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Raniero La Valle

L’ambiziosa assemblea antipapista che si è tenuta sabato 7 aprile a Roma ha mostrato tutta la debolezza della fazione che sta cercando di dividere la Chiesa: una sala della periferia romana, cento presenze, due cardinali, due vescovi, un diacono e Marcello Pera; l’atto di accusa contro il pontificato francescano consacrato nella declaratio finale (ma in realtà da tempo pronta per l’uso) riguardava unicamente la ben nota controversia sull’eucarestia ai divorziati risposati a cui l’Amoris Laetitia post-sinodale ha aperto la strada attraverso il discernimento e la cura pastorale. Tuttavia la sostanza teologica del pronunciamento romano è gravissima, perché attraverso la dissertazione del cardinale Burke è giunto fino alla proposta della destituzione del papa mediante il ricorso – singolare per un canonista – al «diritto naturale», ai Vangeli e alla tradizione.
Ora però, pur nella debolezza dell’iniziativa, che un piccolo gruppo di dissidenti frustrati possa giungere ad affiggere tali tesi non lontano dalla porta di San Pietro, dimostra anche la vulnerabilità del papato bergogliano. Vulnerabilità in forza del Vangelo: perché se il papa ancora si incoronasse col triregno, vestisse la mozzetta rossa imperiale e come controfigura di Dio fosse padrone di angeli, potrebbe muovere le sue schiere, mobilitare l’Azione Cattolica, i baschi verdi, i Comitati Civici e i Legionari di Cristo, per avere ragione dei suoi avversari; ma non ha schiere, e non vuole neanche difendersi perché sa che chi difende la propria vita la perde. E anche i cattolici «progressisti» continuano a rincorrere le riforme a cui hanno sempre pensato, certo importanti, ma non si accorgono che intanto è accaduto un fatto ben più importante, è cambiata la predicazione di Dio, è scomparso il Giano bifronte che salva e distrugge, «affascinante e terribile» e c’è solo il Dio che ama e perdona. Continuano a guardare il loro dito, e non si accorgono che è cambiata la faccia della luna, perché riflette un nuovo sole. Come hanno ricordato sia Francesco che il patriarca Bartolomeo, gli antichi padri dicevano che la Chiesa è il mysterium lunae, perché non riluce di luce propria, ma rifrange la luce di Dio. C’è un’altra luce oggi nella Chiesa, e perciò preme per irrompere nel mondo che ancora avviluppato nel vecchio buio corre alla guerra. Tutta la Chiesa, clero e popolo, dovrebbe difendere e seguire da presso il pastore, perché questa volta è lui che ha avuto il fiuto della strada, che va avanti alle pecore, e invece gran parte di questa Chiesa, vescovi  clero e popolo, non fa nemmeno l’unica cosa che lui sempre chiede, che è quella di pregare per lui.
In ogni caso il raduno sedizioso di sabato, ha avuto almeno il merito di far vedere perché i conservatori ce l’hanno con papa Francesco e quale Chiesa vorrebbero e rimpiangono.
Vorrebbero una Chiesa dove non fosse lecita la libertà del cristiano, dove fosse bandito il discernimento, esclusa l’autorità della coscienza, e ogni scelta etica fosse eteronoma rispetto alla persona, scritta in un prontuario e da adottare con un clic: questo è infatti l’anatema scagliato su Amoris Laetitia contro la libertà del cristiano e dell’uomo, ben al di là della questione dei divorziati.
Vorrebbero una Chiesa dove non fosse lecito ai vescovi chiedere l’opinione dei fedeli, come si è fatto prima dell’ultimo Sinodo, dovendo la fede del popolo esprimersi solo attraverso mobilitazioni mirate, come le marce per la vita, o le petizioni o le catene umane sui principi non negoziabili: l’ha detto il cardinale Brandmüller.
Vorrebbero una Chiesa dove i coniugi reduci da un primo matrimonio non riuscito o fallito, dovrebbero impostare la loro unione in forma asessuata e vivere nell’attesa impaziente della morte del primo coniuge, unico evento capace di sciogliere il vincolo; sarebbe così la morte la «buona notizia» del Vangelo per loro: è questa la sostanza della declaratio del cardinale Burke.
Vorrebbero una Chiesa il cui messaggio fosse la salvezza, che è una cosa spirituale, ma non la liberazione, che sarebbe una cosa mondana. E questa è la cosa più anticristiana di tutte, che con molta ingenuità e grossezza è stata proclamata dall’ex presidente del Senato Marcello Pera, come se non ci fosse stata l’incarnazione, come se Gesù non avesse annunciato la liberazione dei prigionieri e il riscatto dei poveri, come se la critica della modernità al cristianesimo non fosse stata, con Hegel, di «disperdere i tesori nei cieli» e, con Marx, di fare della religione l’oppio e l’alienazione dei popoli.
Questa è la proposta dei nuovi, vecchissimi campioni dell’ortodossia: una Chiesa che non è di tutti e tanto meno dei poveri. Ma sembra più una patetica riesumazione del passato che una proposta per l’oggi, perché né il cardinale Burke è un cardinale Caetani che può fare fuori un papa, né papa Francesco è un Celestino V sceso dal Morrone con la sua immensa pietà ma povero di teologia e timoroso della Curia.

