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José M. Castillo

 

La violencia contra la mujer no tendrá solución, en las religiones, mientras la sociedad, en cada país y en cada cultura, no deje resuelto y zanjado para siempre el problema de la igualdad de derechos y garantías entre la mujer y el hombre. Dicho más claramente, mientras las mujeres no tengan los mismos derechos y las mismas garantías que los hombres, la violencia contra las mujeres seguirá haciendo los estragos que viene realizando desde hace miles de años. Como igualmente se puede afirmar que el día que la sociedad suprima las desigualdades (en dignidad y derechos) entre las mujeres y los hombres, ese día las religiones no tardarán en reconocer, aceptar y poner en práctica la igualdad de los que por, por su condición de género, son diferentes.

Las sociedades mediterráneas del siglo primero eran, como es sabido, sociedades en las que la propiedad pertenecía al patriarcado. Solamente el “paterfamilas” tenía la propiedad, no sólo de los bienes, sino además de las personas en el grupo familiar. El padre era el propietario, el jefe, el amo, el que concentraba todos los derechos. La mujer, los hijos y los esclavos no tenían más remedio que vivir sometidos al patriarca. De ahí que las religiones, lo mismo en Israel que en Egipto, en Grecia o en Roma, eran religiones patriarcales, machistas y justificantes de todas las desigualdades que se derivaban del modelo de familia patriarcal.

Es verdad que, según los evangelios, Jesús tuvo un trato excepcional de respeto, delicadeza y aceptación de la mujer, fuera cual fuese su origen o su conducta. Pero bastantes años antes que los evangelios (según la redacción que la Iglesia ha aceptado como canónica o auténtica), se empezaron a conocer las cartas de Pablo y las llamadas deutero-paulinas (Ef y Col) hasta las pastorales. Y en estos documentos se acepta y se impone el sometimiento y el silencio de la mujer en la sociedad, en la familia y en la Iglesia. Como igualmente sabemos que Pablo aceptó la condición de los esclavos y el sometimiento al emperador (Rom 13, 1-7). Por eso, la Iglesia prohibió la esclavitud cuando eso ya estaba prohibido en la sociedad, aunque – por desgracia – las autoridades religiosas se callan, tantas veces, ante las nuevas formas de esclavitud vigentes en este momento. Por no hablar de los silencios jerárquicos ante las dictaduras políticas.

La lucha, en defensa de los derechos y de la dignidad de la mujer, tiene que ser ante todo una lucha política, jurídica, social y laboral. Mientras las mujeres no tengan la misma autonomía económica que los hombres, las mujeres seguirán aguantando amenazas, insultos, palizas y hasta la misma muerte. Si esta situación no se resuelve, la violencia contra la mujer no tiene solución. Los clérigos seguirán diciendo cosas acertadas (y quizá algunas desacertadas) sobre este asunto. Como es igualmente cierto que en las iglesias se oyen bellos sermones sobre los derechos humanos. Pero la pura verdad es que nos creeremos los discursos eclesiásticos (sobre toda clase de dignidades y derechos) el día que la Iglesia modifique su Derecho Canónico de forma que en él quepan los Derechos Humanos, todos los derechos, concretamente los de la mujer.

 

Aldo Maria Valli

Circa il ruolo dei laici, papa Francesco ha espresso con chiarezza il proprio pensiero nel discorso alla Cei del 18 maggio 2015, quando  ha chiesto di «rinforzare» l’«indispensabile ruolo» dei laici perché si assumano «le responsabilità che a loro competono» e ha detto che «non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo». A proposito del clericalismo, è significativa la battuta di Francesco rivelata da monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei: «Il clericalismo è come il tango, lo si balla sempre in due. Non esistono laici clericali o clericalizzati che non abbiano l’appoggio di qualche prete e non c’è un prete clericale che non abbia qualche laico che muore dalla voglia di fare il prete!».

Nel messaggio inviato al convegno (marzo 2014) dei responsabili delle aggregazioni laicali, promosso dalla diocesi di Roma sul tema «La missione dei laici cristiani nella città», il papa spiega che «i fedeli laici, in virtù del battesimo, sono protagonisti nell’opera di evangelizzazione e promozione umana». È una posizione da sempre sostenuta dalla Chiesa dopo il concilio Vaticano Il. Lo rileva il papa stesso quando dice che il protagonismo del laicato «è un elemento fondamentale che appartiene agli insegnamenti del concilio Vaticano II» e che «ogni membro del popolo di Dio è inseparabilmente discepolo e missionario». Il concetto è ribadito nell’udienza generale del 26 giugno 2013, quando Francesco dice che «la Chiesa non è un intreccio di cose e di interessi, ma è il tempio dello Spirito Santo, il tempio in cui Dio opera, il tempio in cui ognuno di noi con il dono del battesimo è pietra viva». «Questo ci dice che nessuno è inutile nella Chiesa, nessuno e secondario, nessuno e anonimo: tutti formiamo e costruiamo la Chiesa. Tutti siamo necessari per costruire questo tempo». E ancora: «Tutti siamo uguali agli occhi di Dio. Qualcuno potrebbe dire: signor papa, ma lei è più importante… No! Sono uno di voi!».

Nella Evangelii gaudium la Chiesa non è la somma di chierici, religiosi e laici, ma è la comunità dei «discepoli missionari». In forza di questo principio il problema non è quale spazio i laici devono occupare nella Chiesa (e quale spazio le donne come laiche nella Chiesa) con la conseguente rivendicazione delle posizioni e dei ruoli di potere che invece ora sono loro negati, ma è quello del processo di costruzione e svolgimento della Chiesa di Dio in cui sono inseriti. Vale per i laici il primo dei principi che papa Francesco ha enunciato per la costruzione di una comunità umana: il tempo è superiore allo spazio. In questa nuova comprensione dei laici, essi vanno collocati non solo nello spazio ma nel tempo, anzi prima di tutto nel tempo, nel processo storico.

Per amore della giustizia: forse nessuna idea quanto questa riesce a rendere il messaggio di Francesco, vescovo di Roma «che parla a nome del popolo di Dio pellegrino nel mondo intero» (01/05/15), nella sua complessità. Con la forza e con la parola scevra da ecclesiasticismi e tecnicismi che ne caratterizza lo stile. Non è frequente nel corso di una catechesi sulla famiglia – se poi è pontificia, ancora meno – sentire anche questo registro e ascoltare l’indignazione per la «brutta figura di Adamo» (30/04/15), tentazione degli uomini maschi di attribuire tutte le responsabilità alle donne/Eva. Non è poca cosa: perché è una parte inserita a braccio nella catechesi, che contrasta una questione così diffusa da diventare quasi opinione comune, postulato che non ha bisogno di dimostrazioni. Questa opinio communis percorre certa pubblicistica, non di alto livello ma di larga diffusione, ma anche discorsi più o meno dello stesso tipo anche negli ambienti ecclesiali.

Nella stessa direzione inconsueta vanno gli inviti – le ingiunzioni si potrebbe dire – a maggior giustizia, senza nascondersi dietro sofismi di ogni tipo:

  • «Per questo, come cristiani, dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! lo stesso diritto. La disparità è un puro scandalo! Nello stesso tempo, riconoscere come ricchezza sempre valida la maternità delle donne e la paternità degli uomini, a beneficio soprattutto dei bambini. Ugualmente, la virtù dell’ospitalità delle famiglie cristiane riveste oggi un’importanza cruciale, specialmente nelle situazioni di povertà, di degrado, di violenza familiare».