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FOTO SINODO bis

Raffaele Luise

«I Padri sinodali si vanno lentamente orientando verso l’accoglimento della visione di Papa Francesco, ribadita ancora una volta domenica scorsa all’apertura dell’importante assise‎, di una Chiesa cioè non società-fortezza, che si chiude, ma società-famiglia, che si apre con misericordia alla situazione concreta vissuta dalle famiglie del mondo». Ce lo hanno confidato, ieri sera, alcuni autorevoli Padri sinodali, che erano rimasti molto delusi e preoccupati all’ascolto della Relazione introduttiva del cardinale Erdő, che sembrava chiudere piuttosto che aprire la discussione sulle risposte da dare alla crisi posta a tema del Sinodo.

Conceptual symbol of a green Earth globe with multiracial human hands around it. Isolated on white background. Unity and world peace concept.

 

Rosino Gibellini

 

L’enciclica sull’ecologia (Pentecoste 2015) di papa Francesco inizia poeticamente e teologicamente con l’invocazione francescana «Laudato si’, mi’ Signore», ed esprime il tema con coinvolgente espressività «sulla cura della casa comune».

Si divide in sei capitoli per 246 paragrafi, che ripercorriamo con brevità essenziale.

  1. Il primo capitolo è descrittivo della crisi ecologica, o ambientale, e raccoglie i dati delle varie analisi note all’opinione pubblica. La parola che interviene è quella di inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’atmosfera. Non si può essere indifferenti: «Bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettono di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza» (52). E si conclude con una osservazione teologica: «Se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina» (61).
  2. Il secondo capitolo è il capitolo teologico, che svolge una teologia ecologica, proponendo con forza l’idea di un Creatore. La teologia ecologica è espressa come «il Vangelo della creazione». Il mondo esiste per l’atto creativo di Dio. Esso non è un cosiddetto “colpetto iniziale”, secondo l’espressione usata dal deismo per descrivere l’inizio del divenire del mondo, ma è da intendere nella linea dell’immanenza della Trascendenza al mondo: l’atto creativo è genesiaco; inoltre è continuo per sostenere l’essere e il divenire del mondo; ed è aperto escatologicamente a un “destino di pienezza”, espresso nella formula: “Dio tutto in tutti” (1 Cor 15,28). Su questa dimensione si riconosce che ha portato il suo contributo il paleontologo francese Teilhard de Chardin. Forse, è la prima volta che il controverso scienziato è presente ufficialmente in una Enciclica.

CONGRESSO

Washington – Giovedì, 24 settembre 2015

Sono molto grato per il vostro invito a rivolgermi a questa Assemblea Plenaria del Congresso nella “terra dei liberi e casa dei valorosi”. Mi piace pensare che la ragione di ciò sia il fatto che io pure sono un figlio di questo grande continente, da cui tutti noi abbiamo ricevuto tanto e verso il quale condividiamo una comune responsabilità.

Ogni figlio o figlia di una determinata nazione ha una missione, una responsabilità personale e sociale. La vostra propria responsabilità come membri del Congresso è di permettere a questo Paese, grazie alla vostra attività legislativa, di crescere come nazione. Voi siete il volto di questo popolo, i suoi rappresentanti. Voi siete chiamati a salvaguardare e a garantire la dignità dei vostri concittadini nell’instancabile ed esigente perseguimento del bene comune, che è il fine di ogni politica.

Una società politica dura nel tempo quando si sforza, come vocazione, di soddisfare i bisogni comuni stimolando la crescita di tutti i suoi membri, specialmente quelli in situazione di maggiore vulnerabilità o rischio. L’attività legislativa è sempre basata sulla cura delle persone. A questo siete stati invitati, chiamati e convocati da coloro che vi hanno eletto.

Il vostro è un lavoro che mi fa riflettere sulla figura di Mosè, per due aspetti. Da una parte il patriarca e legislatore del popolo d’Israele simbolizza il bisogno dei popoli di mantenere vivo il loro senso di unità con gli strumenti di una giusta legislazione. Dall’altra, la figura di Mosè ci conduce direttamente a Dio e quindi alla dignità trascendente dell’essere umano. Mosè ci offre una buona sintesi del vostro lavoro: a voi viene richiesto di proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano.

