Articoli

Foto p. Francesco

Giulio Albanese

Com’è noto, papa Francesco ha pubblicato in data 13 giugno 2017, festa di sant’Antonio di Padova, il messaggio per la prima Giornata mondiale dei poveri che si celebrerà  il 19 novembre 2017. Si tratta di un’iniziativa che il pontefice aveva annunciato nell’omelia del 13 novembre 2016, durante il Giubileo delle persone socialmente escluse. Istituita poi ufficialmente nella Misericordia et Misera, la lettera apostolica post-giubilare dell’Anno della Misericordia, la Giornata mondiale dei poveri è collocata, liturgicamente, nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario. Lo slogan scelto quest’anno è molto diretto ed incisivo: «Non amiamo a parole, ma con i fatti». Verranno, pertanto, messe in atto, secondo le intenzioni del santo padre, diverse iniziative «concrete» di condivisione. D’altronde, sappiamo bene come il tema della povertà  sia centrale nel magistero di papa Bergoglio: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» disse ai rappresentanti della stampa accreditati presso la Santa Sede, il 16 marzo del 2013, tre giorni dopo la sua elezione come successore di Pietro. E’ un virgolettato che rappresenta la chiave ermeneutica per comprendere le ragioni che determinano il rifiuto, per certi versi spregiudicato, del suo magistero, da parte di alcuni ambienti reazionari del consesso ecclesiale. Ciò che disturba, in particolare, è l’esaltazione della povertà  come «porta del paradiso» e dei poveri come «protagonisti della missione», in contrasto, secondo loro, con una sistematica denuncia della miseria come male estremo, da parte dello stesso papa Francesco. Ecco che allora l’indicazione dei cosiddetti «rimedi» contro il sottosviluppo e ogni genere di ingiustizia viene interpretata dai tradizionalisti più incalliti e reazionari come una riproposizione di vecchi schemi terzomondisti, decisamente tardo-moderni e tardo-capitalistici. Nelle argomentazioni di questi signori, fautori ad oltranza dell’eterea Chiesa costantiniana, è evidente l’incapacità  di cogliere, non solo la profezia di un papato attento ai segni dei tempi, ma il rifiuto dichiarato di coniugare, nei loro anatemi, in un mondo soggetto a frequenti mutazioni, le istanze dello spirito e della fede con i bisogni esistenziali di chi deve lottare per vivere o addirittura sopravvivere.  L’«eco-teologia» dell’enciclica Laudato Si’, fondata sul valore impellente della salvaguardia della «Casa comune», è l’espressione di una radicale svolta in favore della cristianità , per la causa del Regno.  In questi tempi di congiuntura sarebbe un peccato continuare a dividersi tra guelfi e ghibellini. E’ la strada evangelica è quella di una conversione profonda del cuore che vada ad attingere alle sorgenti della vera fede, laddove la autenticità dei gesti e delle parole, in una dimensione ben al di là  della storia, dove «né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano» (Mt 6,20). La povertà , in effetti, non è la mistica della miseria e dello squallore, sì quasi fosse una sorta di archetipo della vita umana o rifiuto palese dello sviluppo, quanto piuttosto è denuncia del sopruso, rigetto delle angherie dei nababbi, quelle che precludono il progresso e dunque la condivisione. Un’opzione che trova la sua massima espressione sacramentale nella Fractio panis e la sua concretizzazione nelle parole di Gesù come le leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli: «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35). In effetti, riflettendo sul suo magistero, a partire dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, papa Francesco non ha fatto altro che rilanciare una questione emersa al termine della prima sessione del Concilio Vaticano II, con l’intervento in aula del compianto cardinal Giacomo Lercaro, allora