Senza categoria

immagine-terza-roma

Pubblichiamo la sintesi della relazione che il Prof. Raffaele Coppola, Promotore di Giustizia e Avvocato di Santa Sede, ha svolto in occasione del Seminario di studio “Mosca Terza Roma: formula di pace e unità prima e dopo il 1917” – Sergiev Posad, 17-18 ottobre 2017.

 

La dottrina di “Mosca Terza Roma”, attraverso cui la Rus’ si sostituì a Bisanzio  quale centro dell’ecumene cristiano, pone l’accento a guisa d’ideale spartiacque sull’anno 1917, coincidente con la restaurazione (dopo due secoli) del Patriarcato di Mosca. Ma fu circa ventisei anni dopo, con la sua stabilizzazione, che è dato registrare un ritorno alla dottrina in questione, già contenuta nella Carta Costitutiva del 1589.

Il fatto attrasse subito l’attenzione dei gesuiti de La Civiltà cattolica. Tuttavia l’assenza di una formalizzazione canonica da parte della Santa Sede e un’interpretazione erroneamente “antigreca” hanno portato non pochi autori cattolici, avanti e dopo il 1917, a trascurare proprio gli aspetti, di maggior rilievo, congruenti con l’universalismo e l’ecumenicità di tale dottrina, oggi più chiaramente evidenti in un clima mutato specie dopo taluni eventi di eccezionale portata per la Chiesa russa e la Chiesa di Roma che sono sotto gli occhi di ognuno, con indubitabili riflessi sul piano delle loro relazioni, sempre più amichevoli e producenti sotto il profilo religioso.

Questi importanti eventi sono stati anticipati dal c.d. linguaggio dei segni, supportato da un anelito verso l’“unità”, la “pace”, la “giustizia” e la “grazia” soprattutto evidente nel pensiero politico e religioso, nella concezione profetica di Giorgio La Pira, di cui è in corso con ottimi auspici il processo di beatificazione, al riguardo della triade “Roma Costantinopoli Mosca”, secondo una traiettoria carica di storia, che nella “Terza Roma” troverebbe il suo epilogo.

Quanto al linguaggio dei segni, non va tralasciato in questa sede che un rapporto privilegiato con le Chiese ortodosse, in ispecie con la Chiesa russa, viene coltivato nella città di Bari, capoluogo delle Puglie. Abbiamo una Chiesa russa, con una cupola verde smeraldo, che desta sorpresa e ammirazione in tutti i visitatori. Per il popolo russo Bari è città “santa” e grande meta di pellegrinaggi perché custodisce le spoglie di San Nicola. Nella navata centrale della Basilica, a lui dedicata, ho udito una sera di tanti anni fa recitare da cattolici e ortodossi il credo senza il “Filioque”, mentre c’è una cappella orientale nella cripta, dove gli ortodossi possono celebrare secondo le loro liturgie.

Fuori contesto ma non meno significative furono le incisive parole pronunciate dal Card. Agostino Casaroli, di seguito riportate in una traduzione letterale della Pravda, curata sotto l’egida di Pierangelo Catalano: “Io sono sicuro che nella terra russa, nella vostra Capitale, che con onore e gloria si denomina «terza Roma», non c’è mai stata una tale quantità di cardinali. Molti di essi vengono dalla Curia, altri provengono da famose comunità ecclesiastiche del mondo cattolico. Ci sono vescovi che in qualche modo rappresentano l’intera Africa e l’intera America Latina. Permettetemi di dire che è segno di particolare stima e di amore verso la Chiesa ortodossa russa. E’ stima e amore verso i popoli dell’Unione Sovietica, verso una grande Chiesa e un grande Stato. Altrettanto grandi sono i nostri voti e i nostri auguri”.

A dette espressioni fece autorevolmente eco, sei anni dopo, Giovanni Paolo II a conclusione della meditazione della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo quando, ravvicinando i compiti comuni dell’Oriente e dell’Occidente cristiani, ebbe a richiamare il grido di Roma, di Mosca, di Costantinopoli, il grido di tutta la Cristianità delle Americhe, dell’Africa e dell’Asia. Questa lungimirante visione storica ha trovato perfetta corrispondenza anche nelle parole pronunziate dal Santo Pontefice durante l’udienza concessa il 26 aprile 1994 alla delegazione presieduta dal Direttore dell’Istituto di storia russa dell’Accademia delle Scienze, A. N. Sacharov.

