tettamanzi

 

Sabato 5 agosto di mattina intorno alle 10.30, all’età di 83 anni, dopo una lunga malattia, il cardinale Dionigi Tettamanzi. Arcivescovo di Milano dal 2002 al 2011, si è spento nella Villa Sacro Cuore, la Casa di spiritualità della Diocesi, a Triuggio, in Brianza, dove si era ritirato dopo la fine del mandato. Accanto al cardinale c’erano i familiari e Marina, la storica assistente. Martedì 8 agosto, alle 11, si sono tenuti i funerali sempre nella cattedrale presieduti dall’Amministratore apostolico cardinale Angelo Scola e concelebrati – tra i 25 vescovi – dall’Arcivescovo eletto di Milano monsignor Mario Delpini. Il cardinale Tettamanzi, al termine della celebrazione, è stato sepolto in Duomo, sul lato destro della cattedrale, ai piedi dell’altare Virgo Potens dove è presente anche l’urna del beato cardinale Schuster.

 

Marco Garzonio

 

Dionigi Tettamanzi ha puntato su un binomio: che Milano fosse cantiere di socialità e possedesse un’anima. In perfetto stile ambrosiano aveva un’idea del Cristianesimo ispirata al Vangelo delle Beatitudini, all’annuncio fatto per poveri e afflitti, per la giustizia e la pace. La Chiesa per lui doveva spendersi affinché quelle parole divenissero vita effettiva nella città: per cambiarla nei cuori delle persone e nel governo della cosa pubblica. Altrimenti, disse, i cattolici sarebbero diventati «ininfluenti» e «superflui».

Quando Giovanni Paolo II nominò Tettamanzi molti si chiesero come avrebbe retto il confronto con il carisma di Martini. L’unico a non considerare ingombrante la figura del predecessore fu lui. Primo per l’esperienza in tante vicende di uomini e di Chiesa (era stato Segretario della Cei); secondo perché in Diocesi aveva studiato e insegnato, conoscendo gran parte del clero sulla maggioranza del quale pensava quindi di far conto; terzo perché non soffriva di complessi e da uomo intelligente («furbo», dicevano i suoi maestri e compagni di studio) s’era tenuto abbastanza alla larga da cordate e gruppi; quarto, perché, ritenendo che la miglior difesa fosse l’attacco, rimarcò lui le differenze con Martini teorizzando lo schema della «continuità nella diversità». Nel giorno dell’ingresso, 29 settembre 2002, Tettamanzi spiazzò tutti, istituzioni e politica, in particolare gli ex dc che si erano accasati con Berlusconi. Tettamanzi tenne il più laico dei discorsi. Mentre le autorità gli davano il benvenuto e cercavano di ingraziarselo alludendo alla semplicità e alla bonomia del suo carattere (un modo per rimarcare la differenza rispetto a Martini che era stato poco tenero verso i politici) il nuovo Arcivescovo affermò che non si sarebbe lasciato condizionare «da nessun governo, da nessuna critica». È la rivendicazione della libertà del cristiano ispirata ad Ambrogio: «Non si addice a un imperatore soffocare la libertà di parola, né ad un vescovo tacere il proprio pensiero». Tettamanzi disse di pensare ad una «città buona», dove arte della politica è «creare amicizia» un abitare fatto di giustizia e solidarietà, di accoglienza per chi viene da lontano, lavoro, ambiente vivibile sensibilità alla globalizzazione; dove chi fa politica sia credibile per «disinteresse personale ed economico» e dove non sono ammesse «deleghe in bianco ad altri».

La coerenza fu virtù di Tettamanzi: affabilità con tutti (chiamava gli interlocutori per nome e non lasciava rito o cerimonia senza aver stretto un gran numero di mani, con sorrisi e parole per ognuno); cura della liturgia (introdusse riforme, in parte però poi lasciate cadere); rigore nell’etica (in primis quella pubblica); un governo fondato sulla moral suasion più che sul comando autoritario; un’attenzione ai deboli: accolse in Duomo gli operai dell’Alfa (traditi dalle istituzioni); intervenne per i baraccati, i rom, i musulmani senza moschea, le famiglie fiaccate dalla crisi per aiutare le quali istituì il Fondo famiglia e lavoro.

Le prove che dava, il ruolo di Milano, la voglia di contare di parte dei vescovi italiani portarono Tettamanzi sulla soglia del trono di Pietro. Alla morte di Wojtyla i vertici della Cei erano convinti che in Conclave si sarebbe consumato uno scontro tra conservatori (Ratzinger) e progressisti (Martini) che alla fine avrebbe portato a una figura di mediazione per uscire dall’impasse: Tettamanzi.

Uno strettissimo collaboratore del Cardinale ha confidato a chi scrive: «Ci erano state date precise rassicurazioni». I Conclavi sono segreti, ma si sa che contrapposizione vi fu tra Ratzinger e Bergoglio, non con Martini, che si era detto «indisponibile» a una candidatura confidando a chi la pensava come lui che i tempi per un cambiamento non erano maturi; per cui era meglio convergere su un conservatore intelligente, cioè Ratzinger, col quale ci si sarebbe potuti intendere. Presto si pentì. Ma questa è un’altra storia.

L’esperienza del Conclave segnò emotivamente Tettamanzi, ma lo spinse a proseguire in modo sempre più incisivo. Col risultato che fu apprezzato da Benedetto XVI, che lo confermò alla guida della Diocesi per altri due anni respingendone le dimissioni al compimento del 75° compleanno nel 2009, e venne invece tenuto sotto tiro dalla politica. Il centro destra manifestò insofferenza, con una manifestazione della Lega contro il Cardinale a Varese e un ministro della Repubblica che si assunse funzioni da «polizia politica» e si recò in Duomo a verificare se le omelie del presule fossero troppo tolleranti verso l’Islam. Il clamore non scompose Tettamanzi.

Nel discorso di Sant’Ambrogio del 2010 il cardinale dettò una sorta di decalogo per gli amministratori della città.

1. amare e servire la città, «integralmente, nel suo insieme, senza discriminarne una parte»;

2. alleviare «le difficoltà di chi si trova nelle condizioni peggiori», così da evitare che i più deboli siano fagocitati «in percorsi malavitosi e mafiosi»;

3. promuovere la legalità in un’ottica educativa, che vien prima di repressione e vigilanza sul territorio;

4. portare agli elettori argomenti che non siano strumentali alle contrapposizioni e «alla ricerca facile del consenso»;

5. puntare sulle «innumerevoli risorse» e non solo sugli elenchi dei problemi;

6. essere «esemplari, obbedienti alla retta coscienza, all’istanza del bene comune»;

7. non avere conflitti d’interesse, per evitare «danni incalcolabili a chi è già povero e svantaggiato, alle generazioni che verranno dopo di noi, a se stesso e alla propria coscienza»;

8. non limitarsi ad essere «gestori della cosa pubblica», «sorveglianti dello status quo», «rappresentanti di una parte e non di altre»;

9. viversi «sempre più strateghi del futuro della nostra città e del suo benessere complessivo»;

10. nutrire la consapevolezza di non esser soli quando ci si occupa «disinteressatamente degli altri».

Pochi mesi dopo, il «popolo arancione» di Pisapia conquistò Palazzo Marino, l’Espresso definì «episcopati stravaganti» quelli di Martini e Tettamanzi, Benedetto XVI nominò Scola a Milano. Villa Sacro Cuore di Triuggio, casa per esercizi spirituali, divenne il ritiro di Dionigi Tettamanzi, sino a oggi.

Fonte: Corriere della Sera online (5 agosto 2017)


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