Foto p. Francesco

Giulio Albanese

Com’è noto, papa Francesco ha pubblicato in data 13 giugno 2017, festa di sant’Antonio di Padova, il messaggio per la prima Giornata mondiale dei poveri che si celebrerà  il 19 novembre 2017. Si tratta di un’iniziativa che il pontefice aveva annunciato nell’omelia del 13 novembre 2016, durante il Giubileo delle persone socialmente escluse. Istituita poi ufficialmente nella Misericordia et Misera, la lettera apostolica post-giubilare dell’Anno della Misericordia, la Giornata mondiale dei poveri è collocata, liturgicamente, nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario. Lo slogan scelto quest’anno è molto diretto ed incisivo: «Non amiamo a parole, ma con i fatti». Verranno, pertanto, messe in atto, secondo le intenzioni del santo padre, diverse iniziative «concrete» di condivisione. D’altronde, sappiamo bene come il tema della povertà  sia centrale nel magistero di papa Bergoglio: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» disse ai rappresentanti della stampa accreditati presso la Santa Sede, il 16 marzo del 2013, tre giorni dopo la sua elezione come successore di Pietro. E’ un virgolettato che rappresenta la chiave ermeneutica per comprendere le ragioni che determinano il rifiuto, per certi versi spregiudicato, del suo magistero, da parte di alcuni ambienti reazionari del consesso ecclesiale. Ciò che disturba, in particolare, è l’esaltazione della povertà  come «porta del paradiso» e dei poveri come «protagonisti della missione», in contrasto, secondo loro, con una sistematica denuncia della miseria come male estremo, da parte dello stesso papa Francesco. Ecco che allora l’indicazione dei cosiddetti «rimedi» contro il sottosviluppo e ogni genere di ingiustizia viene interpretata dai tradizionalisti più incalliti e reazionari come una riproposizione di vecchi schemi terzomondisti, decisamente tardo-moderni e tardo-capitalistici. Nelle argomentazioni di questi signori, fautori ad oltranza dell’eterea Chiesa costantiniana, è evidente l’incapacità  di cogliere, non solo la profezia di un papato attento ai segni dei tempi, ma il rifiuto dichiarato di coniugare, nei loro anatemi, in un mondo soggetto a frequenti mutazioni, le istanze dello spirito e della fede con i bisogni esistenziali di chi deve lottare per vivere o addirittura sopravvivere.  L’«eco-teologia» dell’enciclica Laudato Si’, fondata sul valore impellente della salvaguardia della «Casa comune», è l’espressione di una radicale svolta in favore della cristianità , per la causa del Regno.  In questi tempi di congiuntura sarebbe un peccato continuare a dividersi tra guelfi e ghibellini. E’ la strada evangelica è quella di una conversione profonda del cuore che vada ad attingere alle sorgenti della vera fede, laddove la autenticità dei gesti e delle parole, in una dimensione ben al di là  della storia, dove «né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano» (Mt 6,20). La povertà , in effetti, non è la mistica della miseria e dello squallore, sì quasi fosse una sorta di archetipo della vita umana o rifiuto palese dello sviluppo, quanto piuttosto è denuncia del sopruso, rigetto delle angherie dei nababbi, quelle che precludono il progresso e dunque la condivisione. Un’opzione che trova la sua massima espressione sacramentale nella Fractio panis e la sua concretizzazione nelle parole di Gesù come le leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli: «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35). In effetti, riflettendo sul suo magistero, a partire dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, papa Francesco non ha fatto altro che rilanciare una questione emersa al termine della prima sessione del Concilio Vaticano II, con l’intervento in aula del compianto cardinal Giacomo Lercaro, allora arcivescovo di Bologna. Secondo questo grande pastore del Novecento, la povertà  non poteva essere un tema aggiuntivo rispetto agli altri, non un «qualunque tema, ma in un certo senso l’unico tema del Vaticano II»: la povertà , disse, è il «mysterium magnum» della Chiesa. Fu proprio lui a proporre un approccio – in quella che fino a quel momento era stata la chiesa costantiniana – all’insegna del Cristo povero, dalla parte dei poveri. L’eco del discorso di Lercaro fu impressionante, ma le dinamiche conciliari, la morte di papa Roncalli e l’elezione di Paolo VI concentrarono l’attenzione dei padri conciliari su questioni più spinose e dibattute, come la collegialità  episcopale e la libertà  religiosa. Col risultato che i temi della povertà  e dei poveri furono inseriti sì in vari lemmi e accezioni nel corpus dottrinale del Vaticano II nella prospettiva della cosiddetta «ecclesia pauperum»  (chiesa dei poveri). Ma essa venne intesa come un qualcosa che riguardava prevalentemente la pastorale e la morale e non tanto il è «mysterium magnum», così come indicato dal compianto arcivescovo di Bologna. A questo proposito è bene ricordare che tra il 1963 e il 1964 la figura del cardinal Lercaro incrociò le sorti di un gruppo di vescovi e teologi che si riunivano presso il Collegio Belga in Via del Quirinale a Roma e che aveva a cuore i temi della povertà  e dei poveri. Verso la fine della terza sessione, nel novembre del 1964, pochi giorni dopo l’eclatante gesto di Paolo VI che deponeva la sua tiara sull’altare come dono ai poveri, il gruppo di via del Quirinale inviò due mozioni direttamente alla Segreteria di Stato, chiedendo che venissero integrate nel dettato conciliare: una rappresentava l’impegno dei vescovi ad eliminare qualsiasi segno di ricchezza, mentre la seconda riguardava l’evangelizzazione dei poveri. Purtroppo, la sensibilità  di questo manipolo di padri conciliari attenti al tema della povertà , soprattutto in chiave teologica, non trovò poi un felice riscontro nell’assise conciliare. Stando alla ricerca del professor Matteo Mennini, tra i più acuti storici della Chiesa in grado di ricostruire quanto realmente avvenne, il gruppo del Quirinale, su suggerimento di dom Helder Camara, fece sua la necessità  di un atto pubblico ed eclatante da realizzarsi a Roma, che simboleggiasse l’impegno di questo manipolo di vescovi e teologi nei confronti dei poveri. La proposta fu raccolta dal vescovo greco melchita, monsignor Georges Haddad, che una settimana dopo si fece avanti per redigere il testo di una promessa dell’impegno che i vescovi avrebbero potuto formulare durante una concelebrazione, possibilmente in un luogo significativo: le catacombe di Domitilla. Risposero all’appello 42 vescovi, anche se alcuni si aggiunsero pur senza aver mandato la propria scheda. Degli iscritti alla lista ufficiale solo 8 erano europei, la maggioranza proveniva dalle diocesi di Paesi poveri, dall’Africa,  dall’America Latina e dall’Est asiatico, specialmente la Cina e l’India: una non casuale riproduzione della geografia dei paesi non allineati ai blocchi atlantico e sovietico, il cosiddetto Terzo mondo. I firmatari, il giorno 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, si impegnarono a vivere in povertà , a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ebbe una forte influenza sulla cosiddetta teologia della liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti. Il testo del Patto delle Catacombe rappresenta indubbiamente l’intuizione di un gruppo pensante che, pur nelle frustrazioni, nei conflitti e nei fallimenti, indicò un percorso evangelico, con quella ostinata voglia di vivere poveramente, che oggi papa Francesco intende riprendere per fedeltà  all’insegnamento degli apostoli. Di fronte a questa sfida, non possiamo, come credenti, lasciarlo solo!

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Marco Vergottini

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