G. Ferrari Fuga in Egitto

GAUDENZIO FERRARI, Fuga in Egitto

Varallo, Chiesa della Madonna delle Grazie, Parete Gaudenziana, 1513

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Sua Ecc. mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara

Omelia per l’apertura del Giubileo

 

Carissimi, abbiamo varcato la “Porta della Speranza”.

Entrare dalla porta della speranza

L’apertura della Porta Santa della Cattedrale ci fa sostare in silenzio e preghiera in comunione con il Santo Padre, papa Francesco, e con tutta la Chiesa universale, quando, oggi, tutte le cattedrali del mondo hanno aperto la “Porta Santa”.

Se noi osserviamo la porta della nostra Cattedrale, noteremo tre caratteristiche singolari: è la porta che ha “la soglia più bassa”, “il passaggio più largo” e “il portale più alto”. Questi tre elementi, assolutamente singolari (e che è difficile trovare in altre cattedrali), hanno richiamato a me – e vorrei suggerirlo anche a voi – tre modi per “entrare” e per “uscire” da quella porta.

Una porta c’è per entrare nello spazio intimo della casa; una porta c’è per entrare nello spazio più ampio di una Chiesa; e una volta, c’era, addirittura, una porta per entrare nello spazio protetto della Città. Ma una porta c’è anche per uscire nel rischio del mondo, nell’incontro con l’altro, nel servizio alla società. E noi lo abbiamo fatto, dopo un mese di immagini terribili, di preoccupazioni, di paure, di angosce per gli eventi di morte che hanno attraversato il cielo d’Europa.

Vorrei richiamare, allora, questi tre aspetti, collegandoli con tre momenti che ciascuno di noi può e deve vivere, quando verrà da solo, in un giorno che vi suggerisco di dedicare, con almeno mezza giornata di tempo, per passare personalmente attraverso questa porta che è “Porta di Speranza e Porta di Misericordia”.

  1. La “soglia più bassa”: la beatitudine della coscienza

 La porta delle cattedrali di solito arriva dopo una grande scalinata. Alle cattedrali si accede attraverso una salita. La nostra, invece, è quasi al livello della città: ha un solo gradino. Ci richiama a una soglia, che tutti voi che siete qui (ma anche quelli che non sono venuti), potete attraversare facilmente. È la soglia della coscienza, quella porta che riguarda te – te solo – nella tua intimità personale, nel segreto di ciò che tu sei, nel segreto della storia che stai vivendo e costruendo.

L’unica cosa, di cui nessuno può defraudarci, è la coscienza. L’anno giubilare iniziava quando suonava il grande corno, lo jobel, da cui deriva il termine giubileo, che dava inizio al cinquantesimo anno, dove tutto ritornava all’inizio, sia nella vita personale, sia nella vita famigliare, sia nella vita sociale, come si legge nel capitolo 25 del Levitico. Tant’è che questo testo è così sorprendente che ci si domanda, se veramente Israele abbia messo in pratica quanto vi è contenuto. Il testo è attraversato, però, da un’idea bella, profonda: ogni cinquanta anni la vita ritorna sulla linea di partenza, perché ciascuno possa avere la possibilità di rigiocarsi la partita della vita. I debiti venivano rimessi, i contrasti venivano sanati, le famiglie ritornavano in possesso di ciò che serviva a vivere la loro esistenza e ciascuno veniva riconciliato.

Allora, il primo aspetto richiama la soglia della coscienza, che possiamo coniugare con la beatitudine della misericordia. Non è possibile vivere il Giubileo, se non sentendo risuonare nel cuore di ciascuna coscienza, sia essa credente o non credente, la beatitudine di Gesù: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). È una promessa, a cui corrisponde l’invocazione che forse con troppa facilità, senza troppo pensarci, persino con ardimento, noi preghiamo nel “Padre nostro”, non sapendo che cosa chiediamo: «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi –  nelle misura in cui anche noi! – li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). L’evangelista Luca sapeva che la sua comunità faticava a capire questo linguaggio, e perciò traduce: «e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore» (Lc 11,4). Per fortuna che, a volte, il Signore “non sempre ci ascolta”, perché se perdonasse a noi come noi perdoniamo agli altri… Eppure noi dobbiamo chiederlo, dobbiamo invocarlo, dobbiamo gridarlo sempre di nuovo.