 

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Pubblichiamo la sintesi della relazione che il Prof. Raffaele Coppola, Promotore di Giustizia e Avvocato di Santa Sede, ha svolto in occasione del Seminario di studio “Mosca Terza Roma: formula di pace e unità prima e dopo il 1917” – Sergiev Posad, 17-18 ottobre 2017.

 

La dottrina di “Mosca Terza Roma”, attraverso cui la Rus’ si sostituì a Bisanzio  quale centro dell’ecumene cristiano, pone l’accento a guisa d’ideale spartiacque sull’anno 1917, coincidente con la restaurazione (dopo due secoli) del Patriarcato di Mosca. Ma fu circa ventisei anni dopo, con la sua stabilizzazione, che è dato registrare un ritorno alla dottrina in questione, già contenuta nella Carta Costitutiva del 1589.

Il fatto attrasse subito l’attenzione dei gesuiti de La Civiltà cattolica. Tuttavia l’assenza di una formalizzazione canonica da parte della Santa Sede e un’interpretazione erroneamente “antigreca” hanno portato non pochi autori cattolici, avanti e dopo il 1917, a trascurare proprio gli aspetti, di maggior rilievo, congruenti con l’universalismo e l’ecumenicità di tale dottrina, oggi più chiaramente evidenti in un clima mutato specie dopo taluni eventi di eccezionale portata per la Chiesa russa e la Chiesa di Roma che sono sotto gli occhi di ognuno, con indubitabili riflessi sul piano delle loro relazioni, sempre più amichevoli e producenti sotto il profilo religioso.

Questi importanti eventi sono stati anticipati dal c.d. linguaggio dei segni, supportato da un anelito verso l’“unità”, la “pace”, la “giustizia” e la “grazia” soprattutto evidente nel pensiero politico e religioso, nella concezione profetica di Giorgio La Pira, di cui è in corso con ottimi auspici il processo di beatificazione, al riguardo della triade “Roma Costantinopoli Mosca”, secondo una traiettoria carica di storia, che nella “Terza Roma” troverebbe il suo epilogo.

Quanto al linguaggio dei segni, non va tralasciato in questa sede che un rapporto privilegiato con le Chiese ortodosse, in ispecie con la Chiesa russa, viene coltivato nella città di Bari, capoluogo delle Puglie. Abbiamo una Chiesa russa, con una cupola verde smeraldo, che desta sorpresa e ammirazione in tutti i visitatori. Per il popolo russo Bari è città “santa” e grande meta di pellegrinaggi perché custodisce le spoglie di San Nicola. Nella navata centrale della Basilica, a lui dedicata, ho udito una sera di tanti anni fa recitare da cattolici e ortodossi il credo senza il “Filioque”, mentre c’è una cappella orientale nella cripta, dove gli ortodossi possono celebrare secondo le loro liturgie.

