poverta

 

Giulio Albanese

 

La questione del debito rappresenta una vera e propria spada di Damocle sul destino dei Paesi poveri o impoveriti che dir si voglia. In effetti, è sempre più evidente che i governi in grado di onorare regolarmente le obbligazioni assunte alle scadenze pattuite nei confronti dei creditori internazionali, siano una sparuta minoranza nella cornice della globalizzazione dei mercati. Si tratta di un fenomeno – quello dell’insolvenza – determinato, in gran parte, dalla struttura usurocratica dell’economia planetaria, legata alla speculazione finanziaria. Questa, nell’arco degli ultimi vent’anni, ha decisamente preso il sopravvento sull’economia reale, determinando la crescita del cosiddetto debito aggregato nei Paesi in via di sviluppo o comunque “a rischio”. Per non parlare del fatto che il crescente potere del “sistema bancario ombra”- sul quale circola un numero indicibile di prodotti tossici al di fuori dei controlli e delle regole bancarie vigenti – risulta essere, alla prova dei fatti, in flagrante violazione di tutti i diritti umani. E cosa dire poi delle commodity (materie prime, fonti energetiche in primis) nei Paesi del Sud del mondo, il cui valore è fortemente condizionato dalla speculazione finanziaria, dalle fluttuazioni incontrollate dei mercati monetari e da regole del commercio internazionale sicuramente pregiudizievoli o addirittura inesistenti? Tutto questo, in pratica, è sintomatico di un sistema economico-finanziario senza regole, cioè all’insegna della deregulation.

Tenendo conto di questo scenario, è stata messa a punto una strategia d’intervento davvero ambiziosa da parte di un gruppo qualificato di giuristi ed esperti di economia italiani dell’Unità di ricerca ‘Giorgio La Pira’ del CNR, del Centro di studi giuridici latinoamericani dell’Università di Roma Tor Vergata e del Centro di ricerca ‘Renato Baccari’ del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari.  Essi hanno chiesto formalmente che, con il sostegno della Santa Sede e anche di Governi dei Paesi coinvolti nella grave crisi economico-finanziaria mondiale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite giunga a formulare quanto prima una richiesta di parere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sui principi e sulle regole applicabili al debito internazionale, nonché al debito pubblico e privato, al fine della rimozione delle cause delle perduranti violazioni dei principi generali del diritto e dei diritti dell’uomo e dei popoli, cogenti, come risultanti specialmente nella Carta di Sant’Agata de’ Goti (una dichiarazione su usura e debito internazionale che risale al 29 settembre 1997) e da numerose risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu. Da rilevare che qui si tratta di fare davvero tesoro, in modo perspicace, della grande tradizione del diritto romano e del diritto canonico, per la quale “l’usura pecuniae in fructu non est’” ove è evidente, come nella teologia morale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, l’uso dell’antica giurisprudenza e legislazione anche per le pene agli usurai, colpiti da infamia. Questo indirizzo è sempre più attuale e lo è ancora maggiormente ove si pensi alla necessità, da papa Francesco messa tante volte in evidenza in più circostanze nel suo illuminato magistero, di rivedere su basi etiche il sistema della finanza globale a fronte di pericolose ideologie, che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune. 

A questo proposito, si è svolto a Roma, lo scorso 16 dicembre, un Seminario di Studi, presso la biblioteca centrale del CNR, nel corso del quale il professor Raffaele Coppola, coordinatore del gruppo di giuristi, ha illustrato gli sviluppi  dell’iniziativa, largamente condivisa dal Pontificio Consiglio Justitia et Pax e incoraggiata dalla Segreteria di Stato. Secondo Coppola – che tra l’altro è Promotore di Giustizia della Corte d’Appello dello Stato Città Vaticano – non vi sarebbero difficoltà ad ottenere una maggioranza per votare  la risoluzione di richiesta per un parere consultivo della Corte di Giustizia dell’Aja. Tale maggioranza, infatti, è stata già raggiunta, proprio in tema di debito internazionale, con la risoluzione 69/319 del 10 settembre 2015 sui cosiddetti fondi avvoltoio che, com’è noto, acquisiscono crediti sovrani a prezzo stracciato con intento speculativo. Per quanto concerne un coinvolgimento del nostro Paese nella suddetta iniziativa, non dovrebbero esservi problemi, in quanto esiste già una legge del 25 luglio 2000 n. 209. All’articolo  7 – ahimè ancora rimasto inattuato –  essa stabilisce che il governo italiano, nell’ambito delle istituzioni competenti, proponga l’avvio delle procedure per la richiesta di parere alla Corte dell’Aja sulla coerenza tra le regole che disciplinano il debito estero dei Paesi poveri ed il quadro dei principi generali del diritto e dei diritti dell’uomo e dei popoli. Lungi da ogni retorica, l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio secondo l’antropologia cristiana, fa parte, dice ancora Coppola “di una rete globale e, in questi frangenti di perdurante crisi a livello mondiale, europeo e nazionale, contro ogni ipotesi scientifica o fantascientifica che faccia leva sul grave problema della sovrappopolazione, occorre non dimenticare che all’umanità non mancano le tecnologie e tutte le risorse necessarie perché il secolo presente, superando le barriere della sopraffazione dell’altro e della logica di mercato che ne deriva, possa essere quello della prosperità condivisa, della epocale convergenza, della realizzazione del bene comune”.  Una cosa è certa, la posta in gioco è alta ma la sfida non può essere disattesa perché essere cristiani, come dice ripetutamente papa Bergoglio, significa stare dalla parte dei poveri.


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