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Il giochino (anche interessato) del totonomine

La Chiesa merita attenzione

non mirati pettegolezzi

 Marco Vergottini 

 

Le vicende di questi ultimi mesi – tanto le votazioni e la nomina del nuovo Presidente della Cei, quanto l’avvicendamento di presuli su sedi episcopali, anche prestigiose – hanno innescato una vera e propria competizione di toto-nomine con la preoccupazione dei maggiori quotidiani e periodici italiani di anticipare ai lettori l’esito finale. In questa linea si sussurra a voce alta l’esistenza di cordate e traffici, di arrampicatori e vincitori.

Che le vicende della Chiesa siano costantemente sulla ribalta della comunicazione pubblica è un fatto assodato da almeno vent’anni nel nostro Paese. La lievitazione dell’interesse non è stata a ben vedere direttamente proporzionale alla raffinatezza dell’osservazione delle dinamiche ecclesiali. Il dato è un poco preoccupante: sarebbe come asserire che a fronte di una crescente domanda di vini di qualità da parte di un pubblico di fruitori sempre più esigente, agli stessi viene propinato un prodotto sempre più scadente e sofisticato, accompagnato però da etichette sempre più accattivanti e seducenti.

Non si tratta certo di voler imporre un qualche divieto alla divulgazione di notizie religiose, o di rimpiangere le condanne alla libertà di pensiero e di stampa risalendo all’enciclica di Gregorio XVI Mirari vos (1832). Nessuno si illude di reclamare la purezza incontaminata del fatto religioso, quasi a voler deprecare moralisticamente una soglia di inaccessibilità al sacro, alla stregua dello “scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”. La comunità cristiana vive nella storia, la fede si incultura e fra Chiesa e comunicazione pubblica esiste un sano principio di scambio e di influsso reciproco – princìpi, questi, che ricorrono più nella Gaudium et spes (1965) che nel decreto Inter Mirifica (1963). Nessuna pretende che la Chiesa possa stare fuori dalla mischia della pubblica opinione, se è vero che lo storico Alberto Melloni pubblicò 25 anni orsono un saggio, “Lo spettatore influente”, ove documentava come le riviste specializzate e i periodici ebbero un influsso rimarchevole sull’agenda dell’ultimo Concilio, già nella fase preparatoria. Come misconoscere poi l’influsso sul buon esito dell’assise, grazie alla copertura quotidiana dei lavori conciliari svolto da due cavalli di razza quali Raniero La Valle (“L’Avvenire d’Italia”) e Henri Fesquet (“Le Monde”), che furono entrambi interpreti dei fermenti innovatori del Vaticano II?

Ora le cose stanno però in modo diverso. Qui non si tratta di idee, di progetti, di sogni di riforma, bensì di indiscrezioni, di voci e pettegolezzi su persone che avrebbero diritto a vedere rispettata la loro privacy, il servizio reso alla Chiesa e ai fratelli, la vocazione.

Càpita così che qualche (troppo) intraprendente vaticanista sbatta in prima pagina di un quotidiano o di un sito-web la notizia data ormai per assodata del nuovo Vicario di Roma, facendo nome e cognome, tratteggiandone la biografia personale e la carriera ecclesiastica… Peccato, però, che il giorno dopo il Papa – a cui compete la potestà della scelta – individui un’altra figura per quell’incarico. È questa forse la tanto sbandierata deontologia professionale? Qualcuno ricorda che in un documento del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica in internet (2002), si raccomandava ai giornalisti che nel dare notizie <la regolamentazione […] e in linea di principio l’auto-regolamentazione è il metodo migliore>? È inevitabile poi chiedersi, visto che il giochino si ripete, se dietro le notizie di nomine (che poi risultano infondate) accreditate invece come sicure non giochino lobby, poteri più o meno occulti, per condizionare la scelta del pontefice.

Quello che ci consola è che Francesco non si lascia condizionare, ma opera il suo discernimento, secondo un sano principio di consultazione e di sinodalità. Può essere di aiuto a noi riascoltare allora la preghiera di padre Arrupe: <Concedici, Signore, di vedere ora tutto con occhi nuovi, / di discernere e mettere alla prova le intuizioni / che ci aiutano a leggere i segni del tempo, / ad assaporare le cose che sono tue / e a comunicarle ad altri. / Donaci la chiarezza della comprensione / che hai donato a sant’Ignazio>.

