Il grande teologo benedettino Ghislain Lafont ha pubblicato di recente un pamphlet dal titolo Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco (EDB, Bologna 2017). A suo giudizio, le forti resistenze che papa Francesco sta incontrando nel processo di riforma della Chiesa, in sostanziale continuità con l’ecclesiologia del concilio Vaticano Il, contribuiscono a delineare il carattere profetico del suo pontificato. La profezia, infatti, non appare mai immediata mente in continuità con il passato e suscita inizialmente resistenze e incomprensioni. Il primato che il pontefice riserva al termine «misericordia» offre nuove chiavi di lettura: un’idea di verità cristiana come «poliedro», dove i piani diversi che convergono configurano la ricerca in termini di discernimento, e una prassi ecclesiale incentrata sul metodo sinodale: l’immagine è una «piramide rovesciata» che indica la direzione di marcia impressa alla riforma.

Per gentile concessione dell’Editore riproduciamo il capitolo conclusivo del saggio.

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Da diversi anni mi chiedo come potrei riassumere il messaggio del concilio Vaticano II. Sono arrivato alla formula che ho messo in esergo: «Dio è misericordia ed è consentito essere uomini». Papa Francesco ha ribadito l’idea che Dio è misericordia e di recente, nella lettera Misericordia et misera, ha scritto: «La misericordia eccede; va sempre oltre» (n. 19), che mi ha confermato nella mia scelta di tradurre la misericordia come amore in eccesso, excessus amoris. La definizione ci invita a una nuova contemplazione di Dio, che solo lo Spirito Santo può rivelare al cuore dell’uomo nella preghiera. Essa invita anche a una reciprocità e dà una forza nuova alla parola del vangelo: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). L’uomo, anche lui, deve tendere a essere misericordia. Quanto dice Francesco ci fa comprendere meglio le parole di Paolo: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), e dà alle stesse una portata che supera il comportamento morale: si tratta di raggiungere il luogo della nostra divinizzazione Sotto questa luce si può meditare sull’esortazione di Francesco ad andare alle periferie, ad accogliere i poveri, a farsi uno di loro: è quello per gli uomini il luogo dell’amore in eccesso.

Che si tratti di Dio o che si tratti dell’uomo, la misericordia esclude ogni durezza o rigidità; invita alla sensibilità, nel senso più nobile del termine. Si può andare ancora oltre? La misericordia invita ad acquisire una coscienza serena di sé, delle proprie possibilità, delle proprie tendenze, del modo unico secondo il quale si può veramente esistere. Vi è una legittima filautia da non trascurare: l’amore, secondo Gesù nel vangelo, è «amore di Dio e del prossimo come se stessi». La misura dell’amore del prossimo dunque è l’amore di sé, che è quanto forse maggiormente difetta nell’uomo. Reciprocamente, l’amore di sé rimanda all’amore degli altri e i due all’amore di Dio e per Dio. La misericordia consente tale gioco dell’amore nell’intimo di ogni comunità.

Dare questo rilievo all’amore in eccesso invita ad apprezzare con maggiore finezza anche il ruolo della verità. Muove una critica all’apparenza assoluta del vero, alle sue formulazioni rigide. Concretamente, questo significa che l’amore in eccesso supera fin dall’inizio la perfezione esteriore sia delle idee sia dei comportamenti. La verità vera non si trova in un mondo separato e puro che sarebbe da raggiungere in un aldilà inaccessibile o in un’interiorità abissale: la verità ha tutta la sua forza solo quando è un orientamento per l’amore. Essa non si trova nemmeno nella coerenza senza difetto di una costruzione intelligibile o di un agire impeccabile. Ma si rivela in tutta la sua forza attraverso una lettura interpretante della Scrittura, che rimanda alla storia di una salvezza opera dell’amore misericordioso, a una tradizione dalle forme molteplici di cui si cerca la convergenza, di cui si sopportano le divergenze. La verità esiste infatti nel discernimento di ciò che è probabile o verosimile per il sapere, di ciò che è utile per un agire morale. Se essa orienta la vita, la vita a sua volta la corregge.

Sono cose difficili da comprendere e da ammettere, perché la nostra civiltà occidentale si è costruita sulla «logica», cioè sulla declinazione e l’articolazione di concetti e di proposizioni in cerca di unità e coerenza, quando non nella ricerca della purezza inaccessibile di ciò che veramente è. La Chiesa stessa era entrata in questa ricerca del vero, ne aveva cercato le formule più adeguate sia per dire la rivelazione di Gesù Cristo sia per definire un agire fondato razionalmente. Questi sforzi, legittimi nella loro epoca (poiché i segni dei tempi non erano gli stessi di oggi), avevano il loro limite nel carattere esclusivo delle formule che definivano una verità immutabile e facevano appello a una perfezione senza difetti. Essendo impossibile, una tale verità originava un clima di coscienza infelice che sfociava nella paura dei patimenti eterni. Questa esperienza logica non deve scomparire; la si deve introdurre nella mitezza e farne il sostegno di una vita definita da un amore in eccesso, sempre disponibile ad andare avanti e a riparare il male.

L’insistenza di papa Francesco sul discernimento consegue direttamente dal primato della mitezza e della misericordia: solo una combinazione di sensibilità e prudenza consente una conoscenza vera e un agire giusto. L’altra insistenza del papa sulle periferie ci ricorda il luogo proprio del vangelo: se esso abita i poveri, allora tutti gli uomini sono salvati. Il suo richiamo a una pratica sinodale della Chiesa va nello stesso senso: solo un confronto responsabile e ordinato può portare a decisioni forti e miti.

Credo che questi orientamenti di Francesco, espressi dalle immagini del poliedro e della piramide rovesciata, portino a necessarie rivalutazioni delle nostre categorie e delle nostre prassi ecclesiali. Abbiamo vissuto a lungo sulla sintesi del concilio di Trento e sulla sua interpretazione tre volte secolare dei fondamenti tradizionali della fede e dei sacramenti. Non si deve avere paura di prendere una qualche distanza da questa presentazione: ripensare l’economia della rivelazione per il nostro tempo; riportare i sacramenti – divenuti strumenti della salvezza individuale – dentro la liturgia, complesso simbolico della lode; passare dal primato un po’ pesante del papa, titolare della verità, e del prete, titolare del perdono, al gioco dei doni dello Spirito nella sinodalità delle Chiese e delle presidenze, in comunione con il vescovo della comunità di Pietro, Roma. E quanto la Chiesa, dal concilio Vaticano II in poi, cerca di fare non senza lotte.

Può essere che le prospettive che si aprono a partire dall’amore in eccesso ci aiuteranno a riprendere – in una visione generosa – tutta la storia religiosa del mondo e a trovare criteri che, senza sacrificare il dono specifico di Dio alla Chiesa di Gesù Cristo del quale tutti viviamo, ci consentiranno di qualificare più positivamente i tentativi vacillanti degli uomini di affrontare il male e cercare il bene, aderendo a un Dio nascosto.

In definitiva papa Francesco, interprete per il nostro tempo del concilio Vaticano II, ci richiama a Gesù Cristo, testimone della misericordia dalla creazione del mondo fino alla parusia benedetta, e allo Spirito Santo, uscito dal cuore aperto di Cristo, che guida la Chiesa e gli uomini su un cammino di perdono, di mitezza e di responsabilità.

 

Fonte: Gh. LAFONT, Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco, EDB, Bologna 2017, pp. 107-110.

 


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