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Pubblichiamo l’intervento del prof. Raffaele Coppola, Promotore di Giustizia e Avvocato di Santa Sede Stato della Città del Vaticano, pronunciato in occasione del Seminario di Studio «Contro l’usurocrazia debito e disuguaglianze», promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Roma, 15 dicembre 2017).

 

Sono stato, insieme con Pierangelo Catalano e altri insigni giuristi, uno dei redattori della Carta di Sant’Agata de’ Goti, che celebriamo per i suoi vent’anni di vigenza e di vitalità, meno che mai (o non più) come difficile, dolorosa “consumazione della speranza”. Non c’è infatti, fra i giuristi, gli economisti e i politici più avvertiti, chi oggi non riconosca, per i Paesi in via di sviluppo (ma direi altresì per tutti gli altri Paesi del mondo), che la ricognizione da parte della Corte Internazionale di Giustizia dei principi generali del diritto secondo la versione consolidata della Carta, dalla buona fede all’eccessiva onerosità (iniziale e sopravvenuta) fino all’autodeterminazione dei popoli, chi non riconosca – dicevo – che tale ricognizione costituisce la soluzione più giusta per le annose questioni del debito internazionale (ma aggiungerei anche del debito nazionale, pubblico e privato), un valido contrappeso agli innumerevoli guasti provocati dalla struttura “usurocratica” dell’economia planetaria.

I nostri sforzi di vent’anni sono stati premiati dall’attenzione di alcuni Governi e d’importanti organismi della Santa Sede, dall’adesione del Pontificio Consiglio “Iustitia et Pax”, nonché come abbiamo ascoltato del nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, di Caritas Italiana e, ancor prima, del Consiglio della Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontariato (FOCSIV), di cui fanno parte settanta organizzazioni presenti in ottanta Paesi del mondo. Hanno infine aderito, recentemente, Pax Christi e Attac Italia (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e l’aiuto ai cittadini), mentre una sempre maggiore unità d’intenti si registra, a partire dalla convention romana intorno a Verità e giustizia sul debito pubblico italiano (4.03.2017), con CADTM Italia e internazionale (Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi).

Siamo forse molto più che in passato sulla strada del lumeggiato parere consultivo, per ottenere il quale sembrerebbe necessaria la maggioranza qualificata dei Paesi membri delle Nazioni Unite, trattandosi di una questione importante (E. CANNIZZARO). L’intersecarsi dell’azione dei movimenti a livello nazionale e internazionale con quella dei nostri organismi di studio e di ricerca, elencati nel programma del seminario, sarà importante per la sensibilizzazione dei Governi dei Paesi in crisi onde giungere, dopo il richiamato parere, all’assorbimento dei principi e dei riscoperti diritti nel quadro degli ordinamenti interni dei singoli Stati.

Certamente non potrò vedere da vivo tutto questo ma l’utopia (o la passione), come è stato detto, è la stella polare del cammino esistenziale delle donne e degli uomini di buona volontà, l’unica che consenta risultati concreti, quand’anche più ridotti, come quelli che già stiamo constatando e abbiamo la fortuna di verificare giornalmente. Cosa si può dire (e per finire) dell’ipotesi via via formulata di un’eventuale iniziativa in tal senso del Governo italiano, in attuazione dell’art. 7 della l. 25.07.2000 n. 209, condotta con il sostegno dell’Europa, oltre che (come abbiamo sempre auspicato) della Santa Sede? Consiglierei che il progetto di risoluzione venga pensato e strutturato a vantaggio dei Paesi in via di sviluppo, anche se tutti ne trarranno beneficio per la ragione che non consente una restrizione del campo di operatività dei diritti, una volta riconosciuti per qualcuno.

Questi disgraziati Paesi costituiscono, non solo a mio avviso, l’avvenire dell’umanità e sarebbe in tal caso proprio l’Italia, che non ha i mezzi economici dei Paesi più ricchi, a donar loro il diritto su misura di immani disastri e disuguaglianze, sotto gli occhi di tutti, secondo la migliore tradizione giuridica di Roma e della sua riconosciuta erede, la Chiesa cattolica (Ecclesia vivit lege romana). L’Italia e l’Europa (che l’interiore convincimento intravede a noi prossima) non hanno nulla da spartire con gli algidi padroni del mondo, comunque pieni di insoluti problemi, altrettanti giganti dunque dai piedi di argilla. Mi riferisco all’egemonia statunitense, insidiata su tutti i fronti (gli oceani, le Americhe, la stessa Europa, il Sud-Est asiatico) dalla Cina e dalla Russia, che sono dominanti invece, rispettivamente, nell’Africa e in Asia centrale e in Siria.

