Evangelii Gaudium

Il modo “imprevedibile” di agire di papa Bergoglio, quindi, non è un caso isolato, un’eccezione, ma ‒ come è accaduto con altri noti gesuiti ‒ è il frutto della spiritualità ignaziana, rinnovata alla luce del Concilio Vaticano II. Come il papa stesso spiega nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il suo pontificato non ha un programma predefinito, ma è di natura sua “imprevedibile”. In conformità con il carisma ignaziano, egli preferisce condurre la Chiesa a «vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza in qualsiasi cultura, in qualsiasi città» (EG, n. 75). Traducendo questa affermazione negli insegnamenti e nei gesti quotidiani di papa Francesco, il cuore del suo messaggio s’identifica con quello del Concilio stesso.

Nella Evangelii gaudium la Chiesa non è la somma di chierici, religiosi e laici, ma è la comunità dei «discepoli missionari». In forza di questo principio il problema non è quale spazio i laici devono occupare nella Chiesa (e quale spazio le donne come laiche nella Chiesa) con la conseguente rivendicazione delle posizioni e dei ruoli di potere che invece ora sono loro negati, ma è quello del processo di costruzione e svolgimento della Chiesa di Dio in cui sono inseriti. Vale per i laici il primo dei principi che papa Francesco ha enunciato per la costruzione di una comunità umana: il tempo è superiore allo spazio. In questa nuova comprensione dei laici, essi vanno collocati non solo nello spazio ma nel tempo, anzi prima di tutto nel tempo, nel processo storico.

Con un ritornello intonato alla “sensibilità ecclesiale” Francesco ha modulato il suo Discorso introduttivo all’apertura dei lavori dell’Assemblea dei Vescovi Italiani, due giorni fa (18 Maggio), che ha messo a soggetto L’Evangelii Gaudium. Il Papa invita i vescovi ad affidare il loro impegno alle suggestioni di una plurale intelligenza “sensibile” invece che a teorie dottrinali astratte.

La rivoluzione copernicana di Francesco si realizza ancora sul piano del linguaggio: mentre fino a ieri il linguaggio ecclesiastico era specialmente dogmatico, morale o giuridico, oggi si rivela affettivo, esistenziale, psicologico, ma anche squisitamente spirituale e mistico.  La “sensibilità” abbraccia, infatti, un campo che va dall’esperienza dei cinque sensi, a quella delle relazioni governate da un “cuore pensante” e dalla conoscenza che ne deriva, fino a scendere (o salire) nelle cavità dell’anima e dello spirito.

Nella storia della Chiesa cattolica figure esemplari di “sensibilità ecclesiale” sono stati, e continuano ad essere, i santi, missionari e mistici, noti e sconosciuti, uomini e soprattutto donne, vergini o madri, povere o ricche, colte o senza titoli accademici, che hanno dato e continuano a dare, senza soluzione di continuità, saggi di amore, servizio e bontà verso l’intera comunità umana, a partire dagli ultimi.

Sono le 9.30 di una calda domenica di maggio quando il presidente cubano Raul Castro varca la soglia del Vaticano. Non passa dall’arco delle campane, come per le visite di stato, ma dall’ingresso posteriore all’aula Paolo VI, dove ad attenderlo c’è papa Francesco. L’incontro è infatti strettamente privato, nello studio. È significativamente lungo (cinquantacinque minuti senza interprete) oltre che «molto cordiale», come recita il successivo bollettino della sala stampa vaticana.

Sullo scrittoio c’è un portapenne che il papa di istinto sposta, quasi a voler eliminare ogni barriera con il suo interlocutore, per poter parlare in maniera diretta, faccia a faccia. Il colloquio avviene in spagnolo, la lingua che i due hanno in comune. È proprio Raul Castro a dire, uscendo, ai giornalisti, di aver voluto personalmente ringraziare il papa per il suo ruolo attivo a favore del miglioramento delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, e di avere raccontato al papa il clima che c’è sull’isola che si prepara ad accoglierlo il prossimo settembre. All’Avana c’è stato a fine aprile il cardinale Beniamino Stella, prefetto della congregazione vaticana per il clero, ed è cosa nota il ruolo del cardinale Ortega per promuovere un’apertura progressiva dell’isola all’esterno, cercando di mediare tra i gruppi di opposizione e il regime.