di S. Ecc. mons. Bruno Forte

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Marc Chagall, Il ritorno del figliuol prodigo

Lettera pastorale per l’anno 2015-2016

 

  1. Il giubileo della misericordia, indetto da Papa Francesco per l’anno 2015-2016, impegna tutta la Chiesa a fare un’esperienza rinnovata e profonda della misericordia divina e ad annunciarla con nuovo slancio e audacia. Si tratta di riscoprire il cuore stesso del Vangelo: “Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth…” (Papa Francesco, Misericordiae Vultus, Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, 11 Aprile 2015, 1). Di questa buona novella abbiamo tutti immensa necessità: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato” (ib., 2). Dedico perciò la lettera per l’anno pastorale 2015-2016 alla divina misericordia, fermandomi sulla parabola con cui Gesù ha voluto presentarla nella maniera più viva e toccante: la parabola del Padre misericordioso e dei due figli (Luca 15,11-32).
  2. Il Padre di misericordia. Il Dio che Gesù ci ha rivelato è il Padre, che con infinita misericordia accoglie il peccatore pentito e lo rende libero. Il racconto presentatoci nel capitolo 15 del Vangelo secondo Luca ci narra la storia di questo incontro: sebbene questo testo venga generalmente chiamato “la parabola del figliuol prodigo”, bisogna riconoscere che il protagonista centrale della narrazione non è il figlio perduto e ritrovato, ma il padre, verso il quale i due figli convergono. Nei tratti di questi due, il figlio più giovane e il figlio maggiore, qualcuno ha voluto riconoscere la figura del popolo della nuova alleanza e quella del popolo della prima alleanza, Israele: in questa luce, i due popoli appaiono accomunati nello stesso abbraccio del Dio vivente, il Padre di misericordia. La parabola narra la storia del “ritorno a casa” del figlio perduto. Nell’ebraico biblico l’idea di conversione è resa con “shuv”, che vuol dire ritorno (“teshuva” è conversione, pentimento): colui da cui si ritorna nella parabola è il padre, figura del Dio che Gesù annuncia. È un Dio che sovverte ogni presunzione umana, un Dio “differente”: riscoprire il Suo volto è importante non solo per riconoscere la verità più profonda della nostra esistenza, ma anche perché in un’ora come l’attuale, in cui la religione è da alcuni accostata alla violenza fondamentalista, appare più che mai urgente comprendere come il Dio che è misericordia mai e poi mai potrà giustificare una qualsiasi forma di violenza dell’uomo sull’uomo. Sono diversi i tratti di questo Dio, che si lasciano cogliere nella parabola.

