Bangui

Bangui

 

padre Giulio Albanese

Papa Francesco ha rilanciato, in più circostanze, l’urgenza, nella Chiesa, di affermare il cosiddetto radicalismo evangelico, soprattutto in riferimento al tema della povertà. Questo naturalmente preoccupa i suoi detrattori, cioè i fautori della Chiesa Costantiniana i quali non gradiscono affatto, ad esempio, l’indirizzo decentrato, dalla parte degli “ultimi”, impresso da Bergoglio al Giubileo della Misericordia. Il fatto stesso che l’Anno Santo sia iniziato a Bangui, in periferia, la dice lunga. Personalmente, chi scrive, non dimenticherà mai le parole di solidarietà che Francesco ha rivolto agli abitanti della capitale centrafricana, lo scorso 29 novembre, in occasione dell’apertura della Porta Santa della cattedrale locale. La sua è stata una presenza disarmante, da vero e proprio “casco blu di Dio”, in un contesto segnato da soprusi, violenze e tanta miseria. D’altronde, un papa come Francesco non poteva (e non può) restare indifferente di fronte a cosi tanta umanità dolente. Quando incontrò per la prima volta i giornalisti nell’aula Nervi, poco dopo la sua elezione, il 16 marzo 2013, spiegò per quale motivo avesse fatto la scelta di chiamarsi Francesco. “Perché lui – spiegò – ha incarnato la povertà. Io voglio una Chiesa povera per i poveri”.  Da questo punto di vista, dobbiamo ammettere che il pontefice argentino non ha fatto altro che rilanciare una questione che emerse a chiare lettere al termine della prima sessione del Concilio Vaticano II, con l’intervento in aula del cardinal Giacomo Lercaro. Secondo questo grande pastore del Novecento, la povertà non poteva essere un tema aggiuntivo rispetto agli altri, non un “qualunque tema, ma in un certo senso dell’unico tema del Vaticano II”: la povertà, disse, è il “mysterium magnum” della Chiesa. In effetti, i documenti conciliari utilizzano diverse volte il termine “poveri” (42) e “povertà” (21) in vari lemmi e accezioni, ma nel corpus dottrinale del Vaticano II la prospettiva della cosiddetta “ecclesia pauperum”  (“Chiesa dei poveri”) è un qualcosa che riguarda prevalentemente la pastorale e la morale e non tanto il “mysterium magnum”, così come indicato dal compianto arcivescovo di Bologna.  

Dove sono i leoni

BY 26 novembre 2015 Articoli

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Raniero La Valle

Il papa va a Bangui ad aprire l’anno santo della misericordia e siccome le grandi idee hanno bisogno di simboli concreti il papa, per significare l’ingresso in questo anno di misericordia, aprirà una porta. Ma per lo stupore di tutte le generazioni che si sono succedute dal giubileo di Bonifacio VIII ad oggi, la porta che aprirà non sarà la porta “santa” della basilica di san Pietro, ma la porta della cattedrale di Bangui, il posto, ai nostri appannati occhi occidentali, più povero, più derelitto e più pericoloso della terra.

Ma si tratta non solo di cominciare un anno di misericordia. Che ce ne facciamo di un anno solo in cui ritorni la pietà? Quello che il papa vuol fare, da quando ha messo piede sulla soglia di Pietro, è di aprire un’età della misericordia, cioè di prendere atto che un’epoca è finita e un’altra deve cominciare. Perché, come accadde dopo l’altra guerra mondiale e la Shoà, e Hiroshima e Nagasaki, abbiamo toccato con mano che senza misericordia il mondo non può continuare, anzi, come ha detto in termini laici papa Francesco all’assemblea generale dell’ONU, è compromesso “il diritto all’esistenza della stessa natura umana”. Il diritto!

Di fronte alla gravità di questo compito, si vede tutta la futilità di quelli che dicono che, per via del terrorismo, il papa dovrebbe rinunziare ad andare in Africa (“dove sono i leoni” come dicevano senza curarsi di riconoscere alcun altra identità le antiche carte geografiche europee) e addirittura dovrebbe revocare l’indizione del giubileo, per non dare altri grattacapi al povero Alfano.

Ma il papa, che ha come compito peculiare del suo ministero evangelico di “aprire la vista ai ciechi”, ci ha spiegato che il vero mostro che ci sfida, che è “maledetto”, non è il terrorismo, ma è la guerra. Il terrorismo è il figlio della guerra e non se ne può venire a capo finché la guerra non sia soppressa. La guerra si fa con le bombe, il terrorismo con le cinture esplosive. Non c’è più proporzione, c’è una totale asimmetria, le portaerei e i droni non possono farci niente. Possiamo nei bla bla televisivi o governativi fare affidamento sull’”intelligence”, ma si è già visto che è una bella illusione.

Questo vuol dire che per battere il terrorismo occorre di nuovo ripudiare quella guerra di cui, dal primo conflitto del Golfo in poi, l’Occidente si è riappropriato mettendola al servizio della sua idea del mercato globale, e che da allora ha provocato tormenti senza fine, ha distrutto popoli e ordinamenti, suscitato torture e vendette, inventato fondamentalismi e trasformato atei e non credenti in terroristi di Dio.