This HO picture provided by Vatican newspaper L'Osservatore Romano show Pope Francis closes the Holy Door at Saint Peter's Basilica to mark the end of the Jubilee of Mercy at the Vatican, 20 November 2016. 
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Bruno Secondin 

 

Sorprese non ne sono mancate durante questo Giubileo della misericordia, concluso ieri con la chiusura della porta santa della Basilica di San Pietro. Già lo stesso annuncio, nella primavera del 2015, aveva colto tutti di sorpresa. Ma quello che è avvenuto durante l’intero periodo della celebrazione ha superato ogni illusione di partenza ‒ espressa da molti, anche autorevoli osservatori ‒ che fosse un Giubileo in tono minore, più di intimismo devoto che di esperienza ecclesiale creativa. Con gesti inediti, come le visite ai centri della marginalità dei venerdì della misericordia; con i suoi viaggi presso le periferie più estreme, si pensi solo a Lesbo, o all’apertura della porta santa anticipata di una settimana a Bangui; con l’invenzione dei missionari della misericordia e la convocazione dei senza dimora o dei carcerati per vivere insieme il Giubileo, e mille altre iniziative sorprendenti, Francesco ha dato alla cultura della misericordia il vero spessore della vita, mandando in tilt ogni pia abitudine.

Ora con la lettera apostolica Misericordia et misera (pubblicata a chiusura del Giubileo) lo stile della sorpresa è rilanciato in avanti, quasi a volerlo collaudare in modo più duraturo. Si tratta di un testo molto breve (22 paragrafi di varia lunghezza), ma che non si ferma ad affermazioni teoriche vaghe, ma scende al concreto. A cominciare dalle due icone di apertura: l’incontro traumatico con la donna adultera (Gv 8,1-11) e l’unzione della peccatrice in casa di Simone (Lc 7, 36-50), un discorso dal vissuto e non di teoria. E poi proseguendo con la richiesta di una “conversione pastorale… plasmata quotidianamente dalla forza rinnovatrice della misericordia” (Mm 5). Essa deve prendere forma anzitutto nel sacramento dell’Eucaristia, così denso di richiami alla misericordia. Ma passa anche attraverso la centralità dell’ascolto della Parola (che è storia d’amore di Dio con l’umanità), una valorizzazione più feconda del sacramento della Riconciliazione, a cui invita i sacerdoti a dedicarsi con un servizio carico di accoglienza e mitezza, coscienti di essere loro stessi “peccatori perdonati” e quindi testimoni della gioia e consolazione che ne derivano. Da qui un atto coraggioso di Francesco: concedere a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere il peccato di “procurato aborto”, ma chiedendo anche ai sacerdoti di “farsi guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione” (Mm 12). Come si vede, non si tratta di lassismo, ma di convinzione che “non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere”.

Altri elementi che mi paiono di particolare suggestione sono il richiamo al silenzio empatico e alla compassione davanti agli interrogativi di chi soffre e implora una mano. Interessante anche il richiamo al matrimonio e alle famiglie, “con la ricchezza e il peso della propria storia” e che il sacerdote deve accompagnare “con discernimento spirituale attento, profondo, lungimirante”, perché nessuno sia escluso dalla vita ecclesiale attiva (Mm 14). Anche qui una apertura “includente” poco notata dai media. Infine c’è la proposta di un rinnovamento delle opere di misericordia tradizionali (corporali e spirituali) tenendo conto della complessità attuale delle urgenze e dell’indifferenza globalizzata. Ci vuole appunto una nuova cultura della misericordia, non tanto come teoria, ma come rivoluzione culturale, perché “a tutti giunga la carezza di Dio attraverso la testimonianza dei credenti” (Mm 21). E proprio l’istituzione della giornata mondiale dei poveri, da celebrarsi la domenica prima della festa di Cristo Re (fine anno liturgico) (Mn 21), consoliderà il risveglio ecclesiale vissuto in questo Giubileo. Anche questa giornata è una perla finale che dovrebbe tener desta la coscienza della centralità dei poveri, e farsi scuola della cultura della prossimità e della solidarietà operosa.


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