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Il Cenacolo di Amici di papa Francesco ringrazia il Santo Padre per la nomina di S. Em. il cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo metropolita di Perugia-Città di Catello, a nuovo Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Auguriamo all’amico Cardinale un fecondo ministero apostolico per il bene della Chiesa italiana e del nostro Paese, certi che egli coltiverà il senso della collegialità e della comunione universale dei vescovi italiani, assicurandogli la nostra preghiera, il nostro affetto e la nostra collaborazione.

Proponiamo qui di seguito una riflessione del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata in un volumetto scritto nei mesi appena precedenti alla sua morte, nel quale individuava quattro caratteristiche del Vescovo, “buon pastore”: a) l’integrità; b) la lealtà; c) la pazienza; d) la misericordia.

 

I contatti con i confratelli vescovi, 

in particolare nella Conferenza episcopale

 

Penso che siano molto importanti i contatti tra i singoli vescovi, soprattutto nell’ambito della regione. È necessario che si promuova una vera amicizia tra i vescovi, che ci sia una reale e volenterosa capacità di ascolto reciproco, e di dialogo costante. Bisognerebbe moltiplicare le occasioni di questa comunione. Al di là degli incontri previsti per la Conferenza episcopale regionale (circa quattro all’anno), per due giorni o poco più, occorre che ci sia una comunicazione più viva e sincera, con la possibilità di aiutarsi a vicenda.

Riguardo alla Conferenza episcopale della nazione, le cose sono invece assai diverse a seconda del numero dei vescovi. Una conferenza come quella brasiliana che ha circa 280 vescovi, o quella dell’America del Nord (circa 150 vescovi) e vescovi), non è una realtà facilmente gestibile. Sarà doveroso trovare delle formule con le quali, anche nei grandi numeri ci si possa intendere e si possa ascoltare la voce di tutti.

Negli Stati Uniti ho trovato questo mezzo che mi è parso efficace: dopo l’eventuale relazione i vescovi si riuniscono attorno a tavoli di cinque o sei persone, magari anche nella stessa aula (evitando le perdite di tempo nei lunghi spostamenti) e sottovoce, ciascuno discute su ciò che ha ascoltato. Poi un membro di ogni gruppo riferisce su ciò che è stato detto. Questo modello offre la possibilità di un dialogo reale e che ogni domanda abbia risposta. Lì dove il dialogo risulta più un monologo e dove il Presidente della conferenza offre lui stesso durante la lettura della prolusione, le linee fondamentali delle problematiche, lo svolgimento della riflessione e le modalità di soluzione dei problemi, la collegialità viene a cadere e i vescovi possono vivere null’altro che la frustrazione di una partecipazione passiva.

Soprattutto nelle Conferenze composte di grandi numeri, vi sono uffici preposti all’aiuto dei vescovi nelle loro discussioni. Quando questi uffici oltrepassano i limiti dell’aiuto e diventano direttamente responsabili della pastorale della nazione il rischio di fallimento di una Conferenza è assai grande. A essi tocca esclusivamente il lavoro di ricezione ed elaborazione scritta delle indicazioni dei vescovi. Così saranno realmente degli strumenti concreti per raggiungere gli obiettivi che i vescovi si erano proposti. Uno dei pericoli reali per qualsiasi Conferenza è la degenerazione in struttura burocratica. Il singolo vescovo tenderà a chiudersi in se stesso pensando all’esclusivo impegno per la propria diocesi. Bisogna invece che i vescovi si conoscano, si sostengano a vicenda e si amino con vera carità. Il lavoro delle Conferenze Episcopali sarà solo un aiuto per i singoli vescovi, che corrono il rischio di sentirsi un po’ soli e disarticolati dall’immenso corpo che è la Chiesa. Ricordo di un giovane prete che mi ripeteva le’ parole del suo vescovo durante i colloqui: «quando vieni da me ti concedo tutto il tempo di cui hai bisogno, se io vado a Roma non mi vengono dati neppure cinque minuti».

Il vescovo che non segue attentamente i lavori delle varie Conferenze (regionale nazionale europea o mondiale) rischia di maturare una sindrome da solitudine pastorale e anche di azione personale scollata dalle diocesi limitrofe e dall’intero cammino della Chiesa. Le conseguenze saranno almeno due: il “complesso del padre-padrone” o al contrario il “complesso del pastore solitario” che ha paura e si chiude in se stesso.

Ci si potrebbe domandare quali sono le occasioni offerte ai vescovi per continuare a formarsi come cristiani, in altre parole a una continua conversione. Nel mondo delle imprese sono numerose le offerte di formazione permanente, anche per i dirigenti. Non è possibile elencare qui tutti i processi formativi offerti ai vescovi. Ma non mi pare siano troppi. Quando ero presidente della Consiglio delle Conferenze dei Vescovi Europei (CCE) avevamo organizzato, lontano da Roma, una settimana di aggiornamenti per i vescovi fino a cinque anni di ordinazione. La cosa era stata accolta con viva soddisfazione. I temi principali della vita del vescovo venivano prima discussi dai vescovi stessi e solo dopo c’era una relazione sul tema fatta da un vescovo più anziano. Il secondo incontro lo facemmo a Roma dietro gentile insistenza della Congregazione per i Vescovi. Al nostro programma aggiungemmo alcune presentazioni fatte dai capi di dicastero. Ma a partire dalla terza proposta tutto venne preso in carica dalla Congregazione per i vescovi.

C.M. Martini, Il vescovo, Rosenberg & Sellier, Torino 2011, pp. 81-85.

 

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