comunione ai divorziati

MATRIMONIO imm

Papa Francesco, in base all’esortazione finale del Sinodo approvato dai vescovi (2015), ha riconosciuto la possibilità di accedere alla comunione durante la messa per i divorziati come pure per le persone che convivono stabilmente o che si trovano in situazioni simili. Questa possibilità, certamente, c’è stata sempre per i separati o divorziati che non hanno contratto una nuova unione; e, da lungo tempo, per coloro che, pure con un rapporto stabile, si astengono dalle relazioni sessuali (Familiaris consortio).

In Amoris laetitia il Papa, senza cambiar la dottrina tradizionale sulla unità e la indissolubilità del matrimonio sacramentale, introduce però un cambiamento nella disciplina di accesso alla comunione eucaristica. Non aggiunge eccezioni, come quella della astensione dai rapporti sessuale. In cambio, stabilisce orientamenti generali che dovrebbero applicarsi a tutti casi e offre alcuni criteri che bisognerebbe considerare.

Gli orientamenti generale sono tre: a) volontà di integrazione di tutti, b) necessità di un accompagnamento e c) discernimento in coscienza. Quest’ultimo può apparire nuovo, però appartiene alla più autentica e antica tradizione della Chiesa. Il Vangelo di Gesù è un appello al cuore delle persone che solo può essere accolto liberamente, senza coazione, senza paura. In Amoris laetitia il Papa ha sottolineato l’importanza del dovuto rispetto ai laici che devono prendere decisioni che hanno a che fare con le loro vite in retta coscienza; cioè, in ultima istanza, soli davanti a Dio (AL 42, 222, 264, 298, 302, 303). Lo fa anche in modo autocritico: «Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL 37). D’altra parte, queste persone debbono credere che la grazia di Dio mai mancherà loro per crescere in umanità (AL 291, 297, 300, 305); e che possono contare sempre sull’amore incondizionato di Dio (AL 108 y 311).

Prima di questo, però, il Papa chiede ai cattolici che si trovano in queste tali situazioni irregolari che abbiano un accompagnamento pastorale. Lo fa in questi termini: «Invito i fedeli che stanno vivendo situazioni complesse ad accostarsi con fiducia a un colloquio con i loro pastori o con laici che vivono dediti al Signore. Non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri, ma sicuramente riceveranno una luce che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale» (AL 312).

La volontà di Francesco è di integrare tutti (AL 297). Si vedrà come certamente non lo si può fare in maniera irresponsabile. Questa integrazione, pensiamo, ha senso solo quando le stesse persone vogliono integrarsi il più possibile nella vita ecclesiale, e non semplicemente rivendicare la comunione come un diritto perduto.

Il Papa offre una serie di criteri perché queste persone possano integrarsi il più possibile nella vita ecclesiale. Questi criteri appaiono un po’ sparsi nel capitolo ottavo. Qui li spieghiamo e anche raccogliamo quello che in loro può rimanere implicito. Probabilmente non sono gli unici, però sono i principali. In ogni caso si deve considerare:

  • Il grado di consolidamento (AL 298) e stabilità del nuovo rapporto (AL 293).
  • La profondità dell’affetto (AL 293).
  • Una volontà provata di fedeltà (298).
  • La intenzione e la prova di un impegno cristiano (AL 298).
  • La responsabilità verso i figli del primo matrimonio (AL 293, 298 y 300).
  • La sofferenza e la confusione che ha potuto provocare ai figli il fallimento del primo matrimonio (AL 298).
  • La responsabilità verso i figli del nuovo vincolo affettivo (AL 293).
  • La situazione del coniuge quando è stato abbandonato (AL 300).
  • Le conseguenze che ha la nuova relazione per il resto della famiglia e la comunità ecclesiale (AL 300).
  • L’esempio che si dà ai giovani che si preparano al matrimonio (AL 300).
  • La capacità di superare delle prove (AL 293).

