concilio Vaticano II

 

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Marco Vergottini

 

Che il Concilio Vaticano II sia un punto di non ritorno sul fronte del vissuto ecclesiale, dell’intelligenza teologica e della coscienza di ogni buon credente (vescovo, presbitero o comune fedele) è un dato di fatto assodato, su cui papa Francesco è ritornato più volte. Tuttavia, da questa franca ammissione nei confronti di un’eredità  ricevuta e accolta con riconoscenza non risulta legittimato quel “luogo comune” che mira a rappresentare l’evento del Vaticano II come una sorta di fulminea “palingenesi” della riforma della Chiesa, quasi essa abbia avuto inizio magicamente con l’11 ottobre 1962. In realtà , un’evidenza palmare che l’ultimo Concilio ha conosciuto una lunga fase di gestazione.

Basti qui riferirsi al contributo pionieristico fornito nella prima metà  del ‘900 dai fautori dei movimenti biblico, liturgico, ecclesiologico, missionario, pastorale ed ecumenico. Oppure al ruolo che hanno giocato nella Chiesa italiana autorevoli ecclesiastici: oltre ai cardinali G. Lercaro e G.B. Montini, basti pensare a vescovi quali E. Bartoletti, F. Costa, E. Guano, nella cui scia hanno potuto poi iscriversi pastori conciliari quali T. Bello, C. Naro, C.M. Martini.

Lo stesso si deve dire di figure di preti quali don Milani, don Zeno, padre Balducci, padre Calati, don Mazzolari o di laici quali Olivelli, Carretto, La Pira, De Gasperi, Moro, Dossetti, Lazzati, Chiara Lubich, Bachelet (tutte le liste ovviamente peccano per difetto). Si tratta di personalità che hanno vissuto e ravvivato la stagione di vita e la coscienza ecclesiale prima del Concilio.

Non diversamente ciò vale per la teologia cattolica europea del ‘900 che ha visto affermarsi nella prima metà  del secolo colossi del calibro di R. Guardini, K. Rahner, H. Urs Von Balthasar, M.-D. Chenu, H. de Lubac, Y. Congar, E. Schillebeeckx e l’elenco potrebbe continuare. E non diversamente il discorso potrebbe forse essere allargato ai domini della riflessione filosofica e della letteratura, se è vero che l’attuale generazione complessivamente non ha raggiunto neppure gli epigoni della precedente.

Tuttavia, nonostante la straordinaria lezione conciliare non abbia ancora ultimato di portare i suoi saporosi frutti, pare poter sommessamente affermare che la generazione postconciliare dei vescovi, dei teologi e dei maggiori rappresentanti del mondo cattolico non sia in grado di competere con quelle straordinarie personalità  sopra richiamate. Sia chiaro il discorso richiederebbe di essere debitamente istruito per interrogarsi sui criteri di reclutamento dell’episcopato, sui nuovi impulsi in atto sul fronte teologico, nonché su un protagonismo dei laici forse più sbandierato che effettivamente praticato. E’ pur vero poi che ogni stagione storica ha il suo spirito epocale, le sue punte di eccellenza, i suoi dinamismi interni al tessuto ecclesiale e i suoi risvolti esterni in termini di dialogo con la cultura circostante. Certamente dopo l’ultima assise hanno avuto un’influenza assolutamente preponderante e pervasiva fenomeni complessi, quali la secolarizzazione, il retaggio del ’68, l’avvento della società  di massa, la caduta delle ideologie (i grandi racconti), l’invasività  dei media e la digitalizzazione, i processi di globalizzazione, le grandi migrazioni e le nuove frontiere del post-umano. E, trasposto in chiave biblica, alla stagione esodica e dei grandi profeti segue la fase della sapienza come virtù del buon governo, che ricerca il senso della misura, che invita a saper cogliere le sfumature, che in ogni occasione sollecita a scegliere fra vero e falso, e – per ultimo – invita a cogliere dentro la proposta contenuta nella Parola di Dio la direzione del bene possibile.

