Dove sono i leoni

BY 26 novembre 2015 Articoli

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Raniero La Valle

Il papa va a Bangui ad aprire l’anno santo della misericordia e siccome le grandi idee hanno bisogno di simboli concreti il papa, per significare l’ingresso in questo anno di misericordia, aprirà una porta. Ma per lo stupore di tutte le generazioni che si sono succedute dal giubileo di Bonifacio VIII ad oggi, la porta che aprirà non sarà la porta “santa” della basilica di san Pietro, ma la porta della cattedrale di Bangui, il posto, ai nostri appannati occhi occidentali, più povero, più derelitto e più pericoloso della terra.

Ma si tratta non solo di cominciare un anno di misericordia. Che ce ne facciamo di un anno solo in cui ritorni la pietà? Quello che il papa vuol fare, da quando ha messo piede sulla soglia di Pietro, è di aprire un’età della misericordia, cioè di prendere atto che un’epoca è finita e un’altra deve cominciare. Perché, come accadde dopo l’altra guerra mondiale e la Shoà, e Hiroshima e Nagasaki, abbiamo toccato con mano che senza misericordia il mondo non può continuare, anzi, come ha detto in termini laici papa Francesco all’assemblea generale dell’ONU, è compromesso “il diritto all’esistenza della stessa natura umana”. Il diritto!

Di fronte alla gravità di questo compito, si vede tutta la futilità di quelli che dicono che, per via del terrorismo, il papa dovrebbe rinunziare ad andare in Africa (“dove sono i leoni” come dicevano senza curarsi di riconoscere alcun altra identità le antiche carte geografiche europee) e addirittura dovrebbe revocare l’indizione del giubileo, per non dare altri grattacapi al povero Alfano.

Ma il papa, che ha come compito peculiare del suo ministero evangelico di “aprire la vista ai ciechi”, ci ha spiegato che il vero mostro che ci sfida, che è “maledetto”, non è il terrorismo, ma è la guerra. Il terrorismo è il figlio della guerra e non se ne può venire a capo finché la guerra non sia soppressa. La guerra si fa con le bombe, il terrorismo con le cinture esplosive. Non c’è più proporzione, c’è una totale asimmetria, le portaerei e i droni non possono farci niente. Possiamo nei bla bla televisivi o governativi fare affidamento sull’”intelligence”, ma si è già visto che è una bella illusione.

Questo vuol dire che per battere il terrorismo occorre di nuovo ripudiare quella guerra di cui, dal primo conflitto del Golfo in poi, l’Occidente si è riappropriato mettendola al servizio della sua idea del mercato globale, e che da allora ha provocato tormenti senza fine, ha distrutto popoli e ordinamenti, suscitato torture e vendette, inventato fondamentalismi e trasformato atei e non credenti in terroristi di Dio.

Daniel 7, 13-14      Apoc. 1, 5-8    Jean 18, 33b-37

 

Le 13 novembre dernier, à l’annonce de l’attentat terroriste à Paris, à la description du massacre, des victimes, dans la crainte pour les nôtres, dans la colère, peut-être nous sommes-nous souvenu de l’épisode tragique, insoutenable que raconte Elie Wiesel dans son récit intitulé « La Nuit ». Vous le connaissez sans doute : il s’agit du moment où deux hommes et un enfant sont pendus par les nazis dans le camp de Buchenwald. L’enfant, contrairement aux adultes, n’en finit pas de mourir et Wiesel entend quelqu’un derrière lui demander : « Où est le Bon Dieu, où est-il ? » et une seconde fois : « Où donc est Dieu ? ». Et l’auteur ajoute : « Où Il est ? Le voici – il est pendu ici, à cette potence… »

Où était Dieu le 13 novembre à Paris ? Où était-il la veille à Beyrouth ? Où était-il avant-hier à Bamako ?. Ce ne sont pas des questions académiques, c’est la révolte de nos cœurs. Si Dieu existe, s’il est amour, que fait-il devant nos drames ? Dans les psaumes, nous trouvons plusieurs fois cette injonction : « Dieu, sors de ton silence ! »

Aujourd’hui, fête du Christ-Roi, l’Eglise nous fait regarder Jésus devant Pilate. Il arrive après une nuit sans sommeil, des interrogatoires avec voies de fait par des juges décidés à le perdre. Il arrive, ayant échoué dans sa mission de préparer le peuple et la terre d’Israël à être les prémices et les auteurs du Royaume de Dieu son Père. Il a subi l’hostilité des chefs de ce peuple qui auraient dû être les premiers à l’accueillir et à le seconder. Il a vécu l’instabilité des foules, désireuses de guérison miraculeuse et de victoire sans combat contre leurs oppresseurs. Jusqu’au dernier moment, il avait compté sur le soutien des disciples qui l’avaient suivi, qu’il avait formés, auxquels il avait ouvert son coeur mais qui au dernier moment se sont enfuis, après que l’un d’entre eux ait manigancé son arrestation. Le voici devant Pilate, absolument seul, sachant que rien ne le sauvera du massacre préparé, désiré, obtenu d’ennemis vraiment aveuglés par la haine. Et du coté de Dieu son Père, qu’il avait supplié avec des larmes de sang, rien. Regardons-Le. Ne détournons pas les yeux.« O vous qui passez par le chemin, voyez s’il est douleur semblable à ma douleur ».

