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Padre Giulio Albanese

Al Parlamento Europeo – Mercoledì 22 novembre 2017

Parlare di democrazia, governance e diritti umani in Africa significa innanzitutto e soprattutto prendere coscienza oggi delle politiche economico-finanziarie nella cornice della globalizzazione dei mercati. Ebbene, a questo riguardo, vorrei ricordare che l’economia dell’Africa Subsahariana continua ad essere fortemente vulnerabile nonostante le ottime performance, in termini di crescita, da parte di numerosi paesi africani. Nel passato si è sempre pensato che i mali del continente (in particolare dell’Africa Subsahariana) fossero causati dalla debolezza dei processi produttivi, dei consumi e dei movimenti in rapporto alla domanda e all’offerta sul mercato delle commodity (fonti energetiche, minerali e prodotti agricoli). Questo è certamente vero, anche oggi, perché dai prezzi delle materie prime dipende il destino dei governi. A questo proposito, occorre certamente essere sempre molto vigilantiMa, attenzione, il dato più inquietante, oggi, riguarda la crescita del cosiddetto debito aggregato africano, vale a dire quello dei governi, delle imprese e delle famiglie, stimato attorno ai 150 miliardi di dollari. L’Africa – è bene rammentarlo – ha già vissuto una devastante crisi debitoria, che si è protratta nel tempo, dagli anni ottanta fino a quando, nello scorso decennio, grazie al progetto Highly Indebted Poor Countries (Hipc), ad opera dello Fmi e della Banca Mondiale (Bm), una trentina di Paesi a basso reddito dell’Africa Subsahariana poterono ottenere una riduzione del debito (circa cento miliardi di dollari). A questo programma se ne aggiunse un altro, la cosiddetta Multilateral Debt Relief Initiative (Mdri). Queste iniziative suscitarono grande euforia perché consentirono a molti governi africani di riprendere fiato, accedendo a prestiti insperati.  Il Ghana fu, nel 2007, il primo Paese beneficiario ad affacciarsi sui mercati internazionali, emettendo obbligazioni pari a 750 milioni di dollari. Seguirono altri quattro destinatari del condono: Senegal, Nigeria, Zambia e Rwanda. L’accesso ai fondi d’investimento, messi a disposizione dall’alta finanza a livello planetario sono stati utilizzati in parte per sostenere attività imprenditoriali straniere in Africa, ma anche per foraggiare le oligarchie autoctone, secondo le tradizionali dinamiche della corruzione più sfrenata e corrosiva. Sono nate, così, società partecipate che, comunque, nonostante la crescita della produttività, non sono state in grado di compensare la nuova crisi debitoria. I nuovi programmi d’investimento, infatti, non sono stati associati ad organici piani di sviluppo nazionali, col risultato che sono state costruite opere infrastrutturali – vere e proprie cattedrali nel deserto – slegate le une dalle altre, o iniziative imprenditoriali a sé stanti e dunque esposte all’azione predatoria di potentati internazionali, soprattutto sul versante delle commodity. Nel frattempo, si è innescata sulle piazze finanziarie una speculazione sfrenata sull’eccessivo indebitamento dei Paesi africani che ha determinato, in alcuni casi, la svalutazione delle monete locali. Qui le responsabilità ricadono sia sulla classe dirigenti locali, ma anche sulle stesse istituzioni finanziarie internazionali le quali pretendono che le concessioni per lo sfruttamento delle materie prime, unitamente alle privatizzazioni (soprattutto il land grabbing, vale a dire l’accaparramento dei terreni da parte delle aziende straniere) vengano attuate “senza sé e senza ma”, per arginare il debito.