Senza cadere in diagnosi disfattistiche e apocalittiche – che comunque non possono essere compensate da fughe nell’intimismo o nella coltivazione di narcisismi di qualsiasi sorta -, è consolante lasciarsi guidare dalla saggezza maturata nel passato, quando dopo un’età  aurea di geni e di creatività  somma è succeduta un’epoca da iscriversi in un profilo meno esaltante e più ordinario. Può tornare utile riferirsi al celebre asserto che si incontra nel Metalogicon di Giovanni di Salisbury: «diceva Bernardo di Chartres che noi siamo come nani sulle spalle di giganti»; possiamo, cioè, vedere più lontano non per l’acume della nostra vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo portati in alto dalla statura dei giganti.

La massima restituisce conforto e speranza proprio in quanto gli attori di oggi, seppur nani rispetto ai grandi maestri fondatori del passato, possono persino sopravanzarli, guardare “oltre” e più in profondità  l’orizzonte, onorare così e rivitalizzare quella preziosa eredità  ricevuta come dono. Il nostro tempo, per divenire il nostro kairos, ce lo impone. Nella certezza poi che lo Spirito continua a mandarci uomini e donne che adempiono il compito di farci camminare verso la pienezza del Regno e che comunque: «Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini» (J. Bossuet).

 

fonte: AVVENIRE, Venerdì  15 settembre 2017, p. 3

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di Raniero La Valle

 

Discorso tenuto a San Gregorio al Celio il 9 aprile 2016 in occasione della presentazione dell’Opera Omnia di Raimundo Panikkar.

 

Che rapporto c’è tra Raimundo Panikkar e papa Francesco?

Noi stiamo vivendo una grande rivoluzione della fede che si sviluppa lungo un arco di 50 anni, dal Concilio ad oggi. Essa ha per teatro l’umanità e tutta la Chiesa, e ha tra i suoi protagonisti, insieme a molti altri, Panikkar, le grandi acquisizioni dei teologi, anche romani, la nuova sapienza del papa emerito Benedetto XVI e, naturalmente la potenza dell’annuncio evangelico di papa Francesco. E dunque in questo tempo speciale di una rivoluzione della fede che dobbiamo collocare anche il rapporto tra Panikkar e Francesco. E se questo tempo speciale, questo Kairòs, lo facciamo partire dal Concilio è perché lì è cominciata, non nella clandestinità ma gridata sui tetti, la rivoluzione della fede. Come ha scritto il gesuita Karl Rahner facendo un primo bilancio sul significato permanente del Vaticano II nel 1979, a quindici anni dalla sua conclusione, “la Chiesa in questo Concilio è diventata nuova trasformandosi in una Chiesa a dimensione mondiale e pertanto è in grado di rivolgere al mondo un annuncio, che benché resti in fondo sempre lo stesso annuncio di Cristo, è più libero e coraggioso di prima, un annuncio nuovo. In tutti e due i termini, nell’annunciatore come nell’annuncio, è avvenuto qualcosa di nuovo, di irreversibile, di permanente” (Karl Rahner, Il significato permanente del Vaticano II, Il Regno – documenti, 3,1980). In realtà nel Concilio si sono viste cose mai viste prima, così come cinquant’anni dopo si sono viste cose mai viste prima nel pontificato di papa Francesco.

Ciò basterebbe, da solo, a stabilire un legame strettissimo tra il Concilio, come lo ha visto il gesuita Karl Rahner, e il pontificato come lo sta esercitando il gesuita Bergoglio.

 

Il “senso dei fedeli”

             Per esempio tra le cose del Concilio che non si erano mai viste prima c’è l’espressione “sensus fidei”, sensus fidelium, cioè il senso dei fedeli.

Questa espressione, come ha rilevato la Commissione teologica internazionale, (Il sensus fidei nella vita della Chiesa, 2014) compare per la prima volta nel Vaticano II, ma la realtà che essa indica era ben presente nella tradizione; e la sua evocazione da parte del Concilio ne fa un’espressione gravida di conseguenze per il futuro.

E’ così importante il sensus fidei che proprio richiamandosi al senso dei fedeli delle loro Chiese i vescovi della Commissione preparatoria del Concilio non vollero che fosse messa all’ordine del giorno del Vaticano II la dottrina secondo la quale i bambini morti senza battesimo non possono andare in Paradiso; da ciò non solo conseguì l’abolizione del limbo, ma si aprì la strada alla prima grande rivoluzione della fede: la caduta cioè dell’assioma secondo il quale la Chiesa cattolica è l’unica via che gli uomini hanno per la salvezza e per la conoscenza di Dio.