Fuori contesto ma non meno significative furono le incisive parole pronunciate dal Card. Agostino Casaroli, di seguito riportate in una traduzione letterale della Pravda, curata sotto l’egida di Pierangelo Catalano: “Io sono sicuro che nella terra russa, nella vostra Capitale, che con onore e gloria si denomina «terza Roma», non c’è mai stata una tale quantità di cardinali. Molti di essi vengono dalla Curia, altri provengono da famose comunità ecclesiastiche del mondo cattolico. Ci sono vescovi che in qualche modo rappresentano l’intera Africa e l’intera America Latina. Permettetemi di dire che è segno di particolare stima e di amore verso la Chiesa ortodossa russa. E’ stima e amore verso i popoli dell’Unione Sovietica, verso una grande Chiesa e un grande Stato. Altrettanto grandi sono i nostri voti e i nostri auguri”.

A dette espressioni fece autorevolmente eco, sei anni dopo, Giovanni Paolo II a conclusione della meditazione della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo quando, ravvicinando i compiti comuni dell’Oriente e dell’Occidente cristiani, ebbe a richiamare il grido di Roma, di Mosca, di Costantinopoli, il grido di tutta la Cristianità delle Americhe, dell’Africa e dell’Asia. Questa lungimirante visione storica ha trovato perfetta corrispondenza anche nelle parole pronunziate dal Santo Pontefice durante l’udienza concessa il 26 aprile 1994 alla delegazione presieduta dal Direttore dell’Istituto di storia russa dell’Accademia delle Scienze, A. N. Sacharov.

Tali non laterali riconoscimenti, per i quali la parola chiave continua a essere il dialogo sul piano politico-religioso, hanno trovato il naturale sviluppo, dopo lo storico incontro del 12 febbraio 2016 a L’Avana tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill, nel corso della recente visita del Segretario di Stato Pietro Parolin alla Federazione Russa (21-24 agosto 2017).

Sembrava di essere tornati ai tempi del Card. Casaroli, mentre venivano alla ribalta i temi caldi dell’ecumenismo, della cooperazione tra le confessioni religiose, degli scenari internazionali che vedono il susseguirsi di conflitti armati e crisi umanitarie, del terrorismo fondamentalista, della tutela dei diritti umani, dell’emergenza ambientale, al centro dei colloqui con i vertici della Chiesa ortodossa russa e con le più alte autorità civili del Paese. Sembrava che riprendesse vita e consistenza la sinfonia di sacerdozio e impero rivisitata sul modello delle “tre Rome”, secondo un’espressione cara al Card. Achille Silvestrini usata per disegnarne il ruolo nella costruzione della civiltà cristiana in Europa.

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Raniero La Valle

Domenica 1 aprile, alle 2,15, all’ora presumibilmente in cui le donne sono andate al sepolcro trovando l’annunzio della Risurrezione, il Gruppo editoriale  «La Repubblica-l’Espresso», attraverso il blog dell’Espresso «Settimo Cielo»  (s.magister@espressoedit.it), sotto il titolo: Due papi, due Chiese. Le «fake news» di Francesco e il gran rifiuto di Benedetto ha messo in atto un’iniziativa la cui finalità appare essere la scissione della Chiesa cattolica in due fazioni, l’una fedele al magistero del papa Francesco, l’altra propugnatrice di un magistero e di una fede alternativi, che infondatamente, e contro la sua espressa volontà, vengono messi in capo al già Papa Benedetto XVI. Dopo la riproposizione delle note vicende della recente cronaca vaticana riguardo a una collana di diversi teologi a commento dei primi cinque anni di questo pontificato, la nota, uscita pure su «L’Espresso” n. 13 del 1 aprile 2018, si conclude infatti così: «con Francesco sono saliti in cattedra proprio i contestatori della morale cattolica insegnata dai precedenti papi. E quindi, se c’è una continuità tra lui (Benedetto XVI) e Francesco, questa è solo «interiore», mistica, perché nella realtà tra i due c’è una voragine, che nessuna «fake news» può occultare».

Addolora il fatto che un importante gruppo editoriale di potere, che ha un certo credito nel pubblico dei lettori per passate battaglie democratiche, insista su una campagna volta alla divisione della Chiesa e alla riproposizione di un conflitto, ormai abbandonato dalla modernità, tra laici credenti e non credenti.

