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Raniero La Valle

 

“Il papa rema”: ma per andare dove? Questa domanda, cruciale per il nostro sito, è una domanda che riguarda tutta la Chiesa e la storia del mondo. E la risposta che emerge da tutto il corso di questi tre anni di pontificato, ed è apparsa con particolare evidenza in occasione del conferimento a papa Francesco del premio Carlo Magno, è che egli rema per far uscire la Chiesa dal regime di cristianità, o meglio dalla falsa convinzione che viga ancora il regime di cristianità, che invece è irrevocabilmente concluso. Si tratta del regime di cui Carlo Magno è stato il massimo emblema. La “Chiesa in uscita” deve uscire da questo non luogo (non più esistente), per ripartire dal Vangelo e ritrovare il cristianesimo. È questa l’interpretazione che dell’evento del 6 maggio scorso e del discorso rivolto in quell’occasione da papa Francesco ai leaders europei fa la Civiltà cattolica in edicola con la data dell’11 giugno, attraverso un articolo del suo direttore Antonio Spadaro[1]; e poiché questi sostiene per la seconda volta una tesi già avanzata quattro mesi fa[2], deve trattarsi, dati i rapporti della rivista col papa, di una tesi attendibile. La cosa è di straordinaria bellezza e di grande importanza.

Tra i miei ricordi dei discorsi che correvano tra i Padri conciliari e i teologi durante il Vaticano II, c’è l’idea, diventata allora una specie di luogo comune, secondo cui col Concilio la Chiesa dovesse uscire, o stesse uscendo, dall’età costantiniana, che sarebbe l’età cominciata 1700 anni fa con l’imperatore Costantino, autore con l’imperatore Licinio delle norme che legittimarono il cristianesimo (il cosiddetto e forse inesistente “editto di Milano”[3]); quel Costantino sponsor del Concilio di Nicea, esaltato da Eusebio di Cesarea come “l’imperatore caro a Dio”, e iniziatore di quel vero e proprio Impero cristiano che sarebbe poi stato instaurato da Teodosio.

Quello che ora succede è che il papa stesso, sulla scia del teologo gesuita tedesco Erich Przyawra, da lui citato nei suoi discorsi sull’Europa, riconosce e proclama che è finito il regime di cristianità. Cristianità è una parola che mette insieme cristianesimo e società, cioè pretende che cristianesimo e società siano una sola ed unica cosa, facciano un sistema in cui è il cristianesimo che dà forma e legge alla società, non la società che interagisce e dialoga con il cristianesimo.

Per dirla con lo storico austriaco Friedrich Heer, ricordato dalla Civiltà cattolica, la cristianità è “quel processo avviato con Costantino in cui si attua, pur con varie modalità storiche, un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa”; un processo che supponeva la Chiesa come la realizzazione stessa del Regno di Dio sulla terra, e quindi faceva della Chiesa la vera sovrana terrena.

Questa ideologia – che è anche una teologia – ha percorso i secoli, ed è arrivata di fatto fino a Giovanni XXIII (la Mater et magistra è l’ultima enciclica sociale ancora dentro l’idea di cristianità) e di qui al Concilio Vaticano II quando fu, salutarmente, abbandonata. Per questo il Concilio ha segnato una discontinuità. Però, come dirà don Giuseppe Dossetti alcuni decenni dopo, lo stesso Concilio non era riuscito a venir fuori dal vecchio paradigma: “il Concilio ha avuto questo limite reale: era stato tutto pensato in regime di cristianità e supponendo sostanzialmente ancora un regime di cristianità, dal quale si è allontanato per poche cose. Quindi ha inquadrato i rapporti con il mondo, specialmente nella Gaudium et spes in una visione ottimistica, troppo ottimistica, e in una supposizione, non più vera, che il regime globale – sociale, culturale, politico – fosse più o meno, con differenze rilevanti tra le diverse nazioni, ancora quello ereditato dal vecchio regime di cristianità: quindi per molti aspetti si è trovato a scontrarsi con una situazione nuova, diversa, non facilmente amalgamabile. Questa potrebbe essere la ragione profonda del suo arresto, della sua stasi nell’ordine della ricezione concreta e dell’impulso reale dato al popolo di Dio e alle sue guide”[4]. Questo diceva Dossetti nel 1994. Ma adesso è il papato stesso che dichiara conclusa la stagione della cristianità, e coraggiosamente dà avvio a una nuova storia.

Quando questo è avvenuto? Naturalmente si tratta di un processo, ma si possono fissare delle date. Leggendo la Civiltà Cattolica si può dire che è avvenuto appunto il 6 maggio scorso, quando il papa ha incontrato i leaders europei ed ha ricevuto il premio Carlo Magno.

Carlo Magno è il simbolo supremo del regime di cristianità; il suo impero si chiamava Sacro Romano Impero, il suo regno si chiamava Santa Romana Repubblica. Nella notte di Natale dell’anno 800 egli venne in San Pietro per farsi incoronare dal papa, perché nel regime di cristianità era il papa il sovrano che, non riconoscendo alcun altro sovrano al di sopra di sé, dispensava corone e regni.