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Sabato 5 agosto di mattina intorno alle 10.30, all’età di 83 anni, dopo una lunga malattia, il cardinale Dionigi Tettamanzi. Arcivescovo di Milano dal 2002 al 2011, si è spento nella Villa Sacro Cuore, la Casa di spiritualità della Diocesi, a Triuggio, in Brianza, dove si era ritirato dopo la fine del mandato. Accanto al cardinale c’erano i familiari e Marina, la storica assistente. Martedì 8 agosto, alle 11, si sono tenuti i funerali sempre nella cattedrale presieduti dall’Amministratore apostolico cardinale Angelo Scola e concelebrati – tra i 25 vescovi – dall’Arcivescovo eletto di Milano monsignor Mario Delpini. Il cardinale Tettamanzi, al termine della celebrazione, è stato sepolto in Duomo, sul lato destro della cattedrale, ai piedi dell’altare Virgo Potens dove è presente anche l’urna del beato cardinale Schuster.

 

Marco Garzonio

 

Dionigi Tettamanzi ha puntato su un binomio: che Milano fosse cantiere di socialità e possedesse un’anima. In perfetto stile ambrosiano aveva un’idea del Cristianesimo ispirata al Vangelo delle Beatitudini, all’annuncio fatto per poveri e afflitti, per la giustizia e la pace. La Chiesa per lui doveva spendersi affinché quelle parole divenissero vita effettiva nella città: per cambiarla nei cuori delle persone e nel governo della cosa pubblica. Altrimenti, disse, i cattolici sarebbero diventati «ininfluenti» e «superflui».

Quando Giovanni Paolo II nominò Tettamanzi molti si chiesero come avrebbe retto il confronto con il carisma di Martini. L’unico a non considerare ingombrante la figura del predecessore fu lui. Primo per l’esperienza in tante vicende di uomini e di Chiesa (era stato Segretario della Cei); secondo perché in Diocesi aveva studiato e insegnato, conoscendo gran parte del clero sulla maggioranza del quale pensava quindi di far conto; terzo perché non soffriva di complessi e da uomo intelligente («furbo», dicevano i suoi maestri e compagni di studio) s’era tenuto abbastanza alla larga da cordate e gruppi; quarto, perché, ritenendo che la miglior difesa fosse l’attacco, rimarcò lui le differenze con Martini teorizzando lo schema della «continuità nella diversità». Nel giorno dell’ingresso, 29 settembre 2002, Tettamanzi spiazzò tutti, istituzioni e politica, in particolare gli ex dc che si erano accasati con Berlusconi. Tettamanzi tenne il più laico dei discorsi. Mentre le autorità gli davano il benvenuto e cercavano di ingraziarselo alludendo alla semplicità e alla bonomia del suo carattere (un modo per rimarcare la differenza rispetto a Martini che era stato poco tenero verso i politici) il nuovo Arcivescovo affermò che non si sarebbe lasciato condizionare «da nessun governo, da nessuna critica». È la rivendicazione della libertà del cristiano ispirata ad Ambrogio: «Non si addice a un imperatore soffocare la libertà di parola, né ad un vescovo tacere il proprio pensiero». Tettamanzi disse di pensare ad una «città buona», dove arte della politica è «creare amicizia» un abitare fatto di giustizia e solidarietà, di accoglienza per chi viene da lontano, lavoro, ambiente vivibile sensibilità alla globalizzazione; dove chi fa politica sia credibile per «disinteresse personale ed economico» e dove non sono ammesse «deleghe in bianco ad altri».

La coerenza fu virtù di Tettamanzi: affabilità con tutti (chiamava gli interlocutori per nome e non lasciava rito o cerimonia senza aver stretto un gran numero di mani, con sorrisi e parole per ognuno); cura della liturgia (introdusse riforme, in parte però poi lasciate cadere); rigore nell’etica (in primis quella pubblica); un governo fondato sulla moral suasion più che sul comando autoritario; un’attenzione ai deboli: accolse in Duomo gli operai dell’Alfa (traditi dalle istituzioni); intervenne per i baraccati, i rom, i musulmani senza moschea, le famiglie fiaccate dalla crisi per aiutare le quali istituì il Fondo famiglia e lavoro.