arcivescovo di Bologna. Secondo questo grande pastore del Novecento, la povertà  non poteva essere un tema aggiuntivo rispetto agli altri, non un «qualunque tema, ma in un certo senso l’unico tema del Vaticano II»: la povertà , disse, è il «mysterium magnum» della Chiesa. Fu proprio lui a proporre un approccio – in quella che fino a quel momento era stata la chiesa costantiniana – all’insegna del Cristo povero, dalla parte dei poveri. L’eco del discorso di Lercaro fu impressionante, ma le dinamiche conciliari, la morte di papa Roncalli e l’elezione di Paolo VI concentrarono l’attenzione dei padri conciliari su questioni più spinose e dibattute, come la collegialità  episcopale e la libertà  religiosa. Col risultato che i temi della povertà  e dei poveri furono inseriti sì in vari lemmi e accezioni nel corpus dottrinale del Vaticano II nella prospettiva della cosiddetta «ecclesia pauperum»  (chiesa dei poveri). Ma essa venne intesa come un qualcosa che riguardava prevalentemente la pastorale e la morale e non tanto il è «mysterium magnum», così come indicato dal compianto arcivescovo di Bologna. A questo proposito è bene ricordare che tra il 1963 e il 1964 la figura del cardinal Lercaro incrociò le sorti di un gruppo di vescovi e teologi che si riunivano presso il Collegio Belga in Via del Quirinale a Roma e che aveva a cuore i temi della povertà  e dei poveri. Verso la fine della terza sessione, nel novembre del 1964, pochi giorni dopo l’eclatante gesto di Paolo VI che deponeva la sua tiara sull’altare come dono ai poveri, il gruppo di via del Quirinale inviò due mozioni direttamente alla Segreteria di Stato, chiedendo che venissero integrate nel dettato conciliare: una rappresentava l’impegno dei vescovi ad eliminare qualsiasi segno di ricchezza, mentre la seconda riguardava l’evangelizzazione dei poveri. Purtroppo, la sensibilità  di questo manipolo di padri conciliari attenti al tema della povertà , soprattutto in chiave teologica, non trovò poi un felice riscontro nell’assise conciliare. Stando alla ricerca del professor Matteo Mennini, tra i più acuti storici della Chiesa in grado di ricostruire quanto realmente avvenne, il gruppo del Quirinale, su suggerimento di dom Helder Camara, fece sua la necessità  di un atto pubblico ed eclatante da realizzarsi a Roma, che simboleggiasse l’impegno di questo manipolo di vescovi e teologi nei confronti dei poveri. La proposta fu raccolta dal vescovo greco melchita, monsignor Georges Haddad, che una settimana dopo si fece avanti per redigere il testo di una promessa dell’impegno che i vescovi avrebbero potuto formulare durante una concelebrazione, possibilmente in un luogo significativo: le catacombe di Domitilla. Risposero all’appello 42 vescovi, anche se alcuni si aggiunsero pur senza aver mandato la propria scheda. Degli iscritti alla lista ufficiale solo 8 erano europei, la maggioranza proveniva dalle diocesi di Paesi poveri, dall’Africa,  dall’America Latina e dall’Est asiatico, specialmente la Cina e l’India: una non casuale riproduzione della geografia dei paesi non allineati ai blocchi atlantico e sovietico, il cosiddetto Terzo mondo. I firmatari, il giorno 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, si impegnarono a vivere in povertà , a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ebbe una forte influenza sulla cosiddetta teologia della liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti. Il testo del Patto delle Catacombe rappresenta indubbiamente l’intuizione di un gruppo pensante che, pur nelle frustrazioni, nei conflitti e nei fallimenti, indicò un percorso evangelico, con quella ostinata voglia di vivere poveramente, che oggi papa Francesco intende riprendere per fedeltà  all’insegnamento degli apostoli. Di fronte a questa sfida, non possiamo, come credenti, lasciarlo solo!

