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Giorgio Maiocchi

Nel magistero di papa Francesco c’è la predicazione di un cristianesimo maturo che può presentarsi alla misericordia di Dio. Non sono certo io nelle condizioni di ermeneuta di papa Francesco, ma è quello che capisco dal suo insegnamento.

E se capisco bene è veramente una discontinuità pur essendo nella direzione dei suoi predecessori, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, è uno “scalino”.

Innanzi tutto perché sostanzia sul piano pastorale la distinzione giovannea tra l’errore e l’errante. È il superamento di una valutazione meccanicistica tra norma, indifferenziata, e comportamento individuale e specifico, per andare verso l’assunzione di una responsabilità consapevole posta tra le proprie forze, la propria storia personale, e l’obiettivo morale da raggiungere.

In ambienti diversissimi per ceto sociale e istruzione, si trova un’ampissima platea di persone che ascolta famelica le parole del papa. Sono cristiani che definirei “borderline”, non increduli, ma per i quali l’educazione cristiana ricevuta è rimasta sullo sfondo, non più in sintonia con le categorie mentali del mondo attuale.  Sono stretti tra una predicazione prescrittiva-esortativa che ripete luoghi comuni già sentiti e la necessità di risposte articolate ai problemi posti dall’esistenza.

Sono smarriti, vedono la Chiesa come un insieme di adempimenti e di devozioni che per loro hanno perso significato non essendo stati portati alla radice della fede con le “parole del proprio tempo”. Tempo che vuole sapere di fondamenti “scientifici” non di auctoritas. Nel peggiore dei casi vedono la Chiesa come un universo politico e non come un universo simbolico ordinato alla pienezza dell’uomo e alla salvezza. Scorgono adesso nel papa un cristianesimo non più arcigno che merita di essere rivisitato.

Ripeteva un amico teologo: Il cristianesimo teme solo due cose; essere accettato o rifiutato senza essere conosciuto. Questi sono i «perduti da salvare».

Vi è anche un’altra implicazione forte nell’insegnamento del papa, oggi forse non ancora pienamente percepibile, ma gravida di conseguenze future. È il ritorno al concetto di “peccato collettivo“. Vedo nei suoi discorsi allargare la riflessione interiore dell’individuo dall’ambito delle relazioni personali a quello delle relazioni collettive e oggettive con valenza universale.

La carità teologale viene indirizzata, oltre che alle urgenze indifferibili degli “scartati”, alle strutture che alimentano le disuguaglianze e il disordine della nostra epoca.

Povero papa Francesco! Oltre alla difficoltà di non perdere i salvati e di salvare i perduti, che di per sé è già un’impresa titanica per la sua profezia, viene strattonato da tutte le parti.

Appropriandomi di un aforisma di un noto gesuita per cercare una sintesi del pensiero papale, così come lo leggo io, direi che Francesco chiede al cristiano di essere il sale della terra non una saliera. Ma è proprio della saliera, che i suoi detrattori, tanti troppi, sentono la mancanza. Di una Chiesa assertiva, ripiegata su sé stessa, funzionale a chi teme il cambiamento e non legge i segni dei tempi.

Vi leggo la nostalgia per i “blocchi cattolici” via via associati in varie epoche e in vari luoghi a determinate classi politiche. Le ideologie sono sempre una cristallizzazione dell’esperienza e non si adattano ad un evento nuovo come questo papa. Di qui le etichette geopolitiche e sociologiche: marxismo, peronismo, terzomondismo, ecc. La paradossale accusa di secolarizzare la Chiesa, in fondo ha lo stesso sapore dell’ottocentesco “i preti in sacrestia!”.

Per non parlare della sorprendente arroganza di coloro che muniti di matita rosso/bleu ritengono di dovergli correggere i compiti. Partecipano a questa kermesse i “laici devoti” nostalgici della magnificenza del triregno e delle finanze alla sua ombra, e i pauperisti che perseguono un obbiettivo nobilissimo con istanze e metodi che lo trasformano in utopia.

Concludo con la tipologia che più mi sta a cuore: i preti. Ho in mente un album di fotografie di sacerdoti buoni, dediti al loro ministero, ma che non hanno ancora assimilato la differenza tra sacer e sanctus. Tra un Dio dietro a una balaustra da gestire con prudenza e da lontano, e un Dio che con-patisce con l’uomo che lotta con le sue miserie, in un ambiente culturale ostile quale è gran parte della nostra società, ed è attore di redenzione.

Troppi di loro hanno ancora una dimensione spirituale più canonica che evangelica. Curano assiduamente l’esigua minoranza dei praticanti con messaggi misticheggianti e si lasciano assorbire dalle strutture della supplenza: oratori, scuole, ecc. Sanno tutto dell’esiguo gruppo che li circonda ma non sentono, ancora, come vorrebbe il papa l’odore delle vere pecore, quelle smarrite.


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