La beatitudine di Gesù, che proclama beati i misericordiosi, risuona nella preghiera cristiana. Gesù proclama beati coloro che hanno il cuore aperto ai poveri. La parola misericordia significa questo: con il cuore (cor) vicino ai poveri (miseri). Sono coloro che hanno un cuore che si lascia ferire dall’appello degli altri, perché solo facendo così, a nostra volta, otterremo misericordia.

Allora nella preghiera, nella penitenza, nella vita spirituale, chiediamo che il nostro perdono, attraverso gli altri, sia la chiave che apre le braccia della misericordia di Dio. Dio ci fa la promessa della beatitudine e ci dà in mano la chiave, che è la preghiera, per aprire le braccia della sua misericordia. Vuole che noi facciamo la nostra parte. La misericordia, infatti, non è un condono a buon prezzo, ma apre il varco della coscienza, perché nessuno si senta escluso. Per questo la Chiesa, ogni tanto, mette a disposizione un tempo, disteso e opportuno, perché ciascuno rigiochi “la partita della propria vita” da capo. Prima di tutto di fronte a se stessi e a Dio. Perché ci sono solo due cose di fronte alle quali bisogna mettersi in ginocchio: Die e la coscienza. Il grande Agostino diceva: «Deum et animam scire cupio», «desidero conoscere Dio e l’anima» (Aurelii Augustini Soliloquiorum Libri Duo, 2, 7 in PL 32) Nel seguito del dialogo ad Agostino viene chiesto se non desidera conoscere altro, ed egli risponde sicuro: “Nient’altro!”. Questo è la somma di tutta la sapienza.

Al crocevia tra misericordia e perdono, noi non possiamo mancare all’appuntamento. La beatitudine proclama che otteniamo misericordia quando siamo misericordiosi. La preghiera chiede di essere perdonati, quanto sappiamo perdonare. La beatitudine ci offre la promessa, la preghiera si espone allo scambio. Sì, è uno scambio, un «admirabile commer­cium», un «prodigioso scambio». A noi, che invochiamo di essere perdonati, quando tentiamo di perdonare gli altri, Dio ci offre “il manto della sua misericordia”. Dunque, questo deve essere il frutto della vita spirituale. Che è consegnato alla coscienza di ciascuno di noi.

Non fatevi vedere da nessun altro. Venite di notte, se necessario. Venite in un giorno dimesso, perché la Porta Santa rimarrà aperta. La soglia della coscienza – non dimen­tichiamolo – è la “soglia più bassa”, la più accessibile, perché è nelle mani della tua libertà. Tutti la possono transitare! Anche chi avesse il passo malfermo e il cuore incerto…

  1. Il “passaggio più largo”: la riconciliazione della famiglia

La porta della nostra Cattedrale ha anche il “passaggio più largo”. Qui richiamo un secondo aspetto: le nostre famiglie. La storia delle famiglie ci presenta tutti i giorni “un bollettino di guerra” con tanti caduti. Noi dobbiamo ritornare a riconciliare e a riconciliarci dentro le nostre famiglie. Dobbiamo riconciliarci, in famiglia, nel rapporto uomo-donna, nel rapporto genitori-figli, nel rapporto con tutte le altre relazioni della famiglia. Il Sinodo sulla Famiglia cerca di enumerarle, in un elenco interminabile: la terza età, la vedovanza, il lutto in famiglia, le persone con bisogni speciali, le persone non sposate, i migranti, profughi, perseguitati, alcune situazioni particolari, i bambini, le donne, gli uomini, i giovani. (cfr. La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo, capitolo III, Prima parte). Il testo ci dice che dobbiamo “includere” queste persone, perché corriamo il rischio di rinchiuderci nel nostro appartamento. Ma, vi devo dire che: “di appartamento si muore!”. Nell’appartamento si vive “appartati”! Servirebbe per proteggere la nostra intimità, ma non per “blindare” le nostre relazioni. È necessario, allora, smontare tutti i nostri meccanismi di aggressività, di chi “butta la spugna” alla prima difficoltà tra marito e moglie, tra genitori e figli. Bisogna costruire processi di riconciliazione, che siano capaci di sfidare il tempo.

