Cardinale Martini

PREGARE PER IL PAPA

BY 25 dicembre 2015 Articoli

Gesù Bambino

di Giuseppe Grampa

 

Papa Francesco non si stanca, a conclusione di ogni suo intervento pubblico, di chiedere preghiere per lui. La richiesta, che a qualcuno poteva e può sembrare come un pio devozionalismo, è stata avvalorata in pienezza dagli ultimi ‘voli di corvi’ sul Vaticano. Papa Francesco non sta facendo un’operazione di “cosmesi” superficiale nella vita della Chiesa e nell’organizzazione del suo governo centrale, ma un’azione profonda di cambiamento e di conversione. Questo suo impegno tenace ed esemplare non ha mancato di sollevare incomprensioni ed opposizioni crescenti.

Il Papa avverte che il nuovo corso richiede – prima che provvedimenti organizzativi e attuativi – radicale conversione del cuore. La preghiera che sollecita con insistenza è perché ci si renda conto tutti che siamo di fronte ad un impegno di natura anzitutto spirituale, di cambiamento della mentalità, delle abitudini e delle scelte esistenziali, il cui successo dipende dall’apertura degli uomini all’azione dello Spirito Santo. Sta in questa visione di fede la ragione profonda della sua insistenza nel domandare preghiere per sé e per la Chiesa.

“Pregate per me” è il suo invito costante, perché  solo la preghiera e  l’ascolto della Parola danno vita, rinnovano ed indicano la strada.

Forse oggi non è ancora chiaro come la missione della Chiesa e quella del popolo ebraico possono arricchirsi e integrarsi reciprocamente senza venir meno a ciò che l’una e l’altra hanno di essenziale e di irrinunciabile. C’è tuttavia un obiettivo finale: quando saremo un unico popolo e il Signore ci benedirà dicendo: «Benedetto sia l’Egitto mio popolo, la Siria opera delle mie mani, Israele mia eredità». Dice san Paolo che le promesse di Dio sono senza pentimento!

C.M. MARTINI, Israele, radice santa, ITL–Vita e Pensiero, Milano 1993, p. 64

 

Card. Francesco Coccopalmerio

Mi dà gioia partecipare a questa raccolta di testimonianze in ricordo e in onore del tanto amato cardinale Carlo Maria Martini. Lo considero e lo prego ogni giorno come chi si rivolge a un padre spirituale. Tale egli fu per me, che per ventidue anni gli sono stato collaboratore nella curia della diocesi di Milano e poi negli anni seguenti fino alla sua morte gli sono stato vicino come amico e come figlio. Tanti sono stati gli insegnamenti e gli esempi di Martini. Per la mia testimonianza ne scelgo uno che credo – specie oggi – particolarmente significativo.

Tra i messaggi più preziosi che il Cardinale ci ha lasciato possiamo senz’altro considerare l’amore per il popolo di Israele: egli ce lo ha insegnato, sia con la parola che con l’esempio.

La sua testimonianza poggia su basi, scritturistiche e teologiche, chiare e sicure. Spontaneo è il riferimento a Romani 9-11, dove Paolo, al contrario di quanto possa apparire a un’impressione immediata e superficiale, non conduce un discorso contrario al popolo ebraico, ma testimonia, da una parte, i suoi sentimenti di traboccante passione, di amore e di dolore ed esprime, dall’altra, la sua visione teologico-storica di piena valorizzazione e completo riacquisto del popolo di Dio che è anche il suo popolo.

Copertina

 

È la buona notizia che cambia la vita, riempie di gioia, è corona invece di cenere, olio di letizia invece di abito di lutto, canto di lode invece di cuore mesto. È l’evangelo, è la perla preziosa per la quale, pieni di gioia, senza riflettere si vende tutto, è il tesoro nascosto nel campo per il quale si fanno follie pur di poterlo acquistare.

CMM, La Parola che cresce, EDB, Bologna 1981, p. 194.

 

All’appello a scrivere sul cardinale Carlo Maria Martini hanno risposto in centoundici. Centoundici fra cardinali, vescovi, intellettuali, teologi, giornalisti e soprattutto uomini e donne che sono stati segnati dal rapporto con le sue parole, con i suoi scritti, con la sua persona. Alcuni hanno scoperto o impresso una nuova direzione alla propria vita proprio nell’incontro con lui, nell’ascolto del suo magistero episcopale a Milano durato 22 anni, continuato dalle cattedre di Gerusalemme e Gallarate.

La gestazione del libro “Martini e noi”, uscito in coincidenza con il III anniversario della morte, è stata l’occasione per misurare come la lezione del Cardinale sia ancora viva e capace di scaldare i cuori. Cuori pensanti.

Le edizioni Piemme hanno accolto con coraggio la proposta di pubblicare un libro di un gesuita che di nome non fa Jorge Maria Bergoglio, i cui scritti stanno spopolando nel mercato editoriale (non soltanto quello religioso). Del resto a legare i due personaggi di scuola ignaziana ‒ pur nella diversità di temperamento, di formazione e di curriculum ecclesiastico ‒ ci sono molti tratti: la passione per l’evangelo, la parresia, l’invito a uno stile di Chiesa sinodale, la lotta per la giustizia e il perdono, l’attenzione ai poveri.

Il libro si presenta con una trama e un ordito. La trama è costituita da sei “stanze” che ospitano e raggruppano i diversi contributi: 1) L’intellettuale e la polis; 2) Il credente e la vita spirituale; 3) Il biblista e Gerusalemme; 4) Il vescovo e la sua Chiesa; 5) L’uomo del dialogo ecumenico e interreligioso; 6) Il pastore e le forme della comunicazione. L’ordito prevede una scansione in tre momenti: a) un titolo incisivo ed evocativo per ogni pezzo; b) una citazione martiniana a modo di incipit; c) il racconto del “mio Martini” da parte dei diversi autori.