Sarà specialmente importante:

  • Un riconoscimento della irregolarità della nuova situazione (AL 298).
  • Una convinzione seria circa l’irreversibilità della nuova situazione (AL 298).
  • Un riconoscimento della colpa – se c’è stata – nel fallimento del primo matrimonio (AL 300).
  • Una conoscenza della serietà dei compromessi della unità e fedeltà del primo matrimonio, come pure delle esigenze di verità e di carità della Chiesa (AL 300).

È necessario ricordare che il testo citato sopra indica che l’accompagnamento richiesto può farlo anche una persona laica fedele al Signore. Questo faciliterà l’aiuto in questo discernimento a chi ha avuto una esperienza traumatica con qualche prete durante la celebrazione del sacramento della riconciliazione o a chi ritiene che un sacerdote non sia il migliore interlocutore che lo possa accompagnare.

Questa possibilità pastorale che Amoris laetitia riconosce a coloro che attualmente non possono ricevere la comunione a messa deve essere pensata come il rovescio del desiderio della stessa Chiesa di comunicare con loro. La Chiesa accetta che si comunichino perché Lei vuole, e ha bisogno, di comunicare con loro, con le loro sofferenze, con i loro sforzi per andare avanti, con i loro apprendimenti dolorosi e con la loro crescita spirituale. Questo è il tono generale della esortazione di papa Francesco. Da parte nostra possiamo aggiungere che se la gerarchia ecclesiastica, i coniugi e le famiglie ben costituite non avessero niente da imparare dai divorziati uniti in nuovi vincoli e dalle loro seconde famiglie; se si scartasse l’idea che loro, proprio in circostanze turbolenti della vita, possano aver avuto una esperienza spirituale che può esser ispiratrice per gli altri cristiani, alla comunione eucaristica mancherebbe qualcosa di fondamentale.

Jorge Costadoat S.J.

Centro Teológico Manuel Larraín (Cile)

 

 

Raffaele Luise

Don Sergio Mercanzin

Marco Vergottini

 

Una delle novità intervenute con i due Sinodi sulla famiglia ‒ quello straordinario del 2014 e quello ordinario che inizierà fra pochi giorni ‒ è stata la scelta di avviare un’ampia consultazione delle Chiese locali sulle questioni affrontate da parte dei Padri in assemblea. Per questo motivo come battezzati, intendiamo offrire ‒ in punta di piedi, senza sicumera, in spirito di piena parresìa evangelica ‒ alcune considerazioni sul prossimo Sinodo.

 

