conversione

José María Castillo

Papa Francesco lo ha detto senza giri di parole: è necessaria ed urgente la “conversione del papato”. Non si tratta, certo, del fatto che il papa si converta. Francesco non ha detto questo riferendosi ad una persona – il papa – ma affermando che è un’istituzione – il papato – quello che deve cambiare, cioè organizzarsi in un altro modo e funzionare in maniera diversa da come sta funzionando già da parecchi secoli.

Lo stesso Francesco ha spiegato ieri, nel Sinodo dei Vescovi, in cosa deve consistere questo cambiamento. Quello che il papa vede urgente da cambiare nella Chiesa è l’esercizio del potere. Concretamente, l’esercizio del potere da parte del papato. Si tratta di “decentralizzare” il modo di governare. Perché la Chiesa ritorni ad essere governata come lo è stata durante quasi mille anni, fino al secolo X. Durante quei secoli, il governo ordinario delle Chiese locali, regionali e nazionali era esercitato dai Sinodi di ogni regione o di ogni paese. Solo in circostanze straordinarie e per questioni che non si potevano risolvere nell’ambito locale interveniva il vescovo di Roma, che per secoli si è rifiutato di farsi chiamare “papa”, tema sul quale insiste con parole forti papa Gregorio I, San Gregorio Magno (s. VI).

Crollano gli steccati all’Avana. Raul Castro preannuncia che tornerà (forse) in grembo alla Chiesa cattolica e la figlia Mariela organizza, contro ogni veto di partito, una variopinta sfilata di omosessuali nel centro della capitale cubana con tanto di matrimoni gay, celebrati da un pastore protestante americano giunto apposta dall’ex territorio nemico degli Stati Uniti.   Quando salta il tappo, tutto diventa possibile. Su tutti i fronti. Il problema è semmai di capire dove andrà esattamente Cuba. Se riuscirà ad avere una fisionomia sociale più europea – attenta al Welfare, proteggendo i diritti acquisiti nel sistema sanitario ed educativo – o se scivolerà in un sistema neoliberista selvaggio, che non merita. L’esperienza della Russia degli oligarchi non è un buon auspicio.

L’esperienza del capitalismo di stato cinese – estremamente efficiente e indubbiamente portatore di grandi conquiste economiche – comporta anche la miseria di centinaia di milioni di cittadini, di cui lo stesso presidente Xi Jinping si preoccupa.

È la grande sfida della “transizione” con cui devono misurarsi i regimi fossilizzati, che intendono fuoriuscire dall’economia pianificata di stato.