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Il Cenacolo di Amici di papa Francesco ringrazia il Santo Padre per la nomina di S. Em. il cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo metropolita di Perugia-Città di Catello, a nuovo Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Auguriamo all’amico Cardinale un fecondo ministero apostolico per il bene della Chiesa italiana e del nostro Paese, certi che egli coltiverà il senso della collegialità e della comunione universale dei vescovi italiani, assicurandogli la nostra preghiera, il nostro affetto e la nostra collaborazione.

Proponiamo qui di seguito una riflessione del cardinale Carlo Maria Martini, pubblicata in un volumetto scritto nei mesi appena precedenti alla sua morte, nel quale individuava quattro caratteristiche del Vescovo, “buon pastore”: a) l’integrità; b) la lealtà; c) la pazienza; d) la misericordia.

 

I contatti con i confratelli vescovi, 

in particolare nella Conferenza episcopale

 

Penso che siano molto importanti i contatti tra i singoli vescovi, soprattutto nell’ambito della regione. È necessario che si promuova una vera amicizia tra i vescovi, che ci sia una reale e volenterosa capacità di ascolto reciproco, e di dialogo costante. Bisognerebbe moltiplicare le occasioni di questa comunione. Al di là degli incontri previsti per la Conferenza episcopale regionale (circa quattro all’anno), per due giorni o poco più, occorre che ci sia una comunicazione più viva e sincera, con la possibilità di aiutarsi a vicenda.

Riguardo alla Conferenza episcopale della nazione, le cose sono invece assai diverse a seconda del numero dei vescovi. Una conferenza come quella brasiliana che ha circa 280 vescovi, o quella dell’America del Nord (circa 150 vescovi) e vescovi), non è una realtà facilmente gestibile. Sarà doveroso trovare delle formule con le quali, anche nei grandi numeri ci si possa intendere e si possa ascoltare la voce di tutti.

Negli Stati Uniti ho trovato questo mezzo che mi è parso efficace: dopo l’eventuale relazione i vescovi si riuniscono attorno a tavoli di cinque o sei persone, magari anche nella stessa aula (evitando le perdite di tempo nei lunghi spostamenti) e sottovoce, ciascuno discute su ciò che ha ascoltato. Poi un membro di ogni gruppo riferisce su ciò che è stato detto. Questo modello offre la possibilità di un dialogo reale e che ogni domanda abbia risposta. Lì dove il dialogo risulta più un monologo e dove il Presidente della conferenza offre lui stesso durante la lettura della prolusione, le linee fondamentali delle problematiche, lo svolgimento della riflessione e le modalità di soluzione dei problemi, la collegialità viene a cadere e i vescovi possono vivere null’altro che la frustrazione di una partecipazione passiva.

Soprattutto nelle Conferenze composte di grandi numeri, vi sono uffici preposti all’aiuto dei vescovi nelle loro discussioni. Quando questi uffici oltrepassano i limiti dell’aiuto e diventano direttamente responsabili della pastorale della nazione il rischio di fallimento di una Conferenza è assai grande. A essi tocca esclusivamente il lavoro di ricezione ed elaborazione scritta delle indicazioni dei vescovi. Così saranno realmente degli strumenti concreti per raggiungere gli obiettivi che i vescovi si erano proposti. Uno dei pericoli reali per qualsiasi Conferenza è la degenerazione in struttura burocratica. Il singolo vescovo tenderà a chiudersi in se stesso pensando all’esclusivo impegno per la propria diocesi. Bisogna invece che i vescovi si conoscano, si sostengano a vicenda e si amino con vera carità. Il lavoro delle Conferenze Episcopali sarà solo un aiuto per i singoli vescovi, che corrono il rischio di sentirsi un po’ soli e disarticolati dall’immenso corpo che è la Chiesa. Ricordo di un giovane prete che mi ripeteva le’ parole del suo vescovo durante i colloqui: «quando vieni da me ti concedo tutto il tempo di cui hai bisogno, se io vado a Roma non mi vengono dati neppure cinque minuti».

