Foto p. Francesco

Giovanni Cereti

 

L’intervista che papa Francesco ha dato alla giornalista Stefania Falasca del quotidiano Avvenire e che è stata pubblicata da questo giornale venerdì 18 novembre, come l’analoga intervista concessa poi a TV 2000, meritano un’attenta riflessione sul pensiero del Vescovo di Roma alla conclusione del Giubileo della Misericordia. L’indicazione di fondo delle due interviste, sempre nella prospettiva della misericordia, è quella di camminare nella fede e nell’amore, insieme ai fratelli e alle sorelle di tutte le chiese, verso la piena manifestazione del Regno di Dio.

Già altre volte papa Francesco aveva parlato della testimonianza di fede nel Signore Gesù che i cristiani devono rendere insieme, e ne aveva dato per primo l’esempio. Ogni forma di proselitismo, di ricerca di nuovi fedeli pescando nel giardino degli altri anche con mezzi discutibili, viene condannata come contraria alla testimonianza di amore che dobbiamo rendere alle altre chiese cristiane. La Chiesa deve diventare attraente per la luce di Cristo che essa riflette, così come la luna è illuminata dal sole, secondo un’espressione già cara ai Padri della chiesa. La Chiesa deve attrarre a Cristo grazie all’amore fattivo che si vive in essa: ‘guardate come si amano’.

Anche l’unità fra i cristiani si farà camminando insieme nell’amore, camminando insieme nella triplice dimensione, della preghiera, delle opere di carità, e del dialogo sulla fede che confessiamo insieme. E’ una indicazione che richiama con altre parole ciò che si diceva quando si parlava delle diverse vie per ristabilire la piena comunione: l’ecumenismo spirituale (la preghiera e il perdono reciproco), l’ecumenismo secolare (il servizio della carità, l’impegno per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato), l’ecumenismo pastorale (il camminare insieme, in particolare nella meditazione della Scrittura e nelle famiglie interconfessionali), l’ecumenismo dottrinale (il dialogo teologico nelle Chiese e fra le Chiese).

This HO picture provided by Vatican newspaper L'Osservatore Romano show Pope Francis closes the Holy Door at Saint Peter's Basilica to mark the end of the Jubilee of Mercy at the Vatican, 20 November 2016. 
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Bruno Secondin 

 

Sorprese non ne sono mancate durante questo Giubileo della misericordia, concluso ieri con la chiusura della porta santa della Basilica di San Pietro. Già lo stesso annuncio, nella primavera del 2015, aveva colto tutti di sorpresa. Ma quello che è avvenuto durante l’intero periodo della celebrazione ha superato ogni illusione di partenza ‒ espressa da molti, anche autorevoli osservatori ‒ che fosse un Giubileo in tono minore, più di intimismo devoto che di esperienza ecclesiale creativa. Con gesti inediti, come le visite ai centri della marginalità dei venerdì della misericordia; con i suoi viaggi presso le periferie più estreme, si pensi solo a Lesbo, o all’apertura della porta santa anticipata di una settimana a Bangui; con l’invenzione dei missionari della misericordia e la convocazione dei senza dimora o dei carcerati per vivere insieme il Giubileo, e mille altre iniziative sorprendenti, Francesco ha dato alla cultura della misericordia il vero spessore della vita, mandando in tilt ogni pia abitudine.

 

puzzle

 

