Raffaele Luise

Don Sergio Mercanzin

Marco Vergottini

 

Una delle novità intervenute con i due Sinodi sulla famiglia ‒ quello straordinario del 2014 e quello ordinario che inizierà fra pochi giorni ‒ è stata la scelta di avviare un’ampia consultazione delle Chiese locali sulle questioni affrontate da parte dei Padri in assemblea. Per questo motivo come battezzati, intendiamo offrire ‒ in punta di piedi, senza sicumera, in spirito di piena parresìa evangelica ‒ alcune considerazioni sul prossimo Sinodo.

 

  1. Leggiamo in Misericordiae vultus che «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia… La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole». Questo appello ci sollecita come credenti a confidare che, anche nelle prove in cui pare di non vedere più alcuna via d’uscita, Dio sa aprire una via nuova. La misericordia di Dio è affidabile, a condizione che ‒ donne e uomini, pastori e fedeli ‒ siamo disposti ad affidarci a essa.
  2. Nei confronti di quanti tendono a leggere la post-modernità in chiave esclusivamente negativa, occorre vedere i germi di speranza che sono al suo interno. Il più largo accesso alla cultura, ad esempio, porta a essere maggiormente responsabili sulle decisioni riguardanti la famiglia e la generazione. I progressi della medicina con la capacità di curare le malattie, compresa l’infertilità e l’uso delle biotecnologie, sono sicuramente un luogo in cui leggere la volontà di Dio di esprimere, attraverso la creatività dell’uomo a cui Egli ha affidato il mondo, la potenza e la gioia amorosa della Sua forza creatrice.
  3. L’appello che taluni settori ecclesiastici fanno alla “legge naturale” come soluzione di molte questioni in tema di sessualità e legame matrimoniale rischia l’ambiguità, in quanto non si può parlare di “natura” se non all’interno di una realtà sociale, culturale, economica, religiosa. La persona umana è libertà che accoglie la propria struttura corporea, il suo rapportarsi agli altri, alla storia, alla cultura, al contesto sociale e politico, alla religione. Non si può pensare alla natura della donna e dell’uomo come a qualcosa che si realizzi al di fuori della storia, nel senso che non c’è accesso all’universale antropologico (natura) se non a partire dalle differenti esperienze culturali e personali. Tutto ciò ha delle evidenti ripercussioni su molti temi presenti nel Sinodo, quale quello del matrimonio, delle famiglie, degli anticoncezionali, degli omosessuali ecc.
  4. Se la Chiesa è madre, tutti i suoi figli (in quanto battezzati) fanno parte della comunità e niente deve poterli escludere da essa. Tutta la storia della salvezza mostra l’amore fedele di Dio per il popolo; un amore che ancora oggi è disposto a perdonare. Tale perdono suscita una risposta della persona umana al dono gratuito di Dio e spinge alla conversione; rimette in cammino, anche se talora il cammino deve fare i conti con situazioni che non possono cambiare (per esempio, divorziati risposati).
  5. La santa Chiesa è anche la Chiesa dei peccatori, che talvolta si presenta coi panni della prostituta infedele e che sempre deve percorrere la via della conversione, del rinnovamento e della riforma (LG 8; UR 4). Ciò vale per lo stesso matrimonio cristiano. Si tratta di un grande mistero in relazione a Cristo e alla Chiesa (Efesini 5, 32). Non sempre è dato realizzare nella vita questo mistero in modo pieno, ma sempre soltanto in forma frammentaria. In questo senso il matrimonio dei credenti è sotto molti aspetti un segno incompleto e vulnerabile dell’alleanza. I coniugi permangono in cammino e si ritrovano sotto la legge della gradualità (Familiaris consortio, 34). Hanno sempre bisogno della conversione e della riconciliazione e sono sempre di nuovo rinviati al Dio ricco di misericordia.
  6. Circa l’indissolubilità del matrimonio, il messaggio di Gesù racchiuso in Marco 10,11-12 costituisce l’annuncio del dono e l’invito a seguire la logica e la radicalità del Regno, piuttosto che risultare soltanto un codice prescrittivo e normativo. È in questa luce che andrebbero comprese le parole di Matteo 19, 9: se non in caso di porneia e quelle dell’apostolo Paolo (1 Corinti 7, 10-16) a proposito dei matrimoni dei convertiti, dove è messa in luce una chiara distinzione tra le parole di Gesù e le applicazioni concrete che in quel preciso momento si pongono.
  7. L’esclusione dei divorziati risposati dall’eucaristia pone dei problemi; essa, infatti, non è un premio per i perfetti, ma un sostegno per il cammino della vita. Inoltre, escludendoli dall’accesso all’eucarestia, si nega ai divorziati risposati una testimonianza importantissima nei confronti dei figli. Se la Chiesa nella storia dei primi secoli ha voluto accogliere nel suo seno i cosiddetti “lapsi” – cioè coloro che, sotto la minaccia delle persecuzioni, hanno rinnegato il battesimo, compiendo atti di adorazione verso gli déi pagani – non si vede il motivo per non approntare un itinerario di penitenza e di riammissione ai sacramenti per i divorziati risposati.
  8. A riguardo della contraccezione, l’attuale situazione realizza nei fatti una doppia verità morale: una oggettiva (la legge) e una soggettiva (la pratica pastorale). Il messaggio dell’Humanae vitae circa il valore della sessualità come grammatica dell’amore coniugale e il nesso imprescindibile tra sponsalità e generazione deve essere nuovamente riscoperto. L’accoglienza del figlio, nel rispetto della qualità dialogica della relazione di coppia, esige una decisione responsabile che non può essere garantita a priori da nessun metodo contraccettivo. Un metodo cosiddetto naturale può essere accompagnato da un egoismo della coppia, così come un metodo considerato artificiale può mantenere un’apertura alla fecondità. Il compito vero è, dunque, quello di educare la coscienza a riconoscere quell’appello, che essa non si dà e che è la voce di Dio, che la chiama a volere il bene.
  9. Se una coppia di persone omosessuali decide di vivere la propria relazione affettiva in modo fedele, non si può valutare a priori questa decisione come negativa sotto il profilo morale, perché il discernimento deve necessariamente fare i conti con le possibilità effettive di un soggetto e queste sono legate alla sua storia e al suo vissuto, personale e culturale. La comunità cristiana deve accogliere al suo interno, senza discriminazioni, coloro che hanno un orientamento omosessuale e decidono di seguire il Signore Gesù.
  10. Che cosa potranno dire e decidere i padri sinodali? Forse non potranno risolvere tutte le questioni aperte. Quello che pare di poter raccomandare è che il Sinodo dei Vescovi e l’intera comunità cristiana sappiano “abitare le domande” delle famiglie e delle donne e degli uomini del nostro tempo, Sapendo che il primato è di Cristo e ciò che conta è la relazione con Lui. Se poi il Signore Gesù accende un fuoco che purifica e non spegne il lucignolo fumigante, consegue che la Chiesa debba essere tanto franca nell’ammonire, quanto pronta a guarire, poiché salus animarum suprema lex.

