africa

 

Padre Giulio Albanese

In questi anni di condivisione, nell’ambito del nostro Cenacolo di amici di papa Francesco (di cui questo sito è l’organo), vi è sempre stato grande interesse nei confronti dell’illuminato magistero sociale del pontefice. Per noi tutti, la sua visione e i suoi insegnamenti rappresentano una grande sfida, soprattutto per l’enfasi che egli ha posto in riferimento all’impegno condiviso contro la “cultura dello scarto” e la conseguente “globalizzazione dell’indifferenza”. A questo proposito, è bene sottolineare che per la Chiesa europea si tratta, in gran parte, di osteggiare, il cosiddetto “pensiero debole” occidentale pervaso da una perdurante mentalità coloniale. Basta leggere i giornali nostrani per rendersi conto, ad esempio, di come l’Africa venga puntualmente redarguita, in relazione al fenomeno migratorio, per le sue barbarie, quasi fosse irriducibilmente bocciata dalla Storia, quella delle grandi civilizzazioni. Sì, quasi fosse davvero la metafora del sottosviluppo di ieri, di oggi e di sempre. Come ricordava sensatamente il compianto storico Basil Davidson, questi pregiudizi non giovano alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento, pregiudicando l’incontro. Emblematico è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Davidson, riguardante un etnografo tedesco e viaggiatore di nome Leo Frobenius. Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima di Cristo le coste dell’Africa Occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.