Le prove che dava, il ruolo di Milano, la voglia di contare di parte dei vescovi italiani portarono Tettamanzi sulla soglia del trono di Pietro. Alla morte di Wojtyla i vertici della Cei erano convinti che in Conclave si sarebbe consumato uno scontro tra conservatori (Ratzinger) e progressisti (Martini) che alla fine avrebbe portato a una figura di mediazione per uscire dall’impasse: Tettamanzi.

Uno strettissimo collaboratore del Cardinale ha confidato a chi scrive: «Ci erano state date precise rassicurazioni». I Conclavi sono segreti, ma si sa che contrapposizione vi fu tra Ratzinger e Bergoglio, non con Martini, che si era detto «indisponibile» a una candidatura confidando a chi la pensava come lui che i tempi per un cambiamento non erano maturi; per cui era meglio convergere su un conservatore intelligente, cioè Ratzinger, col quale ci si sarebbe potuti intendere. Presto si pentì. Ma questa è un’altra storia.

L’esperienza del Conclave segnò emotivamente Tettamanzi, ma lo spinse a proseguire in modo sempre più incisivo. Col risultato che fu apprezzato da Benedetto XVI, che lo confermò alla guida della Diocesi per altri due anni respingendone le dimissioni al compimento del 75° compleanno nel 2009, e venne invece tenuto sotto tiro dalla politica. Il centro destra manifestò insofferenza, con una manifestazione della Lega contro il Cardinale a Varese e un ministro della Repubblica che si assunse funzioni da «polizia politica» e si recò in Duomo a verificare se le omelie del presule fossero troppo tolleranti verso l’Islam. Il clamore non scompose Tettamanzi.

Nel discorso di Sant’Ambrogio del 2010 il cardinale dettò una sorta di decalogo per gli amministratori della città.

1. amare e servire la città, «integralmente, nel suo insieme, senza discriminarne una parte»;

2. alleviare «le difficoltà di chi si trova nelle condizioni peggiori», così da evitare che i più deboli siano fagocitati «in percorsi malavitosi e mafiosi»;

3. promuovere la legalità in un’ottica educativa, che vien prima di repressione e vigilanza sul territorio;

4. portare agli elettori argomenti che non siano strumentali alle contrapposizioni e «alla ricerca facile del consenso»;

5. puntare sulle «innumerevoli risorse» e non solo sugli elenchi dei problemi;

6. essere «esemplari, obbedienti alla retta coscienza, all’istanza del bene comune»;

7. non avere conflitti d’interesse, per evitare «danni incalcolabili a chi è già povero e svantaggiato, alle generazioni che verranno dopo di noi, a se stesso e alla propria coscienza»;

8. non limitarsi ad essere «gestori della cosa pubblica», «sorveglianti dello status quo», «rappresentanti di una parte e non di altre»;

9. viversi «sempre più strateghi del futuro della nostra città e del suo benessere complessivo»;

10. nutrire la consapevolezza di non esser soli quando ci si occupa «disinteressatamente degli altri».

Pochi mesi dopo, il «popolo arancione» di Pisapia conquistò Palazzo Marino, l’Espresso definì «episcopati stravaganti» quelli di Martini e Tettamanzi, Benedetto XVI nominò Scola a Milano. Villa Sacro Cuore di Triuggio, casa per esercizi spirituali, divenne il ritiro di Dionigi Tettamanzi, sino a oggi.

Fonte: Corriere della Sera online (5 agosto 2017)

 

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Card. Gualtiero Bassetti

 

Cento anni fa, un modo nuovo di intendere la pace comparve sulla scena pubblica del mondo contemporaneo. E poche affermazioni tratte da documenti pontifici hanno avuto una così grande influenza storica come quella scritta da Benedetto XV il 1° agosto del 1917, quando, a tre anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, si appellò ai «capi dei popoli belligeranti» per fermare un conflitto sanguinoso che «ogni giorno più» appariva «come un’inutile strage». Ancora oggi, a distanza di cento anni, quelle parole risuonano, non solo nel discorso pubblico, ma nella coscienza profonda di ogni persona, come un ammonimento di grande importanza morale e politica. 

