Interviste

Immagine San Francesco

[Intervista di Raffaele Luise a S. E. mons. Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi]

«Nella sua sintesi straordinaria dei diversi saperi della modernità, l’enciclica Laudato Si’ può costituire un “tavolo dialogico” con persone di tutte o di nessuna religione, non solo in tema ecologico, ma sul tema stesso della fede». Lo afferma il vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino in un suo commento all’enciclica di papa Francesco.

In cosa consiste, monsignor Sorrentino, il valore primo della Laudato Si’?

  • Al centro c’è la riscoperta del creato come dono di Dio e casa comune di tutte le creature. Due dimensioni che aiutano l’uomo moderno a superare lo spirito di puro possesso della natura e ‎quell’antropocentrismo radicale che in definitiva hanno generato sia il grido della Terra sia il grido dei poveri che l’enciclica fa propri. A questi atteggiamenti il papa contrappone una nuova visione che fa perno sull’ascolto, sull’accoglienza e sulla custodia.

Un cambiamento radicale di atteggiamento nei confronti del creato e dei poveri?

  • Sì, e in questo papa Francesco fa appello sia alla ragione che alla fede, mostrando direi quasi in modo operativo quanto la fede aiuti lo sguardo della ragione, in una sintesi ‎ culturale che sa collegare in profondità le ragioni tecno-scientifiche della difesa dell’ambiente con una potente teologia della creazione e con le ragioni politiche ed economiche della difesa dei poveri e degli scartati. Una nuova sintesi che pone e richiede una vera e propria “conversione‎ ecologica”.

«Un dono straordinario per la Chiesa, in particolare a favore dei più poveri». Così, l’arcivescovo di Lucca, mons. Italo Castellani, ha voluto definire fratel Arturo Paoli, religioso missionario, della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo, morto domenica notte, a 102 anni, a San Martino in Vignale. Domani, alle 18, le sue esequie nella cattedrale di Lucca. Il salvataggio di centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, per cui fu riconosciuto “Giusto fra le nazioni”, l’impegno nell’Azione Cattolica in Italia, l’esperienza missionaria a difesa dei deboli in America Latina, dove conobbe il futuro Papa Francesco, sono alcuni tratti della biografia di questo maestro di spiritualità, ricevuto dal Pontefice nel gennaio 2014 a Santa Marta. Al microfono di Fabio Colagrande (Radio Vaticana), don Luigi Verdi, della fraternità di Romena, lo ricorda così:

Quello che mi ha sempre colpito di lui era la leggerezza. Diceva che quello che rende bella la vita è il non portare fardelli: “Non ti posso dire – diceva – che la mia vita sia stata buona. E’ stata anche piena di difficoltà… Però queste avversità mi sono sempre servite ad avanzare, a vedere più in là e soprattutto a liberarmi da tutta la mia pesantezza”. Aveva, per così dire, una grandezza basata sulla leggerezza. La capacità di non farsi avvelenare da niente e poi dava un grande valore all’amore di Dio: “Non siamo noi ad amare Dio – diceva fratel Arturo – ma è Dio che ama noi”. Insisteva sul fatto che Dio non si conquista, ma si accoglie. E sulla tenerezza e la misericordia di Dio, che lui riusciva sempre a far emergere, un po’ come sta facendo Papa Francesco. Lui diceva che noi pensiamo sempre al rapporto con Dio come a qualsiasi altra relazione umana, in cui si costruisce, si fa… In realtà, Dio ha bisogno dell’uomo non tanto per realizzare qualcosa, ma ha bisogno della sua tenerezza, ha bisogno del vuoto dell’uomo, dei limiti dell’uomo, di questa impotenza dell’uomo. Ed è proprio lì che emerge tutta la tenerezza e la misericordia di Dio. E chiaramente, poi, per fratel Arturo era centrale l’attenzione ai poveri. Lui diceva: “Mi convinse a entrare nei Piccoli Fratelli il fatto di stare in mezzo ai poveri”. Era certo che la Chiesa dovesse stare con i poveri e che esistesse solo un cammino alla fine, quello di Gesù, e cioè accorgersi che nella vita le persone hanno bisogno di poche cose: un pezzo di pane, un po’ di affetto, sentirsi a casa da qualche parte. Ultimamente diceva che oggi i poveri sono le prime vittime di un sistema economico disumano e che la giustizia – per lui – esprimeva la necessità di stare dalla loro parte. Era meraviglioso il fatto che non si sentisse troppo vecchio per partecipare: fino a novant’anni partecipava a tutto! E quando era giovane non si sentiva troppo giovane per non guidare, per non dare indicazioni.

Il nuovo libro intervista al maestro Olmi da parte di Marco Manzoni (Bompiani 2015)

 

Domanda: Il teologo  ed esponente del dialogo interreligioso Raimon Pannikar, che hai conosciuto bene, ha detto due frasi che volevo riportarti per chiederti un commento. La prima frase è: “Lo spirito della religione è lo spirito della libertà. La parola religione deriva dal latino religare; lega, ma anche slega, libera”. E la seconda: “Chi non sa piangere, non sa pregare”. Cosa ti evocano queste due immagini di Ramon Pannikar?

