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L’opera di Marco Vergottini si presenta con la veste di una quaestio disputata su uno dei temi che ha maggiormente marcato l’ecclesiologia del Vaticano II ed è stato ripreso più volte nella teologia seguente. Il laico, infatti, è stato il convitato di pietra per un profondo ripensamento della dottrina del concilio sulla Chiesa, nonostante sia noto che le discussioni più accanite siano avvenute sul rapporto tra primato ed episcopato. Nel post-concilio, il leitmotiv è stato «accelerare l’ora dei laici», uno slogan tanto retoricamente proclamato, quanto praticamente poco esplorato.

Potremmo offrire una chiave d’ingresso alla ricerca di Vergottini seguendo i tre momenti della quaestio disputata medievale, che ha trovato in san Tommaso il suo massimo splendore: il primo che comprendeva la quaestio e la disputatio, il secondo che prevedeva la determinatio, a cui poi seguiva l’editio. I primi due momenti erano svolti in stretto contatto con studenti ed assistenti (opponens e respondens), i secondi due erano propri del magister regens. La «teologia del laicato» ha attraversato il ‘900 come una quaestio disputata, ancora dall’esito incerto e aperto. E non è senza significato che un lavoro di questo spessore, limpido, acuto, linguisticamente accurato e teologicamente critico, si collochi sulla soglia del nuovo millennio.

