanti secoli nella Chiesa latina si è pensato che questo canone, parlando di “seconde nozze”, si riferisse solo ai vedovi risposati – spiega Cereti – poiché dal secondo millennio cristiano in poi, e per molto tempo, non sono esistiti più i divorziati, come in epoca greco-romana. Ma nel primo millennio i divorziati risposati secondo il rito civile c’erano ancora e ad essi si riferiva Nicea». «Questa è la prova certa che la prassi della Chiesa antica – in parte oggi continuata nelle chiese cristiane d’oriente – concedeva la possibilità di seconde nozze ai divorziati dopo un percorso penitenziale e un intervento dell’autorità della Chiesa». «È una prassi – conclude il teologo – alla quale auspico si ritorni come le decisioni del prossimo Sinodo. Proprio per far risaltare la bellezza del sacramento del matrimonio, non bisogna, infatti, far passare come matrimonio ciò che non lo è più».

Fabio Colagrande

 


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