lo vuole il cuore

don Sergio Mercanzin

 

29 Giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo.
È pomeriggio.

Sull’autostrada per Avezzano, il cardinale Coccopalmerio,
– per i tanti che gli vogliono bene semplicemente Cocco –

e io sfrecciamo su un’ auto vaticana;
alla guida, gentile e discreto, uno dei tre autisti del papa.
Nel fresco dell’abitacolo, il cardinale e io, tiriamo fuori il cellulare,
per parlare con… Dio!
Cioè per recitare il breviario, grazie ad una comodissima applicazione,
che ti risparmia di saltare da una parte all’altra del vecchio breviario cartaceo.
Dopo il breviario, il rosario, che l’autista recita devotamente insieme a noi.
Siamo diretti al carcere di Avezzano.
Ci aspetta un detenuto, assistito dalla onlus LO VUOLE IL CUORE, fondata dal cardinale.
Conosciamo e assistiamo da anni lui e la sua bellissima famiglia, moglie e due figli.
Le blindatissime porte del carcere non solo si aprono ma si spalancano all’arrivo
del cardinale, niente formalità, niente documenti,
al contrario l’omaggio commosso del direttore, del comandante e di suor Benigna,

nomen omen, che vive la sua vita in carcere.

amata da guardie e detenuti.
È tutto preparato per la Messa.
Ma prima una signora russa, proveniente dall’Uzbekistan,vuole raccontare la sua storia.
Aveva un unico figlio, un bel ragazzo, del quale mostra la foto,
che le hanno arrestato, condannato e ammazzato.
Non delinquenti comuni, ma delinquenti speciali:
organi corrotti dello Stato, per compiacere loschi personaggi
ai quali il giovane faceva ombra con la sua attività economica di successo.
Eseguita la sentenza, è risultata chiara come il sole la sua innocenza.
Che fa una madre, schiacciata dal dolore e dall’ingiustizia?
Potrebbe disperarsi, odiare, vendicarsi.

Lei no.
«Ho perdonato tutti», dichiara con una forza incredibile.

«Tutti! E ho deciso di rendere onore a mio figlio innocente,
facendo guerra alla pena di morte.
Ora in Uzbekistan, la pena di morte è stata abolita.
C’erano 149 giovani in carcere condannati a morte,sono tutti vivi.
Uno di loro è in seminario per diventare prete.
Ho perso un figlio, ne ho salvati tanti».
Finito il racconto, il cardinale si alza e abbraccia commosso quella madre,

che sembra un concentrato vivente delle beatitudini.

Comincia la messa.

La prima lettura è quella della liberazione di san Pietro in carcere.

Il cardinale fa come al solito una omelia breve che viene dal cuore.

Dice tra l’altro, sorridendo:

«San Pietro ha commesso un grave reato.

La sua è una evasione vera e propria, anche se guidata da un angelo.

Auguro anche a voi la libertà, senza evasione naturalmente!»

Ad ascoltarlo in prima fila le autorità del carcere e poi i detenuti, quasi tutti giovani:

chi fa le letture, chi canta, chi serve la Messa.

Momenti intensi e commoventi.

Alla fine il cardinale saluta, abbraccia, sorride, con una empatia straordinaria,

che è ancora più grande quando si rivolge ai piccoli, ai poveri, ai vinti.

È questo forse il suo carisma più bello.

Alle nostre spalle si richiudono le porte del carcere.

Ce ne andiamo, ma non se ne vanno la grazia e la misericordia

che il buon seminatore ha generosamente seminato.

 

 

 

 


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