A fronte di una non irreale eclissi di tale egemonia e di altre minacce l’unità dell’Europa e degli europei sul tema del debito, quantunque per il proprio interesse o tornaconto, potrebbe essere il preludio di altri ambiti traguardi, come una Difesa comune e nuovi trattati di sicurezza e cooperazione con l’Africa e i Paesi musulmani. L’Unione potrebbe finalmente esserci più accanto di quanto si creda con il suo odierno e stimato Presidente del Parlamento europeo, nostro connazionale. Il mondo ha un gran bisogno dell’Europa e specialmente dell’Italia, della sua civiltà del diritto, ma questa urgenza attualmente è poco avvertita, rappresenta la base di una sfida che si stenta a comprendere e a raccogliere.

Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sul debito dei Paesi in via di sviluppo, passando attraverso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, sarà il volano del successo che qui prospetto, una delle più nobili e grandi azioni (se e quando avverrà, “presago il cor mel dice”) sul piano internazionale dell’Italia democratica.

Raffaele Coppola

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Giulio Albanese

 

La questione del debito rappresenta una vera e propria spada di Damocle sul destino dei Paesi poveri o impoveriti che dir si voglia. In effetti, è sempre più evidente che i governi in grado di onorare regolarmente le obbligazioni assunte alle scadenze pattuite nei confronti dei creditori internazionali, siano una sparuta minoranza nella cornice della globalizzazione dei mercati. Si tratta di un fenomeno – quello dell’insolvenza – determinato, in gran parte, dalla struttura usurocratica dell’economia planetaria, legata alla speculazione finanziaria. Questa, nell’arco degli ultimi vent’anni, ha decisamente preso il sopravvento sull’economia reale, determinando la crescita del cosiddetto debito aggregato nei Paesi in via di sviluppo o comunque “a rischio”. Per non parlare del fatto che il crescente potere del “sistema bancario ombra”- sul quale circola un numero indicibile di prodotti tossici al di fuori dei controlli e delle regole bancarie vigenti – risulta essere, alla prova dei fatti, in flagrante violazione di tutti i diritti umani. E cosa dire poi delle commodity (materie prime, fonti energetiche in primis) nei Paesi del Sud del mondo, il cui valore è fortemente condizionato dalla speculazione finanziaria, dalle fluttuazioni incontrollate dei mercati monetari e da regole del commercio internazionale sicuramente pregiudizievoli o addirittura inesistenti? Tutto questo, in pratica, è sintomatico di un sistema economico-finanziario senza regole, cioè all’insegna della deregulation.

Tenendo conto di questo scenario, è stata messa a punto una strategia d’intervento davvero ambiziosa da parte di un gruppo qualificato di giuristi ed esperti di economia italiani dell’Unità di ricerca ‘Giorgio La Pira’ del CNR, del Centro di studi giuridici latinoamericani dell’Università di Roma Tor Vergata e del Centro di ricerca ‘Renato Baccari’ del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bari.  Essi hanno chiesto formalmente che, con il sostegno della Santa Sede e anche di Governi dei Paesi coinvolti nella grave crisi economico-finanziaria mondiale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite giunga a formulare quanto prima una richiesta di parere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sui principi e sulle regole applicabili al debito internazionale, nonché al debito pubblico e privato, al fine della rimozione delle cause delle perduranti violazioni dei principi generali del diritto e dei diritti dell’uomo e dei popoli, cogenti, come risultanti specialmente nella Carta di Sant’Agata de’ Goti (una dichiarazione su usura e debito internazionale che risale al 29 settembre 1997) e da numerose risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu. Da rilevare che qui si tratta di fare davvero tesoro, in modo perspicace, della grande tradizione del diritto romano e del diritto canonico, per la quale “l’usura pecuniae in fructu non est’” ove è evidente, come nella teologia morale di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, l’uso dell’antica giurisprudenza e legislazione anche per le pene agli usurai, colpiti da infamia. Questo indirizzo è sempre più attuale e lo è ancora maggiormente ove si pensi alla necessità, da papa Francesco messa tante volte in evidenza in più circostanze nel suo illuminato magistero, di rivedere su basi etiche il sistema della finanza globale a fronte di pericolose ideologie, che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune.