cammino

 

Manuela Orrù

 

“Esci”. Esortativo. Così Dio si rivolse ad Abramo, a Mosè, a Elia. Il racconto biblico è la storia di un lungo cammino, quello del popolo di Dio verso la Terra Promessa, la Gerusalemme Celeste. Un popolo nomade, viandante, pellegrino. “Esci”. È il Signore che chiama. La sua voce ha qualcosa di “seducente”, risponde ad un anelito profondo, a un movimento che è prima interiore. “Agere sequitur esse”, “l’agire segue l’essere” scriveva San Tommaso.

Il pellegrinaggio è strutturale nella Bibbia. Con la cacciata del primo uomo dal Paradiso terrestre e il suo ingresso nella storia, comincia il lungo cammino dell’Umanità sulla via del ritorno. La storia della Salvezza è la risposta continua all’errare dell’uomo sulla Terra. È la risposta alla domanda di Dio: «Caino, dov’è tuo fratello?». È la risposta al primo omicida, Caino, che chiede a Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?».

La storia della Salvezza ricomincia con Abramo, il primo grande pellegrino a cui Dio promette la terra di Canaan, e prosegue con Mosè che libera il popolo di Israele dalla schiavitù del faraone egizio, guidandolo verso la libertà.  Promessa che si adempirà solo sette secoli dopo l’uscita di Abramo dalla terra dei Caldei, con l’ingresso del popolo ebraico nella Terra Promessa.

Nel frattempo solo cammino. E un agire di Dio non sempre comprensibile all’uomo, che nella sua fragilità, ha bisogno di certezze. Ma i nostri progetti, non sono i Suoi progetti. Lo sa bene Abramo sul monte Moriah, prima dell’arrivo dell’Angelo che ferma la sua mano già tesa a colpire il figlio Isacco, il figlio della Promessa. E lo sa anche Mosè, che guidò per quarant’anni il popolo nel suo esodo dall’Egitto, per arrivare a vedere la Terra Promessa “solo da lontano”. “Cammino di esuli verso la patria”, adoratori ostinati del vitello d’oro con la tentazione di allontanarsi dal sentiero, sempre in agguato.

Dunque perché rispondere alla chiamata? Perché partire? È il Signore che chiama e l’uomo si mette in cammino agendo sotto la spinta della Parola. Laddove la meta non è un luogo, ma lo spazio di un incontro, l’incontro con Dio e con il Suo volto di Misericordia. «Tu nella tua misericordia non li hai abbandonati nel deserto: la colonna di nube che stava su di loro non ha cessato di guidarli durante il giorno per il loro cammino e la colonna di fuoco non ha cessato di rischiarar loro la strada su cui camminavano di notte» (Ne 9,19). Il vero protagonista del pellegrinaggio è dunque Dio, il Dio che accoglie e che sempre rinnova la sua Alleanza con l’uomo che lo cerca. Il Dio che ha mandato il Suo Figlio prediletto, Gesù, l’uomo che cammina, come ha detto più volte Papa Francesco. Che è al nostro fianco ad indicarci la Via.

Durante il periodo natalizio, ripetiamo spesso una frase che troviamo nel prologo del Vangelo di Giovanni: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Il testo originale recita: «il Verbo si fece carne e mise la tenda in mezzo a noi». Il popolo che abita in tende è un popolo in cammino. «Abramo abitava in tende, aspettando la città dalle salde fondamenta» (Eb 11,9-10), ed era proprio una tenda il Tabernacolo di Mosè nel deserto. Con la nascita di Gesù, attraverso l’Incarnazione, il Figlio di Dio entra nella Storia e diventa Emmanuele, Dio con noi. Con l’Incarnazione, Gesù diventa un nostro compagno nel pellegrinaggio quotidiano sulla Via dell’Amore e del perdono. Perché la misericordia non è soltanto di Dio, ma anche dei suoi figli. Anzi diventa il criterio distintivo per riconoscerli.

