diplomazia

Sono le 9.30 di una calda domenica di maggio quando il presidente cubano Raul Castro varca la soglia del Vaticano. Non passa dall’arco delle campane, come per le visite di stato, ma dall’ingresso posteriore all’aula Paolo VI, dove ad attenderlo c’è papa Francesco. L’incontro è infatti strettamente privato, nello studio. È significativamente lungo (cinquantacinque minuti senza interprete) oltre che «molto cordiale», come recita il successivo bollettino della sala stampa vaticana.

Sullo scrittoio c’è un portapenne che il papa di istinto sposta, quasi a voler eliminare ogni barriera con il suo interlocutore, per poter parlare in maniera diretta, faccia a faccia. Il colloquio avviene in spagnolo, la lingua che i due hanno in comune. È proprio Raul Castro a dire, uscendo, ai giornalisti, di aver voluto personalmente ringraziare il papa per il suo ruolo attivo a favore del miglioramento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, e di avere raccontato al papa il clima che c’è sull’isola che si prepara ad accoglierlo il prossimo settembre. All’Avana c’è stato a fine aprile il cardinale Beniamino Stella, prefetto della congregazione vaticana per il clero, ed è cosa nota il ruolo del cardinale Ortega per promuovere un’apertura progressiva dell’isola all’esterno, cercando di mediare tra i gruppi di opposizione e il regime.