Cenacolo di amici di papa Francesco

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Padre Giulio Albanese

In questi anni di condivisione, nell’ambito del nostro Cenacolo di amici di papa Francesco (di cui questo sito è l’organo), vi è sempre stato grande interesse nei confronti dell’illuminato magistero sociale del pontefice. Per noi tutti, la sua visione e i suoi insegnamenti rappresentano una grande sfida, soprattutto per l’enfasi che egli ha posto in riferimento all’impegno condiviso contro la “cultura dello scarto” e la conseguente “globalizzazione dell’indifferenza”. A questo proposito, è bene sottolineare che per la Chiesa europea si tratta, in gran parte, di osteggiare, il cosiddetto “pensiero debole” occidentale pervaso da una perdurante mentalità coloniale. Basta leggere i giornali nostrani per rendersi conto, ad esempio, di come l’Africa venga puntualmente redarguita, in relazione al fenomeno migratorio, per le sue barbarie, quasi fosse irriducibilmente bocciata dalla Storia, quella delle grandi civilizzazioni. Sì, quasi fosse davvero la metafora del sottosviluppo di ieri, di oggi e di sempre. Come ricordava sensatamente il compianto storico Basil Davidson, questi pregiudizi non giovano alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento, pregiudicando l’incontro. Emblematico è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Davidson, riguardante un etnografo tedesco e viaggiatore di nome Leo Frobenius. Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima di Cristo le coste dell’Africa Occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.

«I divorziati risposati non sono scomunicati e nella Chiesa non vanno mai trattati come tali». Papa Francesco sa benissimo che questa sua frase – come tante altre pronunciate in quasi tutti i suoi interventi pubblici – è destinata a rinfocolare lo scontro all’interno delle gerarchie ecclesiastiche tra favorevoli e contrari all’ammissione ai sacramenti di quei cristiani che, dopo aver divorziato, danno vita ad una nuova unione coniugale. Parole cadute – ieri mattina – come macigni di fuoco su una piazza San Pietro già flagellata da soffocanti raggi di sole agostano. Prima udienza pubblica del mercoledì dopo la pausa di luglio e prima apertura di quella che può essere considerata la campagna d’autunno in vista dell’atteso Sinodo sulla famiglia di ottobre. E l’effetto non è stato da poco perché Bergoglio – pur senza dire cose apparentemente nuove – ha toccato i tasti più spinosi su cui si confronteranno i padri sinodali. Già altre volte, il papa argentino ha parlato apertamente di volere una Chiesa «aperta e accogliente, specialmente per chi soffre e vive nel disagio», proprio come «un ospedale da campo pronto a curare malati, feriti e bisognosi». Metafora – quella della Chiesa-ospedale da campo – con cui il papa in più occasioni ha fatto intendere che nel popolo cristiano chi ha bisogno di “cure” sono prima di tutto i membri di famiglie spezzate, divorziati costretti a stare lontani dai sacramenti se conviventi con nuovi partner, ma anche figli di divorziati chiamati a sopportare pesi ingiusti e a volte persino umilianti. Situazioni che il gesuita Jorge Mario Bergoglio asceso al soglio di Pietro conosce benissimo essendo stato sempre vicino proprio a quelle famiglie spezzate che vivono nelle favelas argentine.

La radicale novità del pontificato di Francesco, con la profonda rivoluzione spirituale e culturale che comporta, ha mosso un gruppo di comunicatori a dare forma a un Cenacolo di Amici di papa Francesco, che si prefigge di analizzare i ricchissimi aspetti del magistero del primo papa proveniente dal Sud del mondo e che è inoltre capace di articolare due tradizioni fondamentali del cristianesimo quali quella gesuita e quella francescana.

Un papa, insomma, della svolta e della riforma della Chiesa, ancorata al Vaticano II e di cui approfondisce linee nuove come la costruzione di una chiesa povera e per i poveri, e del ritorno alle origini evangeliche. Ma a queste già notevoli novità Francesco ne aggiunge un’altra di grande rilievo globale: in un momento in cui l’asse del mondo si sposta vistosamente e potentemente verso l’Asia e i paesi del Sud del mondo acquistano un nuovo protagonismo, ecco apparire – ed è davvero il caso di parlare di evento kairologico – un papa proveniente dalla fine del mondo, da quell’America latina dove il cattolicesimo è maggioranza.