Raffaele Luise
‎I dieci giorni che hanno cambiato la storia dei viaggi pontifici. Potremmo definire così, parafrasando il titolo di un libro famoso, la storica visita di Bergoglio a Cuba e Stati Uniti, un capolavoro di profezia e diplomazia che ha creato un discrimine, un prima e un dopo nei viaggi papali e nel magistero itineranti dei pontefici in epoca moderna. Andare a Cuba per incoraggiarne e rafforzarne l’apertura al mondo, chiedendo – come ha poi ribadito con Obama – la fine del “bloqueo”, e nel contempo esprimendo sincero rispetto per Fidel Castro e la profonda capacità di tenerezza di cui è ricco il popolo cubano (e quella di Francesco è una rivoluzione delle tenerezza), è stata già un’impresa altissima, ma l’aver voluto entrare negli Usa dalla porta sudamericana è stato un atto di creatività straordinario: il papa di Lampedusa si è rifatto immigrato, anzi due volte immigrato (dall’Occidente in Sud America e da li’ negli Usa) per dare al suo appello all’accoglienza e all’integrazione  la massima potenza simbolica. Che è poi fiorita prodigiosamente nella tappa nordamericana. Dove, in tre momenti che rimarranno nella storia della chiesa in America, ha addirittura innestato il tema dell’immigrazione nelle profondità del sogno americano, che anzi  arrivato a rinverdire dall’opacità in cui l’ha gettato il fondamentalismo politico dei Bush e dei Repubblicani, ricordando al “Paese  dei liberi e dei coraggiosi”, costruito da generazioni di immigrati da tutto il pianeta, che ora quel sogno di libertà deve fiorire  nell’accoglienza dei nuovi immigrati e nell’ edificazione del bene comune contro ogni discriminazione sociale.

Ha richiamato quattro icone del sogno americano, toccando una corda profonda dell’anima d’America: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton, per ricordare a una politica profondamente lacerata da fondamentalismi ideologici ed economico-finanziari, che gli Usa devono tornare ad essere il Paese dove la libertà si coniuga con la giustizia sociale, con il pieno godimento dei diritti civili e con la tramatura di un dialogo interculturale e interreligioso su scala planetaria. Ed ha sottolineato questo soprattutto nei tanti incontri avuti con le realtà dell’emarginazione, espressione di quella cultura dello scarto che trova negli Usa la sua scaturigine. Come a ricordare che davanti al Congresso e all’Onu lui si presentava nelle vesti del paladino dei poveri e degli ultimi, ivi compresi le creature e la madre Terra.  Questa la chiave di lettura dei coraggiosi e straordinari  interventi sia al Congresso americano che all’Assemblea delle Nazioni Unite, i luoghi eminenti del potere  dove si decidono, sia pure in modo diverso, i destini del mondo. E dove ha portato, un’assoluta prima volta, il doppio grido incrociato dei poveri e della Terra, ricapitolando con umiltà e semplicità ma anche con la forza tranquilla di un antico profeta, tutte le cause di uno stato del mondo pericolosamente vicino alla catastrofe ambientale e umana. Come se Francesco avesse spiegato su scala geopolitica, la sua enciclica aurorale Laudato Si’, che non a caso inaugura una civilta’ nuova anche agli occhi di intellettuali non credenti della statura di un Edgar Morin. Ci ha commosso profondamente, e quasi non credevamo ai nostri occhi, vedere quella figura bianca condannare al Congresso non solo il commercio delle armi e la pena di morte – ombre scure sulla coscienza dell’America – ma l’intera politica economica statunitense, succube della speculazione finanziaria globale, rea di aver distrutto Paesi in nome dell’ infausta esportazione della democrazia in Medio Oriente e in Africa, e soprattutto colpevole di reagire al fondamentalismo e alla violenza facendosi a sua volta tiranna e fondamentalista, e decidendo infauste guerre non concordate con l’Onu, unica fondamentale Istituzione di diritto e di politica internazionale che ha il potere- ha ricordato il papa-  di intervenire sullo scacchiere internazionali in caso di crisi. E terribile è stata l’accusa del moderno profeta contro gli Organismi economici internazionali, accusati di ridurre Paesi e popoli in stato di povertà’ e di sottomissione politica, a causa di una politica economica a servizio dei potenti “senza volto” che decidono di un’economia che uccide, come Francesco ha scritto nella Evangelii Gaudium. Ed ha, infine, reclamato Francesco, all’Onu, il riconoscimento pieno del diritto dei Movimenti Popolari alla lotta e alla mobilitazione contro il dominio imperiale del dio denaro, e a favore di una soggettività’ politica capace di pretendere la realizzazione delle condizioni minime di dignità umana, che sono il diritto alla casa, al lavoro e alla Terra. E, infine, vogliamo ancora ricordare quell’importante pezzo di chiesa del futuro che il papa ha disegnato a Filadelfia: una chiesa dove finalmente le donne e i laici siano fulcro e fondamento essenziali, alla pari dei chierici e dei religiosi. Insomma: il Vangelo e la vera fede sempre portano in se’ l’aspirazione e la voglia di cambiare il mondo. E Francesco non poteva esprimerlo più’ chiaramente con questo incredibile viaggio, che conclude in qualche modo i nove precedenti nelle periferie del pianeta (se si esclude la puntata a Strasburgo). Tornato a Roma ulteriormente circondato  da un’autorità spirituale e in senso nobile politica altissime, ora Francesco potrà dedicarsi a convincere i padri sinodali, e i suoi tanti e agguerriti nemici, che è la misericordia l’architrave del cristianesimo, anche all’interno della vita delle famiglie.

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