Oggi vorrei rivolgermi non solo a voi, ma, attraverso di voi, all’intero popolo degli Stati Uniti. Qui, insieme con i suoi rappresentanti, vorrei cogliere questa opportunità per dialogare con le molte migliaia di uomini e di donne che si sforzano quotidianamente di fare un’onesta giornata di lavoro, di portare a casa il pane quotidiano, di risparmiare qualche soldo e – un passo alla volta – di costruire una vita migliore per le proprie famiglie. Sono uomini e donne che non si preoccupano semplicemente di pagare le tasse, ma, nel modo discreto che li caratterizza, sostengono la vita della società. Generano solidarietà con le loro attività e creano organizzazioni che danno una mano a chi ha più bisogno.

Vorrei anche entrare in dialogo con le numerose persone anziane che sono un deposito di saggezza forgiata dall’esperienza e che cercano in molti modi, specialmente attraverso il lavoro volontario, di condividere le loro storie e le loro esperienze. So che molti di loro sono pensionati, ma ancora attivi, e continuano a darsi da fare per costruire questo Paese. Desidero anche dialogare con tutti quei giovani che si impegnano per realizzare le loro grandi e nobili aspirazioni, che non sono sviati da proposte superficiali e che affrontano situazioni difficili, spesso come risultato dell’immaturità di tanti adulti. Vorrei dialogare con tutti voi, e desidero farlo attraverso la memoria storica del vostro popolo.

La mia visita capita in un momento in cui uomini e donne di buona volontà stanno celebrando gli anniversari di alcuni grandi Americani. Nonostante la complessità della storia e la realtà della debolezza umana, questi uomini e donne, con tutte le loro differenze e i loro limiti, sono stati capaci con duro lavoro e sacrificio personale – alcuni a costo della propria vita – di costruire un futuro migliore. Hanno dato forma a valori fondamentali che resteranno per sempre nello spirito del popolo americano. Un popolo con questo spirito può attraversare molte crisi, tensioni e conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per andare avanti e farlo con dignità. Questi uomini e donne ci offrono una possibilità di guardare e di interpretare la realtà. Nell’onorare la loro memoria, siamo stimolati, anche in mezzo a conflitti, nella concretezza del vivere quotidiano, ad attingere dalle nostre più profonde riserve culturali.

Vorrei menzionare quattro di questi Americani: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton.

Lux lucet in tenebris

Intervista a Paolo Naso (a cura di Raffaele Luise)

 

Paolo Naso, sono sconcertato. Davvero i valdesi rifiutano la richiesta di perdono del Papa per gli ottocento anni di persecuzioni inflitte loro dalla chiesa cattolica?

Assolutamente no. Il senso del messaggio del Sinodo valdo-metodista, e quindi della massima autorità della chiesa valdese, è che tutti, cattolici e evangelici, debbono chiedere il perdono di Dio. In questo senso non c’è affatto una chiusura rispetto alle parole e ai gesti di papa Francesco, ma, al contrario, c’è l’incoraggiamento e la disponibilità a scrivere insieme una nuova storia delle relazioni tra le nostre chiese. È questo il cuore del messaggio, e ci stupisce e ci preoccupa che non sia stato colto da alcuni osservatori che invece hanno preferito interpretare una risposta di apertura e di fraternità come un “niet” indispettito e polemico”.

Ma quali parole del messaggio del Sinodo si sono prestate a un tale grave fraintendimento?

‎Non lo so, ma posso immaginare che qualcuno ‒ non certo la stampa cattolica ‒ non abbia capito quel passaggio in cui il Sinodo scrive che i valdesi di oggi non possono sostituirsi a quanti hanno pagato col sangue la fedeltà alla loro fede, né possono perdonare al posto loro.

Ma questo è del tutto ovvio. Si tratta di una questione di buon senso prima che teologica. Nel senso che le vittime e i carnefici delle persecuzioni del passato, dal momento che sono morti, sono affidati al perdono di Dio‎?

È chiaro. Ma in un orizzonte più largo, tutte le chiese e tutte le religioni hanno responsabilità gravissime nell’aver combattuto e ucciso nel nome di Dio. Per questo, tutte devono chiedere perdono e per questo tutte sono chiamate a una conversione. Non a caso il testo inviato al Papa si conclude con la citazione di un celebre versetto dell’Apocalisse, in cui si afferma: «Ecco io faccio nuova ogni cosa».

Si è trattato, quindi, di una tempesta scatenata attorno al misunderstanding di un’ovvietà?

Sì, certo. È un’ovvietà, come lei ricordava, che la parola del perdono compete a chi ha subito persecuzioni e violenze, non ai loro eredi storici. ‎Agli eredi storici compete un altro impegno: quello di scrivere ‒ come hanno fatto papa Francesco e il Sinodo ‒ una nuova storia guidati insieme dall’azione dello Spirito Santo.