Foto p. Francesco

Giulio Albanese

Com’è noto, papa Francesco ha pubblicato in data 13 giugno 2017, festa di sant’Antonio di Padova, il messaggio per la prima Giornata mondiale dei poveri che si celebrerà  il 19 novembre 2017. Si tratta di un’iniziativa che il pontefice aveva annunciato nell’omelia del 13 novembre 2016, durante il Giubileo delle persone socialmente escluse. Istituita poi ufficialmente nella Misericordia et Misera, la lettera apostolica post-giubilare dell’Anno della Misericordia, la Giornata mondiale dei poveri è collocata, liturgicamente, nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario. Lo slogan scelto quest’anno è molto diretto ed incisivo: «Non amiamo a parole, ma con i fatti». Verranno, pertanto, messe in atto, secondo le intenzioni del santo padre, diverse iniziative «concrete» di condivisione. D’altronde, sappiamo bene come il tema della povertà  sia centrale nel magistero di papa Bergoglio: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» disse ai rappresentanti della stampa accreditati presso la Santa Sede, il 16 marzo del 2013, tre giorni dopo la sua elezione come successore di Pietro. E’ un virgolettato che rappresenta la chiave ermeneutica per comprendere le ragioni che determinano il rifiuto, per certi versi spregiudicato, del suo magistero, da parte di alcuni ambienti reazionari del consesso ecclesiale. Ciò che disturba, in particolare, è l’esaltazione della povertà  come «porta del paradiso» e dei poveri come «protagonisti della missione», in contrasto, secondo loro, con una sistematica denuncia della miseria come male estremo, da parte dello stesso papa Francesco. Ecco che allora l’indicazione dei cosiddetti «rimedi» contro il sottosviluppo e ogni genere di ingiustizia viene interpretata dai tradizionalisti più incalliti e reazionari come una riproposizione di vecchi schemi terzomondisti, decisamente tardo-moderni e tardo-capitalistici. Nelle argomentazioni di questi signori, fautori ad oltranza dell’eterea Chiesa costantiniana, è evidente l’incapacità  di cogliere, non solo la profezia di un papato attento ai segni dei tempi, ma il rifiuto dichiarato di coniugare, nei loro anatemi, in un mondo soggetto a frequenti mutazioni, le istanze dello spirito e della fede con i bisogni esistenziali di chi deve lottare per vivere o addirittura sopravvivere.  L’«eco-teologia» dell’enciclica Laudato Si’, fondata sul valore impellente della salvaguardia della «Casa comune», è l’espressione di una radicale svolta in favore della cristianità , per la causa del Regno.  In questi tempi di congiuntura sarebbe un peccato continuare a dividersi tra guelfi e ghibellini. E’ la strada evangelica è quella di una conversione profonda del cuore che vada ad attingere alle sorgenti della vera fede, laddove la autenticità dei gesti e delle parole, in una dimensione ben al di là  della storia, dove «né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano» (Mt 6,20). La povertà , in effetti, non è la mistica della miseria e dello squallore, sì quasi fosse una sorta di archetipo della vita umana o rifiuto palese dello sviluppo, quanto piuttosto è denuncia del sopruso, rigetto delle angherie dei nababbi, quelle che precludono il progresso e dunque la condivisione. Un’opzione che trova la sua massima espressione sacramentale nella Fractio panis e la sua concretizzazione nelle parole di Gesù come le leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli: «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35). In effetti, riflettendo sul suo magistero, a partire dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, papa Francesco non ha fatto altro che rilanciare una questione emersa al termine della prima sessione del Concilio Vaticano II, con l’intervento in aula del compianto cardinal Giacomo Lercaro, allora arcivescovo di Bologna. Secondo questo grande pastore del Novecento, la povertà  non poteva essere un tema aggiuntivo rispetto agli altri, non un «qualunque tema, ma in un certo senso l’unico tema del Vaticano II»: la povertà , disse, è il «mysterium magnum» della Chiesa. Fu proprio lui a proporre un approccio – in quella che fino a quel momento era stata la chiesa costantiniana – all’insegna del Cristo povero, dalla parte dei poveri. L’eco del discorso di Lercaro fu impressionante, ma le dinamiche conciliari, la morte di papa Roncalli e l’elezione di Paolo VI concentrarono l’attenzione dei padri conciliari su questioni più spinose e dibattute, come la collegialità  episcopale e la libertà  religiosa. Col risultato che i temi della povertà  e dei poveri furono inseriti sì in vari lemmi e accezioni nel corpus dottrinale del Vaticano II nella prospettiva della cosiddetta «ecclesia pauperum»  (chiesa dei poveri). Ma essa venne intesa come un qualcosa che riguardava prevalentemente la pastorale e la morale e non tanto il è «mysterium magnum», così come indicato dal compianto arcivescovo di Bologna. A questo proposito è bene ricordare che tra il 1963 e il 1964 la figura del cardinal Lercaro incrociò le sorti di un gruppo di vescovi e teologi che si riunivano presso il Collegio Belga in Via del Quirinale a Roma e che aveva a cuore i temi della povertà  e dei poveri. Verso la fine della terza sessione, nel novembre del 1964, pochi giorni dopo l’eclatante gesto di Paolo VI che deponeva la sua tiara sull’altare come dono ai poveri, il gruppo di via del Quirinale inviò due mozioni direttamente alla Segreteria di Stato, chiedendo che venissero integrate nel dettato conciliare: una rappresentava l’impegno dei vescovi ad eliminare qualsiasi segno di ricchezza, mentre la seconda riguardava l’evangelizzazione dei poveri. Purtroppo, la sensibilità  di questo manipolo di padri conciliari attenti al tema della povertà , soprattutto in chiave teologica, non trovò poi un felice riscontro nell’assise conciliare. Stando alla ricerca del professor Matteo Mennini, tra i più acuti storici della Chiesa in grado di ricostruire quanto realmente avvenne, il gruppo del Quirinale, su suggerimento di dom Helder Camara, fece sua la necessità  di un atto pubblico ed eclatante da realizzarsi a Roma, che simboleggiasse l’impegno di questo manipolo di vescovi e teologi nei confronti dei poveri. La proposta fu raccolta dal vescovo greco melchita, monsignor Georges Haddad, che una settimana dopo si fece avanti per redigere il testo di una promessa dell’impegno che i vescovi avrebbero potuto formulare durante una concelebrazione, possibilmente in un luogo significativo: le catacombe di Domitilla. Risposero all’appello 42 vescovi, anche se alcuni si aggiunsero pur senza aver mandato la propria scheda. Degli iscritti alla lista ufficiale solo 8 erano europei, la maggioranza proveniva dalle diocesi di Paesi poveri, dall’Africa,  dall’America Latina e dall’Est asiatico, specialmente la Cina e l’India: una non casuale riproduzione della geografia dei paesi non allineati ai blocchi atlantico e sovietico, il cosiddetto Terzo mondo. I firmatari, il giorno 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, si impegnarono a vivere in povertà , a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ebbe una forte influenza sulla cosiddetta teologia della liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti. Il testo del Patto delle Catacombe rappresenta indubbiamente l’intuizione di un gruppo pensante che, pur nelle frustrazioni, nei conflitti e nei fallimenti, indicò un percorso evangelico, con quella ostinata voglia di vivere poveramente, che oggi papa Francesco intende riprendere per fedeltà  all’insegnamento degli apostoli. Di fronte a questa sfida, non possiamo, come credenti, lasciarlo solo!

 

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DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Aula del Sinodo Mercoledì, 11 ottobre 2017

 

Signori Cardinali, cari fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Signori Ambasciatori, illustri Professori fratelli e sorelle,

vi saluto cordialmente e ringrazio Mons. Fisichella per le cortesi parole rivoltemi.

