Foto p. Francesco

Giovanni Cereti

 

L’intervista che papa Francesco ha dato alla giornalista Stefania Falasca del quotidiano Avvenire e che è stata pubblicata da questo giornale venerdì 18 novembre, come l’analoga intervista concessa poi a TV 2000, meritano un’attenta riflessione sul pensiero del Vescovo di Roma alla conclusione del Giubileo della Misericordia. L’indicazione di fondo delle due interviste, sempre nella prospettiva della misericordia, è quella di camminare nella fede e nell’amore, insieme ai fratelli e alle sorelle di tutte le chiese, verso la piena manifestazione del Regno di Dio.

Già altre volte papa Francesco aveva parlato della testimonianza di fede nel Signore Gesù che i cristiani devono rendere insieme, e ne aveva dato per primo l’esempio. Ogni forma di proselitismo, di ricerca di nuovi fedeli pescando nel giardino degli altri anche con mezzi discutibili, viene condannata come contraria alla testimonianza di amore che dobbiamo rendere alle altre chiese cristiane. La Chiesa deve diventare attraente per la luce di Cristo che essa riflette, così come la luna è illuminata dal sole, secondo un’espressione già cara ai Padri della chiesa. La Chiesa deve attrarre a Cristo grazie all’amore fattivo che si vive in essa: ‘guardate come si amano’.

Anche l’unità fra i cristiani si farà camminando insieme nell’amore, camminando insieme nella triplice dimensione, della preghiera, delle opere di carità, e del dialogo sulla fede che confessiamo insieme. E’ una indicazione che richiama con altre parole ciò che si diceva quando si parlava delle diverse vie per ristabilire la piena comunione: l’ecumenismo spirituale (la preghiera e il perdono reciproco), l’ecumenismo secolare (il servizio della carità, l’impegno per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato), l’ecumenismo pastorale (il camminare insieme, in particolare nella meditazione della Scrittura e nelle famiglie interconfessionali), l’ecumenismo dottrinale (il dialogo teologico nelle Chiese e fra le Chiese).

Il Concilio comunque indicava una quinta via verso l’unità: la riforma e il rinnovamento in tutte le Chiese (UR 6). Su questo punto papa Francesco ha già fatto molto, ma tutti coloro che lo apprezzano e gli vogliono bene possono permettersi di suggerire, in maniera del tutto disinteressata e avendo di mira solo il bene delle persone e della Chiesa, quanto ancora può essere fatto.

La prima testimonianza della misericordia deve essere infatti resa all’interno della chiesa, e innanzitutto della Chiesa cattolica. Mi riferisco ancora una volta alla situazione dei presbiteri che a un certo momento della loro vita hanno sentito che non era stato concesso loro dallo Spirito il carisma del celibato e hanno potuto accedere con il consenso della Chiesa a celebrare il sacramento del matrimonio. Tuttavia a causa di questo passo, che obiettivamente contraddiceva un impegno preso, sono stati esclusi dall’esercizio del ministero, un compito al quale si sentivano chiamati, al quale si erano preparati e che molti di loro rimpiangono con inesausta nostalgia. Queste persone soffrono a causa della Chiesa, e ciò solo per avere esercitato un diritto che la stessa Chiesa per bocca di Paolo VI ha dichiarato assolutamente imprescrittibile per ogni persona umana. Un gesto di misericordia nei loro confronti era atteso nel corso del Giubileo. Se non si è ritenuto opportuno farlo, esso potrà essere compiuto, con un discernimento caso per caso, affidato ai singoli vescovi, anche dopo la conclusione del Giubileo. Tanto più che soffrono enormemente anche le comunità cristiane, nelle quali scarseggiano i presbiteri, che spesso sono chiamati a servire diverse parrocchie, lasciando languire così molte comunità cristiane, private della presenza costante di un presbitero.

La riscoperta del valore e della bellezza dell’amore coniugale, del matrimonio e della famiglia, che la Chiesa cattolica ha compiuto grazie ai due Sinodi e ad Amoris Laetitia, dovrebbe aiutare a fare questo gesto di misericordia, come potrebbe orientare all’ordinazione di uomini sposati che hanno dato buona prova di sé nel matrimonio, nella professione, e nei più diversi servizi ecclesiali. Anche questo sarebbe un gesto di misericordia: verso le comunità cristiane, che hanno bisogno di un maggior numero di presbiteri, e verso i nostri fedeli, fra i quali vi sono persone umanamente e cristianamente eccellenti che sono pronte a mettere le loro energie a servizio del vangelo e della Chiesa.


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