Il vescovo che non segue attentamente i lavori delle varie Conferenze (regionale nazionale europea o mondiale) rischia di maturare una sindrome da solitudine pastorale e anche di azione personale scollata dalle diocesi limitrofe e dall’intero cammino della Chiesa. Le conseguenze saranno almeno due: il “complesso del padre-padrone” o al contrario il “complesso del pastore solitario” che ha paura e si chiude in se stesso.

Ci si potrebbe domandare quali sono le occasioni offerte ai vescovi per continuare a formarsi come cristiani, in altre parole a una continua conversione. Nel mondo delle imprese sono numerose le offerte di formazione permanente, anche per i dirigenti. Non è possibile elencare qui tutti i processi formativi offerti ai vescovi. Ma non mi pare siano troppi. Quando ero presidente della Consiglio delle Conferenze dei Vescovi Europei (CCE) avevamo organizzato, lontano da Roma, una settimana di aggiornamenti per i vescovi fino a cinque anni di ordinazione. La cosa era stata accolta con viva soddisfazione. I temi principali della vita del vescovo venivano prima discussi dai vescovi stessi e solo dopo c’era una relazione sul tema fatta da un vescovo più anziano. Il secondo incontro lo facemmo a Roma dietro gentile insistenza della Congregazione per i Vescovi. Al nostro programma aggiungemmo alcune presentazioni fatte dai capi di dicastero. Ma a partire dalla terza proposta tutto venne preso in carica dalla Congregazione per i vescovi.

C.M. Martini, Il vescovo, Rosenberg & Sellier, Torino 2011, pp. 81-85.

 

 

 

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Al termine degli Esercizi spirituali tenuti ad Ariccia per la Curia Romana, nel pomeriggio del 10 marzo 2017 il papa Francesco, parlando al Consiglio Episcopale della diocesi di Roma e al Consiglio dei Prefetti, ha espresso il desiderio di essere aiutato nel discernimento in ordine alla scelta del nuovo Vicario della diocesi di Roma. Ciò potrà avvenire, anzitutto, con la preghiera allo Spirito Santo da parte di sacerdoti, religiosi e laici, ma anche in forma scritta elencando in una lettera: a) segnalando i bisogni. Le urgenze e le sfide che riguardano il presente e il futuro della Diocesi; b) tratteggiando un “identikit” di un candidato ideale; c) eventualmente, suggerendo uno o più nomi di candidati che potrebbero degnamente svolgere tale ministero.

 

 

Roma, 10 aprile 2017

Alla cortese attenzione della Segreteria Particolare di Papa Francesco.

Tenuto conto della complessità della diocesi di Roma – per la presenza della Santa Sede e dei suoi organismi che hanno influsso non secondario su molte vicende diocesane – il Cenacolo di Amici di Papa Francesco offre umilmente all’attenzione del Santo Padre, del quale ha immensamente apprezzato l’ innovativa e sinodale iniziativa ecclesiale, le seguenti riflessioni.

  • Un pastore umanamente sereno e capace di autonomia pastorale e creatività e inventiva, in modo da sottrarre la diocesi alla vischiosa confusione con la pervasiva presenza vaticana.
  • Un uomo dotato di senso pratico, di risorse organizzative personali, capace di abitare la complessità romana senza timidezza e con discernimento illuminato dalla fede e non dalla diplomazia o dal servilismo.
  • Valorizzi le ricchezze di tanto laicato preparato e motivato: sia italiano che straniero, per una nuova stagione di pastorale multiversale e interculturale. A Roma più che altrove il laicato è asservito al clericalismo più mondano.
  • Non sia preoccupato della occhiuta vigilanza dei dicasteri vaticani, ma abbia saggezza e libertà per prendere iniziative proprie, secondo la identità cristiana propria di Roma, non sovrapponibile alla “logica” del Vaticano.
  • Si assuma con coraggio il compito di esplorare gli orizzonti segnalati da papa Francesco, andando anche più avanti di quanto lui propone, senza restare sempre a rimorchio, e cercare riduzioni comode nell’ispirazione.
  • Abbia a cuore il dialogo con il clero romano, come un corpo di pastori genuini e audaci, e non come ramificazione di influenze vaticane. Combatta con forza la burocratizzazione “similàtea” del Vicariato.
  • In particolare sia in dialogo vero e vigile con le istituzioni formative sia del clero diocesano che di quello dei religiosi e delle religiose: per mettere a beneficio di Roma tante risorse preziose, secondo un giusto indirizzo evangelico.
  • Abbia il coraggio di richiamare tutti (a cominciare dai preti) alla sobrietà evangelica: togliendo lo scandalo di mille istituzioni ecclesiastiche avide di guadagno e visibile scandalo per i valori evangelici.
  • Infine che non abbia il titolo di cardinale: perché c’è già il Papa; ma sviluppi in Roma una pastorale che sia esemplare per il resto del mondo, così da mostrare come si può assecondare creativamente, già da qui, l’ispirazione di Francesco