Dobbiamo concedere la nostra disponibilità alla riconciliazione, ma non sappiamo quando l’altro ci verrà incontro. Non possiamo dominare il nostro tempo, ma soprattutto quello degli altri! E quando magari non ce l’aspettiamo più, e quando l’altro avrà visto la gratuità “sorprendente” – sentite la bellezza di questo aggettivo “che ci-prende-come-da-sopra” – allora l’altro potrà dire: “forse, qui c’è qualcosa, che mi chiama a sciogliere i grumi della mia durezza e della mia rigidità”.

Torniamo perciò a costruire famiglie riconciliate! Coltiviamo uno sguardo che non supera soltanto il giorno, la settimana, il mese, l’anno. Quando vedo certe famiglie che hanno fatto cinquanta, sessanta anni – dico loro scherzando – siete “medaglia d’oro alla resistenza”! Queste persone, però, non sono tanto diverse da noi, ma non hanno giocato con il tempo. E, anche, per le famiglie che hanno “il cuore ferito”, che hanno “storie sbagliate”, si apre anche per loro la “Porta della Riconciliazione”. Il Sinodo della Famiglia nel numero 85 ha predisposto il cammino per andare incontro a queste situazioni. Attendiamo con fiducia l’ultima parola di papa Francesco.

  1. Il “portale più alto”: il cambiamento della società

 Infine, un terzo aspetto si riferisce all’altezza del portale. Mi è stato detto che la Porta del nostro Duomo è la più alta – undici metri – delle cattedrali d’Europa. Forse qui abbiamo un elemento che non riguarda solo la misericordia per la coscienza, la riconciliazione per la famiglia, ma richiede il cambiamento della società.

Possiamo collegare quest’ultimo aspetto a una cosa molto tradizionale che dobbiamo reinventare creativamente: si chiamano le Opere della Misericordia. Voi sapete che un tempo, nelle grandi cattedrali, sulla parete di fondo (la controfacciata) era dipinto il Giudizio Universale, perché il credente, ma anche ogni visitatore della chiesa, uscendo – essendo l’edificio orientato ad est con il portale verso ovest –  e vedendo il sole tramontare, pensasse al termine della propria vita, guardando il giudizio universale. Sarà solo Michelangelo che lo sposterà sul frontale della Cappella Sistina.

Sulla parete vi era raffigurata la famosa scena del capitolo 25 di Matteo, dove appunto sorgono le prime opere di misericordia corporale che la tradizione completerà in sette opere. Ve le ricordo: «dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare i forestieri» – le prime quattro ricordano i bisogni primari della vita: fame, sete, vestito, casa e, possiamo aggiungere oggi, lavoro –. Se dobbiamo entrare in questo tempo di giubileo e dobbiamo ripartire, possiamo fare un’opera che trasmetta misericordia, che guardi con sguardo benevolo chi ci sta intorno, che condivida ciò che noi abbiamo di più, perché non è detto che chi ha tanto, non abbia altri bisogni, che possano essere restituiti da quel fratello stesso, a cui ha dato un pane e un vestito che per te era inutile, se non superfluo. Poi, si aggiungono tre altre opere di misericordia: «visitare i malati, liberare i prigionieri, seppellire i morti». Descrivono le situazioni di sofferenza limite: la malattia, la prigionia, la morte. Esse ci ricordano che siamo uomini e donne limitati. Per essere grandi nella vita, bisogna sapere qual è il nostro limite, altrimenti favoriamo il dilagare del “delirio di onnipotenza”, che è all’origine di molti mali di questa società. Tutti vogliono avere tutto, invadendo anche lo spazio degli altri. E non è vero che «la nostra libertà finisce, dove inizia la libertà dell’altro»! Questo è un concetto molto borghese. È invece vero che «la nostra libertà inizia, dove inizia quella dell’altro», perché io devo prendermi cura del fratello sia nei suoi bisogni materiali, sia per soccorrere le sue ferite personali. Il grande san Benedetto, patrono d’Europa e iniziatore del monachesimo occidentale, completava le sette opere di misericordia corporale con un’ottava, che vorrei fosse l’augurio di questa sera: «Non disperare mai della misericordia di Dio». È il filo rosso che lega le altre sette.