Il venticinquesimo anniversario della Costituzione apostolica Fidei depositum, con la quale san Giovanni Paolo II promulgava il Catechismo della Chiesa Cattolica, a trent’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, è un’opportunità  significativa per verificare il cammino compiuto nel frattempo. San Giovanni XXIII aveva desiderato e voluto il Concilio non in prima istanza per condannare gli errori, ma soprattutto per permettere che la Chiesa giungesse finalmente a presentare con un linguaggio rinnovato la bellezza della sua fede in Gesù Cristo. «E’ necessario – affermava il Papa nel suo Discorso di apertura – che la Chiesa non si discosti dal sacro patrimonio delle verità  ricevute dai padri; ma al tempo stesso deve guardare anche al presente, alle nuove condizioni e forme di vita che hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico» (11 ottobre 1962). «Il nostro dovere – continuava il Pontefice – non è soltanto custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità , ma di dedicarci con alacre volontà  e senza timore a quell’opera che la nostra età  esige, proseguendo coì il cammino che la Chiesa compie da quasi venti secoli» (ibid.).

«Custodire» e «proseguire» è quanto compete alla Chiesa per sua stessa natura, perché la verità  impressa nell’annuncio del Vangelo da parte di Gesù possa raggiungere la sua pienezza fino alla fine dei secoli. E’ questa la grazia che è stata concessa al Popolo di Dio, ma è ugualmente un compito e una missione di cui portiamo la responsabilità, per annunciare in modo nuovo e più completo il Vangelo di sempre ai nostri contemporanei. Con la gioia che proviene dalla speranza cristiana, e muniti della «medicina della misericordia» (ibid.), ci avviciniamo pertanto agli uomini e alle donne del nostro tempo per permettere che scoprano l’inesauribile ricchezza racchiusa nella persona di Gesù Cristo.

Nel presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica, san Giovanni Paolo II sosteneva che «esso deve tener conto delle esplicitazioni della dottrina che nel corso dei tempi lo Spirito Santo ha suggerito alla Chiesa. E’ necessario inoltre che aiuti a illuminare con la luce della fede le situazioni nuove e i problemi che nel passato non erano ancora emersi» (Cost. ap. Fidei depositum, 3). Questo Catechismo, perciò, costituisce uno strumento importante non solo perché presenta ai credenti l’insegnamento di sempre in modo da crescere nella comprensione della fede, ma anche e soprattutto perché intende avvicinare i nostri contemporanei, con le loro nuove e diverse problematiche, alla Chiesa, impegnata a presentare la fede come la risposta significativa per l’esistenza umana in questo particolare momento storico. Non è sufficiente, quindi, trovare un linguaggio nuovo per dire la fede di sempre; è necessario e urgente che, dinanzi alle nuove sfide e prospettive che si aprono per l’umanità , la Chiesa possa esprimere le novità  del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce. E’ quel tesoro di «cose antiche e nuove» di cui parlava Gesù, quando invitava i suoi discepoli a insegnare il nuovo da lui portato senza tralasciare l’antico (cfr Mt 13,52).

L’evangelista Giovanni offre una delle pagine più belle del suo Vangelo quando riporta la cosiddetta «preghiera sacerdotale» di Gesù. Prima di affrontare la passione e la morte, Egli si rivolge al Padre manifestando la sua obbedienza nell’aver compiuto la missione che gli era stata affidata. Le sue parole sono un inno all’amore e contengono anche la richiesta che i discepoli siano custoditi e protetti (cfr Gv 17,12-15), Nello stesso tempo, comunque, Gesù prega per quanti nel futuro crederanno in Lui grazie alla predicazione dei suoi discepoli, perché anch’essi siano raccolti e conservati nell’unità  (cfr Gv 17,20-23). Nell’espressione: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3), si tocca il culmine della missione di Gesù.

Conoscere Dio, come ben sappiamo, non è in primo luogo un esercizio teorico della ragione umana, ma un desiderio inestinguibile impresso nel cuore di ogni persona. E’ la conoscenza che proviene dall’amore, perché si è incontrato il Figlio di Dio sulla nostra strada (cfr Lett. enc. Lumen fidei, 28). Gesù di Nazareth cammina con noi per introdurci con la sua parola e i suoi segni nel mistero profondo dell’amore del Padre. Questa conoscenza si fa forte, giorno dopo giorno, della certezza della fede di sentirsi amati, e per questo inseriti in un disegno carico di senso. Chi ama vuole conoscere di più la persona amata per scoprire la ricchezza che nasconde in sé e che ogni giorno emerge come una realtà  sempre nuova.