In questo senso acquistano particolare valore le parole di Papa Francesco nella Bolla di Indizione Misericordiae Vultus:

«Il pellegrinaggio è un segno peculiare nell’Anno Santo, perché è icona del cammino che ogni persona compie nella sua esistenza. La vita è un pellegrinaggio e l’essere umano è viator, un pellegrino che percorre una strada fino alla meta agognata. Anche per raggiungere la Porta Santa a Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio. Esso sarà un segno del fatto che anche la misericordia è una meta da raggiungere e che richiede impegno e sacrificio. Il pellegrinaggio, quindi, sia stimolo alla conversione: attraversando la Porta Santa ci lasceremo abbracciare dalla misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi.»

(Misericordiae vultus, 14)

PREGARE PER IL PAPA

BY 25 dicembre 2015 Articoli

Gesù Bambino

di Giuseppe Grampa

 

Papa Francesco non si stanca, a conclusione di ogni suo intervento pubblico, di chiedere preghiere per lui. La richiesta, che a qualcuno poteva e può sembrare come un pio devozionalismo, è stata avvalorata in pienezza dagli ultimi ‘voli di corvi’ sul Vaticano. Papa Francesco non sta facendo un’operazione di “cosmesi” superficiale nella vita della Chiesa e nell’organizzazione del suo governo centrale, ma un’azione profonda di cambiamento e di conversione. Questo suo impegno tenace ed esemplare non ha mancato di sollevare incomprensioni ed opposizioni crescenti.

Il Papa avverte che il nuovo corso richiede – prima che provvedimenti organizzativi e attuativi – radicale conversione del cuore. La preghiera che sollecita con insistenza è perché ci si renda conto tutti che siamo di fronte ad un impegno di natura anzitutto spirituale, di cambiamento della mentalità, delle abitudini e delle scelte esistenziali, il cui successo dipende dall’apertura degli uomini all’azione dello Spirito Santo. Sta in questa visione di fede la ragione profonda della sua insistenza nel domandare preghiere per sé e per la Chiesa.

“Pregate per me” è il suo invito costante, perché  solo la preghiera e  l’ascolto della Parola danno vita, rinnovano ed indicano la strada.

 

Curia romana 2015

 

 

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di rivolgervi gli auguri più cordiali di un santo Natale e felice Anno Nuovo, che si estendono anche a tutti i collaboratori, ai Rappresentanti Pontifici, e particolarmente a coloro che, durante l’anno scorso, hanno terminato il loro servizio per raggiunti limiti di età. Ricordiamo anche le persone che sono state chiamate davanti a Dio. A tutti voi e ai vostri familiari vanno il mio pensiero e la mia gratitudine.

Nel mio primo incontro con voi, nel 2013, ho voluto sottolineare due aspetti importanti e inseparabili del lavoro curiale: la professionalità e il servizio, indicando come modello da imitare la figura di san Giuseppe. Invece l’anno scorso, per prepararci al sacramento della Riconciliazione, abbiamo affrontato alcune tentazioni e “malattie” – il “catalogo delle malattie curiali” – che potrebbero colpire ogni cristiano, ogni curia, comunità, congregazione, parrocchia e movimento ecclesiale. Malattie che richiedono prevenzione, vigilanza, cura e, purtroppo, in alcuni casi, interventi dolorosi e prolungati.

Alcune di tali malattie si sono manifestate nel corso di questo anno, causando non poco dolore a tutto il corpo e ferendo tante anime.

Sembra doveroso affermare che ciò è stato – e lo sarà sempre – oggetto di sincera riflessione e decisivi provvedimenti. La riforma andrà avanti con determinazione, lucidità e risolutezza, perché Ecclesia semper reformanda.

Tuttavia, le malattie e perfino gli scandali non potranno nascondere l’efficienza dei servizi, che la Curia Romana con fatica, con responsabilità, con impegno e dedizione rende al Papa e a tutta la Chiesa, e questa è una vera consolazione. Insegnava sant’Ignazio che «è proprio dello spirito cattivo rimordere, rattristare, porre difficoltà e turbare con false ragioni, per impedire di andare avanti; invece è proprio dello spirito buono dare coraggio ed energie, consolazioni e lacrime, ispirazioni e serenità, diminuendo e rimuovendo ogni difficoltà, per andare avanti nella via del bene»[1].