Sul calco delle opere corporali, sono state ricalcate le sette opere di misericordia spirituale. Hanno una scrittura ancora un po’ arcaica, ma contengono una sapienza antica. Le prime tre: «istruire gli ignoranti, consigliare i dubbiosi, consolare gli afflitti», riguardano l’istruzione, il discernimento, la consolazione; e quindi potremmo dire che riguardano la crescita della persona. Quanto bisogno ce n’è oggi! Quante persone, specialmente giovani, ci chiedono semplicemente di essere ascoltati, di non essere marginalizzati. Poi l’elenco continua: «correggere i peccatori, perdonare chi ha offeso, sopportare pazientemente le persone moleste». Sono quelle che riguardano la riconciliazione delle relazioni sociali: la correzione fraterna, il perdono delle offese, la sopportazione dell’altro! E la lista si conclude con la settima: «la preghiera per tutti», un tempo si diceva «la preghiera per i vivi e i morti». Ecco forse le opere di misericordia spirituale colgono nel segno, se vogliamo leggerle in modo moderno, quella povertà dell’umano che ha un effetto depressivo enorme sulla vita spirituale, personale e sociale del tempo presente.

Quanta solitudine, quanta depressione, quanta marginalità! Magari anche nella vita di chi possiede molto. La povertà non è mai solo materiale o spirituale. Anzi nelle nostre società complesse, capita sovente che all’eccessiva ricchezza materiale, persino allo spreco, all’ostentazione dei beni, corrisponda una mancanza di senso, un vuoto interiore, un difetto di speranza, una richiesta di consolazione, uno smarrimento morale e spirituale impressionante sino al crollo psichico.

Prima di questa celebrazione ho ricevuto questa schiera di suore, quasi un esercito di combattenti e reduci, erede dell’azione caritativa che per quasi due millenni ha servito negli ospedali, nelle scuole, negli asili, nelle case per anziani e ha gonfiato il grande fiume della carità. Avrei dovuto parlare loro delle opere di misericordia corporale. No, ho regalato loro un libro sulle opere di misericordia spirituale, perché, forse, la loro testimonianza di vita consacrata oggi è più preziosa per sostenere tale aspetto della vita umana nella società dell’abbondanza.

 

Uscire per la porta della speranza

Termino. Da una porta si entra e per una porta si esce. Si entra nel proprio cuore, si entra nella casa, si entra nella comunità, si entra nella città, per trovare la protezione, l’intimità, le risorse, la capacità di ripartire da capo, per poi ri-uscire da quella porta liberi e sciolti. Vi auguro che quest’anno della misericordia liberi noi tutti dalle nostre piccole o grandi, esplicite o nascoste, catene che abbiamo costruito dentro e attorno a noi, dalle dipendenze e da tutte quelle forme che impacciano la nostra umanità.

Vi regalo come viatico per l’uscita, quando alla fine dell’Anno Santo chiuderemo quella porta, questo testo. Lo cito tra virgolette prendendolo da Papa Francesco, il quale si è riferito a un nostro grande artista, che parlava dell’uscita degli Ebrei dall’Egitto: «Diceva qualche giorno fa un grande artista italiano che per il Signore fu più facile togliere gli israeliti dall’Egitto che togliere l’Egitto dal cuore degli israeliti. Erano stati, sì, liberati “materialmente!” dalla schiavitù, ma durante la marcia nel deserto con le varie difficoltà e con la fame cominciarono allora a provare nostalgia per l’Egitto e ricordavano quando “mangiavano … cipolle e aglio” (cfr Nm 11,5); ma si dimenticavano però che ne mangiavano al tavolo della schiavitù». (cfr. Franciscus, Pp, Te Deum di ringraziamento per l’anno trascorso, 31.12.2014).

È più facile uscire da quel luogo piuttosto che da ciò che quel luogo rappresenta. Per gli Israeliti era diventato un ricovero sicuro, ma in realtà era un luogo di schiavitù, da cui il Signore li ha liberati per farli entrare nella Terra promessa, dove scorrono latte e miele. Per ciascuno di noi prego: Signore, che non sia più facile togliere noi dall’Egitto, che l’Egitto dal nostro cuore!


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