Per questo motivo, il nostro Catechismo si pone alla luce dell’amore come un’esperienza di conoscenza, di fiducia e di abbandono al mistero. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, nel delineare i punti strutturali della propria composizione, riprende un testo del Catechismo Romano; lo fa suo, proponendolo come chiave di lettura e di applicazione: «Tutta la sostanza della dottrina e dell’insegnamento dev’essere orientata alla carità  che non avrà  mai fine. Infatti, sia che si espongano le verità  della fede o i motivi della speranza o i doveri dell’attività  morale, sempre e in tutto va dato rilievo all’amore di nostro Signore. Così da far comprendere che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall’amore, come nell’amore ha d’altronde il suo ultimo fine» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 25).

In questo orizzonte di pensiero mi piace fare riferimento a un tema che dovrebbe trovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica uno spazio più adeguato e coerente con queste finalità  espresse. Penso, infatti, alla pena di morte. Questa problematica non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità  umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte. E’ una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità  personale. E’ in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, «neppure l’omicida perde la sua dignità  personale» (Lettera al Presidente della Commissione Internazionale contro la pena di morte, 20 marzo 2015), perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità  di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità .

Nei secoli passati, quando si era dinnanzi a una povertà  degli strumenti di difesa e la maturità  sociale ancora non aveva conosciuto un suo positivo sviluppo, il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere. Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità  del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità  più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità  nella comprensione del Vangelo. Tuttavia, rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità  personale, ci renderebbe più colpevoli.

Qui non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l’insegnamento del passato, perché la difesa della dignità  della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell’insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole. Lo sviluppo armonico della dottrina, tuttavia, richiede di tralasciare prese di posizione in difesa di argomenti che appaiono ormai decisamente contrari alla nuova comprensione della verità  cristiana. D’altronde, come già  ricordava san Vincenzo di Lérins: «Forse qualcuno dice: dunque nella Chiesa di Cristo non vi sarà  mai nessun progresso della religione? Ci sarà  certamente, ed enorme. Infatti, chi sarà  quell’uomo così maldisposto, così avverso a Dio da tentare di impedirlo?» (Commonitorium, 23.1: PL 50). E’ necessario ribadire pertanto che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità  e dignità  della persona.

«La Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, e tutto ciò che essa crede» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 8). I Padri al Concilio non potevano trovare espressione sintetica più fortunata per esprimere la natura e missione della Chiesa. Non solo nella «dottrina», ma anche nella «vita» e nel «culto» viene offerta ai credenti la capacità  di essere Popolo di Dio. Con una consequenzialità  di verbi, la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione esprime la dinamica diveniente del processo: «Questa Tradizione progredisce […] cresce […] tende incessantemente alla verità  finché non giungano a compimento le parole di Dio (ibid.).

La Tradizione è una realtà  viva e solo una visione parziale può pensare al «deposito della fede» come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà  dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare. Questa legge del progresso secondo la felice formula di san Vincenzo da Lérins: «annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate» (Commonitorium , 23.9: PL 50), appartiene alla peculiare condizione della verità  rivelata nel suo essere trasmessa dalla Chiesa, e non significa affatto un cambiamento di dottrina. Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo. «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri» (Eb 1,1), «non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio» (Dei Verbum, 8). Questa voce siamo chiamati a fare nostra con un atteggiamento di «religioso ascolto» (ibid., 1), per permettere alla nostra esistenza ecclesiale di progredire con lo stesso entusiasmo degli inizi, verso i nuovi orizzonti che il Signore intende farci raggiungere.

Vi ringrazio per questo incontro e per il vostro lavoro; vi chiedo di pregare per me e vi benedico di cuore. Grazie.

 

 

 

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Marco Vergottini

 

Che il Concilio Vaticano II sia un punto di non ritorno sul fronte del vissuto ecclesiale, dell’intelligenza teologica e della coscienza di ogni buon credente (vescovo, presbitero o comune fedele) è un dato di fatto assodato, su cui papa Francesco è ritornato più volte. Tuttavia, da questa franca ammissione nei confronti di un’eredità  ricevuta e accolta con riconoscenza non risulta legittimato quel “luogo comune” che mira a rappresentare l’evento del Vaticano II come una sorta di fulminea “palingenesi” della riforma della Chiesa, quasi essa abbia avuto inizio magicamente con l’11 ottobre 1962. In realtà , un’evidenza palmare che l’ultimo Concilio ha conosciuto una lunga fase di gestazione.