La Civiltà Cattolica riprende il giudizio di Friedrich Heer secondo cui Carlo Magno adempì al suo compito col tentativo di organizzare l’Occidente come uno Stato totalitario; ed è in rapporto e in contrapposizione a questo modello totalizzante che è nata e cresciuta l’Europa, l’Europa che amiamo; ed è a partire da ciò – potremmo aggiungere – che poi, a partire da Gregorio VII, si è sviluppato il lungo conflitto tra la Chiesa e la modernità, che solo col Concilio Vaticano II è stato sanato.

Ebbene ricevendo il premio Carlo Magno, che i leaders europei inconsapevoli gli avevano portato, papa Francesco simbolicamente ha ritirato la corona che aveva messo sulla testa dell’imperatore, non per riprendere in mano il potere, ma per rimetterlo al suo posto, là dove il potere nasce, nel popolo, per restituirlo a Cesare, per sottoporlo al diritto, per affidarlo all’autonomia ma anche alla suprema responsabilità della politica; “si rifiuta così radicalmente – scrive padre Spadaro – l’idea dell’attuazione del regno di Dio sulla terra, che era stata alla base del Sacro Romano Impero e di tutte le forme politiche e istituzionali similari, fino alla dimensione del ‘partito’ ”.

Dunque, si riparte dalla situazione originaria del Vangelo. Questa è la novità. Ed è in forza di ciò che, parlando all’ONU, per la prima volta il papa ha proclamato “il dominio incontrastato del diritto”, e ha rivendicato, d’accordo con le Costituzioni moderne, la divisione e la limitazione dei poteri, quella che in Italia è oggi messa a rischio dalla riforma costituzionale. E questa è una liberazione anche per la Chiesa che, non più compromessa col potere, può tornare dai poveri, sempre dominati dal potere; e pertanto è una Chiesa che non si identifica più con la società tutta, ma si riconosce solo come una parte di essa, e per questo le può fare da ospedale e, come distinta da lei, le può offrire misericordia.

Perciò il papa, come egli stesso ha spiegato a La Croix, non parla di radici cristiane dell’Europa perché le radici sono tante e la gloria dell’Europa è proprio quella di averle accolte, integrate e fatte crescere e fortificare insieme, sia che fossero cattoliche, o di altre Chiese cristiane, o non cristiane. E sarebbe oggi una gloria per l’Europa farsi città di rifugio per i fuggiaschi e gli scacciati di tutte le culture e di tutti i popoli, invece di farli morire, e ormai quattrocento alla volta su barconi da settecento, nel Mediterraneo.

Non si deve pensare però che l’uscita dal sistema di cristianità sia un processo facile e comporti solo una rinuncia al potere temporale della Chiesa. Uscire dal regime di cristianità vuol dire anche correggere le dottrine dipendenti da quella teologia. Per questo il papa è oggi duramente attaccato, anche in casa sua. È chiaro ad esempio che la dottrina del Grande Inquisitore, immortalata da Dostoewskij, deve essere abbandonata. Ma non solo. Lo stesso papa Benedetto XVI ha dato a suo tempo una lettura diversa da quella tradizionale nelle sue omelie sul peccato originale, e più di recente, già papa emerito, ha definito “in sé del tutto errata” la teoria anselmiana del sacrificio del Figlio inteso come riparazione pretesa dal Padre per l’offesa ricevuta a causa del peccato dell’uomo. Una teologia durata per secoli che si dichiara oggi del tutto errata. E una nuova immagine di Dio è stata affermata dalla Commissione Teologica Internazionale, con la firma del cardinale Muller, quando ha detto che il cristianesimo ha preso definitivo congedo da ogni idea di un Dio violento e vendicatore. Ma l’aggiornamento dottrinale è un processo difficile. Si è visto come sia stato difficile nel caso del matrimonio e come è difficile correggere le dottrine che contrastano con la misericordia, parola pressoché assente in tutto il magistero pontificio dell’800 e del primo ‘900, fino a quando è stata assunta come nuova opzione della Chiesa nel discorso di inaugurazione del Concilio di Giovanni XXIII. Ed oggi la misericordia, ricapitolativa di tutto il pontificato di Francesco, lungi dall’essere un abbellimento pastorale, diviene il segno e lo strumento teologico per l’uscita dalla cristianità e la restaurazione cristiana.

La straordinaria impresa di papa Francesco è infatti ora di uscire dalla cristianità senza perdere e anzi ritrovando il cristianesimo; ma il successo di questa impresa non è solo nelle sue mani né in quelle solo del clero, ma è nelle mani delle donne, di laici resi pienamente responsabili, e nelle mani della società tutta intera.

 

Raniero La Valle

[1] Antonio Spadaro, Lo sguardo di Magellano, L’Europa, Papa Francesco e il Premio Carlo Magno, in Civiltà Cattolica, 11 giugno 2016.

[2] Antonio Spadaro, La diplomazia di Francesco, La misericordia come processo politico, in Civiltà Cattolica, 13 febbraio 2016.

[3] Stanislaw Adamiak e Sergio Tanzarella, Costantino e le sfide del cristianesimo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2012, pp. 41 seg.

[4] Giuseppe Dossetti, Discorso del 17 marzo 1994 al clero di Pordenone, in: Id. Il Vangelo nella storia, Edizioni Paoline, Milano 2012, pag. 23 seg.


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