 

images

 

Marco Vergottini

 

Che il Concilio Vaticano II sia un punto di non ritorno sul fronte del vissuto ecclesiale, dell’intelligenza teologica e della coscienza di ogni buon credente (vescovo, presbitero o comune fedele) è un dato di fatto assodato, su cui papa Francesco è ritornato più volte. Tuttavia, da questa franca ammissione nei confronti di un’eredità  ricevuta e accolta con riconoscenza non risulta legittimato quel “luogo comune” che mira a rappresentare l’evento del Vaticano II come una sorta di fulminea “palingenesi” della riforma della Chiesa, quasi essa abbia avuto inizio magicamente con l’11 ottobre 1962. In realtà , un’evidenza palmare che l’ultimo Concilio ha conosciuto una lunga fase di gestazione.

Basti qui riferirsi al contributo pionieristico fornito nella prima metà  del ‘900 dai fautori dei movimenti biblico, liturgico, ecclesiologico, missionario, pastorale ed ecumenico. Oppure al ruolo che hanno giocato nella Chiesa italiana autorevoli ecclesiastici: oltre ai cardinali G. Lercaro e G.B. Montini, basti pensare a vescovi quali E. Bartoletti, F. Costa, E. Guano, nella cui scia hanno potuto poi iscriversi pastori conciliari quali T. Bello, C. Naro, C.M. Martini.

Lo stesso si deve dire di figure di preti quali don Milani, don Zeno, padre Balducci, padre Calati, don Mazzolari o di laici quali Olivelli, Carretto, La Pira, De Gasperi, Moro, Dossetti, Lazzati, Chiara Lubich, Bachelet (tutte le liste ovviamente peccano per difetto). Si tratta di personalità che hanno vissuto e ravvivato la stagione di vita e la coscienza ecclesiale prima del Concilio.

Non diversamente ciò vale per la teologia cattolica europea del ‘900 che ha visto affermarsi nella prima metà  del secolo colossi del calibro di R. Guardini, K. Rahner, H. Urs Von Balthasar, M.-D. Chenu, H. de Lubac, Y. Congar, E. Schillebeeckx e l’elenco potrebbe continuare. E non diversamente il discorso potrebbe forse essere allargato ai domini della riflessione filosofica e della letteratura, se è vero che l’attuale generazione complessivamente non ha raggiunto neppure gli epigoni della precedente.

Tuttavia, nonostante la straordinaria lezione conciliare non abbia ancora ultimato di portare i suoi saporosi frutti, pare poter sommessamente affermare che la generazione postconciliare dei vescovi, dei teologi e dei maggiori rappresentanti del mondo cattolico non sia in grado di competere con quelle straordinarie personalità  sopra richiamate. Sia chiaro il discorso richiederebbe di essere debitamente istruito per interrogarsi sui criteri di reclutamento dell’episcopato, sui nuovi impulsi in atto sul fronte teologico, nonché su un protagonismo dei laici forse più sbandierato che effettivamente praticato. E’ pur vero poi che ogni stagione storica ha il suo spirito epocale, le sue punte di eccellenza, i suoi dinamismi interni al tessuto ecclesiale e i suoi risvolti esterni in termini di dialogo con la cultura circostante. Certamente dopo l’ultima assise hanno avuto un’influenza assolutamente preponderante e pervasiva fenomeni complessi, quali la secolarizzazione, il retaggio del ’68, l’avvento della società  di massa, la caduta delle ideologie (i grandi racconti), l’invasività  dei media e la digitalizzazione, i processi di globalizzazione, le grandi migrazioni e le nuove frontiere del post-umano. E, trasposto in chiave biblica, alla stagione esodica e dei grandi profeti segue la fase della sapienza come virtù del buon governo, che ricerca il senso della misura, che invita a saper cogliere le sfumature, che in ogni occasione sollecita a scegliere fra vero e falso, e – per ultimo – invita a cogliere dentro la proposta contenuta nella Parola di Dio la direzione del bene possibile.

Senza cadere in diagnosi disfattistiche e apocalittiche – che comunque non possono essere compensate da fughe nell’intimismo o nella coltivazione di narcisismi di qualsiasi sorta -, è consolante lasciarsi guidare dalla saggezza maturata nel passato, quando dopo un’età  aurea di geni e di creatività  somma è succeduta un’epoca da iscriversi in un profilo meno esaltante e più ordinario. Può tornare utile riferirsi al celebre asserto che si incontra nel Metalogicon di Giovanni di Salisbury: «diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti»; possiamo, cioè, vedere più lontano non per l’acume della nostra vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo portati in alto dalla statura dei giganti.

La massima restituisce conforto e speranza proprio in quanto gli attori di oggi, seppur nani rispetto ai grandi maestri fondatori del passato, possono persino sopravanzarli, guardare “oltre” e più in profondità  l’orizzonte, onorare così e rivitalizzare quella preziosa eredità  ricevuta come dono. Il nostro tempo, per divenire il nostro kairos, ce lo impone. Nella certezza poi che lo Spirito continua a mandarci uomini e donne che adempiono il compito di farci camminare verso la pienezza del Regno e che comunque: «Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini» (J. Bossuet).