Basti qui riferirsi al contributo pionieristico fornito nella prima metà  del ‘900 dai fautori dei movimenti biblico, liturgico, ecclesiologico, missionario, pastorale ed ecumenico. Oppure al ruolo che hanno giocato nella Chiesa italiana autorevoli ecclesiastici: oltre ai cardinali G. Lercaro e G.B. Montini, basti pensare a vescovi quali E. Bartoletti, F. Costa, E. Guano, nella cui scia hanno potuto poi iscriversi pastori conciliari quali T. Bello, C. Naro, C.M. Martini.

Lo stesso si deve dire di figure di preti quali don Milani, don Zeno, padre Balducci, padre Calati, don Mazzolari o di laici quali Olivelli, Carretto, La Pira, De Gasperi, Moro, Dossetti, Lazzati, Chiara Lubich, Bachelet (tutte le liste ovviamente peccano per difetto). Si tratta di personalità che hanno vissuto e ravvivato la stagione di vita e la coscienza ecclesiale prima del Concilio.

Non diversamente ciò vale per la teologia cattolica europea del ‘900 che ha visto affermarsi nella prima metà  del secolo colossi del calibro di R. Guardini, K. Rahner, H. Urs Von Balthasar, M.-D. Chenu, H. de Lubac, Y. Congar, E. Schillebeeckx e l’elenco potrebbe continuare. E non diversamente il discorso potrebbe forse essere allargato ai domini della riflessione filosofica e della letteratura, se è vero che l’attuale generazione complessivamente non ha raggiunto neppure gli epigoni della precedente.

Tuttavia, nonostante la straordinaria lezione conciliare non abbia ancora ultimato di portare i suoi saporosi frutti, pare poter sommessamente affermare che la generazione postconciliare dei vescovi, dei teologi e dei maggiori rappresentanti del mondo cattolico non sia in grado di competere con quelle straordinarie personalità  sopra richiamate. Sia chiaro il discorso richiederebbe di essere debitamente istruito per interrogarsi sui criteri di reclutamento dell’episcopato, sui nuovi impulsi in atto sul fronte teologico, nonché su un protagonismo dei laici forse più sbandierato che effettivamente praticato. E’ pur vero poi che ogni stagione storica ha il suo spirito epocale, le sue punte di eccellenza, i suoi dinamismi interni al tessuto ecclesiale e i suoi risvolti esterni in termini di dialogo con la cultura circostante. Certamente dopo l’ultima assise hanno avuto un’influenza assolutamente preponderante e pervasiva fenomeni complessi, quali la secolarizzazione, il retaggio del ’68, l’avvento della società  di massa, la caduta delle ideologie (i grandi racconti), l’invasività  dei media e la digitalizzazione, i processi di globalizzazione, le grandi migrazioni e le nuove frontiere del post-umano. E, trasposto in chiave biblica, alla stagione esodica e dei grandi profeti segue la fase della sapienza come virtù del buon governo, che ricerca il senso della misura, che invita a saper cogliere le sfumature, che in ogni occasione sollecita a scegliere fra vero e falso, e – per ultimo – invita a cogliere dentro la proposta contenuta nella Parola di Dio la direzione del bene possibile.

Senza cadere in diagnosi disfattistiche e apocalittiche – che comunque non possono essere compensate da fughe nell’intimismo o nella coltivazione di narcisismi di qualsiasi sorta -, è consolante lasciarsi guidare dalla saggezza maturata nel passato, quando dopo un’età  aurea di geni e di creatività  somma è succeduta un’epoca da iscriversi in un profilo meno esaltante e più ordinario. Può tornare utile riferirsi al celebre asserto che si incontra nel Metalogicon di Giovanni di Salisbury: «diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti»; possiamo, cioè, vedere più lontano non per l’acume della nostra vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo portati in alto dalla statura dei giganti.

La massima restituisce conforto e speranza proprio in quanto gli attori di oggi, seppur nani rispetto ai grandi maestri fondatori del passato, possono persino sopravanzarli, guardare “oltre” e più in profondità  l’orizzonte, onorare così e rivitalizzare quella preziosa eredità  ricevuta come dono. Il nostro tempo, per divenire il nostro kairos, ce lo impone. Nella certezza poi che lo Spirito continua a mandarci uomini e donne che adempiono il compito di farci camminare verso la pienezza del Regno e che comunque: «Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini» (J. Bossuet).

 

fonte: AVVENIRE, Venerdì  15 settembre 2017, p. 3