 

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Esplorare in profondità il magistero di Carlo Maria Martini è l’intento della raccolta a cura di M. Vergottini, Perle di Martini. La Parola nella città (1980-2002), EDB, Bologna 2018, che  utilizza come fonti le lettere, idiscorsi e gli interventi scritti e pronunciati dal 1980 al 2002 in qualità di arcivescovo di Milano. Scandagkliando quell’oceano cartaceo, sono affiorate un centinaio di perle, tutte di sorprendente attualità, affidate al commento di autorevoli esponenti del mondo ecclesiale e della società civile. Qui di seguito pubblichiamo le perle ricamate da S. Ecc. mons. Pierbattista Pizzaballa, Amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, e dal prof. Peter Hünermann, docente emerito di Teologia sistematica presso la Facoltà di Teologia cattolica di Tübingen

 

Gerusalemme: storia, mistero, profezia

Come si può parlare di Gerusalemme? «Gerusalemme ‒ per citare Chateaubriand negli Itineraires ‒ il cui nome evoca tanti misteri, colpisce l’immaginazione, sembra che tutto debba essere straordinario, in questa straordinaria città»? Credo che una prima premessa sia questa non si può parlare di Gerusalemme senza amarla. Amarla di quell’amore con cui l’ha amata Davide, nell’interpretazione moderna di Carlo Coccioli, che gli fa dire «Ah! se avevo amato Gerusalemme, se l’avevo amata contemplandola dall’esterno, ne impazzii letteralmente, pazzia d’amore, valutando dall’interno la sua bellezza indescrivibile».

(C.M. Martini, Gerusalemme. Atti della XXVI Settimana Biblica – Brescia 1982; in La Parola nella città, EDB, Bologna 1982, pag. 243)

 

Sì, il cardinale Martini ha amato Gerusalemme, scegliendola come ideale di Città che è e che verrà. “Dì che Gerusalemme è”: in un verso Paul Celan condensa l’amore per Gerusalemme, alla quale il Signore Dio ha donato sovrabbondanza di bellezza e di sapienza e la totalità del dolore. Con franchezza, il Cardinale aveva riconosciuto che essa le si era rivelata dolorante di sangue, orrore e morte più del turbolento passato che le appartiene. Bella da togliere il fiato, mai uguale a sé stessa, sempre capace di suggestioni che riempiono l’anima, spalanca le sue braccia ad ogni uomo accogliendone paure e sofferenze, come una madre.

L’intera vita del Cardinale, la risposta alla vocazione ricevuta, il sacerdozio, gli studi biblici, la docenza, l’impegno pastorale, il servizio episcopale, tutto penso si possa leggere come scaturito, sostenuto, nutrito da questo amore, come egli ha testimoniato qui (2002-2008), meta del cammino di una vita che sentiva nata a Gerusalemme. La Città l’ha accolto sicura del suo amore, con naturalezza e gioia, con discrezione e sollecitudine.

Qui ha scelto di continuare il suo servizio di pastore, di continuare cioè a vegliare, ad aver cura di ogni persona e situazione attraverso la preghiera di intercessione, scelta come principale quotidiana occupazione. Un atteggiamento caro alla Bibbia da Abramo, Mosè, Samuele, Davide, Amos, Geremia, a Cristo Signore, che alla destra del Padre intercede a nostro favore (cf Eb 7,25; Rom 8,34). Sono «i piccoli, che ricevono dall’alto il dono dell’intercessione e danno grande valore a questo atteggiamento che è lo stare davanti a Dio per altri», spiegava il Cardinale, perché solo i piccoli hanno la semplicità e l’umiltà necessarie per non lasciarsi condizionare dalle sottili distinzioni di dotti e sapienti.

Portava l’esempio di Etty Hillesum, che nel 1942 scrive: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». E prega:

Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi… Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita… Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

La preghiera di intercessione svela così una grande, semplice verità: Dio vuole da noi un concreto interessamento degli uni per gli altri, un aversi a cuore ad immagine della cura che Egli ha di ogni uomo, interpellandolo con un interrogativo antico e attualissimo: Dov’è tuo fratello? (Gen 4,9); è il Giudizio finale (cf Mt, 25, 31-46)!