Il Cenacolo di Amici di Papa Francesco

 

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Dispiace davvero che si possa anche solo indugiare nell’idea che papa Francesco nutra sentimenti non fraterni con gli ebrei.  Il Papa, in particolare, del grande viaggio del 2014 in Terra Santa, compiuto con un amico rabbino inserito nel seguito papale; e il papa della successiva struggente preghiera con ebrei e musulmani nei Giardini vaticani. Il Papa costitutivamente dialogante, e anche su questo versante particolarmente vicino al cardinal Martini, da sempre, anche a Buenos Aires, ha dimostrato il più grande amore per i fratelli ebrei e ha condannato il minimo accenno di antisemitismo. Per parte nostra, vorremmo ricordare, anche in occasione di questo spiacevole incidente, la regola aurea del dialogo interreligioso, divenuta il Leitmotiv del pontificato di Francesco, quella riconciliazione delle differenze che vede in queste ultime non un ostacolo bensì una grande possibilità di arricchimento reciproco fra le differenti religioni. E differenti rimangono, sulla base del ceppo santo comune, ebraismo e cristianesimo. [R.L.]

 Publichiamo di seguito  una riflessione della biblista cattolica Rosanna Virgili e un messaggio a Rav Laras del Card. Francesco Ciccopalmerio


Rosanna Virgili

Una reazione davvero imprevedibile è stata quella che il rav Giuseppe Laras – già rabbino capo di Milano e da decenni amico e maestro dei biblisti italiani – ha esternato verso il tema di un Convegno in programma a Venezia dall’11 al 13 Settembre 2017. Iniziativa ormai tradizionale dell’Associazione Biblica Italiana (ABI) e riservata agli studiosi della Bibbia anticotestamentaristi e semitisti, il Convegno in questione aveva per titolo: “Israele, popolo di un Dio geloso. Coerenze e ambiguità di una religione elitaria” e proprio da questa formulazione devono essere sgorgate le diverse perplessità, ma anche gli attacchi, di una parte del mondo ebraico italiano, giunti a sfiorare l’accusa di antisemitismo. A creare malumori è stato soprattutto il testo di presentazione originario del Convegno che recitava così: “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”, quanto sarebbe bastato per motivare eventuali derive fondamentaliste ed elitarie. Un pensiero possibile, ma anche del tutto opinabile. Come si potrebbe, infatti, semplicemente “descrivere” la fede ebraica senza quell’ “Unico” che è il suo Dio e, di conseguenza, quell’unico ed eletto che è il suo popolo Israele? Dovremmo togliere dalla Bibbia ebraica l’intera sua sostanza. “Chi è come te fra gli dèi, Signore? Chi è come Te, maestoso in santità, tremendo nelle imprese, autore di prodigi?” (Es 15,11) recita il Cantico di Mosè. Affermare un concetto è sempre rischio di derive, fa parte delle cose. Ma ciò non comporta la rinuncia al concetto, né, tanto meno, ai fondamenti della propria fede. Per questo le parole con cui il rav Laras scriveva di apprendere (peraltro in una Lettera non indirizzata all’ABI): “con dispiacere e preoccupazione sommi, che questo programma è, in sostanza, la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto, ahimè, da tempo, a fuffa e aria fritta” lascia veramente di stucco. In un’intervista rilasciata ad Avvenire (17 Marzo) il presidente dell’ABI, Luca Mazzinghi (Ordinario di sacra Scrittura presso la Pontificia Università Gregoriana) così si esprime, dando voce al pensiero di tutti i biblisti cattolici associati: “L’aver interpretato, da parte di alcuni il tema del Convegno in chiave antiebraica, va contro ogni nostra intenzione, lo dico con molta forza. Dalla nostra Associazione è sempre stata assente ogni ombra di antisemitismo, che noi ripudiamo nel modo più assoluto. Aggiungo che molti dei nostri membri sono impegnati in prima persona nel dialogo ebraico-cristiano. Personalmente ho sempre insegnato ai miei studenti l’amore per il popolo ebraico e per le sue Scritture”. E in merito al prosieguo della lettera di Laras: “Registro con dolore che uomini come Martini e il loro magistero in relazione a Israele, in seno alla Chiesa cattolica, siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica”, Mazzinghi replica: “Ho grande stima per Laras che nel 2012 abbiamo invitato alla nostra Settimana Biblica Nazionale, proprio per commemorare il Cardinale Martini”. Dunque si tratta di una polemica i cui fondamenti “semplicemente non esistono”. E, da parte nostra, non possiamo che essere d’accordo. Resta da chiedersi come mai la stampa (anche laica) abbia dato tanta risonanza a questa polemica e caricato persino su Papa Francesco la volontà/responsabilità di una ruggine con la Comunità ebraica. Davvero difficile provare la verosimiglianza di tale ipotesi! E siccome i fatti contano più delle parole – ancor più nell’era delle post-verità! – l’ABI, ha deciso di modificare il titolo del suo Convegno a Venezia che, ora, è questo: “Popolo di un ‘Dio geloso! (Es 3,14): coerenze e ambivalenze della religione dell’antico Israele”. Se occorreva un segno di verità e sensibilità, oltre che di rilancio del dialogo con gli ebrei italiani, non è mancato.