OLMI: Molto spesso la religione è vissuta come una sorta di inquadramento dentro una convenzione di comportamenti e di modalità. La religione è configurata in una serie di princìpi, ma se a questi princìpi tu ottemperi solo per spirito di disciplina non è vera religione. un conto è praticare la convivenza civile per disciplina perché sei obbligato a fare così, un conto è praticarla perché hai educato te stesso al piacere di essere rispettoso delle regole. Se ogni volta che sei rispettoso lo fai perché lo decidi tu, e non per disciplina, ecco, questo ti slega. Perché la religione sleghi occorre che chi vive una religiosità la viva dentro di sé, nella propria interiorità. Riguardo all’altra frase di Pannikar a proposito del pianto credo che la gioia ti procura sofferenza nel momento in cui pensi che ti possa essere tolta. Mentre la sperimenti, ogni tanto hai degli istanti in cui dico.”Oddio, speriamo che non mi capiti nulla, che tutto questo continui”.

Il pianto interviene dopo che la gioia ti è stata sottratta e rappresenta il sentimento che ha capito il suo valore ancora più in profondità. Questo non vuol dire che per dare valore alla gioia dobbiamo piangere. No. Però, poiché sappiamo che la gioia ci viene data e ci viene tolta, ne comprendiamo di più il significato nel momento in cui ci viene tolta, quindi nel momento in cui si piange. Pannikar, un amico pieno di gioia. Lo ricordo così: gioioso, festoso. La sua era la gioia dell’innamorato sorpreso dal fatto che l’istante in cui sa di essersi innamorato si accorge di esserlo ancora più di prima. La gioia è proprio questo meccanismo di continua e sorprendente crescita del sentimento d’amore. Qualche volta l’amore viene relegato, come la religione, in una serie di comportamenti e gestualità stereotipati: “Oh, ciao, cara, come va, hai passato bene la giornata?”. “Si, bene”. Sono le regole dettate da un comportamento esteriore che dovrebbe manifestare il sentimento. In realtà, il comportamento continua anche quando il sentimento non c’è più, ed è un’ipocrisia imperdonabile. Ho avuto la fortuna di bisticciare almeno due o tre volte al giorno con mia moglie, ed è il modo per mettere alla prova il nostro sentimento d’amore, che in quarantacinque anni si è viva via trasformato, come il fiume. Anche l’amore nasce come un bambino gioioso, poi man mano trova il suo percorso, procede e alla fine anche il fiume più piccolo diventa il mare. Quindi, pensa che soddisfazione poter arrivare al mare.

 

Estratto dal libro-intervista:  Ermanno Olmi, «Il primo sguardo», a  cura di Marco Manzoni, Bompiani, Milano 2015 (pagg. 31-32)

Prima parte: Conversazioni con E. Olmi. Seconda parte: La poetica di Olmi (schede di tutti i suoi film)

La pubblicazione dell’estratto avviene per gentile concessione di Bompiani Edizioni.

Francesco e i valdesi. Un incontro storico

«E’ stata la festa di chi per decenni ha lavorato al dialogo tra le due Chiese».‎

E’ il commento a caldo che il valdese Paolo Naso ha fatto della storica visita di papa Francesco nel tempio valdese di Torino ieri  22 giugno.

“E’ stata senz’altro una visita storica, molto significativa per la vita delle due Chiese in cammino verso l’unità. Un momento storico come pochi altri”, ha aggiunto l’autorevole rappresentante valdese, subito dopo l’incontro. “E’ crollato un muro che durava da 800 anni‎, grazie alle parole commosse di perdono di papa Francesco per le responsabilità della Chiesa cattolica nei confronti dei seguaci di Pietro Valdo. Ed è crollato anche perché dall’altra parte è stato accolto con sincerità il fratello Francesco, fratello nella fede in Cristo, come ha detto il pastore Bernardini. Un muro che crolla anche perché da una parte sono state richiamate le responsabilità storiche e dall’altra è stata affermata la volontà di avviare un cammino comune”.

Il Moderatore della Tavola valdese, Bernardini, si è augurato che, anche in prospettiva dei 500 anni dalla Riforma di Lutero nel 2017, si possa giungere a celebrare insieme l’eucaristia.

– Questo è un grande sogno della Chiesa ancora divisa, ma quello che ha commosso, ci ha toccato‎ e fatto riflettere tutti è che il papa non ha evitato la risposta a questa domanda.

In che senso?

– Nel senso che ha raccontato uno straordinario fatto accaduto nella diocesi di Pinerolo la scorsa Pasqua, quando  i valdesi hanno offerto il vino per la comunione dei cattolici e i cattolici il pane per la “cena”dei valdesi. Si tratta della bellissima immagine  di un cammino che ci porta insieme verso la stessa mensa eucaristica, che rimane tuttavia  un cammino ancora incompiuto. Questo racconto del papa per me e’ stato una risposta assolutamente pertinente.

C’è la possibilità che la ricorrenza dei 500 anni dalla Riforma possa essere celebrata insieme tra protestanti e cattolici?

Io ritengo di si, anche se il problema rimane quello del livello al quale potrà avvenire questa celebrazione comune. Da qualche mese mi capita di partecipare a tanti simposi storico-teologici sul 2017, a cui intervengono qualificatissimi rappresentanti del mondo cattolico. A livello alto, dell’intellighenzia, penso che ci sarà un 2017 comune, in  quanto già ci si sta muovendo in questa direzione. Ma la sfida vera sta nel capire se questa comunione nel sentire la Riforma come patrimonio comune si produrrà anche a livello delle comunità locali.

E saranno cancellate per l’occasione le scomuniche?

– Sono apparse definitive le parole di perdono del papa, mentre da parte valdese, come ha affermato il pastore Bernardini, il perdono è stato offerto ormai da tanto tempo‎. Quindi, simbolicamente, in questa storica giornata possiamo dire di aver tirato via le macerie del muro lungo 800 anni.

Raffaele Luise