  1. Leggiamo in Misericordiae vultus che «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia… La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole». Questo appello ci sollecita come credenti a confidare che, anche nelle prove in cui pare di non vedere più alcuna via d’uscita, Dio sa aprire una via nuova. La misericordia di Dio è affidabile, a condizione che ‒ donne e uomini, pastori e fedeli ‒ siamo disposti ad affidarci a essa.
  2. Nei confronti di quanti tendono a leggere la post-modernità in chiave esclusivamente negativa, occorre vedere i germi di speranza che sono al suo interno. Il più largo accesso alla cultura, ad esempio, porta a essere maggiormente responsabili sulle decisioni riguardanti la famiglia e la generazione. I progressi della medicina con la capacità di curare le malattie, compresa l’infertilità e l’uso delle biotecnologie, sono sicuramente un luogo in cui leggere la volontà di Dio di esprimere, attraverso la creatività dell’uomo a cui Egli ha affidato il mondo, la potenza e la gioia amorosa della Sua forza creatrice.
  3. L’appello che taluni settori ecclesiastici fanno alla “legge naturale” come soluzione di molte questioni in tema di sessualità e legame matrimoniale rischia l’ambiguità, in quanto non si può parlare di “natura” se non all’interno di una realtà sociale, culturale, economica, religiosa. La persona umana è libertà che accoglie la propria struttura corporea, il suo rapportarsi agli altri, alla storia, alla cultura, al contesto sociale e politico, alla religione. Non si può pensare alla natura della donna e dell’uomo come a qualcosa che si realizzi al di fuori della storia, nel senso che non c’è accesso all’universale antropologico (natura) se non a partire dalle differenti esperienze culturali e personali. Tutto ciò ha delle evidenti ripercussioni su molti temi presenti nel Sinodo, quale quello del matrimonio, delle famiglie, degli anticoncezionali, degli omosessuali ecc.
  4. Se la Chiesa è madre, tutti i suoi figli (in quanto battezzati) fanno parte della comunità e niente deve poterli escludere da essa. Tutta la storia della salvezza mostra l’amore fedele di Dio per il popolo; un amore che ancora oggi è disposto a perdonare. Tale perdono suscita una risposta della persona umana al dono gratuito di Dio e spinge alla conversione; rimette in cammino, anche se talora il cammino deve fare i conti con situazioni che non possono cambiare (per esempio, divorziati risposati).
  5. La santa Chiesa è anche la Chiesa dei peccatori, che talvolta si presenta coi panni della prostituta infedele e che sempre deve percorrere la via della conversione, del rinnovamento e della riforma (LG 8; UR 4). Ciò vale per lo stesso matrimonio cristiano. Si tratta di un grande mistero in relazione a Cristo e alla Chiesa (Efesini 5, 32). Non sempre è dato realizzare nella vita questo mistero in modo pieno, ma sempre soltanto in forma frammentaria. In questo senso il matrimonio dei credenti è sotto molti aspetti un segno incompleto e vulnerabile dell’alleanza. I coniugi permangono in cammino e si ritrovano sotto la legge della gradualità (Familiaris consortio, 34). Hanno sempre bisogno della conversione e della riconciliazione e sono sempre di nuovo rinviati al Dio ricco di misericordia.
  6. Circa l’indissolubilità del matrimonio, il messaggio di Gesù racchiuso in Marco 10,11-12 costituisce l’annuncio del dono e l’invito a seguire la logica e la radicalità del Regno, piuttosto che risultare soltanto un codice prescrittivo e normativo. È in questa luce che andrebbero comprese le parole di Matteo 19, 9: se non in caso di porneia e quelle dell’apostolo Paolo (1 Corinti 7, 10-16) a proposito dei matrimoni dei convertiti, dove è messa in luce una chiara distinzione tra le parole di Gesù e le applicazioni concrete che in quel preciso momento si pongono.
  7. L’esclusione dei divorziati risposati dall’eucaristia pone dei problemi; essa, infatti, non è un premio per i perfetti, ma un sostegno per il cammino della vita. Inoltre, escludendoli dall’accesso all’eucarestia, si nega ai divorziati risposati una testimonianza importantissima nei confronti dei figli. Se la Chiesa nella storia dei primi secoli ha voluto accogliere nel suo seno i cosiddetti “lapsi” – cioè coloro che, sotto la minaccia delle persecuzioni, hanno rinnegato il battesimo, compiendo atti di adorazione verso gli déi pagani – non si vede il motivo per non approntare un itinerario di penitenza e di riammissione ai sacramenti per i divorziati risposati.
  8. A riguardo della contraccezione, l’attuale situazione realizza nei fatti una doppia verità morale: una oggettiva (la legge) e una soggettiva (la pratica pastorale). Il messaggio dell’Humanae vitae circa il valore della sessualità come grammatica dell’amore coniugale e il nesso imprescindibile tra sponsalità e generazione deve essere nuovamente riscoperto. L’accoglienza del figlio, nel rispetto della qualità dialogica della relazione di coppia, esige una decisione responsabile che non può essere garantita a priori da nessun metodo contraccettivo. Un metodo cosiddetto naturale può essere accompagnato da un egoismo della coppia, così come un metodo considerato artificiale può mantenere un’apertura alla fecondità. Il compito vero è, dunque, quello di educare la coscienza a riconoscere quell’appello, che essa non si dà e che è la voce di Dio, che la chiama a volere il bene.
  9. Se una coppia di persone omosessuali decide di vivere la propria relazione affettiva in modo fedele, non si può valutare a priori questa decisione come negativa sotto il profilo morale, perché il discernimento deve necessariamente fare i conti con le possibilità effettive di un soggetto e queste sono legate alla sua storia e al suo vissuto, personale e culturale. La comunità cristiana deve accogliere al suo interno, senza discriminazioni, coloro che hanno un orientamento omosessuale e decidono di seguire il Signore Gesù.
  10. Che cosa potranno dire e decidere i padri sinodali? Forse non potranno risolvere tutte le questioni aperte. Quello che pare di poter raccomandare è che il Sinodo dei Vescovi e l’intera comunità cristiana sappiano “abitare le domande” delle famiglie e delle donne e degli uomini del nostro tempo, Sapendo che il primato è di Cristo e ciò che conta è la relazione con Lui. Se poi il Signore Gesù accende un fuoco che purifica e non spegne il lucignolo fumigante, consegue che la Chiesa debba essere tanto franca nell’ammonire, quanto pronta a guarire, poiché salus animarum suprema lex.