Tali non laterali riconoscimenti, per i quali la parola chiave continua a essere il dialogo sul piano politico-religioso, hanno trovato il naturale sviluppo, dopo lo storico incontro del 12 febbraio 2016 a L’Avana tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill, nel corso della recente visita del Segretario di Stato Pietro Parolin alla Federazione Russa (21-24 agosto 2017).

Sembrava di essere tornati ai tempi del Card. Casaroli, mentre venivano alla ribalta i temi caldi dell’ecumenismo, della cooperazione tra le confessioni religiose, degli scenari internazionali che vedono il susseguirsi di conflitti armati e crisi umanitarie, del terrorismo fondamentalista, della tutela dei diritti umani, dell’emergenza ambientale, al centro dei colloqui con i vertici della Chiesa ortodossa russa e con le più alte autorità civili del Paese. Sembrava che riprendesse vita e consistenza la sinfonia di sacerdozio e impero rivisitata sul modello delle “tre Rome”, secondo un’espressione cara al Card. Achille Silvestrini usata per disegnarne il ruolo nella costruzione della civiltà cristiana in Europa.

 

Il grande teologo benedettino Ghislain Lafont ha pubblicato di recente un pamphlet dal titolo Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco (EDB, Bologna 2017). A suo giudizio, le forti resistenze che papa Francesco sta incontrando nel processo di riforma della Chiesa, in sostanziale continuità con l’ecclesiologia del concilio Vaticano Il, contribuiscono a delineare il carattere profetico del suo pontificato. La profezia, infatti, non appare mai immediata mente in continuità con il passato e suscita inizialmente resistenze e incomprensioni. Il primato che il pontefice riserva al termine «misericordia» offre nuove chiavi di lettura: un’idea di verità cristiana come «poliedro», dove i piani diversi che convergono configurano la ricerca in termini di discernimento, e una prassi ecclesiale incentrata sul metodo sinodale: l’immagine è una «piramide rovesciata» che indica la direzione di marcia impressa alla riforma.

Per gentile concessione dell’Editore riproduciamo il capitolo conclusivo del saggio.

foto-lafont

 

Da diversi anni mi chiedo come potrei riassumere il messaggio del concilio Vaticano II. Sono arrivato alla formula che ho messo in esergo: «Dio è misericordia ed è consentito essere uomini». Papa Francesco ha ribadito l’idea che Dio è misericordia e di recente, nella lettera Misericordia et misera, ha scritto: «La misericordia eccede; va sempre oltre» (n. 19), che mi ha confermato nella mia scelta di tradurre la misericordia come amore in eccesso, excessus amoris. La definizione ci invita a una nuova contemplazione di Dio, che solo lo Spirito Santo può rivelare al cuore dell’uomo nella preghiera. Essa invita anche a una reciprocità e dà una forza nuova alla parola del vangelo: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). L’uomo, anche lui, deve tendere a essere misericordia. Quanto dice Francesco ci fa comprendere meglio le parole di Paolo: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), e dà alle stesse una portata che supera il comportamento morale: si tratta di raggiungere il luogo della nostra divinizzazione Sotto questa luce si può meditare sull’esortazione di Francesco ad andare alle periferie, ad accogliere i poveri, a farsi uno di loro: è quello per gli uomini il luogo dell’amore in eccesso.

Che si tratti di Dio o che si tratti dell’uomo, la misericordia esclude ogni durezza o rigidità; invita alla sensibilità, nel senso più nobile del termine. Si può andare ancora oltre? La misericordia invita ad acquisire una coscienza serena di sé, delle proprie possibilità, delle proprie tendenze, del modo unico secondo il quale si può veramente esistere. Vi è una legittima filautia da non trascurare: l’amore, secondo Gesù nel vangelo, è «amore di Dio e del prossimo come se stessi». La misura dell’amore del prossimo dunque è l’amore di sé, che è quanto forse maggiormente difetta nell’uomo. Reciprocamente, l’amore di sé rimanda all’amore degli altri e i due all’amore di Dio e per Dio. La misericordia consente tale gioco dell’amore nell’intimo di ogni comunità.