 

Raffaele Luise

Emozione e commozione hanno tenuto incollati alle panche della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami‎ i fortunati spettatori della musicopera «Il primo Papa – La libertà di essere uomo», scritta e diretta da Tony Labriola e Stefano Govoni, rappresentata in anteprima mondiale lo scorso 30 settembre.

Due ore di musica rock sinfonica e spettacolo con 16 attori in scena, oltre 20 canzoni, costumi storici e proiezioni suggestive. Molto felice la scelta della chiesa di san Giuseppe, all’interno del foro romano, che sovrasta il carcere Mamertino, in cui fu rinchiuso san Pietro prima di essere crocifisso a testa in giù. E proprio nell’antico carcere romano è ambientato il Musical, che mette in scena la vita del primo Papa raccontata nientemeno che da Gesù.

Una scelta felice, come felice è stata l’articolazione del racconto in una catena di feedback, che hanno raggiunto l’acme nello scontro drammatico e vocalmente avvincente tra l’imperatore Nerone e Pietro, interpretato dalla voce fantastica di Simone Sibillano. Un’invenzione artistica di grande spessore, come pure quella del dialogo “come tra due amici” tra l’imperatore e l’Apostolo, seduti sul gradino della scena. Non alla stessa altezza drammatica la caratterizzazione di San Paolo e quella di Giuda, apparsi francamente fragili. C’è stata qua e là qualche ingenuità “catechistica”, ma nell’insieme lo spettacolo ha saputo rappresentare, soprattutto nelle parti cantate, la profonda e umanissima figura di San Pietro. Entro qualche settimana lo spettacolo verrà diffuso in CD, impreziosito dalla recitazione del “Padre Nostro” cantato da Albano nella versione italiana e intercalato dalla voce di papa Francesco.