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Giulio Albanese

 

Ciò che conquista gli animi nei discorsi di papa Francesco è il punto di vista: un inedito sguardo extra moenia o “fuori le mura”, che pensa la Chiesa a partire dal mondo, non viceversa. L’odierna giornata di preghiera e digiuno per la pace nella Repubblica Democratica del Congo e nel Sudan Meridionale, alla quale Francesco invita tutti, si inserisce in questo contesto e dovrebbe indurre chiunque a un serio discernimento su quanto sta avvenendo nei bassifondi della storia. In effetti, i due Paesi dell’Africa subsahariana per cui pregare e digiunare, duramente provati dalle violenze, costituiscono l’emblema di quelle che il pontefice, nel suo magistero, chiama «periferie del mondo».

Ed è proprio la storia di quelle terre insanguinate, pur passando dai resoconti della memoria in mani sempre diverse, quante sono le generazioni, che dovrebbe aiutarci a comprendere quanto aberrante sia l’egoismo umano. Essa, infatti, continua a costituire la narrazione permanente, modulata con generi letterari diversi, di modelli di civilizzazione che in fondo hanno sempre generato, oltre alle guerre, esclusione a dismisura.

Il Congo di cui stiamo parlando, ex possedimento personale di re Leopoldo dei Belgi, è un Paese dove le ingiustizie e le sopraffazioni più terribili hanno rappresentato una costante fin dai tempi del colonialismo. E lo stesso ragionamento può essere riferito al Sud Sudan, la più giovane nazione africana, nata a seguito di una consultazione referendaria nel 2011. Ma anche in questo caso, sia prima dell’indipendenza che poi, a dettare le regole del gioco, sono stati i violenti. Pertanto, la licenza di uccidere, calpestando la dignità umana,va condannata e soprattutto scongiurata, promuovendo cammini di pace. Non basta, cioè, invocare la fine delle ostilità perpetrate dai signori della guerra.

Come diceva il compianto arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, «la pace ha un costo, la pace si paga. Anche il Vangelo, quando dice “A chi vuole toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello”, fa capire che c’è un prezzo da pagare, che non basta invocare la pace». Bisogna essere disposti a sacrificare anche qualcosa di proprio, per questo grande bene; e non solo a livello personale, ma anche di gruppo, di popoli e nazioni. Andando, soprattutto, al di là di quel perbenismo endemico del nostro tempo, per cui le miserie del mondo sono da addebitare, paradossalmente, alle vittime stesse della miseria, sarebbe opportuno interrogarsi sulle cause, quasi mai mediatizzate, che generano morte e distruzione. Ecco che allora scopriremmo intrighi d’ogni genere legati al diktat dell’interesse, poco importa se di questa o quella oligarchia, di questa o quella multinazionale.

È evidente che una vasta umanità dolente, vittima di soprusi a non finire, patisce innanzitutto e soprattutto le conseguenze di legami interessati, maliziosi e artefatti che dipendono dall’ingordigia di chi guarda solo e unicamente alla massimizzazione dei propri profitti. Bisogna chiedersi, allora, pregando e digiunando – se il nostro presente e il nostro futuro non siano intrappolati nelle strutture di peccato, di cui lo sfruttamento e l’abbandono delle «periferie» sono il segno più evidente.

L’impegno deve essere quello di un decentramento, guardando al mondo dalla parte degli ultimi. Non esserne capaci equivarrebbe al sonnambulismo di una fede disincarnata, oppiacea, relegata nelle sacrestie vetuste che sono l’antitesi della frontiera del Vangelo.

Un percorso di conversione, che la mistica quaresimale propone, nella consapevolezza che «essere morali – con le parole del grande sociologo Zygmunt Bauman – significa sapere che le cose possono essere buone o cattive. Ma non significa sapere, né tanto meno sapere per certo, quali siano buone e quali cattive. […] Essere morali significa non sentirsi mai abbastanza buoni…». Il mistero della predilezione di Gesù per i poveri e la loro centralità nei dinamismi del Regno e della missione suggeriscono a ogni Chiesa, nel Nord come nel Sud del mondo, di condividere la vita dei poveri e questa giornata ce lo ricorda.