:Risultati immagini per papa giovanni XXIII

 

«Mi unisco all’appello di monsignor Ricchiuti e trovo come lui irrispettoso coinvolgere papa Giovanni come patrono delle Forze Armate». A monsignor Tommaso Valentinetti, a parlare all’indomani della proclamazione di San Giovanni XXIII come Patrono dell’Esercito. L’arcivescovo di Pescara-Penne, in sintonia con il presidente di Pax Christi, movimento che lui stesso ha guidato dal 2003 al 2009, definisce «un’assurdità  l’accostamento tra la figura di Papa Roncalli e le forze armate, tra il Pontefice dell’Enciclica Pacem in Terris, che denunciò ogni tipo di guerra e invocò il disarmo, e l’esercito. Un’assurdità  anche perché non rappresenta il ensus fidei di tanti credenti che hanno conosciuto il Papa come l’uomo amorevole e il Pontefice finalmente vicino, anche fisicamente, alla gente».

È amareggiato Monsignor Valentinetti che non riesce a tollerare il fatto che «si possa giustificare questa operazione avviata nel lontano 1996 – continua l’arcivescovo – e per questo segnata da innumerevoli difficoltà  e dubbi in seno ecclesiale, con il fatto che l’allora Giuseppe Angelo Roncalli rispose all’obbligo della leva in sostituzione del fratello. Si dimentica, però, che lo stesso Papa, in diverse lettere, descriveva l’esperienza da militare come traumatica, tanto che tornato a casa volle staccare dai suoi abiti e da se stesso tutti i segni del servizio militare. Ed ora cosa fanno? Gli ricuciono addosso una mimetica, inventando un presunto beneplacito della buonanima del cardinale Capovilla. Chi ha conosciuto però l’arcivescovo, tornato alla casa del Padre lo scorso anno, sa benissimo che mai avrebbe potuto tollerare una volontà  tanto contraria al Papa che ha sostenuto e servito».

Anche lìassociazione tra il Papa buono e le missioni di pace dell’Esercito non piace al presule che, però, auspica un cambiamento necessario.  «Spero che, a questo punto, l’intercessione di San Giovanni ribadisce Valentinetti ricordando la lettera enciclica del 1963 e l’opera del Santo Padre  cambi radicalmente la politica militare italiana. Al n. 60 del suo stupendo documento il Pontefice domandava che venisse arrestata la corsa agli armamenti e si riducessero simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già  esistenti. Una richiesta disattesa, ma non si potrà  invocare il nome del Santo protettore senza, quantomeno, adoperarsi perché i rapporti fra le comunità  politiche –  cita ancora l’enciclica al n. 62 – come quelli fra i singoli esseri umani, siano regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità , nella giustizia, nella solidarietà  operante. Che al criterio della pace che si regge ancora sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia!».

 

bimbo

 

 

 Padre Giulio Albanese

 

La questione migratoria è un fenomeno complesso nel villaggio globale, che riguarda tutti, ricchi e poveri. Purtroppo, però, questo approccio olistico non è così  pacifico ed evidente nell’agenda politica internazionale. Per esempio, l’indirizzo dell’Unione Europea, sia nell’ambito delle istituzioni comunitarie come a livello di Stati membri, è sintomatico di una visione politica riduttiva e di parte. Nella migliore delle ipotesi, i leader degli Stati europei sono arrivati a dire “sì” al salvataggio delle vite umane e, spesso, “no” all’accoglienza… Se da una parte è vero che l’integrazione è problematica, e trova resistenze, nell’attuale congiuntura, all’interno di vasti settori dell’opinione pubblica, dall’altra è ancora più chiaro che la povertà  presente nei Paesi di provenienza dei migranti sta generando un flusso di umanità  dolente, spesso ostaggio di circuiti legati alla tratta di esseri umani. Eppure, a pensarci bene, le popolazioni che oggi si muovono da un continente all’altro per guerre, inedia e pandemie rappresentano anche e soprattutto un capitale umano da non sottovalutare per le sue potenzialità .