 

Non riesco più a celebrare la Messa senza pensare ai divorziati risposati o comunque a tutte quelle coppie che la Chiesa considera “irregolari”.

E mi capita in due momenti solenni ed essenziali della Messa.

  • al momento della consacrazione, alle parole «per voi e per tutti» (meno male che non è tornato, come si rischiava, il «per molti» o «per una moltitudine»).

E può dare i brividi pensare che ripeti le parole di Gesù a distanza di due mila anni e con gli stessi effetti!

Per tutti!

  • E poi al momento della comunione, quando tutti, di nuovo tutti, a cominciare dal celebrante, dichiarano pubblicamente «non sono degno».

Quindi, l’eucaristia è destinata a tutti. Tutti significa tutti, anche i divorziati risposati o Gesù li escludeva?

È destinata a tutti, anche se tutti, non solo gli sposati “irregolari”, ne sono indegni.

Mentre il cammino del Sinodo ordinario entra nel vivo‎, con l’elaborazione dell’Instrumentum laboris, e mentre alcuni episcopati si stanno collocando contro la linea aperturista del papa e dei settori più sensibili della Curia, è utile chiedersi che cosa si aspetti il popolo di Dio (ma non solo) dalla chiusura del percorso sinodale, quasi un piccolo concilio  di martiniana memoria ‒ sul tema  della famiglia. Emergono tre questioni cruciali, nella più vasta problematica della famiglia a livello globale, che il Sinodo ordinario dovrebbe affrontare: la questione di grande valenza pratica e simbolica della comunione ai divorziati risposati, la questione delle unioni omosessuali e il problema della contraccezione con la connessa necessità di un esame finalmente coraggioso dell’Humanae vitae.

Sul primo punto, il più dibattuto al Sinodo straordinario‎, ancora nella messa celebrata a San Giovanni in Laterano per il Corpus Domini, papa Francesco ha ripetuto l’appello che la comunione e i sacramenti non sono premio ai giusti, ma viatico per chi sbaglia, cade e vuole rialzarsi. C’è in queste (ripetute) parole tutta un’ecclesiologia ispirata alla misericordia e all’abbraccio con il mondo, capace di ridare vita a un corpo stanco e in grave crisi che per troppo tempo si è trincerato dietro al giuridicismo, al dottrinalismo e al devozionismo e alla pura difesa dell’apparato ecclesiastico, a detrimento dell’autentica Tradizione che custodisce il fuoco e non la cenere. Su questo punto vivissima è l’attesa che il Papa, nel contesto più ampio dell’Anno della misericordia, marchi un qualche cambiamento concreto che metta al riparo il percorso sinodale dal rischio del fallimento, magari accogliendo la linea penitenziale indicata dal cardinale Kasper.