 

In quella lettera, che evocava il «suicidio» dell’Europa in cui «una follia universale» stava producendo una orribile carneficina, il Papa chiedeva in modo nettissimo una «pace giusta e duratura» che potesse affermarsi grazie ai più importanti strumenti diplomatici del tempo: la richiesta di un arbitrato internazionale, la reciproca restituzione di alcuni territori e la necessità impellente di un disarmo. Di fatto, Benedetto XV chiedeva di sottomettere la «forza materiale delle armi» alla «forza morale del diritto». 


Quelle parole, come è noto, non mutarono il corso del conflitto mondiale. Tuttavia, si sarebbero rivelate profetiche per almeno due motivi. Innanzitutto, per il giudizio durissimo sulla guerra. I conflitti moderni, infatti, si sarebbero sempre più caratterizzati come delle guerre totali che non avrebbero coinvolto solo gli eserciti ma anche le popolazioni civili, producendo, di fatto, un unico risultato significativo: la morte di milioni di persone innocenti. L’evocazione di «un’inutile strage», da quel momento, è diventata una sorta di grido di dolore verso la guerra moderna e ogni tipo di efferata morte di massa provocata dalla modernità nichilista. E non casualmente, Papa Francesco l’ha richiamata in occasione del G20 per denunciare le inutili stragi di migranti sul Mediterraneo.

 

In secondo luogo, quelle parole segnarono l’inizio dell’elaborazione di una nuova teologia della pace. Una novità che arricchì non solo il magistero della Chiesa ma anche la cultura del mondo occidentale, delineando una sfida che, all’inizio del Novecento, sembrava quasi impossibile da vincere. Quelle parole, invece, aprirono la strada a una nuova primavera della pace. Prima di tutto con un’enciclica di Benedetto XV del 1920, oggi quasi dimenticata, Pacem Dei munus Pulcherrimum, in cui il Papa ribadì con vigore che il «messaggio del cristianesimo» è un «evangelo di pace». E poi con una serie di riflessioni successive che avrebbero portato alla Pacem in terris di Giovanni XXIII nel 1963 — autentica pietra miliare di questa nuova teologia della pace —, alle dichiarazioni del concilio Vaticano ii e alle moltissime affermazioni dei Papi che si sono succeduti sulla Cattedra di Pietro fino a oggi. Una nuova teologia della pace, è bene chiarirlo, che non si fonda sulla base di vaghi propositi ideali, ma su indiscutibili principi evangelici: la giustizia, la carità e l’incalpestabile dignità della persona umana. 


Mai come oggi, questa teologia della pace va difesa con tutte le nostre forze. Va difesa da coloro che, in modo vile e meschino, compiono dei brutali atti terroristici contro l’umanità innocente. Va difesa da chi provoca le guerre per una volontà di potenza, di conquista e per interessi economici. E va sostenuta anche con coloro che nel dibattito pubblico sbeffeggiano la pace come un’idea buonista, frutto di un pensiero debole e in nome di un inevitabile scontro di civiltà. 


Occorre dirlo con chiarezza: cercare la pace non è il prodotto di una civiltà decadente con un’identità fragile. È vero esattamente il contrario: cercare la pace è un esercizio eroico, che richiede un impegno enorme, incessante, quotidiano, e che richiede una forza diversa da quella militare: è la forza della fede; la forza del dialogo; e, come scriveva Benedetto XV, la «forza morale del diritto».

 

Dunque, è questo il tempo di difendere l’impegno per la pace con coraggio, determinazione e mitezza. Cercando di fornirle anche nuovi significati e un rinnovato linguaggio. Con un unico grande obiettivo: superare tutte le inutili stragi del mondo attuale.

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(editoriale pubblicato su: L’Osservatore Romano – 31 Luglio 2017