Sarebbe grande ingiustizia non esprimere una sentita gratitudine e un doveroso incoraggiamento a tutte le persone sane e oneste che lavorano con dedizione, devozione, fedeltà e professionalità, offrendo alla Chiesa e al Successore di Pietro il conforto delle loro solidarietà e obbedienza, nonché delle loro generose preghiere.

Per di più, le resistenze, le fatiche e le cadute delle persone e dei ministri rappresentano anche delle lezioni e delle occasioni di crescita, e mai di scoraggiamento. Sono opportunità per tornare all’essenziale, che ‎significa fare i conti con la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, di Dio, del prossimo, del sensus Ecclesiae e del sensus fidei.

Di questo tornare all’essenziale vorrei parlarvi oggi, mentre siamo all’inizio del pellegrinaggio dell’Anno Santo della Misericordia, aperto dalla Chiesa pochi giorni fa, e che rappresenta per essa e per tutti noi un forte richiamo alla gratitudine, alla conversione, al rinnovamento, alla penitenza e alla riconciliazione.

In realtà, il Natale è la festa dell’infinita Misericordia di Dio. Dice sant’Agostino d’Ippona: «Poteva esserci misericordia verso di noi infelici maggiore di quella che indusse il Creatore del cielo a scendere dal cielo e il Creatore della terra a rivestirsi di un corpo mortale? Quella stessa misericordia indusse il Signore del mondo a rivestirsi della natura di servo, di modo che pur essendo pane avesse fame, pur essendo la sazietà piena avesse sete, pur essendo la potenza divenisse debole, pur essendo la salvezza venisse ferito, pur essendo vita potesse morire. E tutto questo per saziare la nostra fame, alleviare la nostra arsura, rafforzare la nostra debolezza, cancellare la nostra iniquità, accendere la nostra carità»[2].

Quindi, nel contesto di questo Anno della Misericordia e della preparazione al Santo Natale, ormai alle porte, vorrei presentarvi un sussidio pratico per poter vivere fruttuosamente questo tempo di grazia. Si tratta di un non esaustivo “catalogo delle virtù necessarie” per chi presta servizio in Curia e per tutti coloro che vogliono rendere feconda la loro consacrazione o il loro servizio alla Chiesa.

G. Ferrari Fuga in Egitto

GAUDENZIO FERRARI, Fuga in Egitto

Varallo, Chiesa della Madonna delle Grazie, Parete Gaudenziana, 1513

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Sua Ecc. mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara

Omelia per l’apertura del Giubileo

 

Carissimi, abbiamo varcato la “Porta della Speranza”.

Entrare dalla porta della speranza

L’apertura della Porta Santa della Cattedrale ci fa sostare in silenzio e preghiera in comunione con il Santo Padre, papa Francesco, e con tutta la Chiesa universale, quando, oggi, tutte le cattedrali del mondo hanno aperto la “Porta Santa”.

Se noi osserviamo la porta della nostra Cattedrale, noteremo tre caratteristiche singolari: è la porta che ha “la soglia più bassa”, “il passaggio più largo” e “il portale più alto”. Questi tre elementi, assolutamente singolari (e che è difficile trovare in altre cattedrali), hanno richiamato a me – e vorrei suggerirlo anche a voi – tre modi per “entrare” e per “uscire” da quella porta.

Una porta c’è per entrare nello spazio intimo della casa; una porta c’è per entrare nello spazio più ampio di una Chiesa; e una volta, c’era, addirittura, una porta per entrare nello spazio protetto della Città. Ma una porta c’è anche per uscire nel rischio del mondo, nell’incontro con l’altro, nel servizio alla società. E noi lo abbiamo fatto, dopo un mese di immagini terribili, di preoccupazioni, di paure, di angosce per gli eventi di morte che hanno attraversato il cielo d’Europa.

Vorrei richiamare, allora, questi tre aspetti, collegandoli con tre momenti che ciascuno di noi può e deve vivere, quando verrà da solo, in un giorno che vi suggerisco di dedicare, con almeno mezza giornata di tempo, per passare personalmente attraverso questa porta che è “Porta di Speranza e Porta di Misericordia”.