 

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   da: Avvenire [venerdì 23 febbraio 2018]

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Note sulla Chiesa di Francesco a 5 anni dalla rinuncia di Benedetto XVI

di don Francesco Pesce e Monica Romano

 

Dall’11 febbraio al 13 marzo dell’anno del Signore 2013 la Chiesa e il mondo furono attraversate da un intenso vento dello Spirito.

«Fratelli e sorelle, buonasera! […]E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca (si recitò il Padre Nostro, e l’Ave Maria e il Gloria al Padre). E adesso, incominciamo questo cammino, vescovo e popolo».

Francesco, nuovo vescovo di Roma raccolse così la complessa eredità del pontificato di Benedetto XVI.

«Pur essendo figlio Egli imparò l’obbedienza dalle cose che patì…» (Eb 5,8). Possiamo dire che anche da pontefice, Benedetto XVI imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Per tante cose della vita possiamo avere maestri di ogni genere. Per la politica, la scienza, la letteratura, quanti maestri ci sono! Ma quando entriamo nell’ombra del dolore non c’è nessun maestro perché tutte le voci tacciono. Allora noi impariamo, nell’obbedienza – e in particolare cinque anni fa in questa obbedienza del papa Benedetto – che cosa significhi servire e non servirsi della Chiesa, cosa significa amare e non usare la Chiesa. Solo l’esperienza del dolore, del tradimento, in una parola del Getsemani ci introduce nell’ascolto docile di un amore più forte della morte.

In quell’11 febbraio il «professor Ratzinger» diede alla Chiesa e al mondo una grande lezione; il suo ultimo servizio d’amore come Pastore universale.

Benedetto XVI con la sua rinuncia diede anche allo Spirito lo spazio per donarci Papa Francesco, che ha aperto una nuova stagione per la Chiesa.

Sappiamo dai Vangeli che la professione di fede di Pietro, roccia su cui Gesù vuole costruire la sua Chiesa, è subito «smentita dai fatti». Gesù rimprovera Pietro con parole dure, perché non accetta l’annuncio della croce. Un momento prima l’Apostolo era benedetto dal Padre e subito dopo diventa addirittura un ostacolo, una pietra d’inciampo sulla strada di Gesù. Pietro e gli altri hanno ancora molta strada da fare, molte cose da comprendere.

La tentazione è di seguire un Cristo senza croce, ma Gesù ci ricorda che la sua via è quella dell’amore e non c’è vero amore senza il sacrificio di sé.

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Padre Giulio Albanese

Papa Francesco ha dato grande rilevanza al tema delle migrazioni nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2018. Nel testo tra l’altro si legge l’auspicio che, lungo il corso dell’anno, si pervenga “alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche”.  In effetti, chiunque abbia vissuto nelle periferie del nostro povero mondo – pensiamo, ad esempio ai nostri missionari e volontari – è consapevole della complessità del fenomeno migratorio. A parte i tradizionali scenari di guerra, quasi mai è rintracciabile una sola ragione che determini l’abbandono del proprio paese: nessuno è profugo per caso. Infatti, le migrazioni sono originate da una serie di fattori che interagiscono tra loro: persecuzioni politiche, religiose, carestie, esclusione sociale, violazioni dei diritti umani… Tutte cause che generano uno stato di diffusa insicurezza e precarietà, con particolare riferimento al versante Medio Orientale e all’Africa Subsahariana, da cui è giunto in questi anni il grosso della mobilità umana verso l’Europa. Proviamo, allora, a fare il punto sulla situazione.