  1. L’umiltà di un Dio che spera. La prima è l’umiltà: il protagonista centrale del racconto si rivela anzitutto come un padre umile. Di fronte alla scelta del figlio, che decide di gestirsi la vita indipendentemente da lui, non oppone resistenza. Avrebbe potuto farlo in base alla Legge, che autorizzava il padre a ordinare addirittura la lapidazione del figlio ribelle (Deuteronomio 21,18-21). Il padre della parabola non agisce così: lascia partire suo figlio. Si adegua alla sua decisione e sa aspettarlo con un desiderio carico d’infinita umiltà. L’umiltà di Dio è il suo ritrarsi perché noi esistiamo: per indicare questa paradossale accondiscendenza divina la mistica ebraica usava l’espressione “zim-zum”, che dice il contrarsi di Dio per far posto all’esistenza della sua creatura. L’immagine trasmette un profondo messaggio: Dio fa spazio alla dignità delle creature. È come se l’Eterno si “contraesse” affinché noi possiamo esistere nella libertà davanti a Lui. Il Dio che può tutto, non vuol salvarci senza la nostra volontà. L’Onnipotente accetta di arrestare la propria onnipotenza dinanzi alla libertà della Sua creatura. Perciò, San Francesco, nelle Lodi del Dio Altissimo, non esita a rivolgersi all’Eterno con l’esclamazione: “Tu sei umiltà!”. Questo Dio umile è il padre che sta alla finestra ad attendere il ritorno del figlio. Lo si comprende dal v. 20: “Quand’era ancora lontano il padre lo vide e, commosso, gli corse incontro”. Il padre scrutava da lungo tempo l’orizzonte in attesa del ritorno del figlio desiderato. Quest’atteggiamento sembra rivelare anche una qualche forma di speranza in Dio, quella che spinge il padre commosso ad attendere intensamente il figlio perduto, scrutando l’orizzonte nel desiderio ardente di vederlo ritornare, per corrergli incontro quando finalmente lo vedrà in lontananza. Il Dio che Gesù ci rivela ama con l’amore viscerale di una madre, non in rapporto al merito della creatura, ma semplicemente perché essa esiste ed ha bisogno di essere amata (si pensi a Isaia 49,14-16 o al Salmo 131,2).
  2. Il Dio che è amore. Il Dio di Gesù ama, dunque, con un amore di tenerezza e di gratuità, fedele più di ogni infedeltà dell’uomo. Come affermava San Bernardo, “Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama”. È in forza di questo amore “viscerale” che il padre corre incontro al figlio: secondo la mentalità semitica, un simile gesto era a dir poco scandaloso, perché il padre doveva avere sempre un portamento solenne, ieratico. Era il figlio che doveva presentarsi e prostrarsi davanti a lui. La parabola ci pone dinanzi a un padre che non ha paura di “perdere” la propria dignità, di metterla in pericolo. L’autorità del padre non sta, insomma, nella distanza che mantiene, ma nell’amore che irradia. Si potrebbe intravedere qui il coraggio dell’amore di Dio: è il coraggio di infrangere le sicurezze apparenti per vivere l’unica sicurezza dell’amore più forte di ogni rifiuto e andare all’altro, superando le difese che l’incapacità di amare troppo spesso erige fra gli esseri umani. Quest’amore irradiante suscita gioia, in chi lo dà e in chi lo riceve: perciò è un amore che sa di tenerezza, la capacità di dare con gioia e di trasmettere gioia. Il padre è felice, fa festa, abbraccia il figlio, ingiunge ai servi di portare il vestito più bello, di mettergli l’anello al dito, i calzari ai piedi e di ammazzare il vitello grasso, vera ricchezza della famiglia nella civiltà agricolo-pastorale, in cui s’inserisce il racconto. È la festa che in cielo si fa per un solo peccatore che si pente e non per i novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. Una simile gioia rinvia al mistero di sofferenza che la precede e che trae le sue origini dalla compassione, dall’amore viscerale del Padre: il cristiano crede in un Dio che soffre perché crede in un Dio che ama. Il padre della parabola non rappresenta un Dio impassibile, spettatore freddo delle sofferenze del mondo, ma un Dio capace di soffrire per amore della sua creatura. E, come fanno capire i vv. 24 e 32 – “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” -, Dio soffre prima di tutto perché la sua creatura soffre. La sofferenza in Dio è il mistero della sua infinita capacità di amare, senza la quale noi saremmo degli automi davanti all’imperscrutabile volere divino. Veramente, come afferma San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Dominum et vivificantem (nn. 39 e 41), c’è un mistero di sofferenza in Dio Trinità, che è l’altro nome del Suo amore per gli uomini e della nostra libertà davanti a Lui.