Raffaele Luise

«Il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso sono un cammino che si fa insieme tra la gente: cristiana, musulmana, ebrea, induista, buddhista, bahai e di ogni altra etnia o religione. Un cammino che alimenta e insieme sopravanza i rigidi tracciati delle pur necessarie discussioni tra i teologi».
L’ Anno Santo della Misericordia si chiude, ma ci lascia, con queste parole di papa Francesco,  straordinarie indicazioni di percorso, per costruire una società cosmopolita e pacifica: la visita a Lesbo tra gli immigrati di Francesco assieme a Bartolomeo I e a Hieronymos, l’incontro, il primo dopo mille anni,  a Cuba tra Francesco e Kirill, il viaggio “luterano” del papa a Lund, la visita di Francesco nel tempio valdese a Torino, le visite di Bergoglio nelle moschee di Istanbul e a Bangui nel giorno d’ apertura dell’ Anno giubilare. Una potente tessitura di dialoghi che, lungi dallo svendere l’identità cristiana e cattolica, la fanno invece fiorire, perché ‒ ci ricorda papa Francesco ‒ la nostra è religione della Parola, e dunque ha inciso in sé stessa come elemento costitutivo questo dinamismo di dialogo.
Ora, l’Anno Santo si conclude, e proprio sul suo limitare, ci consegna un altro piccolo ma prezioso segno: la “camminata” interreligiosa di un  popolo multicolore  di trecento persone, tra religiosi e laici:  cattolici, musulmani, bahai, buddhisti, induisti, provenienti da Giappone, Myanmar, India, Pakistan, Afghanistan, Turchia, Stati Uniti, Algeria, Kenya, Rwanda, Malta, Polonia, Croazia, Belgio, Inghilterra e Italia, che la sera di venerdì 18 novembre si è snodata da Castel Sant’Angelo lungo via della Conciliazione, fino alla tomba di Giovanni Paolo II. Ed è stato davvero emozionante vedere tanti musulmani, ragazzi e ragazze con l’hijab, bahai, buddhisti e induisti, fusi in un gruppo compatto con i cattolici, pregare insieme con le parole delle diverse tradizioni culturali e religiose lo stesso Dio della pace, ed onorare insieme il papa della profezia di Assisi. E intonare con una sola voce, alla fine, davanti alla tomba di Wojtyla l’invocazione ebraica “Hevenu shalom aleichem”, mentre venivano consegnati 12 lumi ai diversi rappresentanti religiosi.  Nelle diverse ” stazioni” della processione, lungo la via della Conciliazione e in piazza San Pietro, con il salmodiare del canto cristiano “Misericordes  sicut Pater” si sono intrecciate le parole di Ghandi e quelle recenti pronunciate dal leader musulmano libanese  Mohammad Sammak nell’Incontro interreligioso di ottobre ad Assisi con papa Francesco: «Compito dei musulmani è oggi quello di difendere e purificare la nostra fede dalle criminali strumentalizzazioni jihadiste».
Un segno piccolo ma straordinario questa processione interreligiosa, organizzata dal padre Peter Baekelmans del Sedos, da Religions for Peace Italia e dalle Unioni dei Superiori maggiori, maschili e femminili, degli Ordini religiosi, e alla quale hanno partecipato anche alcuni membri del Cenacolo di amici di papa Francesco, soprattutto perché nata dal basso e tra le diverse genti religiose, che sono poi le condizioni imprescindibili perché il dialogo cresca e metta radici tra una umanità che sembra impennarsi sull’orlo dell’abisso.

muri insanguinati

 

 

Raffaele Luise

«C’è un terrorismo di base che deriva dal controllo globale del denaro sulla terra e che minaccia l’intera umanità.  Di questo terrorismo base si alimentano i terrorismi derivati come il narco-terrorismo, il terrorismo di Stato e quello che è erroneamente chiamato terrorismo etnico o religioso». Parole fortissime che papa Francesco aveva pronunciato durante la conferenza stampa in volo verso la Polonia lo scorso 31 luglio, e che ha ribadito nel corso dell’Incontro con i movimenti popolari del mondo in Vaticano il 5 novembre, in un discorso che si segnala come uno dei più belli del pontificato. Un dominio dell’”economia che uccide”, come aveva scritto in Evangelii gaudium, divenuto oggi dittatura economico-sociale diffusa a livello globale, come espressione concreta di quel paradigma tecnocratico che governa il mondo, che Francesco aveva condannato nella Laudato Si’.
“Ma nessuna tirannia ‒ ha rincarato il pontefice davanti ai movimenti popolari ‒ si sostiene senza sfruttare e moltiplicare le nostre paure”. Toccando così quello che è lo Zeitgeist (lo spirito del tempo) di questo inizio di millennio dominato da una “paura liquida”, come ha osservato Baumann.  Un sentimento che nasce quando il presente ti sgomenta, il futuro ti spaventa. E quando gli altri, tutti gli altri, ti appaiono come una minaccia, come un esercito invasore, per dirla con Michele Ainis. Nasce da qui la paura dei poveri e degli impoveriti dei Paesi ricchi che li spinge a rifiutare accoglienza e a scacciare i più poveri, che fuggono dai loro Paesi sconvolti da fame e guerra. E così si alzano «muri ‒ ha detto il papa ai movimenti popolari ‒ che rinchiudono alcuni ed esiliano altri. Cittadini murati, terrorizzati da un lato; esclusi, esiliati, ancora più terrorizzati dall’altro».
Muri insanguinati ‒ ha proseguito Francesco ‒ che proiettano un’ombra fosca sullo stesso destino della democrazia. Perché, sentendosi minacciati dagli immigrati, sul piano del lavoro, della prosperità e della sicurezza, i cittadini della fortezza Europa, giungono a negare i diritti fondamentali agli stranieri, pensando in questo modo di difendere i propri diritti. Ma sottovalutando nello stesso tempo il paradosso drammatico che si viene a creare, e che Michele Ainis sintetizza nella domanda: “Può esistere un’entità politica antidemocratica verso l’esterno, che si conservi democratica al suo interno?”. Il populismo e la xenofobia   fanno così scivolare i sistemi democratici verso la “democratura” (come la definiva Predrag Matvejevic) e verso la chiusura nazionalista, come ci mostra il panorama inquietante dell’ Europa dell’ Est.