Ecco che allora ciò che sta avvenendo nel Mediterraneo – nell’antico Mare Nostrum convertito tragicamente in Mare Monstrum – esige capacità  di “governance globale”. Come? Se si vuole che un “qualcosa di importante” venga considerato nel suo giusto valore, dunque non sprecato, non c’è modo migliore che farlo pagare. Questa semplice mossa instaura un circolo virtuoso perché chi non compie alcuno sforzo per affrontare una questione che riguarda l’intera comunità  planetaria (dunque non solo dell’Europa, ma anche dei Paesi africani e mediorientali) viene penalizzato, mentre chi riesce ad apprezzare le risorse umane migranti ottiene un riconoscimento, non solo economico. Pensiamo, allora, a un’autorità  sovranazionale in grado di stabilire un “credito di migrazione massimo” (standard) diviso e ripartito sotto forma di «diritti di migrazione» tra Stati sovrani del Nord e del Sud del mondo (dunque non solo europei, perché il tema è globale). L’idea non è ovviamente quella di “monetizzare” la vita dei migranti: si tratta di una semplificazione; utile tuttavia a fornire la base per una corresponsabilità  di tutti nella gestione di un fenomeno che riguarda tutti.

Il meccanismo è – l’impegno e la sfida – sarebbe quello di accogliere migranti nei propri territori in quantità  pari o superiore alle quote assegnate (secondo criteri da stabilire in sede internazionale). In caso contrario, il governo in questione dovrebbe acquistare i crediti che gli mancano da altri governi che, invece, si siano comportati in maniera più virtuosa di quanto richiesto, e che quindi possano, per così dire, “cedere” i propri crediti “eccedenti”.

Con questo strumento, gli Stati che intendono accogliere i migranti ci guadagnerebbero sia economicamente sia in reputazione. Infatti, sarebbero messi nelle condizioni di trarre un beneficio dalla vendita dei loro crediti, dimostrando all’intero sistema globale di essere in grado di rispettare le regole e addirittura di fare anche meglio. Allo stesso tempo, il riconoscere un ‘credito di migrazione’ darebbe luogo anche a un parallelo riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni uomo o donna migrante (che danno contenuto al legittimo diritto umano di poter scegliere se partire o restare nella propria terra, e di ricevere â – se e quando necessario è appropriata assistenza umanitaria), che potrebbe avere un’articolazione diversa, ad esempio, nel caso di una persona in una situazione particolarmente vulnerabile.

Prendiamo allora, Paesi come l’Austria, l’Ungheria o la Polonia che non intendono accogliere richiedenti asilo. In questo caso essi dovrebbero pagare quei Paesi virtuosi che, sulla scena internazionale, si fanno carico della questione migratoria. Qui però l’attenzione non va rivolta solo all’Italia, che oggi è forse il Paese europeo che più di altri, si sta facendo carico delle migrazioni attraverso il Mediterraneo. I flussi migratori riguardano solo marginalmente il Vecchio Continente, se si considera che la maggior parte della mobilità  umana è concentrata nel Sud del mondo. In termini di valore assoluto del contributo economico per abitante, 8 dei 10 primi Paesi che accolgono rifugiati sono in Africa (Sud Sudan, Ciad, Uganda, Burundi, Niger, Ruanda, Mauritania e Camerun) e 2 in Medio Oriente: Libano (quarto) e Giordania (ottava). Si tratta, dunque, di disegnare una road map veritiera, che vada ben al di là  delle narrative pre-elettorali di questo o quello schieramento politico, di questa o quella nazione. Ripetiamocelo, è ora di cambiare logica: dalla globalizzazione dei mercati all’affermazione della globalizzazione dei diritti cardine della persona umana.

 

albanese

Tratta da Avvenire, Domenica 16 Luglio 2017, p. 1