Parigi

ORAZIO LA ROCCA

“Maledetti!”. Difficile immaginare che una parola tanto terribile un giorno l’avremmo potuto ascoltare anche dalla voce di un pontefice regnante. Maledire, cioè augurare il male assoluto per qualcuno che si è reso responsabile di peccati atroci contro i suoi simili, specialmente contro indifesi ed innocenti, non ha fatto mai parte del pubblico linguaggio papale. Stando almeno alla storia della Chiesa cattolica degli ultimi secoli. Nel suo genere, un vero e proprio tabù della semantica pontificia, che papa Francesco, al contrario dei suoi predecessori, ha avuto il coraggio di rompere in maniera solenne, decisa e con una forza espressiva non comune, parlando – per di più – dalla cattedra che forse predilige di più, l’altare dell’Ospizio di Santa Marta in cui abita dove ogni mattina celebra la sua seguitissima Messa.

Pur nella solennità del rito, Jorge Mario Bergoglio non ha nascosto la sua profonda indignazione, scosso dagli attentati di Parigi, e dalla lunga via Crucis di sangue e morte che ormai da troppo tempo sta insanguinando il mondo per mano del terrorismo islamico. Tragedie sulle quali ha già fatto sentire nei giorni precedenti la sua voce di compassione e misericordia per le vittime, e di condanna per gli attentatori, ai quali ha ricordato, tra l’altro, che «uccidere in nome di Dio è una bestemmia atroce!».

15/05/2013 Città del Vaticano, piazza San Pietro, udienza generale del Mercoledì di papa Francesco

«Il ritorno a Cristo e al Vangelo è stato il filo conduttore del discorso che il Papa ci ha rivolto. Nel ripensare la dimensione di una Chiesa, che come ha ricordato Francesco è ‘semper reformanda’, è necessario ripartire dal principio che ci costituisce, ci fa Chiesa e ci rigenera». Ad affermarlo è Serena Noceti, docente di teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, vicepresidente dell’Associazione teologica italiana (Ati) e delegata al 5° Convegno nazionale ecclesiale di Firenze.

Il cuore del Vangelo

«Questo principio che ci riforma, come ha sottolineato Francesco è la Parola di Gesù» ricorda la teologa. «Dunque non è una dottrina, ma una realtà e un farsi carne che possiamo contemplare. E lo sguardo è stato rimandato al giudizio finale e alla carne di Cristo segnata dalla passione, la carne di un uomo che si è fatto vicino a noi. È stato il cuore del Vangelo a risuonare tra le volte di S. Maria del Fiore, ribadito con parole intense, ma comprensibili per tutti, vicine».

“Farsi carne”

L’umanesimo cristiano – ha spiegato Francesco a Firenze, prendendo spunto dal tema del Convegno della Chiesa italiana, – ha i tratti dei sentimenti di Gesù: umiltà, disinteresse e beatitudine. «Vuol dire – spiega la Noceti – ripartire da quello sguardo sul mistero di Cristo che la Lettera ai Filippesi in particolare ci presenta. Questo ‘stare nella carne’, vivere fino in fondo il processo dell’abbassarsi. Per comprendere, come ha detto il Papa, che la Gloria di Dio non coincide con la nostra sovraesaltazione o il nostro porci al centro».

«Importante poi – nel discorso papale – questa triparatizione: umiltà, disinteresse, beatitudine, che costituisce una critica radicale a quelle forme di narcisismo e autocompiacimento, quella logica della ricerca del successo, che sembra invece la parola d’ordine nel contesto attuale. Direi che alla Chiesa – aggiunge la Noceti – è richiesta soprattutto la prospettiva del ‘farsi carne’. Invito che assume anche un sapore critico nei confronti di uno stile che invece spesso si concentra sull’affermazione personale, l’affermazione di un tornaconto o ancora un’allegria che non ha la radice, la semplicità e la forza della vera beatitudine evangelica, quella dei poveri di spirito».

Le due tentazioni

«La lettura poi delle due tentazioni, dalle quali ha messo in guardia la Chiesa italiana: pelagianesimo e gnosticismo, è stata estremamente lucida», aggiunge la prof. Noceti.  «Questi due poli, quello della sicurezza individuata nella norma e nel conservatorismo, nella progettazione astratta, e quello del soggettivismo di base, della chiusura in se stessi, sono i veri due mali della Chiesa italiana, ma direi anche della cultura italiana. Sono due modelli soteriologici, quindi di salvezza, che rimandano a due modelli di relazione con Dio e con le persone».

Un popolo di santi e esploratori

«È stato bello che il Papa abbia contrapposto a questi due rischi due prospettive che corrispondono allo stile della presenza cristiana in Italia: quella degli esploratori e quella dei santi», aggiunge la Noceti. «Mi è piaciuta questa immagine dell’esploratore capace di pensare e cercare luoghi diversi nei quali dobbiamo confrontarci con la fragilità e l’incertezza. Poi la dimensione della santità non pensata come lontana dalla nostra vita, ma legata a processi di immanenza, incarnazione. Dobbiamo ascoltare lo Spirito e superare l’individualismo immergendoci nella realtà». «Per il Papa la riforma della Chiesa ‒ conclude la teologa ‒ è soprattutto un appello alla conversione rivolto a tutti noi, non solo alle strutture ecclesiali».

(Fabio Colagrande)

 Fonte: http://it.radiovaticana.va/news/2015/11/11/il_papa_a_firenze_noceti,_invito_a_tornare_al_vangelo/1186033