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di Raniero La Valle

 

Discorso tenuto a San Gregorio al Celio il 9 aprile 2016 in occasione della presentazione dell’Opera Omnia di Raimundo Panikkar.

 

Che rapporto c’è tra Raimundo Panikkar e papa Francesco?

Noi stiamo vivendo una grande rivoluzione della fede che si sviluppa lungo un arco di 50 anni, dal Concilio ad oggi. Essa ha per teatro l’umanità e tutta la Chiesa, e ha tra i suoi protagonisti, insieme a molti altri, Panikkar, le grandi acquisizioni dei teologi, anche romani, la nuova sapienza del papa emerito Benedetto XVI e, naturalmente la potenza dell’annuncio evangelico di papa Francesco. E dunque in questo tempo speciale di una rivoluzione della fede che dobbiamo collocare anche il rapporto tra Panikkar e Francesco. E se questo tempo speciale, questo Kairòs, lo facciamo partire dal Concilio è perché lì è cominciata, non nella clandestinità ma gridata sui tetti, la rivoluzione della fede. Come ha scritto il gesuita Karl Rahner facendo un primo bilancio sul significato permanente del Vaticano II nel 1979, a quindici anni dalla sua conclusione, “la Chiesa in questo Concilio è diventata nuova trasformandosi in una Chiesa a dimensione mondiale e pertanto è in grado di rivolgere al mondo un annuncio, che benché resti in fondo sempre lo stesso annuncio di Cristo, è più libero e coraggioso di prima, un annuncio nuovo. In tutti e due i termini, nell’annunciatore come nell’annuncio, è avvenuto qualcosa di nuovo, di irreversibile, di permanente” (Karl Rahner, Il significato permanente del Vaticano II, Il Regno – documenti, 3,1980). In realtà nel Concilio si sono viste cose mai viste prima, così come cinquant’anni dopo si sono viste cose mai viste prima nel pontificato di papa Francesco.

Ciò basterebbe, da solo, a stabilire un legame strettissimo tra il Concilio, come lo ha visto il gesuita Karl Rahner, e il pontificato come lo sta esercitando il gesuita Bergoglio.

 

Il “senso dei fedeli”

             Per esempio tra le cose del Concilio che non si erano mai viste prima c’è l’espressione “sensus fidei”, sensus fidelium, cioè il senso dei fedeli.

Questa espressione, come ha rilevato la Commissione teologica internazionale, (Il sensus fidei nella vita della Chiesa, 2014) compare per la prima volta nel Vaticano II, ma la realtà che essa indica era ben presente nella tradizione; e la sua evocazione da parte del Concilio ne fa un’espressione gravida di conseguenze per il futuro.

E’ così importante il sensus fidei che proprio richiamandosi al senso dei fedeli delle loro Chiese i vescovi della Commissione preparatoria del Concilio non vollero che fosse messa all’ordine del giorno del Vaticano II la dottrina secondo la quale i bambini morti senza battesimo non possono andare in Paradiso; da ciò non solo conseguì l’abolizione del limbo, ma si aprì la strada alla prima grande rivoluzione della fede: la caduta cioè dell’assioma secondo il quale la Chiesa cattolica è l’unica via che gli uomini hanno per la salvezza e per la conoscenza di Dio.

Nel pontificato di Bergoglio questa rivoluzione ha raggiunto la sua massima evidenza quando nel popolo di Dio, tradizionalmente identificato con la Chiesa, egli ha incluso anche indiani e musulmani, che è una delle cose “mai viste prima” di questo pontificato.

Perciò io vorrei ora concentrare l’attenzione su tre di queste grandi rivoluzioni della fede che sono in corso, e in confronto a queste vedere i rapporti tra Panikkar e papa Francesco.

15/05/2013 Città del Vaticano, piazza San Pietro, udienza generale del Mercoledì di papa Francesco

José M. Castillo

 

La Doctora Elske Rasmussen se lamentaba, hace sólo unos días, de los que (cardenales, obispos, curas, frailes…) se empeñan en defender que “el papa sólo está autorizado a repetir lo que ha dicho el Magisterio anterior, especialmente desde Pio XII hasta Benedicto XVI”. O sea – si yo me he enterado bien – , los “hombres de Iglesia”, que le hacen frente al papa Francisco, son personas que, quizá sin darse cuenta de lo que realmente están haciendo, lo que en realidad defienden es una “Iglesia atascada”, no en el barro y en el fango de un camino impracticable, por el que no se puede avanzar ni se va a ninguna parte, sino una “Iglesia atascada”, no en un camino embarrado, sino en algo peor: en un tiempo y una cultura que ya no existen. Porque eso, a fin de cuentas, es la Iglesia de Pío XII, la de Juan Pablo II y la que defendió (mientras pudo) Benedicto XVI.

El fondo del asunto, a mi modo de ver, está en esto: la preocupación central y determinante de la Iglesia, ¿debe estar puesta y mantenerse en la fidelidad al Magisterio y sus verdades o tiene que estar en el sufrimiento del pueblo y sus carencias? En la respuesta que se dé a esta pregunta, en eso está la clave que explica la diferencia y la distancia que se palpa entre el papado de Benedicto XVI y el de Francisco. Por supuesto, es importante en la Iglesia defender y mantener el Magisterio de nuestros mayores. Pero, ¿no es más apremiante remediar el sufrimiento de los inocentes?

No se trata de quitarle la razón a un papa, para dársela a otro. El asunto es más grave y más determinante. Porque, a fin de cuentas, lo que estamos viviendo en la Iglesia, con los roces y fricciones entre los defensores del papado anterior y los entusiastas de Francisco, es la reproducción – a pequeña escala – del enfrentamiento entre los “Maestros de la Ley”, defensores de sus tradiciones religiosas, y el comportamiento de Jesús, que curaba enfermos, daba de comer a los pobres y se hizo amigo de pecadores y publicanos y pecadores. Es evidente que Jesús no fue un hombre ejemplar en su tiempo. Pero tan cierto como eso es que, los “ejemplares” (de entonces y de ahora) pronto quedan arrumbados en el baúl de los recuerdos, mientras que, como bien ha hecho notar el profesor Reyes Mate, siempre queda en pie el certero enunciado de Theodor W. Adorno: “Hacer hablar al sufrimiento es la condición de toda verdad”. Lo que me lleva a mí a terminar haciéndome una pregunta capital: ¿Qué verdad pueden defender los que, cuando les conviene, dejan de lado el sufrimiento?

En esto, me parece a mí, está la grandeza, la novedad y la actualidad de la “Amoris laetitia”, la visión nueva (y todavía desconocida) de la familia, que nos presenta el papa Francisco.