Tra il 1 gennaio e il 30 novembre 2017 sono sbarcate in Italia 116.076 persone. Lo si evince dal computo fornito dall’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). Un dato in netta diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2016, quando arrivarono sulle coste del Bel Paese 173.015 persone (-33%). Da rilevare che tra i paesi di provenienza più rappresentati nel 2017 figurano la Nigeria (16,6% degli arrivi, circa 17 mila persone), la Guinea (9%, 9 mila persone), il Bangladesh (8,5%, 8.800 persone) e la Costa d’Avorio (8,5%, 8.800 persone). Seguono Mali, Sudan, Senegal, Eritrea, Gambia. Si tratta, pertanto, di una mobilità umana a stragrande maggioranza africana. Parlare, dunque, di un’invasione è fuori luogo, considerando, peraltro, che un Paese come l’Uganda, nel cuore della regione africana dei Grandi Laghi, attualmente accoglie un milione di rifugiati; nella sola zona del West Nile sono ospitati 450mila profughi sudsudanesi. E cosa dire dell’Etiopia che conta 500mila rifugiati provenienti anch’essi dal Sud Sudan? Da rilevare che i governi europei, in linea di principio, sono disposti ad accettare i “rifugiati” e non i “migranti economici”.  Si tratta di una distinzione a dir poco fuorviante. Ammesso pure che vi fossero solo due categorie, come affermava nell’ormai lontano 1973 un certo Egon Kunz, che elaborò la suddetta distinzione, meglio nota come “push/pull theory” – coloro che partono per necessità (i pushed) e chi lo fa invece per scelta (i pulled) – il paradosso è evidente.

Se il migrante scappa dalla guerra o è perseguitato da un regime totalitario può essere accolto (qualificandosi appunto come rifugiato), se invece fugge da inedia e pandemie, in quanto nel suo paese non esistono le condizioni di sussistenza, non può partire e deve accettare inesorabilmente il suo infausto destino. E dire che molti popoli del Sud del mondo sono penalizzati proprio dalla globalizzazione dei mercati che non hanno certo inventato i migranti. Detto questo, è bene sottolineare che nel 2017 il flusso migratorio dalla sponda africana è notevolmente diminuito rispetto agli anni precedenti. Nel febbraio dello scorso anno, infatti, è stato siglato un accordo tra l’Italia e il governo di Tripoli (che controlla pochi scampoli di territorio libico), stabilendo così una collaborazione reciproca per la riduzione dei flussi in partenza dalla Libia. L’intesa è stata successivamente rafforzata a luglio, consentendo alla guardia costiera italiana di operare nelle acque libiche a supporto di quella agli ordini del presidente libico Fayez al-Sarraj. Com’è noto, questa strategia è stata molto criticata da più parti, a seguito soprattutto di rivelazioni giornalistiche, prima dell’agenzia Associated Press e poi dell’emittente televisiva CNN. Quest’ultima ha mostrato al mondo come i migranti vengano venduti all’asta in Libia. Il sospetto che il nostro governo possa aver stretto accordi con milizie libiche, vale a dire i famigerati trafficanti, fino a ieri nemici pur di impedire le partenze dalle coste libiche, è a dir poco inquietante.

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Giorgio Maiocchi

Nel magistero di papa Francesco c’è la predicazione di un cristianesimo maturo che può presentarsi alla misericordia di Dio. Non sono certo io nelle condizioni di ermeneuta di papa Francesco, ma è quello che capisco dal suo insegnamento.

E se capisco bene è veramente una discontinuità pur essendo nella direzione dei suoi predecessori, da Giovanni XXIII a Benedetto XVI, è uno “scalino”.

Innanzi tutto perché sostanzia sul piano pastorale la distinzione giovannea tra l’errore e l’errante. È il superamento di una valutazione meccanicistica tra norma, indifferenziata, e comportamento individuale e specifico, per andare verso l’assunzione di una responsabilità consapevole posta tra le proprie forze, la propria storia personale, e l’obiettivo morale da raggiungere.

In ambienti diversissimi per ceto sociale e istruzione, si trova un’ampissima platea di persone che ascolta famelica le parole del papa. Sono cristiani che definirei “borderline”, non increduli, ma per i quali l’educazione cristiana ricevuta è rimasta sullo sfondo, non più in sintonia con le categorie mentali del mondo attuale.  Sono stretti tra una predicazione prescrittiva-esortativa che ripete luoghi comuni già sentiti e la necessità di risposte articolate ai problemi posti dall’esistenza.

Sono smarriti, vedono la Chiesa come un insieme di adempimenti e di devozioni che per loro hanno perso significato non essendo stati portati alla radice della fede con le “parole del proprio tempo”. Tempo che vuole sapere di fondamenti “scientifici” non di auctoritas. Nel peggiore dei casi vedono la Chiesa come un universo politico e non come un universo simbolico ordinato alla pienezza dell’uomo e alla salvezza. Scorgono adesso nel papa un cristianesimo non più arcigno che merita di essere rivisitato.