 

fonte: AVVENIRE, Venerdì  15 settembre 2017, p. 3

Orazio La Rocca

 

 

San Giovanni XXIII è il papa della Pacem in Terris, la profetica lettera enciclica sulla pace elevata a collante unico per la promozione dei rapporti tra tutti gli uomini al di là  di scelte politiche e religiose. E’ il pontefice del discorso alla luna e della carezza a tutti i bambini del mondo, ma anche il padre del Concilio Vaticano II, dell’ecumenismo e delle prime aperture all’ebraismo. Non solo. Da oggi, anche “patrono dell’Esercito Italiano”. Un amaro controsenso, all’apparenza difficilmente accettabile, eppure vero.

Papa Roncalli – non a caso rimasto nell’immaginario collettivo come il Papa “buono” – per antonomasia è  stato l’infaticabile fustigatore di guerre, violenze, sopraffazioni e qualsiasi forma di oppressione, della messa al bando della produzione delle armi e della loro commercializzazione. Ora però è stato nominato, a sorpresa, Patrono delle forze armate del nostro Paese.

Il Papa di Pacem in Terris

La proclamazione verrà  fatta solennemente il 12 settembre prossimo nel Palazzo Esercito di via XX Settembre, a Roma. Si tratta, però, di una scelta – promossa dalle componenti ecclesiali vicine agli ambienti militari, seccamente criticata da tutti: credenti e non credenti che da sempre vedono a ragione in Giovanni XXIII il papa che ha sempre operato a favore della pace, sia da pontefice (oltre alla Pacem in Terris, nel 1961 un suo appello scongiurò lo scoppio di una terza guerra mondiale per la crisi esplosa tra Usa ed Urss in seguito alla decisione di Mosca di installare missili nucleari a Cuba) che da nunzio (storico il suo intervento con cui durante la seconda guerra mondiale salvò in Turchia migliaia di ebrei in procinto di partire verso Auschwitz).

Poco d’accordo anche i familiari del Papa

Nomina, comunque, che ha preso in contropiede anche una parte dei familiari del pontefice santificato due anni fa da papa Francesco. Come il pronipote Marco Roncalli, giornalista e scrittore, che, pur senza nascondere di essere “sorpreso”, sostiene che è “una decisione delicata che andrebbe anche spiegata e accompagnata da una strategia pedagogica”.

“Può esserci il rischio – sottolinea Roncalli – di istituzionalizzare dentro l’Esercito il Papa, sottraendogli tutta la sua carica profetica. Per questo capisco chi solleva dubbi e perplessità”. Carica plasmata, in primo luogo, intorno alla promozione giovannea della pace universale, alla condanna delle guerre, degli armamenti e del commercio di qualsiasi ordigno bellico.

I promotori della scelta

Riserve e prudenze che non hanno minimamente sfiorato i promotori della nomina. E così il 12 settembre, in pompa magna, l’Ordinario Militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, consegnerà  la Bolla della proclamazione del papa Buono a Patrono delle Forze Armate stilata dalla Congregazione per il Culto divino al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Danilo Errico. A sua volta, il generale Errico consegnerà  la Croce d’Oro al merito dell’Esercito a monsignor Marcianò.

Emanuele Roncalli, un altro pronipote di Giovanni XXIII, terrà  una prolusione. Nell’occasione sarà  proiettato un filmato sul giovane milite Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Giovanni XXIII, militare di leva, sergente e cappellano militare nella Grande Guerra; e verrà  infine scoperto un suo busto.

Con questa scelta, filtra dagli ambienti dell’Ordinariato, “il Papa della Pacem in Terris vigilerà  su tutte le forze armate impegnate in missioni di pace e interventi umanitari internazionali”.

Marco Roncalli appare più cauto “pur manifestando tutto il mio rispetto per gli uomini che in divisa servono il Paese”. Ma -puntualizza – “voglio leggere la cosa come un esercito nuovo, chiamato davvero al bene pubblico e a presidio della pace. Se penso all’esercito italiano, in coscienza, non posso non pensare a chi rischia di sminare aree inquinate da ordigni, a chi presidia fuori dalle stazioni, dai musei, dai teatri, stadi ed edifici religiosi. A chi opera nelle zone colpite da calamità  e a chi fa da cuscinetto tra paesi in guerra. Se si va in questa direzione la nomina ci sta. Certo, se si dovesse assistere da parte dei nostri soldati ad azioni bellicistiche e di offesa sarebbe grave aver proclamato Patrono chi ha scritto la Pacem in Terris, e magari doveva essere invece eletto a Patrono della pace universale e dell’ecumenismo come volevano anche i fratelli ortodossia”.

Fonte: panorama.it  (11 settembre 2017)

tettamanzi

 

Sabato 5 agosto di mattina intorno alle 10.30, all’età di 83 anni, dopo una lunga malattia, il cardinale Dionigi Tettamanzi. Arcivescovo di Milano dal 2002 al 2011, si è spento nella Villa Sacro Cuore, la Casa di spiritualità della Diocesi, a Triuggio, in Brianza, dove si era ritirato dopo la fine del mandato. Accanto al cardinale c’erano i familiari e Marina, la storica assistente. Martedì 8 agosto, alle 11, si sono tenuti i funerali sempre nella cattedrale presieduti dall’Amministratore apostolico cardinale Angelo Scola e concelebrati – tra i 25 vescovi – dall’Arcivescovo eletto di Milano monsignor Mario Delpini. Il cardinale Tettamanzi, al termine della celebrazione, è stato sepolto in Duomo, sul lato destro della cattedrale, ai piedi dell’altare Virgo Potens dove è presente anche l’urna del beato cardinale Schuster.

 

Marco Garzonio

 

Dionigi Tettamanzi ha puntato su un binomio: che Milano fosse cantiere di socialità e possedesse un’anima. In perfetto stile ambrosiano aveva un’idea del Cristianesimo ispirata al Vangelo delle Beatitudini, all’annuncio fatto per poveri e afflitti, per la giustizia e la pace. La Chiesa per lui doveva spendersi affinché quelle parole divenissero vita effettiva nella città: per cambiarla nei cuori delle persone e nel governo della cosa pubblica. Altrimenti, disse, i cattolici sarebbero diventati «ininfluenti» e «superflui».

Quando Giovanni Paolo II nominò Tettamanzi molti si chiesero come avrebbe retto il confronto con il carisma di Martini. L’unico a non considerare ingombrante la figura del predecessore fu lui. Primo per l’esperienza in tante vicende di uomini e di Chiesa (era stato Segretario della Cei); secondo perché in Diocesi aveva studiato e insegnato, conoscendo gran parte del clero sulla maggioranza del quale pensava quindi di far conto; terzo perché non soffriva di complessi e da uomo intelligente («furbo», dicevano i suoi maestri e compagni di studio) s’era tenuto abbastanza alla larga da cordate e gruppi; quarto, perché, ritenendo che la miglior difesa fosse l’attacco, rimarcò lui le differenze con Martini teorizzando lo schema della «continuità nella diversità». Nel giorno dell’ingresso, 29 settembre 2002, Tettamanzi spiazzò tutti, istituzioni e politica, in particolare gli ex dc che si erano accasati con Berlusconi. Tettamanzi tenne il più laico dei discorsi. Mentre le autorità gli davano il benvenuto e cercavano di ingraziarselo alludendo alla semplicità e alla bonomia del suo carattere (un modo per rimarcare la differenza rispetto a Martini che era stato poco tenero verso i politici) il nuovo Arcivescovo affermò che non si sarebbe lasciato condizionare «da nessun governo, da nessuna critica». È la rivendicazione della libertà del cristiano ispirata ad Ambrogio: «Non si addice a un imperatore soffocare la libertà di parola, né ad un vescovo tacere il proprio pensiero». Tettamanzi disse di pensare ad una «città buona», dove arte della politica è «creare amicizia» un abitare fatto di giustizia e solidarietà, di accoglienza per chi viene da lontano, lavoro, ambiente vivibile sensibilità alla globalizzazione; dove chi fa politica sia credibile per «disinteresse personale ed economico» e dove non sono ammesse «deleghe in bianco ad altri».

La coerenza fu virtù di Tettamanzi: affabilità con tutti (chiamava gli interlocutori per nome e non lasciava rito o cerimonia senza aver stretto un gran numero di mani, con sorrisi e parole per ognuno); cura della liturgia (introdusse riforme, in parte però poi lasciate cadere); rigore nell’etica (in primis quella pubblica); un governo fondato sulla moral suasion più che sul comando autoritario; un’attenzione ai deboli: accolse in Duomo gli operai dell’Alfa (traditi dalle istituzioni); intervenne per i baraccati, i rom, i musulmani senza moschea, le famiglie fiaccate dalla crisi per aiutare le quali istituì il Fondo famiglia e lavoro.

Le prove che dava, il ruolo di Milano, la voglia di contare di parte dei vescovi italiani portarono Tettamanzi sulla soglia del trono di Pietro. Alla morte di Wojtyla i vertici della Cei erano convinti che in Conclave si sarebbe consumato uno scontro tra conservatori (Ratzinger) e progressisti (Martini) che alla fine avrebbe portato a una figura di mediazione per uscire dall’impasse: Tettamanzi.

Uno strettissimo collaboratore del Cardinale ha confidato a chi scrive: «Ci erano state date precise rassicurazioni». I Conclavi sono segreti, ma si sa che contrapposizione vi fu tra Ratzinger e Bergoglio, non con Martini, che si era detto «indisponibile» a una candidatura confidando a chi la pensava come lui che i tempi per un cambiamento non erano maturi; per cui era meglio convergere su un conservatore intelligente, cioè Ratzinger, col quale ci si sarebbe potuti intendere. Presto si pentì. Ma questa è un’altra storia.

L’esperienza del Conclave segnò emotivamente Tettamanzi, ma lo spinse a proseguire in modo sempre più incisivo. Col risultato che fu apprezzato da Benedetto XVI, che lo confermò alla guida della Diocesi per altri due anni respingendone le dimissioni al compimento del 75° compleanno nel 2009, e venne invece tenuto sotto tiro dalla politica. Il centro destra manifestò insofferenza, con una manifestazione della Lega contro il Cardinale a Varese e un ministro della Repubblica che si assunse funzioni da «polizia politica» e si recò in Duomo a verificare se le omelie del presule fossero troppo tolleranti verso l’Islam. Il clamore non scompose Tettamanzi.

Nel discorso di Sant’Ambrogio del 2010 il cardinale dettò una sorta di decalogo per gli amministratori della città.

1. amare e servire la città, «integralmente, nel suo insieme, senza discriminarne una parte»;

2. alleviare «le difficoltà di chi si trova nelle condizioni peggiori», così da evitare che i più deboli siano fagocitati «in percorsi malavitosi e mafiosi»;

3. promuovere la legalità in un’ottica educativa, che vien prima di repressione e vigilanza sul territorio;

4. portare agli elettori argomenti che non siano strumentali alle contrapposizioni e «alla ricerca facile del consenso»;

5. puntare sulle «innumerevoli risorse» e non solo sugli elenchi dei problemi;

6. essere «esemplari, obbedienti alla retta coscienza, all’istanza del bene comune»;

7. non avere conflitti d’interesse, per evitare «danni incalcolabili a chi è già povero e svantaggiato, alle generazioni che verranno dopo di noi, a se stesso e alla propria coscienza»;

8. non limitarsi ad essere «gestori della cosa pubblica», «sorveglianti dello status quo», «rappresentanti di una parte e non di altre»;

9. viversi «sempre più strateghi del futuro della nostra città e del suo benessere complessivo»;

10. nutrire la consapevolezza di non esser soli quando ci si occupa «disinteressatamente degli altri».

Pochi mesi dopo, il «popolo arancione» di Pisapia conquistò Palazzo Marino, l’Espresso definì «episcopati stravaganti» quelli di Martini e Tettamanzi, Benedetto XVI nominò Scola a Milano. Villa Sacro Cuore di Triuggio, casa per esercizi spirituali, divenne il ritiro di Dionigi Tettamanzi, sino a oggi.

Fonte: Corriere della Sera online (5 agosto 2017)