Spiega il Cardinale:

L’intercessore è qualcuno che sceglie di vivere secondo il progetto di Dio, che spera fermamente che esso si verifichi anche negli altri. È una persona che ha cura realmente dei suoi fratelli e delle sue sorelle e desidera che essi vivano secondo la volontà di Dio. Perciò la presenza di molti intercessori è anche un mezzo per realizzare una comunità che corrisponda al piano di Dio e promuovere il lavoro di riconciliazione tra individui, popoli, culture e religioni e tra l’uomo e il suo Dio.

Quale miglior modo per continuare a vivere il proprio ministero avrebbe mai potuto scegliere il Cardinale, per l’ultimo tratto del suo cammino? La malattia è venuta a interrompere il suo sogno di morire a Gerusalemme, ma non a diminuire il suo amore per Città santa. E sono certo che la sua preghiera continua ad intercedere per noi la speranza di Isaia: In Gerusalemme sarete consolati (Is 66, 13b).

Pierbattista Pizzaballa o.f.m.

 

«Il tempo è più nobile di mille eternità»

La relazione che il cristiano, vive col tempo appare, a prima vista, paradossale: da una parte il tempo per il cristiano è qualcosa di prezioso, di denso, di pieno, e dall’altra è qualcosa di leggero, di relativo. Penso alla parola provocatrice di Angelo Silesius: «Il tempo è più nobile di mille eternità». Espressione enigmatica, ma mette in luce che per il cristiano il tempo è il luogo precario e fragile in cui decide della propria eternità.

(C.M. Martini, Alla XI sessione della “Cattedra dei non credenti”; in Nel sabato del tempo, EDB, Bologna 2001, pag. 564)

 

All’inizio del vangelo di Marco si trova una sintesi del Vangelo, del messaggio di gioia che Gesù annuncia: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo» (1,13).

Il Vangelo è innanzitutto e soprattutto annuncio del tempo, che non è più vuoto: non un tempo, che ininterrottamente dà e immediatamente riprende; non un tempo che è la garanzia della fugacità di ogni attimo, dono che è subito ritiro. Il Vangelo è la pienezza del tempo. Come si può pensare questo? Il tempo, che Gesù annuncia, è l’arrivo della signoria di Dio.

Nel tempo vuoto, dove si trova Dio? Egli è il Dio infinitamente lontano, da cui il tempo fugace è più distante dell’intera grandezza del mondo. Il tempo vuoto: la somiglianza con un Dio sottratto nella sua eternità è minore di un alito. Che cosa annuncia Gesù? Il tempo è colmo, strapieno. Nella fugacità del tempo, nel minuscolo momento del presente, Dio si avvicina all’uomo con tutta la sua gloria e potenza, con tutta la sua misericordia e fedeltà. Nel qui e ora si dischiudono a colui che ascolta il lieto messaggio, vita e spazio, semplicemente: il mistero di Dio stesso.

Due piccolissime parabole di Gesù – entrambe lunghe solo un versetto – permettono di cogliere il “come” di questo evento: la parabola del tesoro nel campo (Mt 13,44) e quella del lievito (Mt 13,33).

Il tesoro viene scoperto nel campo del quotidiano, nella fatica e monotonia del lavoro e nella gioia del raccolto: un insperato accadere, un dono puro. Chi vuole ricevere questo dono, deve comperare il campo. La seconda parabola lo spiega: la donna mescola il lievito con la farina dei molti giorni. E il dono trasforma i molti giorni, li rende godibili, li fa diventare pane della vita.

 «Oggi, se udite la sua voce…» (Eb 3,7.15). È la parola del Padre, che ci ha raggiunto, quella parola, «per mezzo della quale ha creato anche gli Eoni» (Eb 1,2); «piena di vita è la parolaۛ» (Eb 4,12). È lo Spirito del Padre – e del Figlio – che entra in noi (cf Eb 6,4).

Il Vangelo è in un primo momento per certi versi estraneo, perché la nostra conversione richiede tempo e deve compiersi gradualmente. Allo stesso tempo, però, la forza motrice dello Spirito plasma la nostra vita nel susseguirsi delle fasi della vita. La conversione è un processo di natura complessa, che a partire dalla molteplicità frammentata rende integra la nostra vita.

Peter Hünermann