Forse oggi non è ancora chiaro come la missione della Chiesa e quella del popolo ebraico possono arricchirsi e integrarsi reciprocamente senza venir meno a ciò che l’una e l’altra hanno di essenziale e di irrinunciabile. C’è tuttavia un obiettivo finale: quando saremo un unico popolo e il Signore ci benedirà dicendo: «Benedetto sia l’Egitto mio popolo, la Siria opera delle mie mani, Israele mia eredità». Dice san Paolo che le promesse di Dio sono senza pentimento!

C.M. MARTINI, Israele, radice santa, ITL–Vita e Pensiero, Milano 1993, p. 64

 

Card. Francesco Coccopalmerio

Mi dà gioia partecipare a questa raccolta di testimonianze in ricordo e in onore del tanto amato cardinale Carlo Maria Martini. Lo considero e lo prego ogni giorno come chi si rivolge a un padre spirituale. Tale egli fu per me, che per ventidue anni gli sono stato collaboratore nella curia della diocesi di Milano e poi negli anni seguenti fino alla sua morte gli sono stato vicino come amico e come figlio. Tanti sono stati gli insegnamenti e gli esempi di Martini. Per la mia testimonianza ne scelgo uno che credo – specie oggi – particolarmente significativo.

Tra i messaggi più preziosi che il Cardinale ci ha lasciato possiamo senz’altro considerare l’amore per il popolo di Israele: egli ce lo ha insegnato, sia con la parola che con l’esempio.

La sua testimonianza poggia su basi, scritturistiche e teologiche, chiare e sicure. Spontaneo è il riferimento a Romani 9-11, dove Paolo, al contrario di quanto possa apparire a un’impressione immediata e superficiale, non conduce un discorso contrario al popolo ebraico, ma testimonia, da una parte, i suoi sentimenti di traboccante passione, di amore e di dolore ed esprime, dall’altra, la sua visione teologico-storica di piena valorizzazione e completo riacquisto del popolo di Dio che è anche il suo popolo.

Ora, il Cardinale Martini ha convintamente insistito su alcuni punti dottrinali, che ci sono ormai profondamente stampati nella mente e nel cuore.

Il primo punto da cui discendono tutti gli altri: che il popolo di Israele è il popolo dalle promesse divine mai revocate, «perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Romani 11,29).

Da ciò logicamente deriva la ormai chiara falsità della dottrina cosiddetta della sostituzione, secondo la quale la Chiesa, nuovo popolo di Dio, avrebbe sostituito Israele, precedente popolo di Dio. Nessuna sostituzione e, soprattutto, nessuna possibilità di tale sostituzione. Noi cristiani diciamo con convinzione, però con umiltà, che la Chiesa è il popolo di Dio o è il nuovo popolo di Dio. Ma rifiutiamo con pari convinzione di ritenere che il popolo di Israele non sia più il popolo di Dio. Il popolo di Israele era un tempo, è attualmente e sarà sempre il popolo di Dio.

Se le cose stanno così, possiamo affermare che esistono due popoli di Dio. E al contempo possiamo chiederci come correttamente intendere la relazione tra i due popoli. Ce lo indica ancora Paolo: il popolo di Israele è l’olivo buono, è la radice santa, su cui è stato innestato l’olivo selvatico e cioè, appunto, il nuovo popolo di Dio.

Notiamo però con attenzione che quanto fin qui affermato lo affermiamo noi cristiani e però non possiamo pretendere che sia ugualmente accettato anche dal popolo di Israele. Tuttavia noi cristiani lo presentiamo a loro con umiltà e chiediamo a loro di comprenderci e di accettarci.

Confidando in questa comprensione, è ora importante che i due popoli di Dio possano essere amici, possano conoscersi e amarsi, rispettarsi e accogliersi nella loro diversità, valorizzando, comunque, gli elementi comuni. Immediatamente illogico e inaccettabile appare ogni desiderio o, peggio, ogni tentativo di convertire gli Ebrei alla fede cristiana.

Possano, in definitiva, i due popoli di Dio camminare insieme, fianco a fianco o anche, forse, mano nella mano, verso un omega finale, che per gli Ebrei sarà l’avvento del Messia e per i cristiani sarà il ritorno di Cristo. Saranno la stessa Persona?

Tutto questo, e ancora di più e certamente meglio, ci ha insegnato il Cardinale Martini aprendoci la mente e il cuore verso i fratelli maggiori, verso i fratelli Ebrei.

Sta di fatto che dai tempi di Martini le relazioni tra cristiani ed Ebrei sono enormemente fiorite, in modo particolare a Milano. Non possiamo dimenticare la benedizione reciproca che il Rabbino Laras e il cardinale Martini, da tempo grandi amici, si sono reciprocamente data qualche giorno prima della morte, la preghiera della comunità ebraica sotto i portici della Curia il giorno dei suoi funerali. Ma, ancora prima, tra i tanti episodi di fratellanza, possiamo ricordare le varie volte in cui i cristiani di Milano sono stati invitati a pregare nella Sinagoga Centrale.

E in questo ultimo tempo si è verificato un miracolo: proprio per onorare la memoria di Martini con la piantagione di una selva in Terra Santa, attuando un’idea del Rabbino Laras, una apposita delegazione di circa cento persone ha compiuto un pellegrinaggio in Israele. Il miracolo a cui accennavo è consistito in questo: forse per la prima volta, almeno nei tempi moderni, il pellegrinaggio era composto da ebrei insieme a cristiani, da rappresentanti dei due popoli. Hanno viaggiato insieme e hanno pregato insieme. Hanno viaggiato insieme, e ricordo che sui due pullman a nostra disposizione a Gerusalemme era scritto così: «Ebrei e cristiani viaggiano insieme». E, soprattutto, i rappresentanti dei due popoli hanno pregato insieme: un giorno al Muro del Pianto con la recita e a volte con il canto dei salmi chiamati “della salita” e un venerdì sera in Sinagoga per celebrare l’apertura dello Shabbat.

Pubblicato in: «Martini e noi», a cura di M. Vergottini, Piemme, Milano 2015, pp. 301-303.


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