  3. Il figlio più giovane: la seduzione del possesso. Davanti a questo padre stanno i due figli. Si presenta per prima la figura del figlio più giovane, quello che ha voluto gestire la propria vita per conto suo. In che cosa è consistito il suo peccato? “Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise fra loro le sostanze”. È interessante notare che il termine “sostanza” corrisponde al greco “tòn bíon”, cioè la vita, quel che serve per vivere. Ciò significa che il figlio prodigo è colui che non vuol saperne del padre nella gestione della propria esistenza. Chiunque abbia conosciuto un’esperienza di peccato e di conversione sa che cosa significa voler gestire la vita per conto proprio come se Dio non esistesse, perfino dimenticandosi di Lui. Il peccato del figlio prodigo, immagine di ogni peccato, è un voler essere padroni della propria vita, un escludere di affidarla totalmente nelle mani di Dio: un peccato di ricchezza, un cedere alla seduzione del possesso dei propri beni. Quale destino attende il nostro giovane? “Partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”. Alla separazione dal padre, fanno seguito lo sperpero dei beni e l’insieme delle conseguenze penose. Il segno più forte della miseria raggiunta è al v. 16 che, letto nel contesto semitico, è sconvolgente: in quell’ambiente culturale mangiare insieme significava entrare in comunione di vita. E poiché in quella stessa cultura il maiale era considerato l’animale impuro per eccellenza, simbolo del male e dell’alienazione, il figlio prodigo, che avrebbe voluto mangiare le carrube dei porci, mostra la degradazione cui è giunto. L’espressione così pittoresca manifesta quanto è grande il dramma del peccato. Gestirsi la vita da sé significa non vivere più, aver smarrito il senso, la bellezza, l’essenza della propria vita. Quando il figlio prodigo prende coscienza di tutto questo, si delinea in lui un cammino di conversione, che si svolgerà in cinque tappe, su cui è illuminante riflettere.
  4. La storia di un ritorno: in cammino verso la misericordia. La prima tappa, l’inizio della conversione, consiste nel percepire l’esilio esteriore, nell’avvertire che si sta male. Questa condizione dice che normalmente la conversione inizia da una molla egoistica: si sta male e si vorrebbe star meglio. “Allora rientrò in se stesso e disse: quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza, io invece…” (v. 17). La percezione dell’esilio esteriore si congiunge al ricordo della patria, di una casa dove c’è pane in abbondanza perfino per i salariati. Questo ci fa capire perché è sempre importante evangelizzare la misericordia, affinché a nessuno manchi la possibilità del ricordo dolce e salutare della patria lontana. Tra la propria miseria e il ricordo di un’abbondanza perduta viene profilandosi così il terzo momento dell’itinerario della conversione: la percezione dell’esilio interiore. È necessario accorgersi che la radice profonda del male è la separazione da Dio: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Alle origini del peccato c’è l’aver voluto gestire la propria vita diventando ricchi di sé, ma poveri di Dio e, alla fine, poveri di se stessi. Nascono così il no al passato e il sì al futuro di Dio per noi: dopo aver avvertito il dolore dell’esilio interiore bisogna avere speranza e credere che è possibile una vita nuova. Ricordando la patria dell’amore occorre dire un sì al futuro, nella certezza che il Padre possa farci ricominciare da capo, in modo nuovo e impensato per noi. Allora, diventa necessario andare effettivamente dal Padre. È la decisione senza la quale la conversione resterebbe un pio desiderio, senza tradursi nella vita nuova che cambia il destino di una persona. È un mettersi oramai completamente a disposizione del Padre – “Trattami come uno dei tuoi salariati” -, un non voler gestire più la propria vita, perché a gestirla sia Lui, il Padre misericordioso. È il passo che conduce all’incontro della riconciliazione: il sacramento del perdono è appunto questo incontro della nostra povertà, riconosciuta e confessata, con l’amore infinito del Dio che perdona e rende liberi attraverso il ministero della Chiesa.