Nel pontificato di Bergoglio questa rivoluzione ha raggiunto la sua massima evidenza quando nel popolo di Dio, tradizionalmente identificato con la Chiesa, egli ha incluso anche indiani e musulmani, che è una delle cose “mai viste prima” di questo pontificato.

Perciò io vorrei ora concentrare l’attenzione su tre di queste grandi rivoluzioni della fede che sono in corso, e in confronto a queste vedere i rapporti tra Panikkar e papa Francesco.

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OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

 

Piazza San Pietro

Martedì, 8 dicembre 2015

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

 

Tra poco avrò la gioia di aprire la Porta Santa della Misericordia. Compiamo questo gesto – come ho fatto a Bangui – tanto semplice quanto fortemente simbolico, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, e che pone in primo piano il primato della grazia. Ciò che ritorna più volte in queste Letture, infatti, rimanda a quell’espressione che l’angelo Gabriele rivolse a una giovane ragazza, sorpresa e turbata, indicando il mistero che l’avrebbe avvolta: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28).

La Vergine Maria è chiamata anzitutto a gioire per quanto il Signore ha compiuto in lei. La grazia di Dio l’ha avvolta, rendendola degna di diventare madre di Cristo. Quando Gabriele entra nella sua casa, anche il mistero più profondo, che va oltre ogni capacità della ragione, diventa per lei motivo di gioia, motivo di fede, motivo di abbandono alla parola che le viene rivelata. La pienezza della grazia è in grado di trasformare il cuore, e lo rende capace di compiere un atto talmente grande da cambiare la storia dell’umanità.

La festa dell’Immacolata Concezione esprime la grandezza dell’amore di Dio. Egli non solo è Colui che perdona il peccato, ma in Maria giunge fino a prevenire la colpa originaria, che ogni uomo porta con sé entrando in questo mondo. E’ l’amore di Dio che previene, che anticipa e che salva. L’inizio della storia di peccato nel giardino dell’Eden si risolve nel progetto di un amore che salva. Le parole della Genesi riportano all’esperienza quotidiana che scopriamo nella nostra esistenza personale. C’è sempre la tentazione della disobbedienza, che si esprime nel voler progettare la nostra vita indipendentemente dalla volontà di Dio. E’ questa l’inimicizia che attenta continuamente la vita degli uomini per contrapporli al disegno di Dio. Eppure, anche la storia del peccato è comprensibile solo alla luce dell’amore che perdona. Il peccato si capisce soltanto sotto questa luce. Se tutto rimanesse relegato al peccato saremmo i più disperati tra le creature, mentre la promessa della vittoria dell’amore di Cristo rinchiude tutto nella misericordia del Padre. La parola di Dio che abbiamo ascoltato non lascia dubbi in proposito. La Vergine Immacolata è dinanzi a noi testimone privilegiata di questa promessa e del suo compimento.

Questo Anno Straordinario è anch’esso dono di grazia. Entrare per quella Porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente. E’ Lui che ci cerca! E’ Lui che ci viene incontro! Sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre invece che sono perdonati dalla sua misericordia (cfr Agostino, De praedestinatione sanctorum 12, 24)! Sì, è proprio così. Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore, di tenerezza. Abbandoniamo ogni forma di paura e di timore, perché non si addice a chi è amato; viviamo, piuttosto, la gioia dell’incontro con la grazia che tutto trasforma.

Oggi, qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo. Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio. Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio. Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano.

 

Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20151208_giubileo-omelia-apertura.html

Il modo “imprevedibile” di agire di papa Bergoglio, quindi, non è un caso isolato, un’eccezione, ma ‒ come è accaduto con altri noti gesuiti ‒ è il frutto della spiritualità ignaziana, rinnovata alla luce del Concilio Vaticano II. Come il papa stesso spiega nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il suo pontificato non ha un programma predefinito, ma è di natura sua “imprevedibile”. In conformità con il carisma ignaziano, egli preferisce condurre la Chiesa a «vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza in qualsiasi cultura, in qualsiasi città» (EG, n. 75). Traducendo questa affermazione negli insegnamenti e nei gesti quotidiani di papa Francesco, il cuore del suo messaggio s’identifica con quello del Concilio stesso.