 

Messaggio per il Rabbino Giuseppe Laras – Card. Francesco Coccopalmerio

 

Stimatissimo e carissimo Rev. Laras,

di ritorno a Roma dagli Esercizi spirituali e da altri due pressanti impegni, trovo la Sua e-mail del 6 marzo scorso, della quale però avevo già avuto notizia due giorni prima da parte del caro Vittorio. Sono rimasto – come ovvio – molto dispiaciuto. Non sono purtroppo un competente a livello professionale o scientifico di problemi di esegesi biblica (però – come ovvio – conosco le Scritture di Israele perché leggo e prego ogni giorno su tali testi) e non posso quindi formulare un giudizio adeguato su quanto espresso dagli organizzatori del Convegno ABI. Posso dirLe soltanto che, avendo sentito telefonicamente alcuni di tali organizzatori, sono sicuro – e, in questo  senso, voglio rassicurare Lei e tutti gli Amici ebrei – che non c’era in loro nessuna intenzione che possa far pensare ad atteggiamenti di antisemitismo. Se però – al di là delle intenzioni – il modo di esprimersi avesse potuto ingenerare qualche impressione contraria, essi erano disposti a cambiare il testo da loro formulato.

Carissimo Rabbino, credo che il dialogo ebraico-cristiano o, con parole meno formali, la nostra fraterna amicizia, abbia ormai fatto passi – diciamo – da giganti, si sia così consolidata, sia diventata così necessaria a noi come a voi, che è, ormai, da considerarsi irrevocabile, insomma così forte di essere capace di resistere a qualsiasi azione contraria. Noi veneriamo e amiamo il popolo della eterna alleanza, il popolo di Dio, il popolo di Israele, che è – lo ripetiamo sempre – nostra radice santa. E ugualmente veneriamo e  amiamo, leggiamo, studiamo e preghiamo le Scritture del popolo di Israele. Gesù, ebreo, ha nutrito per primo la Sua anima di tale cibo spirituale. E quello che Gesù ci ha insegnato sull’identità di Dio, sul Suo amore immenso per noi e sulla necessità di imitare tale amore, lo ha attinto dall’assidua meditazione delle Scritture di Israele. E l’indimenticato uomo di Dio, cioè il Cardinale Martini, che ha tanto creduto e ha tanto lavorato per la crescita e il consolidare dell’amicizia tra i due popoli di Dio, continua a intercedere dal Cielo perché questo tesoro si mantenga nella sua integrità.

Stimatissimo Rabbino, La lascio con il desiderio di rivederLa e prego l’Altissimo per il Suo prezioso servizio e anche per la Sua salute.

Un abbraccio con tanto affetto, Suo

+ Francesco Cardinale Coccopalmerio