  5. Il figlio maggiore: la vicinanza fisica e la vicinanza del cuore. C’è infine l’altro figlio, in cui alcuni riconoscono il popolo dell’elezione, Israele, amato da sempre come primogenito e chiamato non meno degli altri a tornare al cuore divino ricco di misericordia, accomunato ai fratelli più giovani dalle braccia accoglienti del Padre. Il figlio maggiore è rimasto sempre in una situazione di vicinanza fisica al padre: eppure, la reazione che ha fa capire che la sua vicinanza esteriore non è stata vicinanza del cuore. Si può vivere tutta la vita nella casa di Dio e non amare Dio… Quel che conta veramente è l’essere interiormente innamorati di Dio, in sintonia piena con Lui. Che cosa accade, dunque, al figlio maggiore? Nel ritorno a casa dal lavoro sente le musiche, s’informa, si adira, decide di non entrare in casa: insomma, non perdona al padre di aver perdonato al fratello. Il figlio maggiore vuole gestirsi la vita, farsi arbitro e giudice del bene e del male né più né meno di come ha fatto il prodigo. Anche in questo caso il padre mette da parte la propria dignità. Esce da casa per convincerlo, va da lui quasi a chiedere perdono del suo amore. Il figlio dice cose giuste (cf. vv.29-30). E tuttavia, davanti al suo atteggiamento di giudizio il Padre lo invita a uscire dalla logica del merito e del profitto per entrare nella logica dell’amore: “Questo tuo fratello era morto, ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato: perciò bisognava far festa”. Il figlio maggiore si è messo al posto di Dio. Il padre lo invita, invece, a non giudicare secondo i pesi della ragione e del torto, a far pendere tutto dalla parte dell’amore più grande…
  6. E noi? Resta a questo punto da sapere che cosa avverrà, perché la parabola non dice come vanno a finire le cose: come continuerà la vita del figlio più giovane, una volta tornato, e che cosa accadrà nella vita del figlio maggiore? Qui si può avanzare un’ipotesi. Probabilmente la parabola termina qui, perché deve continuare nella vita di ognuno di noi. Dobbiamo essere noi la vivente “sequentia sancti Evangelii”, il seguito del santo Vangelo della misericordia. Che cosa sarà la vita di un uomo dopo che si è convertito dalle ricchezze alla povertà e ha accettato di dare il primato incondizionato a Dio nella propria vita? Quale sarà il futuro di chi passasse attraverso una tale conversione? E quale se invece non facesse passi in tal senso? È quanto ciascuno dovrebbe cercare di comprendere, chiedendosi con umiltà e fiducia: in quale dei due figli mi riconosco di più? in quale delle tappe del loro cammino? in quale dei loro atteggiamenti? A tutti è chiesto di convertirsi alla misericordia e di esercitare con l’aiuto del Signore le opere di misericordia (quelle fisiche: dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, alloggiare i pellegrini e vestire gli ignudi, visitare gli infermi e i carcerati, seppellire i morti; e quelle spirituali: consigliare i dubbiosi e illuminare chi non sa, ammonire chi sbaglia e consolare gli afflitti, perdonare le offese e sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti). Alla Chiesa è chiesto di accompagnare con amore ogni cammino verso la misericordia del Signore e in particolare quello di chiunque si sia sentito o si senta escluso dall’abbraccio del Padre di misericordia e del Suo popolo (come ad esempio i divorziati risposati, cui occorre annunciare sempre che Dio non ha cessato di amarli e che essi non hanno smesso di far parte della Sua famiglia).
  7. L’incontro con la divina misericordia. […] Una preghiera ispirata ai testi di Charles de Foucauld ci potrà essere di aiuto a porci nell’atteggiamento più giusto davanti al Dio di Gesù, Padre di misericordia:

Padre mio, io mi abbandono a te.

Fa’ di me ciò che Ti piace.

Qualunque cosa Tu faccia di me, Ti ringrazio.

Sono pronto a tutto, accetto tutto,

purché la Tua volontà si compia in me e in tutte le Tue creature:

non desidero nient’altro, mio Dio.

Rimetto la mia anima nelle Tue mani, Te la dono, mio Dio,

con tutto l’amore nel mio cuore,

perché Ti amo ed è per me un’esigenza d’amore il donarmi

e rimettermi nelle Tue mani senza misura,

con una confidenza infinita, perché Tu sei il Padre mio. Amen.

Fonte: http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/55/2015-09/23-548/Misericordia%20cuore.pdf


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