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Raffaele Cananzi

La stessa urgenza che papa Giovanni XXIII ebbe nell’indire il Concilio, mostra papa Francesco nel seguire il comando di Gesù a San Francesco: “Francesco va’ e ripara la mia Chiesa”. L’esperienza storico-teologica aveva pure suggerito ai Padri conciliari (LG 8) di considerare “Ecclesia semper reformanda”. In questa espressione non è solo la riforma del profilo istituzionale della Chiesa cattolica, non è solo la riforma della curia romana, della decentralizzazione e dello stesso Papato (Evangelii gaudium, n. 32).

La “conversione ecclesiale” tocca strutture ma anche i cuori degli uomini e delle donne che le impersonano. La conversione tocca tutto il popolo di Dio che, camminando nella storia, non è tanto portatore ed esecutore di un progetto ma del “disegno” del “sogno” del Regno che si va realizzando nei tempi e nei modi in cui Dio stesso dispone e lo Spirito suggerisce. Il nome di Francesco indica una riforma interiore profonda che si esprime, nella concretezza dei gesti e delle opere dei credenti, attraverso forme di povertà, di umiltà, di generoso e disinteressato servizio al Vangelo del Signore Gesù.

Questo Papa predica e agisce perché la Chiesa sia povera e abbia a cuore la scelta preferenziale dei poveri; sia una Chiesa tutta missionaria, “una Chiesa in uscita” che può anche subire qualche incidente di percorso, ma che non deve arrestarsi nel suo itinerario di evangelizzazione e di promozione umana a favore di tutti, cattolici, cristiani, credenti di altre religioni, non credenti; una Chiesa che non ha paura di essere contagiata, che si piega sulle ferite dell’uomo e dell’umanità dolente, che è un “ospedale da campo”; una Chiesa che nel mondo contemporaneo non si mostri “profeta di sventure”, ma sia un forte segno di speranza e di unità, tale da generare coraggio per il cambiamento dall’egoismo e dal primato del denaro e di una economia perversa e da indurre con la testimonianza di una feconda comunione ecclesiale i popoli del mondo a ricercare unione di intenti, fratellanza, solidarietà; una Chiesa che sappia coniugare il momento istituzionale con quello carismatico e missionario per evangelizzare dovunque, a partire dalle “periferie esistenziali” che sono nelle periferie delle metropoli, ma anche oltre, e spesso anche nel centro urbano; una Chiesa capace di locali processi di inculturazione della fede, senza nulla perdere della genuinità e verità del messaggio cristiano, sì da riuscire a renderlo pane buono e parola di vita nel vissuto concreto di ciascuna comunità umana; una Chiesa che non aspetti sempre dall’alto l’indicazione risolutiva di questioni e problemi ma che la ricerchi fondando anche sul sensus fidelium; una Chiesa che curi la pietà popolare come genuina espressione di fede e tenga sempre presente che il cristianesimo non è ideologia o mera dottrina, ma è soprattutto incontro con Cristo e passione per il Vangelo; una Chiesa che, con una catechesi organica e sistematica, si occupi costantemente della formazione del laicato e valorizzi l’impegno e la generosità di uomini e donne per un dialogo aperto, franco e coraggioso con le realtà del mondo, in modo che queste siano pervase da una chiara testimonianza cristiana che fecondi un’etica pubblica con i valori della vita e della solidarietà per l’uguaglianza e la libertà di ciascuno e di tutti, una politica scevra dall’affarismo ed efficace costruttrice di bene comune, un’economia retta dal principio della funzione sociale di ogni profitto, regolata nel suo divenire dal principio di giustizia sociale e di destinazione universale dei beni della terra.

Con una Chiesa con le caratteristiche appassionatamente espresse da papa Francesco nelle sue esortazioni post-sinodali, nella sua enciclica sulla cura della casa comune, nelle sue omelie mattutine, nei suoi discorsi ufficiali e amicali, credo si possa dire che il Concilio ritorna alla ribalta della vita ecclesiale. Un cristianesimo dialogico, inclusivo e misericordioso – con un’azione sacramentale e liturgica che tenga conto soprattutto delle umane fragilità e che non pretenda la perfezione, ma la volontà di effettivamente realizzarla con l’aiuto della grazia – rilancerà la Chiesa nel mondo contribuendo a un cambiamento di clima globale dal declino alla speranza, dalla bramosia del denaro al desiderio di dignità e benessere per tutti, con un impegno particolare per i poveri, dalle guerre alla concreta ricerca della pace. Non è questione di linguaggio nuovo, ma di una concezione e di uno stile di vita rinnovati che volgano verso una civiltà dell’amore, facendoci così pregustare la gioia del Regno.

Mi piace chiudere ricordando che Paolo VI lanciò il tema della “civiltà dell’amore”, in tutta la sua pregnanza storica e teologica, tre era particolarmente impegnato a condurre l’assemblea conciliare e poi a guidare il buon atterraggio del Concilio. Il richiamo a questo Papa così decisivo per il Concilio non è fatto a caso. È che Francesco significativamente lo richiama spesso con amore ed affetto. Mi sembra che sia un predecessore assai caro al Vescovo di Roma venuto “dai confini del mondo”. E ciò è bello e significativo perché Giovanni Battista Montini è stato un sacerdote, un vescovo, un papa italiano che ha inciso fortemente non solo nella Chiesa, ma nella vita della nostra Italia e nella formazione di un laicato italiano che ancora oggi riesce a percepire come singolare e paradigmatica la renovatio del vento argentino che lo Spirito fa soffiare sul mondo.

 

ESTRATTO da Rivista di Studi Politici – “S. Pio V”, 28 (2016/2), 30-54, qui: 52-54.


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